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lunedì 23 marzo 2020

Alan Moore: 5 consigli per aspiranti scrittori di fumetti

Alan Moore, 2012. Photo (C) Isabelle Adam. Licenza Creative Commons.
Il presente articolo è apparso su Comic Buyer's Guide nel 1999; successivamente è stato ristampato nel 2003 su The Extraordinary Works Of Alan Moore.
Da me tradotto... a vostro rischio e pericolo!
5 consigli per aspiranti scrittori di fumetti
1. Non farlo.
2. No, davvero non farlo.
3. Non farlo ASSOLUTAMENTE. Dico sul serio.
4. Qualsiasi cosa tu abbia sognato riguardo una vita passata a scrivere, non è come credi.
5. OK, se vuoi farlo comunque, se vuoi diventare uno scrittore con qualche qualità, dovrai consacrarti alla scrittura. Quando sei giovane e idealista può sembrarti qualcosa di semplice da fare ma dovrai consacrarti alla scrittura quasi come se fossi un antico greco o un egizio che consacrava se stesso a un dio.
Se ti comporterai bene con il dio, allora il dio potrebbe, in un qualche momento futuro, ricompensarti. Ma se batti la fiacca e non ti comporterai bene verso il tuo talento o con il tuo dio, allora sei destinato a finire in un mondo di dolore immenso e inimmaginabile. Se hai un talento che hai deciso di coltivare allora devi farlo seriamente. Non fare le cose a metà, devi capire che cosa implica un simile impegno.
Consacrarsi alla scrittura significa, in un certo senso, che scrivere diventerà la parte più importante della tutta vita: è una roba grossa da dire! Scrivere può avere l'effetto di allontanarti dalla altre relazioni. A volte può portarti a vivere una vita piuttosto solitaria. Se ti sei consacrato alla scrittura, passerai gran parte del tuo tempo in casa in una stanza vuota e silenziosa concentrato su una penna e un pezzo di carta, o il loro equivalente. Sii preparato a fare le cose seriamente e a seguire la strada ovunque ti porterà anche quando finirai in posti davvero strani.
Scrivere non è affatto la più eccitante delle professioni.
Non dire che non ti avevo avvertito.
 Alan Moore

domenica 28 aprile 2019

Warren Ellis e il... NEW BLEAK

Nel seguito la traduzione di un breve estratto da Orbital Operations, la newsletter che Warren Ellis invia via email a cadenza settimanale agli iscritti, specificatamente il messaggio del 21 Aprile scorso intitolato "Le Grand Macabre". Ah, per iscriversi andare QUI.


Warren Ellis: Il "NEW BLEAK" ("Nuovo Deprimente") è il termine con cui scherzando chiamo una cosa a cui penso da qualche anno. È uno spazio nella mia testa pieno di riferimenti, dal noir scandinavo fino al cinema dell'Europa dell'Est e altre forme sperimentali, probabilmente influenzato dall'aver visto almeno tre volte Twin Peaks: Il Ritorno e, brutta notizia per tutti, mentre trascorrerò maggio cercando di mettere insieme i pezzi per una nuova serie tv, ho intenzione di guardare l'intera filmografia di Ingmar Bergman... e altre cose che a mio parere occupano uno spazio adiacente.

È il mio hobby. Ogni due o tre giorni butto giù qualche idea su un taccuino o su un documento e tra tre o quattro anni potrebbe uscirne fuori qualcosa. Tutti abbiamo un hobby e il mio è quello di mettere a punto il più gelido e temibile storytelling a fumetti che posso.


Un grazie all'amico Antonio Solinas per la supervisione.

lunedì 28 gennaio 2019

Lee & Kirby 1972: Green Lantern, la droga, i comics

Jack Kirby e Stan Lee ad una convention negli anni '80.
Nei giorni successivi alla scomparsa di Stan Lee mi sono ritrovato a sfogliare diversi numeri del Jack Kirby Collector, storica rivista edita da TwoMorrows dedicata al Re dei comics. Così, per caso, mi sono  soffermato su un breve passaggio iniziando a tradurlo. Confesso d'essermene completamente dimenticato fino... ad oggi. Nel seguito trovate la traduzione.

Si tratta della trascrizione di un incontro tenutosi il 29 Aprile 1972 presso la Vanderbilt University, Nashville, Tennessee, in particolare alcune risposte alle domande dal pubblico dopo lo speech degli autori. Il pezzo in questione si trova a pagina 83 del The collected Jack Kirby Collector Volume One: è incentrato sui famosi albi, usciti qualche mese prima per la National - ossia la casa editrice che poi diventerà la DC Comics - di Green Lantern/Green Arrow (i numeri 85 e 86 scritti da Dennis O'Neil per i disegni di Neal Adams) che trattarono per primi il controverso tema della dipendenza dalle droghe. Buona lettura!
Che cosa pensate di fumetti come Green Lantern/Green Arrow che trattano problemi di rilevanza sociale?
JACK KIRBY: Credo che realizzare una storia su temi così seri per un comic book sia sbagliato. A causa delle intrinseche limitazioni del formato, un comic book non può fare un’analisi conclusiva di un determinato problema. Può farla in termini generali, può probabilmente trattarla marginalmente o farne menzione o forse dedicargli una parte della storia ma non potrà darne un’opinione conclusiva. Se pensassi che Green Lantern abbia realizzato qualcosa di positivo in quella direzione andrebbe benissimo. Ma penso che non hanno potuto darci tutta la storia, e probabilmente hanno lasciato fuori una parte importante del problema. Per cui sento che erano nel giusto ma non hanno capito che serviva un altro formato per farlo. Avrebbero dovuto fare un numero di Green Lantern con più pagine, un volume di 200, 250 pagine. In questo modo si potrebbe raccontare una buona storia su qualsiasi problema, una storia che avrebbe un qualche valore. Perché questi temi non sono intrattenimento, sono problemi reali. E credo che un problema dovrebbe essere descritto minuziosamente. Un comic book, per come è adesso, cerca di far del suo meglio per veicolarlo. Certamente questi albi hanno fatto un buon lavoro, per quanto hanno potuto. Ma penso che  avrebbero dovuto avere più di una sola occasione per raccontare davvero il tema. Perché è quello che uno vuole: se è un tema serio, dovresti raccontarlo in ogni dettaglio. Questa è la mia opinione su Green Lantern.

STAN LEE: Non concordo con Jack sul fatto che i comic book non siano un mezzo idoneo per trasmettere messaggi seri. Ho sempre pensato che i comics fossero una forma artistica legittima, senza alcuna differenza rispetto al cinema, la radio, televisione, romanzi, il teatro... Penso che se un argomento si può trattare in qualsiasi altro media allora può essere trattato anche con i comics. Anni fa, quando ero nell'esercito, tra le varie cose, scrissi dei fumetti su argomenti piuttosto importanti legati all'addestramento. Insegnai alle persone come manovrare un carro armato Sherman e come evitare le malattie veneree.  Argomenti davvero importanti ma usarono dei comics. Fummo in grado di trattare quei temi in modo chiaro, succinto ed estremamente efficace, usando il fumetto. Riguardo Green Lantern, credo che gli editor della National Comics e noi della Marvel abbiamo una politica editoriale completamente diversa riguardo come questo genere di cose andrebbero gestite. Concordo con Jack quando dice che i comics sono intrattenimento; è ovvio che lo siano. Il nostro scopo è intrattenere i nostri lettori come meglio possiamo. Mi piace cercare di mettere dei messaggi nelle storie. Mi piace cercare di fare la morale, predicare... ma va fatto in modo sottile, in un modo quasi subliminale. Invece alla National amano l’idea che i loro albi sia “rilevanti” ora. E da parte mia, è una mia opinione… cercano di colpire il lettore come questa “rilevanza”. Le loro copertine dicono: “Ehi tu, questo è un albo rilevante. Guarda a questo tizio con una siringa infilata nel braccio!” E potrebbero avere ragione loro ma il mio approccio va in una direzione completamente opposta.   

JACK KIRBY: Posso aggiungere soltanto un’altra considerazione? Credo che ci sia una cosa che hanno fatto nel modo giusto. Una cosa che in quegli albi hanno fatto nel modo giusto: hanno mostrato il problema. Credo che se si cerca di mostrare il problema per quello che è, l’ago nel braccio sia il solo modo per rappresentare il tema della droga, il solo modo per rappresentare quel dramma. Perché si tratta essenzialmente di quello. Non c’è un altro modo di farlo. Da questo punto di vista credo che Green Lantern sia stato perfetto. Non hanno girato intorno al problema. Ma credo che non abbiano detto abbastanza. Avrei voluto vedere una storia di Green Lantern più lunga in modo da raccontare la vera storia della droga. Se si raccontasse quella storia e la gente potesse leggerla e capire davvero di cosa si tratta, allora credo che le persone che hanno una qualche inclinazione a scivolare in questo genere di cose esiterebbero a farlo. Per cui l’ago nel braccio, penso, è un simbolo di quello che il problema è per davvero, e se è sgradevole beh, affrontiamolo, è sgradevole e dobbiamo mostrarlo così com’è. E penso che siano stati davvero onesti nel farlo e assolutamente nel giusto.

mercoledì 4 luglio 2018

Ci vuole Pazienza?

Dettaglio da un disegno di Andrea Pazienza.
Nelle scorse settimane, a trent'anni dalla prematura scomparsa, si è giustamente parlato molto - e si continuerà a parlare - di ANDREA PAZIENZA, della sua Vita & della sua Arte.

Le celebrazioni corrono intrinsecamente sempre il rischio di diventare un rito, un meccanismo che si ripete senza guizzi. L'esatto opposto, credo, di quello che Pazienza ha portato avanti e testimoniato con la sua vicenda artistica e personale.

Così, non senza una certa dose d'incoscienza, nei giorni scorsi ho buttato giù una lista di fumettisti e fumettiste (che volendo, potremmo, nella gran parte dei casi, definire come autori di "graphic novel", se l'etichetta piace), nati a partire dal 1980 in poi - e che quindi hanno "scoperto" Pazienza dopo la sua morte - e li ho contattati via email, curioso di capire quale "lascito" del Paz ci fosse nel loro modo di fare Fumetto.

Si è tratta, ovviamente, di una fumosa investigazione che rimane tuttora aperta e tale, credo, resterà.

Titolo: Ci vuole Pazienza?
Uno sguardo sul presente e sul futuro. Non sullo squisito cadavere gelido dell'Artista.
DOMANDA: In questo anno di commemorazione per i "30 anni senza", cosa è rimasto della magmatica narrazione del Paz? Cosa c'è di lui nel tuo fare fumetti?

Nel seguito potete leggere le risposte inviate da, in ordine alfabetico, Pablo Cammello, Vincenzo Filosa, Francesco Guarnaccia, Lorenzo Palloni, Emanuele Rosso e Alessandro Tota.

Ringrazio di cuore gli autori per il loro contributo e se qualcun altro volesse intervenire... beh, noi siamo qui! ;)
Dettaglio da un disegno di Andrea Pazienza.
Pablo Cammello: Pazienza è stato un autore talmente potente che la sua carcassa ce la siamo trascinata dietro per anni. E' stato presente come fantasma dietro ogni fumetto alternativo, o produzione underground, è stato il metro di paragone per ogni opera più radicale. Mi è capitato di vederne moltissimi ispirarsi a lui fino a sconfinare nel plagio. Oggi secondo me il fumetto "underground" o come lo vogliamo chiamare è riuscito ad assimilarlo conquistando una sua identità. Pazienza rimane sempre, ma è più defilato, dietro le quinte.
Per me personalmente è servito durante l'adolescenza per darmi una direzione come una stella cometa e per farmi capire che le cose potevano essere fatte anche così. Cazzo quando ho letto "Perché Pippo sembra uno sballato" su un  vecchio numero di Cannibale volevo essere come lui, una specie di Jim Morrison rockstar che fa i fumetti. Molte cose, delle sue tematiche o intenzioni me le sono portate dietro, ma penso che come autore ho realizzato presto di avere un carattere diversissimo, sia nella narrazione che nel disegno. L'ho sempre vista come una cosa positiva quest'ultima, perché non puoi battere il fuoriclasse giocando nel suo stesso campionato.

Anni fa però finii per partecipare a un concorso dove dovevo rappresentare la vita di Pazienza in una tavola. Ebbi un'idea ispirata dagli Ultimi Giorni di Pompeo e la disegnai. La giuria considerò il disegno come oltraggioso non abbastanza "positivo" come omaggio e venni escluso dalla mostra. In fondo vissi questa cosa come una medaglia al valore, perchè se persino le Istituzioni avevano rifiutato quella tavola dovevo essere su quel percorso che lui prima di me aveva tracciato. Oppure semplicemente facevo schifo io, ma queste sono cose che non potremo sapere mai.
[La tavola in questione è qui sotto, smoky ;)]

[Pablo Cammello, fumettista e illustratore milanese, è autore del webcomic Tumorama, pubblicato in volume nel 2017 da Shockdom, e di Giallo Arcobaleno (2016) edito da Passenger Press.]
Testi e disegni di Pablo Cammello.
Vincenzo Filosa: Alla fine degli anni '90 Pazienza ha cambiato il mio modo di intendere il fumetto. A distanza di vent'anni, continuo ancora a estirpare come erbaccia anche la più piccola influenza che ha sul mio lavoro. Perché Pazienza non avrebbe mai dovuto fare "scuola", soprattutto a quegli autori che come me non hanno ancora la padronanza piena di un linguaggio complesso come il fumetto. Con i suoi lavori Pazienza ti spinge sempre a giocare con il disegno, a sprigionare la creatività e a essere liberi... sono davvero in pochi quelli che davvero possono permettersi di farlo. Io giro sempre al largo quando nei dintorni c'è una ristampa di Zanardi...

[Vincenzo Filosa (Crotone, 1980) è autore di Viaggio a Tokyo (2015) e Figlio unico (2017), entrambi editi da Canicola. Tra i maggiori esperti in Italia di manga, è curatore per Coconino della collana Gegika e traduttore di maestri come Shigeru Mizuki, Yoshiharu Tsuge, Jiro Taniguchi, Tadao Tsuge. Vive e lavora a Milano.] 
Dettaglio da un disegno di Andrea Pazienza.
Francesco Guarnaccia: Quest'anno all'Arf Festival a Roma c'era una mostra di Andrea Pazienza, in occasione del trentennale della sua morte.
Una mostra di originali, una roba da farti venire la tremarella alle ginocchia.
All'ingresso della mostra di Andrea Pazienza c'è un'altra mostra, più piccola.
È proprio tra la biglietteria e la porta oltre la quale ci sono parecchie stanze piene di originali di Paz, quindi ci passi per forza.
Quella è la mia mostra. È come se avessi fatto da "gruppo spalla" ad un concerto di Andrea Pazienza, una roba da farmi venire la tremarella a tutte quante le membra.
Quello che Andrea Pazienza ha lasciato agli autori di fumetti italiani, il macigno della sua eredità, è una cosa che funziona al contrario. Per ogni autore, se sei un autore c'è una soglia che quando la  oltrepassi c'è una serie di stanze con appesi al muro tutte le opere che fanno di te un autore maturo. Per arrivare lì c'è un'anticamera. È proprio tra la biglietteria e la porta quindi ci passi per forza. Lì c'è la mostra dei tuoi gruppi spalla, quelli a cui ti sei appoggiato e da cui hai imparato per diventare l'artista che sei, e in quella stanza, per tutti quanti, ci sono un sacco di originali di Pazienza.

[Francesco Guarnaccia (Pisa, 1994), membro di Mammaiuto, ha pubblicato From Here To Eternity per Shockdom (2016), precedentemente serializzato sul sito del collettivo, e il recente Iperurania (2018) con BAO Publishing. Attualmente abita a Milano.]
Dettaglio da un disegno di Andrea Pazienza.
Lorenzo Palloni: Pazienza non è parte del mio passato, né della mia formazione.
Ho una certa fascinazione per l’estero che tengo a bada da quando ho cominciato a studiare veramente il Fumetto, ma per il me ragazzino/lettore di comics americani “Italia” voleva dire “noia”. E così anche le sue emanazioni autoriali. Semplicemente le ignoravo.
L’aver scoperto Pazienza da post-studente, pochissimi anni fa, con già in mano qualche strumento per poterlo decodificare, è stato un colpo al basso ventre: come si poteva essere così feroci e aggraziati, così spietati e profondi, tutto al tempo stesso? Come si potevano avere quelle intuizioni accecanti che ti portano ad esplodere le tavole con vignette e testi solidi come marmo? Come fottersene amabilmente di tutto ciò che ci rende civili per sfornare proiettili narrativi che frantumano borghesia e comparti sociali?
E quindi perché non poteva insegnarmi come si fa?
Negli occhi e nello stomaco mi rimangono soprattutto le storie nere di Zanardi, e quelle paradossali di Stella. Uber alles: “Giallo Scolastico”, “Cenerentola 1987” e ovviamente “Notte di carnevale”.
Leggerlo, immagino, mi ha insegnato più di quello che avrebbe potuto fare in carne ed ossa: una dose di steroidi a piena vena per qualcuno che vuole farsi i muscoli.
Se c’è qualcosa di Pazienza nel mio raccontare sono la ricerca della ferocia (ineguagliabile, la sua) l’andare oltre il limite (irraggiungibile, il suo) e l’invidia (inestinguibile, la mia).

[Lorenzo Palloni (Arezzo, 1987), membro del collettivo Mammaiuto, prolifico autore completo, disegnatore e sceneggiatore ha pubblicato diversi graphic novel e webcomics. Tra questi citiamo Mooned, Esatto e i più recenti Scary Allan Crow (insieme a Dj Aladyn; Edizioni Inkiostro, 2017) e 365 (per i disegni Paolo Castaldi; Shockdom, 2018).]
Dettaglio da un disegno di Andrea Pazienza.
Emanuele Rosso: Per me Pazienza è sempre stata una strana "bestia": ho iniziato a leggerlo tardi, negli anni dell'università, una volta sbarcato a Bologna, la "sua" città, recuperando qualche vecchio volume delle edizioni Primo Carnera nelle bancarelle dell'usato, e le prime raccolte abbinate ai quotidiani. Non posso dire che abbia influenzato in maniera diretta il mio approccio ai fumetti, ma non ho poi mai smesso, a fasi alterne, di tornarci sopra e studiarmelo con la consapevolezza maturata nel frattempo.

Ci sono almeno due cose che lo rendono "eterno", o comunque fuori dal tempo e dalle mode.

Una, più ovvia, è il segno: la naturalezza con cui traccia le linee di pennarello raccontano di un talento naturale, di un autore che non ha bisogno di abbellire, di riempire la tavola di dettagli, perché nel segno, anche in quello più "minimal", c'è già tutto quello che serve. Il segno di Pazienza è generativo, crea mondi dal nulla (come ogni segno, in realtà, ma certi segni lo sanno fare più di altri). Credo che sia uno degli obiettivi a cui tutti gli autori di fumetto dovrebbero tendere.

La seconda è la parola: non so se naturale quanto il segno, o studiata (ma conoscendo il soggetto immagino più la prima opzione), resta il fatto che ogni grande autore crea mondi anche con la parola, disegna linguaggio, grazie a neologismi, recupero di arcaismi, dialettalismi, slang giovanile, tenendo insieme lessico alto e basso, pop e trash. In questo Pazienza ha sempre avuto una marcia in più rispetto a qualsiasi altro autore italiano (l'unico che sembra portare avanti un discorso simile di questi tempi è Gipi). Pazienza è stato imitatissimo, ma se copiare il segno può essere facile, copiare la parola è difficilissimo (e forse inutile, perché niente è più personale della lingua, più ancora del segno).

Pur non essendo quindi ispirazione evidente rispetto al mio lavoro, il suo percorso artistico rimane un "exemplum". Anche perchè, parafrasando il titolo del libro-intervista che il giornalista David Lipsky ha realizzato con David Foster Wallace, non si può non finire per diventare se stessi.

[Emanuele Rosso (Udine, 1982) è autore dei graphic novel Passato, prossimo (Tunué, 2013) e Limoni. Cronache di quotidiane resistenze sentimentali (Coconino Press/Fandango, 2017). Scrive per Fumettologica e Banana Oil. Inoltre, si occupa professionalmente di fotografia e, dal 2007 al 2016, ha collaborato con Radio Città del Capo (Popolare Network) conducendo diversi programmi. Vive e lavora a Bologna.] 
Dettaglio da un disegno di Andrea Pazienza.
Alessandro Tota: Ho provato a scrivere qualcosa, ma non mi viene niente, ne ho parlato troppo in troppe sedi. L'unica cosa che davvero mi viene in mente quando penso a Pazienza è questa canzone di Lucio Battisti [link qui]. 

[Alessandro Tota (Bari, 1982), tra i fondatori della rivista Canicola, ha pubblicato Yeti (2010), Fratelli (2011), Il ladro di libri (in collaborazione con Pierre Van Hove, 2015), Charles (2016) per Coconino Press e il recente Estate per Oblomov. Vive e lavora a Parigi.]


Se ne vuoi ancora: 

venerdì 22 gennaio 2016

opinioni sul fare fumetti... [13]

1953: Ragazzini leggono Mighty Mouse, il primo comic book in 3D.
Mentre incombe l'annuale edizione del Festival di Angoulême (28-31 Gennaio) e le varie polemiche legate al Grand Prix non si placano, mi sono "permesso" di tradurre due interventi apparsi lo scorso anno scritti da due autori - per par condicio, un uomo (NOAH VAN SCIVER) e una donna (COLLEEN DORAN) - su temi (direi) di rilievo quali "come vivere facendo fumetti" e "cosa spinge a fare fumetti e/o cosa serve per farli".
In alcuni passaggi i due articoli sembrano in contrasto e presentano punti di vista diversi (in effetti è possibile che la Doran faccia proprio riferimento al post di Van Sciver ma non ne sono sicuro e non credo che, in ogni caso, sarebbe rilevante) ma comunque restano una lettura interessante e... formativa. Enjoy!
Noah Van Sciver.
Noah Van Sciver è uno dei più importanti autori dell'attuale scena indipendente americana. Di recente Coconino ha pubblicato il suo graphic novel Saint Cole. L'articolo che segue è stato pubblicato da Van Sciver, sul suo blog, il 27 Ottobre 2015.

Non c'è una scorciatoia.
di Noah Van Sciver

Ogni tanto mi scrive qualcuno per sapere come fare ad entrare nell’ “industria” dei comics. Mi mandano un link al loro webcomic oppure delle jpeg di loro lavori e mi chiedono dei consigli.
Ammetto che il mio primo pensiero è che abbiano visto i miei fumetti, pensino che facciano schifo e assumano che debba conoscere chissà quale segreto.
A volte non rispondo perché alla luce della mia esperienza molte persone in cerca di un “consiglio” non voglio sentirsi dire altro se non “ragazzo, non hai bisogno di consigli! Ma dov'eri? Sei incredibile e già il migliore! Lascia che ti dia qualche indirizzo email di contatti top secret!”

Non sapevo assolutamente quello che stavo facendo quando ho iniziato a pubblicare i miei fumetti. Semplicemente leggevo fumetti e... disegnavo fumetti. Ho disegnato un sacco di fumetti. Ma davvero un fottio di fumetti. Ad essere onesti, in 11 anni di lotte e trionfi ho capito alcune cose ed ecco i miei consigli:

1. DISEGNA FUMETTI

Dici di voler diventare un disegnatore di fumetti. Guardati! Quanto tempo passi a disegnare? Hai dei quaderni per schizzi che riempi? Sii onesto con te stesso: ti piace davvero disegnare? È qualcosa che faresti anche se dovessi abbandonare il sogno di diventare un ricco fumettista professionista?
Per mia esperienza un sacco di gente passa anni a disegnare splash page e mute scene d’azione con protagonisti uomini forzuti che combattono tra loro, oppure draghi o roba simile. Forse hanno qualche pagina di studi di personaggi che sono semplicemente la loro versione di quelli della  Marvel o della DC. Impiegano anni a riempire un portfolio per riuscire a portalo in giro per le convention e importunare così editor e disegnatori.
Nessuno di loro è sincero con se stesso riguardo le proprie capacità. Forse sei bravo a disegnare. Ma quando impieghi a disegnare le canoniche 24 pagine? Per te è una cosa estremamente difficile da fare? Se disegnare 24 pagine di una storia è troppo difficile allora non hai quello che serve. Per l'amor di Dio pensaci: se disegnare è così difficile e ti richiede così tanto tempo per quale cazzo di motivo allora pensi di voler diventare un disegnatore di fumetti professionista? Che cosa hai in testa? Se ti dessero una possibilità non sapresti cosa fartene, vero?

2. SCRIVI FUMETTI
Impara a raccontare una storia. Può essere molto difficile ma è davvero la polpa di ogni fumetto. Sono le proteine. Ci sono un sacco di fumetti senza sostanza nel mondo. Pieni di… nulla. Sii uno scrittore e comunica qualcosa attraverso i tuoi fumetti. Dopo un po’ di tempo diventerai bravo nel farlo e la gente si ricorderà di te. Il tuo lavoro verrà stimato e la gente si sentirà soddisfatta leggendo una tua opera. Questo è il tipo di fumettista a cui ambire.
Ma ricorda: probabilmente per parecchio tempo i tuoi fumetti faranno schifo. Ci vuole tempo per costruirsi un’identità artistica e trovare la propria voce. E trovare la propria voce non è qualcosa che puoi fare… andando a cercarla. Probabilmente non ti renderai neppure conto quando lo starai facendo! È una roba da pazzi. Occorre solo fare un sacco di fumetti di cui poi ti vergognerai. Ma in questo non c’è nulla di sbagliato. Perché dovrebbe importartene? Dopotutto sei convinto di voler diventare un fumettista, vero? Si tratta di un impegno a lungo termine. Disegnerai fumetti fino a quando non morirai! Sei davvero convinto di questo, no?

3. FATTI VEDERE
Tieniti pronto a viaggiare, amico. Tieniti pronto ad avere un banchetto a ogni convention o festival indipendente a cui puoi partecipare. Sii preparato a rimetterci dei soldi. Tieniti pronto a fare umilianti sessioni di firma in fumetterie in cui si farà viva una sola persona che ti starnutirà addosso. Se vuoi diventare parte di quest’ambiente, semplicemente partecipa. Inserisciti nel giro. Porta con te i fumetti che hai auto-prodotto e vendili. Incontra chiunque stia facendo quello che tu vorresti fare. Non startene a casa a disegnare pensando che a qualcuno importi quello che fai. Devi essere lì, dietro quel banchetto, a stringere mani e poi a prenderti il raffreddore e l’influenza come tutti noi.
Non c’è una scorciatoia.

4. FAI CIRCOLARE I TUOI LAVORI
Fai autoproduzione e spedisci i tuoi fumetti per essere recensiti ai blog. Vai alle convention e dai i tuoi fumetti agli autori che ammiri. Dai i tuoi fumetti agli editor.
Proponi i tuoi fumetti per antologie, postali su Facebook, Tumblr e in tutti i vari social che ormai spuntano come funghi. FALLO! Diffondi i tuoi lavori più che puoi.

5. TROVATI UN IDOLO
Ovviamente il mio idolo è sempre stato Robert Crumb. Ho iniziato a stampare i miei fumetti quando lavoravo in un negozio di bagel. Ero un solitario. Avevo abbandonato il college e non avevo alcuna prospettiva. Ma volle il fato che mi imbattessi nel film Crumb dopo aver praticamente noleggiato ogni cosa disponibile dal locale Blockbuster. E visto il film non l'ho mai più restituito.
Al lavoro ho iniziato a sognare ad occhi aperti di diventare un fumettista underground. Ho letto tutto quello che trovavo di e su Crumb. Mi ha dato la carica. Mi ha influenzato profondamente e mi ha dato una educazione artistica completamente nuova. Grazie a Crumb ho scoperto Kurtzman, Jack Davis, Will Elder e le pubblicazioni della Fantagraphics. Grazie ai libri Fantagraphics ho scoperto il mondo del Fumetto alternativo! È stato l'inizio di qualcosa di fondamentale per la mia vita. Adoravo l'idea di vendere alla gente i miei fumetti per strada, come aveva fatto Crumb, e riuscire a pubblicare sulle riviste underground (o sulle fanzine, come le chiamavamo ai miei tempi).
L’influenza di Crumb mi ha davvero fatto da guida come artista. All’inizio fotocopiavo i miei albetti, li piegavo, pinzavo e andavo nella 13th avenue a Denver (una lunga strada piena di negozi) e li lasciavo sui davanzali delle vetrine affianco ai flyer pubblicitari delle band. Il mio unico scopo, al tempo, era quello di farmi conoscere in ogni modo, non importava come. Mi ricordo ancora la prima email che ho ricevuto su uno dei miei fumetti. Un ragazzo mi scriveva per dirmi che aveva trovato uno dei miei albi inzuppato fradicio - una mattina dopo un temporale -  attaccato al porticato di casa. La cosa mi rese felicissimo.
Credo che avere un idolo, come ho fatto io, possa aiutare ad andare avanti. Pensi “voglio diventare come lui. Come ci è riuscito?” e, se tutto va bene, questo ti darà una spinta che non si esaurirà.

6. LA DURA VERITÀ
È stato già detto milioni di volte da ogni autore, me incluso. Ma lo dirò di nuovo.
Questa non è una carriera. John Porcellino una volta mi disse che ogni autore di fumetti “professionista” ha un segreto di qualche tipo. Ad esempio i nonni sono morti e hanno lasciato loro un’eredità, oppure il partner ha un ottimo lavoro e li sostiene.
Il Fumetto è un piccola, piccola forma d’Arte rivolta a un pubblico davvero ridotto.
Dici che vuoi campare facendo solo fumetti? Scordatelo.
Nonostante questo vuoi ancora fare fumetti? Lo farai?
Congratulazioni! Sei un vero fumettista! Benvenuto!

[L'articolo originale, in Inglese, può essere letto qui]
Colleen Doran.
Colleen Doran, autrice da noi nota soprattutto per i disegni di alcuni episodi di Sandman e le collaborazioni con Warren Ellis (nonché per la autobiografia di Stan Lee di prossima pubblicazione in Italia) scriveva, l'8 Novembre 2015, quando segue:

SI PUÒ VIVERE FACENDO FUMETTI?
di Colleen Doran

Ho letto un pezzo in cui si affermava che nessuno riesce a vivere facendo fumetti e che la maggior parte delle persone fanno un altro lavoro oppure hanno un coniuge o altre risorse finanziare a sostenerli. E ho pensato, beh sai che ti dico, probabilmente è vero ma lo stesso discorso vale per qualsiasi altra attività artistica, no?

Neppure la maggior parte dei musicisti & attori lavorano continuativamente nel loro ambito artistico. È difficile vivere d’Arte. Personalmente ci sono riuscita e va abbastanza bene ma si sta sempre sulle montagne russe.

Se uno dice che è un anno difficile, la gente gongola. Se dici che è un buon anno, la gente si lamenta che te la stai tirando. Sembra che le persone dell’ambiente del Fumetto abbiano soltanto due tipi di atteggiamenti: schadenfreude e invidia.

Nelle annate buone ci si prepara per quelle cattive. In quelle cattive si spera che la ruota giri e che arrivino quelle buone. Negli anni buoni si saldano i debiti contratti in quelli cattivi. E così si va avanti.

Attualmente i miei compensi sono abbastanza alti: ammettiamo che questo spinga alcuni a odiarmi ma ci saranno altri per cui questa notizia sarà una fonte di speranza.

È possibile vivere facendo Fumetti. E vivere bene. Se si ha da offrire qualcosa che la gente desidera comprare.

Qualcuno starà digrignando i denti per la rabbia nel sapere che per me non è stato un brutto anno, perché ognuno ha la propria lista di artisti non meritevoli d’avere successo. È una cosa davvero triste perché è il pubblico pagante che fa quella scelta, non loro.

E sebbene sia vero che raramente un autore di fumetti è in grado di vivere di questo mestiere, dal 1986 ad oggi, ho avuto soltanto un anno in cui non sia riuscita a farlo.

Ci sono molte persone che affermano che un autore, un artista che non riesce a sostenersi con le proprie opere non è un vero artista. Ma nessuno dice che non sei un “vero” cassiere di banca se il tuo partner ti aiuta ad andare avanti, no?

Ridurre la questione artista-guadagno ad un binario “bianco o nero” è deleterio. Se i tuoi lavori non ti stanno rendendo ricco sfondato la gente penserà che fanno schifo. Se i tuoi lavori ti stanno rendendo ricco sfondato allora devi essere un venduto. E se non sei ricco, dovresti abbandonare l'ambito artistico e trovarti un vero lavoro.

Le persone diventano molto permalose quando si parla del loro status e valore nell'ambiente del Fumetto; furiose quando non vengono considerate dei professionisti se non hanno pubblicazioni o reddito a supporto di questa loro rivendicazione; si irritano quando non ottengono spazi alle convention o non viene chiesto loro di intervenire agli incontri col pubblico; diventano livide quando non vengono invitate ai party, alle cene per poter frequentare gli autori di prima fascia.

Nessuno dice che tu non sia un autore quando non ti invitano a parlare ad un incontro. Semplicemente non sei stato invitato a parlare ad un incontro.

Non importa quello che fai o quanti soldi riesci a fare con la tua Arte, ci sarà sempre qualcuno a cui “non andrà bene”. Per cui fai Arte comunque.

È possibile vivere facendo fumetti. Non è molto probabile ma nel caso non ci riuscissi questo non fa di te un cattivo fumettista. Per cui... fai fumetti.

Il trucco, se non riesci a vivere facendo soltanto fumetti, è riuscire a trovare un modo per finanziare i tuoi lavori.

Non essere un artista professionista a tempo pieno non significa che non sei un artista. Non significa che non sei in gamba. Puoi essere un ottimo "dilettante". Puoi essere un ottimo semi-professionista.

Continua a fare Arte perché è quello che vuoi fare. E se arrivano i soldi, ottimo. Perché vivere bene (e io ci sono riuscita) facendo quello che si ama è davvero meraviglioso.

E ti auguro che succeda anche a te.

Buona fortuna.
[L'articolo originale, in Inglese, può essere letto qui]

giovedì 8 ottobre 2015

opinioni sul fare fumetti... [12]

Schulz e i suoi Peanuts.
Dev'essere l'autunno che porta polemiche. Restando alle recentissime, ma senza entrare nel merito, ricordo, in Italia, la questione - al momento ancora irrisolta nei dettagli - legata agli accrediti autori per la prossima Lucca (qui un po' di storico della vicenda) e sempre in tema eventi e convention, la querelle USA sulle firme a pagamento (!) sugli albi o volumi (qui qualche passaggio per meglio "capire").
Disegni: Frank Miller; colori: Alex Sinclair.
Ma a noi piace stare sul pezzo: il 5 Ottobre la DC Comics ha ufficializzato la copertina realizza da Frank Miller per il mini-albo allegato al primo numero della terza saga del Cavaliere Oscuro, Dark Knight III: The Master Race, in uscita a Novembre. Potete ammirare sopra la copertina in questione. 
Ebbene, parrebbe che in giro - soprattutto sul Facebook e affini - i commenti non siano stati particolarmente teneri. Così come veementi paiono alcune dichiarazioni "a difesa" dell'operato del creatore di Sin City e Ronin. Ecco cosa scrive, sul suo profilo Facebook, Rob Liefeld: "LASCIATE STARE FRANK MILLER! Voi che lo attaccate per la sua copertina di Dark Knight 3 siete delle persone orribili e vi dirò perché. 1) Frank ha quasi 60 anni e ha molto meno tempo di fronte a sé per disegnare di quanto ne abbia alle sue spalle. Ogni singola cosa che condivide con noi dovrebbe essere apprezzata per lo meno come un altro contributo all'epico lascito della sua opera. Forse i suoi disegni non sono così raffinati come lo erano in passato ma non lo erano neppure quelli di Jack Kirby o di Joe Kubert nell'ultimo periodo della loro vita ma io ho festeggiato per ogni nuovo lavoro da loro prodotto. Quando vedo un nuovo disegno di Frank Miller sono ELETTRIZZATO perché.... 2) Negli ultimi anni Frank ha avuto problemi di salute. Non è stato molto bene ma foto recenti lo ritraggono più forte e meno fragile e il fatto che stia producendo nuovi lavori, QUALSIASI essi siano, dovrebbe essere festeggiato! Di nuovo, sono felicissimo che stia condividendo i suoi talenti con noi, a prescindere dal risultato. Frank Miller ha fatto per l’industria dei comics molto più di quello che voi vi sognerete mai di fare e perché non vi fermate prima di scagliare pietre contro i suoi disegni a pensare se i vostri risultati potranno mai confrontarsi con le sue opere pluripremiate e celebrate. DAREDEVIL. ELEKTRA. RONIN. DARK KNIGHT. YEAR ONE. BORN AGAIN. SIN CITY. 300. Miller ci ha dato il suo meglio, ha contribuito alla crescita dei comics come forma d’arte e come industria e gli siamo grati che continui a condividere con noi l’evoluzione del suo leggendario talento.

Frank Miller ha cambiato il tono e il tenore dell’industria dei comics. Forse in questo esatto momento voi siete capaci di disegnare delle anatomie più precise ma - fatemi essere estremamente chiaro - non potrete mai avvicinarvi al livello di maestria di uno storyteller come Frank Miller. Come scrittore, come disegnatore, come architetto della tavola, i suoi layout, il suo segno, il ritmo, l’atmosfera sono senza eguali. Se sputare giudizi e critiche volgari vi fa sentire un millimetro più alti, vi garantisco che non potrete mai e poi mai essere nel novero dei grandi di tutti tempi a cui Frank è destinato. Apprezzate gli sforzi e i contributi di questa leggenda vivente e smettetela con i vostri stupidi commenti e giudizi pieni d’odio.
"
Disegni: Frank Miller.
Ma è probabilmente Kurt Busiek a centrare meglio il problema, virando su aspetti più artistici: "[...] Frank parla da anni del potere “primitivo” dei supereroi, del loro maggior impatto durante la Golden Age quando erano rozzi, senza orpelli.
[...] Li disegna in modo da comunicare questa sua idea di potere grezzo e incontaminato, non come li disegnavano Neal [Adams] o Curt [Swan] o chiunque altro.
[Il suo Superman] è potente, minaccioso, un po’ Eastwood fuori di testa, con i pugni di Kirby e un cazzo ben in evidenza. Non si tratta di un errore, non si tratta di mancanza di controllo.
È una stilizzazione, una caricatura... è Frank che ci mostra una versione di Superman che non è elegante e piacevole da vedere."
Il Cortile nell'adattamento a fumetti di Antony Johnston per i disegni di J. Burrows.
Restando nell'ambito della creatività e dell'approccio di un autore alle sue creazioni e al suo lavoro, riporto un estratto di un testo pubblicato sul suo sito, l'11 Settembre scorso, dallo sceneggiatore inglese Antony Johnston, noto in Italia (principalmente) per gli adattamenti a fumetti di alcuni racconti e testi di Alan Moore tra cui Il cortile.
Il post s'intitola SUL FUMETTO, LA SERIALITÀ, IL SUCCESSO E IL FALLIMENTO e può essere letto nella sua interezza qui.
"[…] Sono ben consapevole di non scrivere serie di mega-successo con vendite da blockbuster. I miei fumetti sono spesso strani, complicati, ambigui, oscuri, di nicchia, definiteli come vi pare. Solitamente non sono “per tutti”.
[…] Ovviamente mi piacerebbe avere un maggior numero di lettori, a chi non piacerebbe? Ma non a costo di sacrificare il mio modo di lavorare o i miei gusti.

Perché c’è una cosa. Anzi, beh, sono due.
Primo: Scrivo il genere di libri che mi piacerebbe leggere. Io scrivo per me.
Ecco perché mi fa molto piacere che ci siano persone che apprezzano quello che scrivo, perché scrivo per me stesso e non ho idea se qualcun altro sarà interessato a quello che voglio raccontare. E se lo sono, è bellissimo. Se non lo sono - per via dell’argomento trattato, dei personaggi, del mio stile o perché loro pensano che sia una serie stupida – va malissimo perché non cambierò di certo per il loro piacere.

Si tratta del mio lavoro. Del mio nome in copertina. Nessuno può dire un cazzo.


Secondo: Il fallimento è il risultato atteso da tutti i comics.
Un po’ come accade in televisione, la chiusura o la cancellazione di una serie regolare di fumetti è il risultato finale standard.


E sapete una cosa? Nessuna delle chiusure o dei fallimenti precedenti ha mai condizionato la decisione, da parte di chi doveva, di farmi pubblicare un altro progetto. Perché  quelli di noi che lavorano davvero nel mondo dei fumetti – e io ormai sono in questo giro da 15 anni (!) – capiscono bene che la cancellazione è un fatto normale. Sappiamo bene che ci sono ottimi fumetti che non riescono a trovare il loro pubblico, accade continuamente. È la vita, ragazzi.

[…] Per cui sto concentrato sul lavoro. Cerco di fare il meglio che posso, con i collaboratori migliori e più interessanti, e mi piace pensare che il mio pubblico sia composto di persone intelligenti a cui piace leggere quel genere di storie.
Perché questo è davvero l’unica cosa che posso fare. 

Tutto il resto non posso controllarlo. E francamente, sono troppo vecchio e non mi frega un accidente delle cose al di là del mio controllo. […]
Il Grande Male, opera di David B. citata da Barbieri nel suo pezzo su Fumettologica.
Intanto su Fumettologica, Daniele Barbieri, noto semiologo e studioso di Fumetto, si domanda: "il romanzo fa davvero bene al fumetto?" E aggiunge: "È solo una domanda, che voglio porre, senza avanzare risposte definite, che non possiedo. Ma è una domanda che si può raffinare. Per esempio, la dominanza del genere autobiografico nel fumetto, o in generale di approfondimento interiore dei personaggi, non è forse un omaggio o un adeguamento a una tendenza analoga e vincente nell’universo del romanzo, a partire da quello che ci è stato insegnato a scuola? Siamo di nuovo nel campo della strabordanza dell’io. Ce n’è bisogno anche nel fumetto? [...]"
Vi invito a leggere l'articolo completo (qui).
Interrogarsi e mettersi in gioco: anche il Fumetto, ormai adulto, lo deve fare.

giovedì 24 settembre 2015

opinioni sul fare fumetti... [11]

Supperheroes, disegno di Alex Ross realizzato all'età di 4 anni, nel 1974.
Il 9 Settembre Joe Madureria lanciava la sua campagna Kickstarter per un videogioco basato su Battle Chasers, serie a fumetti che godette grande successo negli anni '90 seppur interrotta dopo soli 9 numeri (pubblicati nel corso di 4 anni!).
La richiesta era di 500mila dollari (mica pizza e fichi!)... raccolti in sole 72 ore! Mentre scriviamo, il crowdfunding, che si chiuderà il 10 di Ottobre, ha superato la cifra di 670mila dollari (con oltre 11mila "backers") e, udite udite, oltre alla realizzazione del videogioco in questione vedrà la pubblicazione, solo in digitale (parrebbe), di ben tre numeri della serie originale che chiuderanno la storia rimasta in sospeso da oltre un decennio.
Ah, il potere del "fare colletta" ai tempi di Internet!
Copertina del N.9 di Battle Chasers.
Dai videogiochi legati ai fumetti alle riflessioni sui cine-comics.
Il 27 agosto scorso sulla sua pagina Facebook, Erik Larsen tra i fondatori della Image e autore di Savage Dragon - saga partita nel lontano 1992 che ha raggiunto e superato il numero 200 - scriveva: "La gente continua a chiedermi 'quando uscirà il film di Savage Dragon?' ma onestamente non ho alcuna fretta di vederne uno. La gente sembra dimenticarsi che per ogni Iron Man e Avengers ci sono decine di film come i Fantastici Quattro, Spawn, Elektra, Catwoman e Howard the Duck. Film che macchiano per sempre un personaggio e uccidono un franchise.

Ho il pieno controllo del fumetto di Savage Dragon: posso farci tutto quello che voglio. Nel caso di un film quel controllo svanirebbe. E per sempre la voce che le persone sentiranno quando Savage Dragon aprirà la bocca non sarà la voce che io sento ma quella dell'attore che lo interpreterà. Smetterebbe di essere mio e diventerebbe di qualcun altro."
Per un attimo... immaginiamo Bruce Willis nei panni di Savage Dragon!
Sempre Larsen e sempre su Facebook, il 15 Settembre: "Il mio consiglio per chiunque voglia entrare nel mondo dei fumetti è di farli. Inizia semplicemente a sfornarne. Mettili online.

Se sei "solo uno sceneggiatore" allora scrivi una manciata di albi, mese dopo mese. Crea dei personaggi oppure fai solamente finta di scrivere quei cazzo di X-Men.
Scrivi sceneggiature complete. E mettile online ogni lunedì. Produci. Sii attivo.

Se sei un disegnatore: improvvisa. Ma produci!
Molto è legato al capire "come posso fare?". Perciò... provaci. Dici d'avere un sacco d'idee? Fammi vedere. E con "fammi vedere" intendo "NON far vedere a ME". Intendo mostralo a te stesso... dimostralo a te stesso.

Non importa se nessuno vedrà i tuoi fumetti. Postali su Facebook se devi. Postali dappertutto. Crea un blog. Non si tratta d'essere visti... si tratta di prendere il ritmo. È un esercizio per vedere se sei in grado di farlo.

Dobbiamo tutti navigare nella merda prima di raccogliere i frutti. Ci sono difetti da sistemare e non succederà guardando la TV.

Ho scritto e disegnato circa 70 fumetti completi, alcuni più lunghi di 100 pagine, prima di arrivare alla pubblicazione. Quando è successo ero già un veterano. È stato di grande aiuto.

Ogni volta che ho realizzato un fumetto ho iniziato chiedendomi "come diavolo posso FARE? È impossibile!" Questa sensazione non va mai via.
Devi soltanto... FARE.
"
Copertina di Savage Dragon N. 206 (2015).
A proposito di fumetti su Internet, magari gratis, recupero un testo di David Lloyd, datato Luglio 2014, probabilmente ancora attuale. Ricordiamo che Lloyd - noto in tutto il mondo come il co-creatore e disegnatore di V for Vendetta - è l'"anima" del progetto di comics digitali Aces Weekly.
"Aces Weekly, ad esempio, offre fumetti di prima qualità di oltre 20 pagine per meno di una sterlina a settimana: nel mondo in cui viviamo in cui tutto è costoso verrebbe giudicato da molti come un furto. Parrebbe che molte persone si chiedano perché non siano completamente gratuiti come gran parte degli altri fumetti disponibili in Rete, e sono restii all'idea quasi per principio!

Molti di voi su Deviantart vogliono realizzare dei fumetti, o lo stanno già facendo, e forse mostrate i vostri lavori sul vostro blog o su un sito per... nulla. Intrattenete i vostri lettori in cambio di nulla.
Pensateci due volte, se fate così. Date valore al vostro lavoro. E se credete in quello che sto cercando di fare con
Aces Weekly sosteneteci in modo da riuscire alla fine dei nostri sforzi a garantire entrate stabili per i fumetti "onscreen": ne potrete beneficiare anche voi, ora o in futuro. State a sentire un autore. NOI autori, dopotutto, siamo la SOLA parte essenziale per la realizzazione dei fumetti."
Aces Weekly.
Chiudiamo con l'Italia, tornando a parlare dell'ottima rubrica La formazione del fumettista curata da Matteo Bussola per Vibrisse, conclusasi (pare) lo scorso luglio dopo ben 34 "testimonianze", tutte assolutamente da leggere.
Riportiamo un estratto dal contributo scritto da Claudia “Nuke” Razzoli che... conferma quanto affermato sopra da Erik Larsen!
"[...] decisi che non avrei più sottoposto un solo fumetto a un solo editore, che non mi sarei mai più impegnata per fare qualcosa di giusto, corretto, bello, che corrispondesse a determinate regole e che avrei scritto e disegnato seguendo una sola regola: cosa avrei voluto leggere io. Rifeci quel fumetto (incompleto, immaturo, pieno di vignette di cui oggi mi vergogno) e me lo autoprodussi, accorgendomi poi che era esattamente la stessa cosa che facevo quando volevo fare la ballerina, o l’attrice, o quando riempivo i banchi e i libri di scuola di fumetti inizio-svolgimento-fine. Di quando volevo fare la scrittrice e scrissi un (orribile) romanzo lungo un quaderno intero.
Lo facevo.
Non è che ci provavo. Lo facevo e basta, com’era era.
E facendolo, e continuando a farlo, miglioravo, cambiavo, sperimentavo (stavolta per davvero, non per giustificare una tassa scolastica).
La staticità di tutti quei lunghi anni improvvisamente trasformata in azione.
Il collegamento era stato così difficile da fare solo perché era troppo palese: l’unico modo per imparare a fare fumetti è farli.
"

See you later, alligators!

Dennis the Menace: "Una cosa che ho imparato nella vita è che i fumetti non sono mai abbastanza!"

lunedì 2 marzo 2015

opinioni sul fare fumetti... [10]

Disegni di Gilbert Hernandez.
Qualche tempo fa, su Facebook, Massimiliano De Giovanni, sceneggiatore e storico componente dei Kappa Boys parlava del grande Luigi Bernardi - scrittore, saggista, editor e molto altro - la cui prematura scomparsa nel 2013 ha lasciato un vuoto difficilmente colmabile. Scriveva De Giovanni: Forse i più giovani lettori di manga non conosceranno Luigi Bernardi.
Eppure la sua impronta nel mondo del fumetto (e non solo quello giapponese) in Italia costituisce una di quelle pietre miliari che ogni vero appassionato dovrebbe conoscere.
[...] Fondando la storica Granata Press (insieme a Roberto Ghiddi e Luca Boschi), Luigi ha dato il via alla fine degli Anni Ottanta all'arrivo 'cosciente' dei manga in Italia.
È stato il nostro primo editore, e noi siamo stati il suo primo staff editoriale (manga-e-non).
In Granata Press ci siamo arrivati da fanziner, e collaborando ai primi mensili italiani di fumetto giapponese abbiamo imparato a muovere i primi passi nell'ambiente dell'editoria professionale.
[...] Luigi ha insegnato il mestiere – oltre che a noi – a praticamente tutti i principali esponenti dell'attuale editoria italiana, e questo ha generato a sua volta altre case editrici che si sono occupate di fumetti di ogni genere e nazionalità.
Grazie a lui, il fumetto in Italia è uscito dai soliti schemi della pubblicazione seriale in edicola, dando spazio ad autori nuovi e valorizzando nuovi aspetti di autori affermati.
[...] Per inquadrare il suo pensiero in merito, basti leggere la seguente risposta data lo scorso agosto 2014 a Keiko Ichiguchi, che lo ha intervistato per il suo libro sulla storia del manga in Italia di prossima pubblicazione:
• Keiko Ichiguchi: I manga sono ancora considerati nettamente separati dai fumetti occidentali. Quali sono le ragioni di questo fenomeno?
• Luigi Berardi: Non so se ve ne siete accorti, ma per tutta l’intervista non ho usato una volta solta la parola manga. Ho sempre parlato di fumetti o di fumetti giapponesi. Questo perché ritengo sia un errore separare la produzione giapponese da quella del resto del mondo. (…) Continuare a tenerle entro gli steccati formali di certe denominazioni vuol dire condannarli all’asfissia. Per cui "sempre viva i fumetti", da qualunque parte del mondo essi provengano, Giappone compreso.

Viva i fumetti! E viva Luigi Bernardi il Grande!!!
La copertina di Nova Express N.1, storica rivista ideata da Luigi Bernardi.
Nel Dicembre scorso, su Salon.com, Grant Morrison rispondeva alle domande poste dall'intervistatore su The Multiversity, recente progetto targato DC Comics elaborato dallo sceneggiatore scozzese e proposto in Italia da RW Edizioni.
Ho molto apprezzato il fatto che il primo albo di The Multiversity è pieno di personaggi di colore, da supereroi e politici neri a divinità aborigene fino a geek omosessuali.  Perché l'hai fatto? C'è qualche relazione con i supereroi "super-bianchi" che hanno fatto il salto dai fumetti al cinema e alla televisione?
Grant Morrison: A essere sinceri, è successo tutto in maniera naturale, non è stato qualcosa che ho fatto di proposito. Alcuni personaggi li avevo creati per Final Crisis mentre altri erano nuovi ma tutti sono stati utilizzati per interpretare un ruolo specifico nella storia e soltanto dopo aver finito di scrivere il primo numero mi sono reso conto che in quel gruppo di supereroi del multiverso, campioni della giustizia, non c'era un solo personaggio bianco ed eterosessuale.
Io vivo in un mondo definito dalla diversità di colore della pelle, di orientamento sessuale e d'opinione. Credo sia importante riflettere l'influenza di quel mondo nella mia "arte". Per pura casualità di nascita sono quello che sono - un tizio bianco di mezza età, ovviamente in via di decadimento, proveniente dalla Scozia occidentale - per cui non mi sognerei mai di farmi portavoce di una qualche minoranza o gruppo. Non sto cercando di esprimere un'opinione politica ma credo che sia importante rappresentare nei comics un mondo che sia il più vicino possibile a quello nel quale mi trovo a vivere. E fondamentalmente mi identifico in tutti quelli che si sono sempre sentiti degli outsider. Non ho la tendenza a dividere il mondo per colori, religione o sessualità: nel mio semplice universo binario ci sono i Buoni e ci sono i Coglioni totali.

L'intervista si è poi spostata, prevedibilmente, su altri temi...
Non hai ancora ricevuto una chiamata da Hollywood?
Grant Morrison: Da circa 10 anni guadagno delle belle cifre lavorando per Hollywood. Io e Kristan [la moglie di Morrison, N.d.T.] abbiamo persino comprato un appartamento appena fuori Sunset Strip perché amiamo così tanto quel posto che trascorriamo lì quattro mesi all'anno.
Ho scritto - e sono stato pagato per questo - tre sceneggiature cinematografiche e ho fatto da consulente per la Warner Bros. sui loro film di supereroi per due anni, insieme a Geoff Johns e Marv Wolfman. Sto scrivendo ora un'altra sceneggiatura e poi ci sono le cose per la TV [...]. Comunque, fino a quando uno di questi film non si concretizzerà, dilettarmi con cinema e televisione è per me soltanto un hobby redditizio. Facendo fumetti, devo scrivere storie ogni giorno, sapendo che verranno pubblicate senza giri infiniti di annotazioni e riscritture e verranno letti dai fan a distanza di qualche mese dalla loro creazione... I comics saranno sempre il mio primo amore.
[L'intervista completa può essere letta qui, in Inglese]
Una tavola tratta da Multiversity N.1. Testi di G. Morrison.
Da Morrison a un altro sceneggiatore di successo, Brian Michael Bendis, tra gli "architetti" del Marvel Universe contemporaneo, che agli inizi di Febbraio ha annunciato il rinnovo del contratto in esclusiva con l'editore di X-Men e Spider-Man. In proposito Bendis ha dichiarato: “Ci sono state alcune voci sul fatto che avrei lasciato i fumetti a causa di altre cose eccitanti che stanno succedendo nella mia vita [il riferimento è alla serie Powers il cui adattamento televisivo andrà in onda in USA su PlayStation Network il 10 Marzo prossimo; qui il trailer, N.d.T.] ma voglio che tutti sappiano che non succederà. So che a volte quando le persone fanno qualcosa in altri media tendono ad abbandonare i fumetti. Ma questo è esattamente l'opposto dei miei obiettivi di vita. 
Voglio portare la gente a scoprire i comics così che possano vedere l'originale, meravigliosa magia che noi dobbiamo offrire ogni settimana."
[L'articolo completo può essere letto qui, in Inglese]
Uncanny X-Men N.1, versione Marvel Now. Testi di Brian M. Bendis.
Lewis LaRosa è uno dei disegnatori di maggior talento e qualità nei comics odierni, attualmente impegnato sul rinato cosmo Valiant. Di recente ha incontrato alcuni studenti raccontando la sua esperienza di disegnatore professionista freelance, cogliendo l'occasione per dispensare qualche consiglio: nel seguito ne riporto tre.

Mettiti alla prova, varia le tue fonti d'ispirazione e impara da tutti, anche se non fossero esattamente di tuo gusto.

Non tirar via, fai sempre il massimo in ogni lavoro. È meglio fare qualcosa di prima qualità ed essere in ritardo piuttosto che qualcosa di mediocre rispettando la scadenza.

L'ispirazione o la motivazione non sono necessarie. È tutta una questione di disciplina.
[Il resoconto completo dell'incontro può essere letto qui, in Inglese]
Illustrazione di Lewis LaRosa per Bloodshot.
L'autore e disegnatore australiano Ben Templesmith, ben noto anche in Italia per le sue collaborazioni - tra le tante - con Warren Ellis e Steve Niles, ha visto finanziato su Kickstarter, nel giro di un solo giorno (!), il proprio progetto di adattamento a fumetti di Dagon, celeberrimo racconto di H. P. Lovecraft. Mentre scrivo il funding, che scade il 12 Marzo prossimo, ha superato la cifra di 110mila dollari USA su un obiettivo iniziale di 14mila!
In una mail, inviata per promuovere il Kickstarter, Templesmith scriveva:
Kickstarter ha cambiato tutto per me, nel senso che non ho più bisogno di cercare finanziamenti esterni e cedere una parte dei miei diritti in quanto autore. È davvero la cosa più potente al mondo. Preferisco di gran lunga sporcarmi le mani e vendere direttamente al consumatore, avere da lui un riscontro, pubblicizzare e spingere il mio prodotto piuttosto che essere una piccola voce tra le tante in un enorme catalogo perché non mi interessa. C’è un tempo per questo, un mercato secondario, in cui le economie della distribuzione hanno una dinamica totalmente differente, un diverso livello di rischio e, in ultima analisi, di controllo da parte dell’autore. Ma attraverso operazioni online come quelle di Kickstarter e una personale strategia di marketing, possiamo realizzare degli oggetti che non hanno bisogno di quel genere di investimenti e numeri. Possiamo realizzare prodotti esclusivi, dell’ordine di qualche centinaio. Prodotti speciali per voi. Ti consiglio di dare un’occhiata ai tanti progetti su Kickstarter, non solo al mio. Troverai voci uniche e persone esperte che cercano una nuova libertà creativa perché… tu dai loro la possibilità di farlo.
E per finire, ritorniamo in Italia, con Ratigher, autore e ideatore del metodo primaomai con le sue Ragazzine (recentemente reso disponibile in download gratuito: qui) nonché sceneggiatore di un prossimo Dylan Dog. Sul suo blog elencava alcune considerazioni sulla sua esperienza.
[...] Qualsiasi contenuto che debba essere "blindato" per essere venduto su internet è la negazione di internet. Il mio piccolissimo contributo per rendere la rete un luogo migliore e proficuo è quello di  abbracciarne solo i lati positivi, e le qualità che si attivano condividendo contenuti gratuitamente sono proprio quelle che fanno di questo strumento una "macchina ammazza ignoranza".
 

4 - Nello specifico de Le Ragazzine, l'unica maniera per rendere eternamente leggibile questo libro era l'ebook gratuito. Con il metodo primaomai ho sacrificato la possibilità di monetizzare nel tempo per prendere un bel bottino subito. Ma, se l'incremento che dico al punto 1 si confermerà, c'è il rischio che del prossimo libro io ne venda 5000 di copie. A quel punto, con tutti quei bei soldi farei una festa in piscina con open bar, e vi inviterei tutti.
Questo è il piano: Ricchi, ubriachi e fumetti gratis. 

[Il post completo può essere letto qui]
Illustrazione di Ratigher.
See you soon, alligators!