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martedì 13 aprile 2021

Alan Moore 2020: Intervista - Seconda Parte

Alan Moore visto da Maicol&Mirco
Nel seguito potete leggere la Seconda Parte della traduzione dell'intervista INTEGRALE ad Alan Moore precedentemente apparsa in versione ridotta sul n. 116 di Scuola di Fumetto.
L'intervista originale, a cura di Peter Moerenhout, è stata pubblicata nel giugno 2020 sulla rivista belga Stripgids n.7. Le risposte di Moore sono state ricevute da Peter a gennaio 2020.
 
 
Nota: i ritratti mooriani a corredo di quest'articolo fanno parte della mia fumosa collezione. Un sentito grazie a tutti gli artisti che negli anni hanno contribuito a questa raccolta. Potete vedere la gallery, completa o quasi, QUI e QUI.
Alan Moore visto da Eleonora Antonioni
Peter Moerenhout: 7. Restando in tema: posso capire che tu non senta il bisogno d'essere “compreso” completamente o di assecondare i lettori quando lavori, in solitaria, ad un romanzo come Jerusalem. Ma The Show è qualcosa di completamente diverso. Ho letto che è stato finanziato dal British Film Institute, dalla National Lottery e da Lipsync ed è, di certo, un lavoro di squadra. Si tratta di un processo collaborativo: qual è il tuo approccio?
Alan Moore: Tra gli elementi che hanno plasmato la scrittura di The Show c'è stata la consapevolezza che un lungometraggio è qualcosa di completamente diverso da un corto. Paradossalmente con un corto puoi dilungarti quanto vuoi, ci sono un sacco di occasioni per indugiare in sequenze d'atmosfera e cose simili. Inoltre, l'estetica consolidata di un cortometraggio indipendente permette d'essere più sperimentali e ambigui nella narrazione e si può fare un maggior uso delle coincidenze e della casualità.
Per un lungometraggio, la scelta è stata quella di affidarmi a una modalità di narrazione molto precisa e veloce che cercasse la massima lucidità e restasse nei limiti delle due ore permesse dal nostro budget. Non è stato affatto un impedimento e penso che il risultato di queste limitazioni sia una godibilissima pellicola commerciale che mantiene lo stesso livello di stranezza degli Show Pieces dando la sensazione che le due ore del film passino piuttosto velocemente.
Hai perfettamente ragione riguardo il processo collaborativo: in ambito cinematografico è piuttosto diverso da quanto avviene nei fumetti. Quando faccio fumetti mi confronto fondamentalmente con un solo altro collaboratore e, una volta che ho finito di impostare le tavole con le relative vignette e di scrivere i dialoghi, ho un'idea piuttosto precisa di come saranno le pagine nella versione finale e come sarà l'esperienza di lettura. Sebbene non mi descriverei come un maniaco del controllo va detto che questa metodologia di lavoro è, come minimo, facilmente controllabile.
Quando si lavora ad un film ci sono così tante persone che contribuiscono all'opera con il loro talento che una simile previsione di quello che succederà non è né appropriata né possibile. Credo che sia più utile pensare a una sceneggiatura cinematografica come alla planimetria e prospetto per un nuovo edificio, in cui fai del tuo meglio per presentare un progetto funzionale ed elegante e, accettando le considerazioni pratiche e i contributi dei tuoi collaboratori, il risultato sarà sempre una specie di sorpresa, una costruzione spesso migliore di quella che avresti potuto concepire da solo.
Un'altra grande differenza è che quando finisco un fumetto non ricevo uno splendido abito e delle scarpe realizzate appositamente per me: ecco un altro dei tanti vergognosi difetti e barbarie del mondo dei comics.

8. In un’intervista hai dichiarato che il film potrebbe portare a una serie televisiva. Ci sono novità in questo senso?
Ho abbozzato una scaletta provvisoria per una serie composta da cinque stagioni da sei episodi ciascuna e poi ho concentrato il tutto in una sintetica presentazione di 400 parole davvero ben scritta, ma questo è tutto per il momento. Ci sono dei soddisfacenti archi narrativi per tutti i personaggi e abbiamo cercato di fare in modo che in The Show non ci fossero personaggi minori e che tutti gli attori fossero diretti con l’indicazione di recitare come se l’intero film li ponesse al centro. D’altra parte è così che ognuno di noi agisce nella vita reale, siamo noi i protagonisti... per cui credo che ci siamo imbattuti in una nuova e fantasiosa forma di realismo.
Riguardo la serie tv, tutta la storia è completa e sapevamo sin dall’inizio del progetto, circa una decina d’anni fa, quale sarebbe stata la scena finale dell’ultimo episodio. Credo che quello che stiamo proponendo sia qualcosa di creativamente coeso e innovativo, ma forse dovremo aspettare l’uscita del film perché la gente possa capirne il potenziale.
 
9. Hai completato la sceneggiatura per The Show cinque anni fa. Anche La tempesta devi averlo finito di scrivere da parecchio. A cosa hai lavorato nel frattempo? Che cosa ci riserva il futuro?
Ho concluso l’ultimo numero de La tempesta, e con esso la mia carriera fumettistica, approssimativamente due giorni prima di iniziare quella di attore idolo delle donne e quattro giorni prima di cominciare quella di pensionato che se ne va in giro trascinando i piedi. Detto ciò, lo scorso anno ho speso un po’ di tempo a lavorare con Kevin a del materiale extra per l’edizione in volume de La tempesta, pubblicato da poco, incluso correzioni di bozze e simili. Come già menzionato, ho scritto una dettagliata, seppur provvisoria, scaletta per la serie televisiva di The Show e ho avuto numerosi confronti con Mitch riguardo i progressi del film.
L’anno scorso sembra anche che abbia scritto una quantità inusuale di introduzioni e postfazioni: c’è stato un eccellente libro, di prossima uscita, su Oscar Wilde e l’anarchia; una nuova e affascinante biografia sul mercuriale Malcolm McLaren; un’introduzione per la prima antologia realizzata dal gruppo di scrittura del nostro Hope Centre, il locale centro di assistenza per senzatetto ed emarginati di Northampton; una postfazione, di cui sono molto fiero, per il catalogo delle recente mostra su William Blake che si è tenuta alla Tate Gallery e... probabilmente ho dimenticato qualcos’altro.
Riguardo le opere di narrativa, sono stato molto contento di scrivere un racconto, direi un po’ lunghetto, per il rilancio autorizzato di PS Publishing della New Worlds di Michael Moorcock: è la mia rivista preferita di sempre e sin da ragazzo ho sognato di poter scrivere per loro. La storia che ho ideato, che si sviluppa nel primo femto-secondo dell’Universo, si intitola The Improbably Complex High-Energy State. Successivamente, ho scritto un testo di lunghezza simile per il prossimo numero della rivista del Northampton Arts Lab, che sarà un antologico dedicato alla fantascienza: si intitola Location, Location, Location e parla dello scottante problema di quale luogo sceglierà Gesù per andare a vivere a Bedford quando ritornerà sulla Terra dopo l’imminente e certa apocalisse. Un altro racconto, a cui sto lavorando, We Plough the Stars and Scatter, è un racconto fantascientifico ambientato (ancora, mi hai beccato!) nel Northamptonshire, nella Repubblica di Gran Fatturazione del 2062. Ho incontrato Tony Bennett, l’editore di Knockabout, per discutere del completamento e della pubblicazione del volume The Moon & Serpent Bumper Book of Magic, ma il progetto probabilmente più importante è l’opera dedicata a John Dee che avevo precedentemente abbandonato ma su cui ho ripreso a lavorare, questa volta in collaborazione con l’eccellente musicista Howard Gray. Ho scritto un altro dei brevi intermezzi che punteggiano il racconto, un dialogo operistico tra il mago morente e la figlia fedele Katherine. Ho fatto alcune apparizioni pubbliche, per lo più nella mia città natale, e ho girato dei brevi video per diverse cause a cui tengo, tra queste uno per Extinction Rebellion. E, ovviamente, ho rilasciato un considerevole numero di interviste.
Alan Moore visto da Massimo Giacon
10. Ho sempre considerato le storie (alcune) come un modo per migliorare il mondo. Tu hai scelto un approccio più diretto, combattendo le ingiustizie sociali a Northampton o supportando iniziative a favore dei meno fortunati. Non molto tempo fa hai incitato le persone a votare per il partito laburista, il minore tra due mali. Sei coinvolto in progetti analoghi al momento?

Considerando l'attuale stato d'emergenza in cui versa Northampton, si tratta sempre meno di istanze sociali o di azione politica ma piuttosto del contributo di ognuno, giorno per  giorno. Ovviamente metterò a disposizione le mie energie e il mio nome per qualsiasi causa meritoria, ogni volta che mi sarà possibile, ma al momento dobbiamo concentrarci su cose del quotidiano come rifornire il banco alimentare e tenere aperti i centri sociali e le biblioteche.
L'aspetto più rassicurante è vedere che chiunque abbia ancora un po' di cuore che batte nel petto sta cercando di fare qualcosa per tenere vivo un minimo di umanità. Le donne che lavorano in una caffetteria nel centro di Northampton, in cui vado di tanto in tanto, hanno deciso, di propria iniziativa, di dare gratuitamente caffè e porridge ad alcuni senzatetto del posto. L'ultima volta che ci sono andato erano al telefono con uno dei centri di accoglienza per senza dimora per poter fornire lo stesso supporto alle persone del centro e mi sono offerto di aiutarle per quanto potessi.
C'è un momento per prendere posizione e parlare pubblicamente su temi globali – e di fatto, di questi tempi accade ogni giorno – ma c'è anche un momento in cui occorre guardare le rovine causate da quegli stessi problemi planetari che vengono trascinate fino alla tua strada, sull'uscio di casa. L'attivismo politico sta diventando sempre più parte del quotidiano, come lavare i piatti o portare fuori i bidoni della differenziata, e personalmente credo sia soltanto una buona cosa.
Dobbiamo capire che il peso di questo momento storico ricade esattamente su di noi, come individui, e dobbiamo gestire questo peso, per quanto possibile, con la dovuta calma ed efficienza. Oggi, più che mai, il globale e il locale sono la stessa cosa, e riparare l'uno implica riparare l'altro.

11. Alcune persone dicono che gli scrittori dovrebbero essere responsabili per le loro opere. Dovrebbero scrivere cose che rendono il mondo un posto migliore o che diano al lettore la possibilità di crescere come persone. (Le opere di un simile scrittore sarebbero ovviamente legate alla sua visione del mondo). Essere responsabile potrebbe voler dire semplicemente scrivere per intrattenere. Qual è la tua opinione in merito?
Penso che la responsabilità sia una delle chiavi più importanti della condizione umana, sia come individui che come specie. Credo che il termine “responsabilità di” spesso equivalga a “potere su”: se ci assumiamo la responsabilità della nostra vita e delle nostre azioni possiamo scoprire che finalmente abbiamo potere sulle nostre vite e azioni. Se ci assumiamo la responsabilità del mondo e del contesto in cui viviamo, possiamo scoprire che abbiamo maggior potere sul mondo e un agire più efficace in quel contesto.
Tutto questo è particolarmente vero per l'Arte. Credo che gli artisti abbiamo una responsabilità verso il mondo e aggiungerei che - sebbene ogni opera d'arte si sforzi d'essere, quanto più possibile, attraente e piacevole - se l'obiettivo di un artista è nient'altro che il semplice intrattenimento allora siamo ben lontani da questa responsabilità.
Questo non significa che un artista stia facendo qualcosa di sbagliato – è sempre meglio intrattenere la gente piuttosto che mentire, avvelenarla o derubarla – ma semplicemente che, come artista, è possibile fare delle cose straordinariamente giuste. L'Arte, nelle sue molteplici forme, è l'inarrestabile motore che ha guidato le idee e, di conseguenza, la cultura dell'umanità attraverso la Storia.
Credo che oggi gli artisti dovrebbero assumersi la responsabilità del mondo così come è diventato e darci delle visioni illuminanti che possano curarne il cuore malato. Se non sono in grado di farlo dovrebbero, per lo meno, cercare di non contribuire alla cultura di un intrattenimento soporifero e d'evasione in cui, usando le parole di Neil Postman, “ci divertiamo da morire” e ce ne stiamo ad armeggiare sui nostri dispositivi mentre l'Australia brucia.

12. Negli ultimi dieci anni ogni volta che hai aperto bocca per parlare di cultura o temi sociali, alcuni hanno cercato in ogni modo di dipingerti come un eremita arrabbiato. Ovviamente lo fanno per fare più click o per vendere più copie e agendo in questo modo non fanno che confermare quello che tu dici su cultura e società. Le persone vengono travolte da titoli simili ogni giorno nella frenesia del sensazionalismo. Sappiamo tutti che c'è in ballo molto di più. Non si tratta solo di cultura ma del nostro stesso modo di vivere che avrebbe bisogno di un miglioramento. Alcuni pensano che l'umanità e la cultura siano oramai condannate e hanno smesso di fare qualcosa per invertire la rotta. Mi rendo conto che sia un compito arduo ma dal momento che hai interpretato Dio in The Show (sebbene una versione piuttosto scarmigliata, divago) e che in diverse occasioni hai espresso le tue opinioni sulle vicende del mondo, credo ti possa chiedere: cosa pensi della situazione mondiale? Possiamo essere salvati? Come?
Credo che una delle funzioni del supereroe sia da compensatore di codardia, una immagine potenziata di sé per persone che, nella vita reale, non hanno mai preso una decisione giusta che avrebbe potuto causargli delle conseguenze dirette, persone che evitano qualsiasi battaglia in cui non hanno un enorme vantaggio strategico come essere  nati sullo sventurato pianeta Krypton o possedere una pistola nascosta.
Quello che sto dicendo è che una parte dei lettori di fumetti sono dei perfetti, comuni rappresentanti della classe media e non vogliono avere problemi. Sono stati allevati con cura in abitazioni in cui espressioni come “sindacato”, “sciopero”, “crumiro” e “solidarietà tra lavoratori” non facevano parte del vocabolario e si sentono titolati a godere del loro intrattenimento passivo senza alcun conflitto etico.
Di certo non vogliono sentirsi complici del più grande furto nei confronti di una singola persona in tutta la storia dell'umanità – mi riferisco a qualcosa come trenta miliardi di dollari rubati a Jack Kirby – mentre sono in coda per vedere l'ultimo film degli Avengers.
Dopotutto è molto più semplice liquidare chiunque sollevi simili questioni come un rabbioso relitto piuttosto che affrontarle per davvero o pensare alla complicità di ciascuno. L'aspetto divertente di questa storia, davvero pigra dal punto di vista etico, dell' “eremita arrabbiato” è che probabilmente è una delle ragioni per cui non esco più di casa.
Riguardo l'attuale situazione del mondo, ricordo che durante la preoccupante ascesa della destra religiosa e fondamentalista negli anni '80 pensavo che probabilmente si trattasse di una convulsione da panico originata dal fatto che la religione era oramai in declino da qualche secolo, le sue certezze avevano subito dei colpi mortali dai progressi della cosmologia e della paleontologia: l'idea di Dio stava evaporando portando con sé la visione del mondo di molte persone e il pilastro fondante della loro identità.
Erano in uno stato di negazione, rancorosa e atterrita, rispetto a come percepivano l'inevitabile sviluppo dei tempi e così insistevano affinché la complessità del mondo venisse di nuovo racchiusa in termini semplici che fossero in grado di comprendere.
Lo stesso dicasi per la virulenta crescita del nazionalismo di estrema destra negli anni '80 e '90: quelle persone sentivano che le nuove tecnologie di comunicazione, tra gli altri fattori, stavano rendendo i confini nazionali obsoleti e sempre meno rilevanti; stavamo andando verso un mondo transnazionale e poiché la nazionalità era il cardine della loro identità, in qualche modo cercavano di resistere a questa tendenza con delle esplosioni di violenza razzista. Dopo tutto, una delle poche cose su cui i reazionari possono fare affidamento con successo è sulla reazione. Personalmente incomincio a vedere molte similitudini tra questi due esempi e la situazione attuale.
È evidente che ci stiamo avvicinando a un fondamentale cambio di paradigma nello sviluppo della civiltà umana, il terzo, secondo i futurologi Alvin e Heidi Toffler.
Alan Moore visto da Jacen Burrows
Il primo di questi cambi di paradigma o “ondate”, secondo i Toffler, è avvenuto con la scoperta dell'agricoltura che modificò ogni aspetto della vita umana e pose le basi per la nascita delle grandi civiltà.
La seconda ondata avvenne alla fine del XV secolo con l'avvento della stampa e l'inizio dell'industria. Ancora una volta, questo cambio di paradigma, nato dall'inarrestabile incedere della Storia, cambiò il mondo, anche se, mentre questo avveniva, era difficile che le persone se ne rendessero conto.
La Guerra Civile americana, ad esempio, combattuta nominalmente per principi morali e per mettere fine alla schiavitù, può essere vista, in retrospettiva, come l'ideologia del Nord industriale che rimpiazza quella del Sud agricolo, spinta solamente dalle inarrestabili correnti della Storia. Lo stesso si potrebbe dire per la Rivoluzione Russa, occorsa circa cinquant'anni dopo, con la visione del lavoro industriale da parte dei bolscevichi che travolge il feudalesimo agricolo del regime zarista. Ancora una volta una istituzione monolitica che era rimasta in piedi per centinaia di anni era stata spazzata via quando aveva tentato di restare immobile di fronte all'impeto dello sviluppo tecnologico.
La terza ondata, il terzo massiccio e dirompente cambio di paradigma, sta avvenendo ora, col capitalismo industriale che va in crisi a causa delle pressioni di una nuova era per la quale non abbiamo ancora un valido nome ma che possiamo solamente etichettare, senza comprenderla, come “post-industriale”.
Credo che i sostenitori della destra non sarebbero così brutalmente aggressivi se non fossero così terrorizzati, per le stesse precise ragioni che terrorizzavano i fondamentalisti degli anni '80 e i nazionalisti di estrema destra degli anni '90: possono sentire il terreno, il mondo e la visione su cui hanno basato le loro preziose identità, mancargli sotto i piedi come la sabbia risucchiata dalla bassa marea.
Qualcosa di strano e nuovo è in arrivo, e la risposta dei conservatori è sempre quella di ritirarsi in una sorta di caustica nostalgia, una richiesta di ritorno a un’epoca più semplice e luminosa in cui erano più giovani e c’erano meno immigrati. Ho la sensazione che questa gente sia dalla parte sbagliata della Storia e anche se, quasi sicuramente, causeranno un’incredibile quantità di disastri inutili prima di mollare la presa, alla fine spariranno come è accaduto per i cacciatori-raccoglitori della preistoria o col Vecchio Sud. L’unico elemento che complica enormemente questa prognosi è l’attuale situazione ambientale perché probabilmente non avremo il lusso di poter attendere l’evolvere degli eventi come per i primi agricoltori o i primi industriali. Ognuno di noi deve cercare di cambiare e adattarsi a questo scenario in rapida evoluzione, prestare maggiore attenzione ai legami che ci uniscono, e lavorare sodo, facendo tutto il possibile per costruire un futuro che significhi un pianeta vivibile per noi, i nostri figli e i nostri nipoti. A chi si è arreso in preda allo sconforto per la propria impotenza, dico che questo è il modo più sicuro per garantire che si realizzino le catastrofi che temono e la responsabilità sarà tanto loro quanto di chi le perpetra. E se alla fine dovessimo soccombere di fronte a questo tsunami di nazisti dall’improbabile capigliatura almeno l’avremo fatto da autentici esseri umani capaci di distinguere il bene dal male e di tenere la propria posizione.

Voglio però chiarire una questione nella categoria di “cose che salveranno il mondo” e riguarda un’immagine di Glicone, la mia divinità personale, che sta girando su internet con la scritta "Glicone ci salverà". Non per rovinare la festa a qualcuno ma no, non lo farà. Come potrebbe farlo? È soltanto il pupazzo usato da un ventriloquo del I secolo. Non è Mighty Mouse! Al massimo possiamo sperare che, meditando con intelligenza sul complesso di simboli che rappresenta, Glicone potrebbe semplicemente considerare di donarci la saggezza necessaria per... salvarci da soli.

    E con questo si è fatta mezzanotte e sono pronto per una tazza di rigenerante Lemsip e un paio di sigarettine per svagarmi un po' prima di andare a letto.
Spero che le risposte sopra siano adatte al tuo scopo e che tu e i tuoi cari possiate passare un buon anno.
Cordiali saluti,
Alan
 
 
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mercoledì 16 dicembre 2020

Ecco, l'eroe ha partorito una calzamaglia

A seguire, un interessante articolo, firmato dal sempre acuto Giuseppe Pili, apparso sulla solita Ultrazine nel gennaio 2002: un ripescaggio che, nonostante il tempo che passa, mantiene una certa lucidità di analisi e visione. 
Buona lettura!
Ecco, l'eroe ha partorito una calzamaglia
di Giuseppe Pili
 
Fine anni 30. Nasce il super-eroe classico dei fumetti statunitensi, quello in calzamaglia - per intenderci - di Joe Simon, Bill Everett, Jack Kirby. Le storie sono formulate sullo schema del "Cosa succederebbe se…" un essere forte come l'acciaio si precipitasse in soccorso di un treno deragliato, sventasse una rapina etc., con mille variazioni sul tema. L'infrazione delle comuni leggi fisiche provoca stupore e meraviglia. Nei primi '60 la dimensione fantastica è norma per il lettore, e gli autori prendono ad esplorare gli aspetti psicologici del personaggio. Con Stan Lee emergono i problemi connessi all'anormalità dell'eroe: potere e aberrazioni psichiche e corporee, potere e responsabilità. Vengono alla luce i primi dubbi esistenziali, e nel giro di un decennio (in piena New Age) la generazione dei vari Thomas, Gerber, Wolfman, sposta il terreno dello scontro: i problemi non sono più di natura estrinseca (criminalità, invasioni aliene), ma riguardano i delicati meccanismi della società stessa (il razzismo, la droga, il femminismo). Quindi la fase del ripiegamento. L'eroe non si confronta più con la società civile, ma vive all'interno e per la comunità dei super-esseri, una comunità che si nutre di se stessa e fa costantemente autoanalisi (Claremont). Seconda metà degli anni 80: si assiste all'esplosione di un linguaggio adulto, che abbandona avventura e sentimento per sperimentare il realismo disincantato (Moore) e l'hard-boiled (Miller). L'etica si dissolve in modo definitivo nel cinismo, che presto diventa di maniera. Connessa ad una massiccia strategia di marketing che vede gli editori all'assalto del pubblico più giovane, i '90 propongono la brutale esasperazione del corporeo: l'estetica delle enormi e ipertrofiche masse muscolari. Prevale il dinamismo dell'azione (Liefeld, McFarlane) e il racconto viene relegato in secondo piano a favore dell'impatto visivo.

Sembra si sia giunti al capolinea, e la crisi che agita il settore pare confermarlo: il fumetto super-eroistico sta accusando una forte contrazione d'interesse e le fumetterie sono sommerse da valanghe di albi invenduti. Perché?
La risposta più comune è che gli eroi in calzamaglia sono ridicoli. E le storie di personaggi ridicoli che pretendono di essere drammatiche diventano automaticamente cretine. Per loro non c'è più futuro.
Certo, ognuno sospende l'incredulità in base alla capienza della propria immaginazione, tuttavia mi sembra un giudizio eccessivamente liquidatorio. Al lettore abituale la calzamaglia non provoca disturbi da "scarso realismo", forse perché ne ha compreso la vera natura: è un prerequisito, la password per accedere ad una specifica dimensione narrativa. Non ci fa più caso.
Ma se il lettore abituale riesce ad ammettere che esista un "problema calzamaglia", non ammette che si dubiti del personaggio che la indossa. Il vero problema si pone quando sotto la calzamaglia non c'è niente. Allora - ne conviene anche il lettore più acritico - il fumetto di super-eroi diventa cretino. 
SIMBOLO, PRINCIPIO, MODELLO
Tuttavia la calzamaglia è l'elemento chiave dell'ascesa e del declino del super-eroe. Quell'esplosione di colori, mutande, stivali, mantelli e lettere dell'alfabeto è la forma iconica - immediatamente percepibile - di ciò che rappresenta. La calzamaglia racchiude e sintetizza l'uomo che la indossa. E' il suo carattere e la sua ideologia, è una dichiarazione d'intenti, è il suo proclama. Quando l'uomo normale indossa il suo proclama, egli è automaticamente simbolo.
Il lettore disincantato pare averlo dimenticato, ma tutto all'interno di una vignetta è simbolo. Ogni elemento, reso indispensabile dall'astuta sapienza dello sceneggiatore e del disegnatore, è un concetto trasformato in grafismo. Ai fumetti americani non viene perdonato di utilizzare simboli troppo palesi, troppo schietti, di rendere immediatamente comprensibile ciò che un autore europeo s'affanna a mascherare nel tentativo di lusingare l'ego del lettore "maturo". L'autore europeo gioca di chiaroscuri (il colore è per i bambini), non si cura più di distinguere somaticamente i personaggi, elide passaggi-chiave, occulta l'azione principale tra cento simboli nella stessa vignetta. Se paragoniamo la narrazione ad un racconto orale, è come se il narratore di storie "mature" biascicasse le frasi, omettesse dettagli, tossisse durante passaggi importanti, si dimenticasse di distinguere il soggetto dall'oggetto, abbassasse il tono della voce a livelli non percepibili. Fra i suoi ascoltatori chi non s'annoia rimane spiazzato. E in caso di spiazzamento - si sa - chi non capisce spesso grida al capolavoro. L'autore europeo delega i significati al lettore, interprete della narrazione: alla resa dei conti l'essenza della narrazione è la stessa dei colleghi americani (la struttura della fabula: situazione in equilibrio - rottura dell'equilibrio - ripristino dell'equilibrio), ma con un surplus di fatica da parte del destinatario.

Torniamo all'icona. Quando un personaggio non espone al lettore la propria dichiarazione d'intenti, esso rimane un simbolo ambiguo. E' un significante che può significare tutto e niente, non è modello né principio. Nel terrore di risultare didascalici e didattici come gli americani, gli autori europei non trasmettono significati precisi, non danno lezioni né affermano. Omettendo significati precisi distruggono la caratterizzazione, quindi il personaggio stesso.
Quando narriamo una vicenda con più attori cerchiamo di specificare ai nostri interlocutori chi agisce mediante il suo nome o la sua qualità (il soprannome): "il cinico", "la vamp", "il bruto". Se noi utilizziamo il soprannome, chi ci ascolta afferra al volo l'essenza dell'individuo - il simbolo - e mescola questi principi in una sorta di calderone chimico, in cui le reazioni si attengono a precise regole fissate dai presupposti dell'esperimento e dalle finalità della dimostrazione. Il gusto del nostro interlocutore risiede nel fatto che egli "anticipa" la narrazione facendo reagire gli elementi secondo le leggi della sua chimica: è gratificato quando prevede il risultato, è divertito quando avviene una reazione imprevista ma verosimile. Ma è irritato quando scopre le soluzioni narrative incongrue, ossia le reazioni chimiche gratuite che derivano da mescolanze improbabili.
Se noi utilizziamo il nome e non il soprannome (leggi: quando noi rendiamo ambiguo il soggetto) facciamo sì che l'attore non sia simbolo ma significante polisenso. A quel punto la narrazione perde i connotati di esperimento chimico e diventa un guazzabuglio di elementi in cui il risultato finale è casuale, non previsto né prevedibile. E quando l'arte non dà forma al reale, quando non trasferisce informazioni sul modo in cui le cose avvengono, diventa superflua. Questa operazione artistica può suscitare un bagliore di curiosità, ma nel tempo ci lascia del tutto indifferenti.

Nel fumetto di super-eroi l'ambiguità di senso è ridotta al minimo. I simboli si aggirano per le tavole in tutta la loro nudità e - non abbiamo paura a dirlo - ingenuità. Cosa c'è di più iconico de "La Torcia Umana contro l'Uomo Ghiaccio"? E se i due elementi si scontrano con Tornado? E se interviene Valanga? Fuoco, Acqua, Aria, Terra, questi sono gli elementi con cui il pensiero degli Alchimisti scompone e decodifica il mondo. Imparare a ragionare per simboli è il primo, difficilissimo passo che l'iniziato deve compiere per poter accedere a qualsiasi scuola esoterica. A ognuno trarre le proprie conclusioni sul valore delle cose apparentemente semplici.
Dal punto di vista dell'arte, il rischio è che i simboli nudi diventino cliché logori e consunti, e valanghe di albi seriali ne sono la riprova. Oppure che l'esperimento utilizzi sempre gli stessi principi in una routine meccanica priva di vitalità. Trascendere il "meccanico" è compito dell'artista con la "A" maiuscola, il quale - quando è veramente tale - rivitalizza il principio/simbolo/mito eterno rendendolo ancora una volta attuale. 
VALORI, ETICA, SCISSIONE
Se guardiamo alle origini ci accorgiamo che il super-eroe non era super solamente nei suoi attributi fisici: lo era anche in quanto modello di etica sociale. Garante dei diritti dei più deboli, della legge della comunità, della vita e (discutibilmente) della proprietà.
Il super-eroe aveva smesso d'essere portatore di valori già al termine dei '60, e questo è stato l'inizio della sua fine. I "nevrotici" autori del '68, che hanno vissuto un momento di confusione e disorientamento, hanno scisso l'eroe dalla calzamaglia, l'uomo dal simbolo, il nome dal soprannome, l'individuo dal mito. A loro pareva che la calzamaglia reclamasse un'esistenza indipendente dall'uomo che la indossava. Ma in quelle storie profonde e intense questo era ancora un rapporto drammatico. La scissione ebbe effetti realmente deleteri quando il rapporto tra i due elementi smise di essere dialettico e problematico e diventò cliché, cioè dagli anni 80 in poi.
(Del resto, Watchmen e il Cavaliere Oscuro hanno potuto smembrare un linguaggio perché era ormai ridotto a cliché. Questi capolavori in realtà sono una fase interlocutoria "avulsa" dal filone supereroistico. La calzamaglia qui è un divertimento colto: le storie sono dei "Cosa succederebbe se…" un film di genere venisse interpretato da personaggi in calzamaglia...)

Alla fine degli anni '80 Miller e Moore hanno deflagrato con enorme risonanza, provocando il ripiegamento degli autori seriali su un atteggiamento tipo "quello che c'era da scrivere è stato già scritto". La freddezza, il dubbio, l'indifferenza, il cinismo, il macabro, il grand-guignol dei mille finali proposti dalle storie seguenti (scritte da pessimi cloni) sono riusciti ad intrattenere la nostra mente ma non sono più riusciti a scaldare il nostro cuore.
Al culmine della scissione si è giunti con lo "stile Image" dei '90, che non si curava più di stabilire un rapporto tra uomo e costume. Ormai la calzamaglia andava in giro da sola.
Ma è possibile per un lettore immedesimarsi negli eroi di Liefeld, culturisti decerebrati, senza provare solitudine e angoscia, confusione e inutilità?
Per quanto cerchiamo di apparire adulti, disincantati e cinici, per quanto critichiamo la semplicità e l'ingenuità di certi messaggi, il nostro inconscio cerca nell'arte un'ispirazione e un insegnamento, velato o palese. Quando l'arte smette di fare da modello per essere vuoto simulacro, ci sentiamo persi, alla deriva.
A tutt'oggi, per l'autore di fumetti di super-eroi non si tratta di eliminare i significati a cui i lettori disincantati sembrano refrattari (la tirata moralistica, il culto dei valori comunitari), si tratta di proporre nel modo giusto i valori meno legati ad una cultura particolaristica (nello spazio) o alla moda del momento (nel tempo). Si tratta di trascendere gli interessi nazionalistici e globalizzare i valori umani fondamentali, perché un lettore del futuro possa rispecchiarsi nei sentimenti e nelle azioni di un eroe del presente.
Come sempre, occorre andar oltre l'apparenza e riuscire a percepire l'essenza.
FUTURO O PASSATO REMOTO?
Astro City è un fulgido esempio di narrazione super-eroistica post-Image. Kurt Busiek ci ha mostrato che in realtà attraverso un racconto di super-eroi è possibile parlare di tutto. Naturalmente è fondamentale il modo in cui lo si fa. Fondamentale è il linguaggio utilizzato. Fondamentale è la definizione del contorno sociale in cui si muove il super-eroe e la caratterizzazione dei personaggi secondari. Il racconto può ancora funzionare se si esplora il contrasto tra super-eroe e uomo della strada, tra azione super-eroica e comuni azioni umane, tra l'etica del super-uomo, fallace ma salda, e l'umana fragilità delle nostre scelte. In Busiek, che si ispira al meglio della Silver Age, il rapporto tra eroe e calzamaglia smette d'essere gratuito e torna ad essere problematico. Ritornando problematico per l'autore (e non solo per l'editore) il fumetto di super-eroi smette di tendere oltre ogni limite la sospensione d'incredulità del lettore.
Ciò detto, non sono sicuro che scrivere ottime storie di super-eroi possa risolvere la crisi del settore. Le cause sono tante e complesse. Quello che è certo è che gli eroi mascherati sono sempre esistiti e grande è la fame di modelli a cui i lettori desiderano ispirarsi. Il realismo non è un problema, se si presta attenzione alla sostanza del racconto. Dopo un po' la calzamaglia tende a passare in secondo piano per far emergere il personaggio.

E' un luogo comune dire che dopo Miller e Moore il super-eroe è definitivamente tramontato e che non ci sia più niente da dire a riguardo. Loro hanno descritto l'ipotetica Fine dell'Era dei Super-Eroi. Trattandosi di Fumetto, una dimensione in cui le cui coordinate temporali si dilatano all'infinito, questo termine potrebbe non arrivare mai. Lo stesso Moore con Tom Strong ci ha mostrato che in questo "Grande Frattempo", teso tra una Golden Age e una Final Age puramente ipotetiche, ci sono ancora infinite storie da raccontare. 
 
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sabato 12 settembre 2020

recensioni in 4 parole [85]

Mad Max, Kenshiro. Forse.
Tracce di vita eterna.
Tener gli occhi aperti!
Magnus per sempre. Mito!
*********
Abbiamo detto 4 parole su:
Wonder Woman: Terra Morta N.1
di Daniel Warren Johnson (testi e disegni)
Editore: Panini Comics
Formato: spillato, 48 pagine, colore
Prezzo: € 6,90
Anno di pubblicazione: 2020
Per qualche parola in più: QUI

Jack Kirby: The Epic Life of the King of Comics (in English)
di Tom Scioli (testi e disegni)
Editore: Penguin Random House
Formato: cartonato, 208 pagine, colore
Prezzo: $ 28.99
Anno di pubblicazione: 2020
Per qualche parola in più: QUI (in English)
  
Dylan Dog n. 408 - Scrutando nell'abisso
di Gigi Simeoni (soggetto e sceneggiatura), Marco Soldi (disegni)
Copertina: Gigi Cavenago
Editore: SBE
Formato: brossurato, 96 pagine, b/n
Prezzo: € 3,90
Anno di pubblicazione: 2020
Per qualche parola in più: QUI 

Linus n.9 (Settembre 2020)
di AA.VV.
Editore: Baldini+Castoldi - La nave di Teseo
Formato: brossurato, 120 pagine, colore (numero dedicato a Magnus)
Prezzo: € 6
Anno di pubblicazione: 2020
Per qualche parola in più: QUI

lunedì 28 gennaio 2019

Lee & Kirby 1972: Green Lantern, la droga, i comics

Jack Kirby e Stan Lee ad una convention negli anni '80.
Nei giorni successivi alla scomparsa di Stan Lee mi sono ritrovato a sfogliare diversi numeri del Jack Kirby Collector, storica rivista edita da TwoMorrows dedicata al Re dei comics. Così, per caso, mi sono  soffermato su un breve passaggio iniziando a tradurlo. Confesso d'essermene completamente dimenticato fino... ad oggi. Nel seguito trovate la traduzione.

Si tratta della trascrizione di un incontro tenutosi il 29 Aprile 1972 presso la Vanderbilt University, Nashville, Tennessee, in particolare alcune risposte alle domande dal pubblico dopo lo speech degli autori. Il pezzo in questione si trova a pagina 83 del The collected Jack Kirby Collector Volume One: è incentrato sui famosi albi, usciti qualche mese prima per la National - ossia la casa editrice che poi diventerà la DC Comics - di Green Lantern/Green Arrow (i numeri 85 e 86 scritti da Dennis O'Neil per i disegni di Neal Adams) che trattarono per primi il controverso tema della dipendenza dalle droghe. Buona lettura!
Che cosa pensate di fumetti come Green Lantern/Green Arrow che trattano problemi di rilevanza sociale?
JACK KIRBY: Credo che realizzare una storia su temi così seri per un comic book sia sbagliato. A causa delle intrinseche limitazioni del formato, un comic book non può fare un’analisi conclusiva di un determinato problema. Può farla in termini generali, può probabilmente trattarla marginalmente o farne menzione o forse dedicargli una parte della storia ma non potrà darne un’opinione conclusiva. Se pensassi che Green Lantern abbia realizzato qualcosa di positivo in quella direzione andrebbe benissimo. Ma penso che non hanno potuto darci tutta la storia, e probabilmente hanno lasciato fuori una parte importante del problema. Per cui sento che erano nel giusto ma non hanno capito che serviva un altro formato per farlo. Avrebbero dovuto fare un numero di Green Lantern con più pagine, un volume di 200, 250 pagine. In questo modo si potrebbe raccontare una buona storia su qualsiasi problema, una storia che avrebbe un qualche valore. Perché questi temi non sono intrattenimento, sono problemi reali. E credo che un problema dovrebbe essere descritto minuziosamente. Un comic book, per come è adesso, cerca di far del suo meglio per veicolarlo. Certamente questi albi hanno fatto un buon lavoro, per quanto hanno potuto. Ma penso che  avrebbero dovuto avere più di una sola occasione per raccontare davvero il tema. Perché è quello che uno vuole: se è un tema serio, dovresti raccontarlo in ogni dettaglio. Questa è la mia opinione su Green Lantern.

STAN LEE: Non concordo con Jack sul fatto che i comic book non siano un mezzo idoneo per trasmettere messaggi seri. Ho sempre pensato che i comics fossero una forma artistica legittima, senza alcuna differenza rispetto al cinema, la radio, televisione, romanzi, il teatro... Penso che se un argomento si può trattare in qualsiasi altro media allora può essere trattato anche con i comics. Anni fa, quando ero nell'esercito, tra le varie cose, scrissi dei fumetti su argomenti piuttosto importanti legati all'addestramento. Insegnai alle persone come manovrare un carro armato Sherman e come evitare le malattie veneree.  Argomenti davvero importanti ma usarono dei comics. Fummo in grado di trattare quei temi in modo chiaro, succinto ed estremamente efficace, usando il fumetto. Riguardo Green Lantern, credo che gli editor della National Comics e noi della Marvel abbiamo una politica editoriale completamente diversa riguardo come questo genere di cose andrebbero gestite. Concordo con Jack quando dice che i comics sono intrattenimento; è ovvio che lo siano. Il nostro scopo è intrattenere i nostri lettori come meglio possiamo. Mi piace cercare di mettere dei messaggi nelle storie. Mi piace cercare di fare la morale, predicare... ma va fatto in modo sottile, in un modo quasi subliminale. Invece alla National amano l’idea che i loro albi sia “rilevanti” ora. E da parte mia, è una mia opinione… cercano di colpire il lettore come questa “rilevanza”. Le loro copertine dicono: “Ehi tu, questo è un albo rilevante. Guarda a questo tizio con una siringa infilata nel braccio!” E potrebbero avere ragione loro ma il mio approccio va in una direzione completamente opposta.   

JACK KIRBY: Posso aggiungere soltanto un’altra considerazione? Credo che ci sia una cosa che hanno fatto nel modo giusto. Una cosa che in quegli albi hanno fatto nel modo giusto: hanno mostrato il problema. Credo che se si cerca di mostrare il problema per quello che è, l’ago nel braccio sia il solo modo per rappresentare il tema della droga, il solo modo per rappresentare quel dramma. Perché si tratta essenzialmente di quello. Non c’è un altro modo di farlo. Da questo punto di vista credo che Green Lantern sia stato perfetto. Non hanno girato intorno al problema. Ma credo che non abbiano detto abbastanza. Avrei voluto vedere una storia di Green Lantern più lunga in modo da raccontare la vera storia della droga. Se si raccontasse quella storia e la gente potesse leggerla e capire davvero di cosa si tratta, allora credo che le persone che hanno una qualche inclinazione a scivolare in questo genere di cose esiterebbero a farlo. Per cui l’ago nel braccio, penso, è un simbolo di quello che il problema è per davvero, e se è sgradevole beh, affrontiamolo, è sgradevole e dobbiamo mostrarlo così com’è. E penso che siano stati davvero onesti nel farlo e assolutamente nel giusto.

lunedì 28 agosto 2017

King Kirby 100!


Scrivere qualcosa sarebbe sempre e comunque riduttivo per cercare di omaggiare - e soprattutto ringraziare - un simile Gigante dell'Arte.
Preferisco quindi far parlare la forza delle immagini kirbiane, nel seguito, in una selezione neanche particolarmente ragionata nella sconfinata produzione del Nostro.


Inoltre segnalo i volumi Kirby 100, edito da TwoMorrows, e Kirby & Me prodotto da Komics Initiative. Infine, per chiudere... le magliette di Lords of Light: QUI! 

VIVA IL RE!
 
 
 
 
 
 
 
 

giovedì 18 maggio 2017

Toronto Comic Arts Festival 2017: un reportage

Il poster della manifestazione realizzato da Jeff Lemire.
A seguire potete leggere, a cura dell'amico Koom Kankesan, un veloce resoconto accompagnato da alcune foto (non di eccelsa qualità, lo ammetto, ma comunque una valida testimonianza) - del Toronto Comic Arts Festival tenutosi durante lo scorso fine settimana.

Il TCAF, organizzato dalla storica fumetteria The Beguiling in collaborazione con la Toronto Public Library, è uno dei più interessanti eventi del Nord-America, "una celebrazione dei comics, graphic novel e dei loro autori". L'edizione 2017 si è svolta presso la Toronto Reference Library e il circostante quartiere di Bloor/Yonge.

Un sentito ringraziamento a Koom per  il reportage.
Secondo gli organizzatori quest’edizione del TCAF è stata la più grande di sempre con un numero record di ospiti e di certo così è parso! 
Ho sempre apprezzato il sistema delle biblioteche pubbliche qui a Toronto - è probabilmente la mia istituzione preferita - e il modo con cui celebrano i libri, la lettura e ora… i fumetti. Come al solito i luoghi del festival erano affollati e mentre mi muovevo tra i visitatori ho sentito diversi accenti e lingue fatto che suggeriva come un gran numero di persone fosse giunto da fuori per partecipare all'evento. C'erano alcune storiche presenze canadesi - come Drawn and Quarterly, Seth, Chester Brown e Conundrum Press - ma anche diversi eccellenti editori americani come NBM (di cui ammiro da tempo l’approccio europeo al fumetto) e Dark Horse che era qui per promuovere il nuovo libro di Dave McKean su Paul Nash. Come al solito era presente anche Fantagraphics e stavolta con loro c’era il leggendario Gary Panter. La Image celebrava il suo 25esimo anniversario e la conferenza del venerdì è stata davvero affollata.
Charlie Adlard ha tenuto il discorso d’apertura venerdì mattina e mi è stato ricordato che ora è lui il Comics Laureate (l’ambasciatore dei fumetti) per il Regno Unito.

Quello che rende speciale il mondo dei fumetti indipendenti è che, non essendo così grande, non c’è una netta separazione tra chi è famoso e chi non lo è. Al TCAF c’erano molti tavoli in cui gli stessi autori presentavano le proprie auto-produzioni, c’era una delegazione dalla Germania e c’erano diversi gruppi locali come il Toronto Comic Jam di cui faccio parte.

Forse l’auto-produzione che mi ha più colpito è stata "Shitty Watchmen" realizzata da un collettivo di Los Angeles: il loro obiettivo era riprodurre le tavole realizzate da Dave Gibbons per Watchmen in forma di sketch in modo da esaltare il formalismo dell’opera originale. 
Ho anche preso parte alla sessione più accademica del festival, prima dell’inizio dello stesso, in cui venivano presentati diversi lavori di ricerca sul Fumetto. Il mio preferito è stato quello di Dru Jeffries che prendeva in esame l’adattamento a fumetto di Jack Kirby di "2001: Odissea nello Spazio" rispetto al film di Kubrick. 

Nel complesso è stato un gran bel festival!
[Koom Kankesan]
Charlie Adlard.
Da sx a dx: Dave McKean e Mark Askwith.
David Collier.
Dave McKean in azione!
Frank Bedek e Dave Howard del Toronto Comic Jam.
Hope Nicholson e il suo nuovo libro.
Celebrazione per i 25 anni della Image.
I 25 anni della Image al Masonic Temple.
Il panel di Koyama Press.
La conferenza per celebrare i 40 anni di NBM.
Da dx a sx: Nina Bunjevac e Igor Hofbauer.
Da sx a dx: Robert Sikoryak e Gary Panter.
Da dx a sx: Seth e Ethan Reilly prima del loro panel.
Rick Geary.
Lo sketch di Geary per Koom sul volume dedicato a Sacco & Vanzetti.

martedì 8 novembre 2016

Jonathan Ross intervista Alan Moore 2001

Nel seguito una lunga intervista pubblicata sul N. 28 della rivista inglese IDLER (e successivamente apparsa sul sito loro sito anche se, al momento, pare non più disponibile) realizzata nel maggio 2001 da JONATHAN ROSS, noto presentatore radiofonico e televisivo della BBC. L’intervista è stata tradotta e pubblicata su Ultrazine.org nel giugno 2002, su autorizzazione degli aventi diritto. 

L'intervista in originale è disponibile nel numero speciale Idler N. 46: Free Spirits acquistabile qui.

Jonathan Ross intervista Alan Moore 2001
   Traduzione italiana a cura di Marcello Albano e Daniele Tomasi.

[JONATHAN ROSS] Alan Moore è il miglior scrittore di fumetti vivente. Non voglio fare la persona gentile a tutti i costi o essere di parte - e' un’affermazione prossima ad un dato di fatto, per quanto possa esserlo una qualunque opinione. In ogni votazione organizzata dalla comunità degli amanti del Fumetto, come gli Harvey's Awards [importante premio fumettistico statunitense, N.d.T.] o la recente votazione del Comics Buyers Guide [una rivista di informazione e critica statunitense, N.d.T.], Moore arriva sempre in vetta, e spesso lasciando gli altri a grande distanza. Penso di poter azzardare a dire che è il più grande scrittore di fumetti di sempre, nella storia di questo mezzo di comunicazione. Anzi, andrò oltre. È il miglior scrittore vivente di fumetti che ci sia stato e che mai ci sarà, finché questo amato e molto deriso mezzo di comunicazione inevitabilmente morirà di apatia o collasserà sotto il peso dei troppi uomini ultramuscolosi in calzamaglia che cercano di salvare il mondo.

Se non sapete granché sui comics - ed è possibile che la ragione sia che siete un rifiuto chimico che compra "FHM" mentre i vostri amici di "Idler" non stanno guardando - allora ecco qui tutto quel che avete bisogno di sapere per cominciare. Moore scrive fumetti, scrive fumetti in cui, con successo, utilizza gli ingredienti essenziali del genere a cui sta lavorando, qualunque sia - supereroi vecchio stile, orrore gotico, fantascienza avventurosa - e li mescola e li rivolta trasformandoli in qualcosa di interamente nuovo e totalmente inebriante. Ha preso "Swamp Thing", un mediocre fumetto di misteri e mostri, trasformandolo in una oscura e strana storia d'amore. Ha giocato con "Superman", facendo sprofondare il più ottuso degli ottusi in un fantastico ritornello di quel che potrebbe essere un giorno nella vita di uno strano tizio con superpoteri, se i "cattivi" usassero realmente i loro immensi poteri a favore del male - e non semplicemente quelle buffonate da birbantelli che ovviamente non li porterebbero mai a governare il mondo. Con "Watchmen" ci ha dato una visione distopica sull'intero genere supereroistico. E più recentemente, con "Tom Strong", "The League of Extraordinary Gentlemen", "Promethea", "Top 10" e "Tomorrow Stories" ha realizzato - da zero! - una nuova "casa editrice" che è così avanti rispetto ai concorrenti in termini di capacità e tecnica ed originalità da far inginocchiare e piangere di gratitudine, come dei bambini di mezza età, i visitatori adulti dei negozi di fumetti. O, per lo meno, a me è successo.

Perciò, quando da Idler mi chiesero se mi sarebbe piaciuto incontrare il barbuto grand'uomo, non mi feci scappare l'occasione, come farebbe Charlie Sheen con una attricetta porno. Ma - e questo potrebbe stupirvi - mi sentivo nervoso. Non è un sentimento con cui sono molto familiare, avendo incontrato ed intervistato... beh, all'incirca chiunque da ché l'uccellino della fama e della buona fortuna si è posato sulla mia spalla circa 14 anni fa. Ma Moore è una questione differente. Avevo davanti qualcuno da cui non volevo trarre perle d’arguzia o di saggezza, e non speravo di sentire aneddoti divertenti o maligni sui suoi colleghi. Avevo davanti qualcuno a cui volevo solamente sedermi vicino e bearmi della sua presenza. Quindi quel che segue è una specie di registrazione confusa dell'incontro mentre mangiamo al ristorante Momo's Moroccan in Heddon Street - e proprio dietro l'angolo c'è la cabina telefonica in cui David Bowie gigioneggia nella copertina di "Ziggy Stardust And The Spiders From Mars".

Alan è, suppongo ovviamente, proprio come i suoi scritti. In breve, non è come potresti aspettarti. Alto, barbuto, capellone, vestito totalmente di nero e con un lungo bastone da passeggio con il manico in argento. Un osservatore casuale lo definirebbe come un barbaro o un mistico, un pazzoide feng shui della "new age" con la passione dei tè alle erbe e dei primi Hawkwind
[storica "space rock" band inglese degli anni ‘70, N.d.T.], un amante di fumetti underground - materiale hardcore per adulti che potrebbe confondere e sconcertare i giovani appassionati e spingere i loro genitori a chiamare gli assistenti sociali. Ma lui non è nessuna di queste cose. Beh, in effetti ama i tè alle erbe, e riguardo alle sue opinioni riguardo ai primi Hawkwind suppongo che, più o meno come voi o me, lui non abbia una chiara opinione sull'argomento. Qui ci parla del suo uso dei fumetti "commerciali" per presentare nuove idee in un mezzo di comunicazione ormai stanco. La prima domanda riguarda lo stile di disegno della sua compagna, Melinda Gebbie, che disegna la serie "Cobweb" attualmente pubblicata in "Tomorrow Stories".
ROSS: Amo i disegni di "Cobweb". È uno stile strano, davvero strano per un lettore di fumetti "commerciali".

MOORE: È quel che volevamo. L'idea che li ha generati è che il fumetto commerciale sta piuttosto chiaramente scivolando nel cesso. C'è gente come Gary Groth e la "Fantagraphics" che ne saranno contenti, ma non credo che si rendano conto delle implicazioni. Il punto è che nessuna libreria di fumetti può restare aperta vendendo i fumetti della "Acme" [casa editrice statunitense che pubblica fumetti di elevata qualità ma di limitato richiamo di massa. - N.d.T.], "From Hell" o qualunque altro fumetto di questo tipo, per quanto siano di qualità. Ci devono essere "The Uncanny X-Men" e ci deve essere "Spawn" e tutto quel materiale di questo tipo per far esistere il negozio. Se il fumetto "commerciale" scende nello scarico, si trascina anche tutti noi. Quindi ho pensato che fosse possibile rinvigorire il fumetto "commerciale" in modo da non dover distinguere tra commerciale, indipendente, underground, alternativo: perché il fumetto è troppo piccolo per categorizzare in questo modo.

ROSS: Quindi non sei d'accordo con quella frase che tutti eravamo stanchi di leggere qualche anno fa: "fumetti: non più solo per bambini".

MOORE: "Il fumetto è maturato." Io e Frank Miller abbiamo qualche responsabilità a riguardo, bisogna dire. Quando realizzai "Watchmen" pensai, "grandioso, la gente resterà ammirata nel vedere l'abile schema narrativo utilizzato, e si sentiranno obbligati ad eguagliarmi o superarmi nel cercare nuovi possibilità di raccontare storie". Mentre, al contrario, sembra che la maggior parte abbia recepito la violenza, il macabro, lo strato di pessimismo politico ateista che lo ricopriva. Questo è ciò che è stato rigurgitato e riciclato nei fumetti "Vertigo". [1]

ROSS: E succede ancora.

MOORE: Beh, [è] una delle cose principali che ho contro la Vertigo, e ci sono alcuni grandi fumetti fatti dalla Vertigo... ma la cosa che più mi crea problemi è che la loro atmosfera, il loro ethos o qualunque cosa, sembra essere basato sul cattivo umore in cui mi trovavo io 18 anni fa. Non è neppure il loro cattivo umore. Io ero un po’ "affilato", sai, verso la politica in generale, a causa degli anni della Thatcher.

ROSS: Già, era un brutto periodo.

MOORE: E quello, in qualche modo, potrebbe aver influenzato il mio modo di pormi, ma non vedo perché dovrebbe influenzare colorare chiunque esattamente nello stesso modo.

ROSS: Credevo l'avessi eliminato dal tuo sistema con quel lavoro che hai realizzato con Bill Sienkiewicz, "Brought To Light".

MOORE: Si, l'ho fatto.

ROSS: Ho sempre pensato fosse molto catartico.

MOORE: Penso che sia uno dei miei migliori scritti. Sono lieto che te ne ricordi, Jonathan.

[Dovete davvero procurarvi una copia di "Brought To Light", il migliore e più sconvolgente testo politico di racconto verità alla Chomsky che abbia mai visto, ed uno di quei libri che ti colpisce - SMACK - tra gli occhi con tutto il potenziale che appartiene al media "Fumetto".
Poi c'e un'altra cosa riguardo Alan Moore che voglio davvero raccontarvi. E' un genio. E' davvero un fottuto, ispirato, irripetibile, chiacchierato genio di prima categoria. Ed ovviamente essere un genio significa che le sue idee ed il suo approccio ed i suoi metodi sono stati rubati ed appropriati ed omaggiati da tutti i talenti inferiori che si trascinano sulla sua scia. Significa anche che c'è una legione di devoti a Moore, come me, che riflettono su ogni vignetta di ogni albo a cui ha lavorato. E naturalmente lui ha la sua buona lista di siti non ufficiali nella nostra gloriosa internet, che torna utile quando stai cercando di assicurarti di aver trovato ogni minimo riferimento di cui Moore imbottisce i sui lavori].

ROSS: Che ci dici della mitologia su Alan Moore che circola qui fuori? Sono entrato in Internet ed ho dato uno sguardo ad un paio di siti su Alan Moore - è uno strano posto da visitare senza assistenza. Ci sono un paio di tipi li fuori che hanno un approccio al tuo lavoro da studiosi, piuttosto scientifico, e prevalentemente vedono la propria attività come bibliotecari o esaminatori del tuo lavoro.

MOORE: C'è un tizio che analizza "The League of Extraordinary Gentlemen" - ed è uno solo... Pensavo fosse un gruppo di tizi letterati.

ROSS: E raccoglie tutti i tuoi riferimenti... Dai tuoi fumetti ho la sensazione non solo che hai letto molto, ma che c'è una continua ricerca della conoscenza.

MOORE: Ho sempre assorbito informazioni in una forma o l'altra. Sono stato sbattuto fuori da scuola a 17 anni, che è più o meno quando è cominciata la mia educazione.

ROSS: Sei stato espulso?

MOORE: Già. Mi sembrava che nella scuola ci fosse un programma di studio evidente - lettura, scrittura ed aritmetica - ed un programma di studio nascosto, che più o meno era puntualità, obbedienza ed accettazione della monotonia... In tanti casi mi sembrava che la scuola fosse come una terapia all'avversione. Non esisteva per trasmetterti conoscenza, esisteva per allontanarti dalla conoscenza. Imparare o leggere viene associato a lavoro, e lavoro viene associato a sfacchinata. Ecco perché tanta gente è felice semplicemente nello stare di fronte al televisore la notte. Pensa "non sto facendo un lavoro, quindi è un momento perfetto"

ROSS: ... essere intrattenuti, è una cosa passiva.

MOORE: Sì. Quindi, sono stato scacciato da scuola a 17 anni. Il preside l'aveva con me penso fosse una questione classista... scrisse a tutti i licei dell'area e gli disse "non prendete questo ragazzo perché ha una pessima influenza sugli altri"...

ROSS: Bastardo!

MOORE: Beh, avevo 17 anni ed ero un diciassettenne piuttosto indiavolato. Ma avevo solo 17 anni... scrisse a tutti gli imprenditori dicendogli di non darmi un lavoro. Era una cosa pazzesca, ma fui costretto a contare solo su me stesso ed iniziai a leggere voracemente ed imparare e riempii la mia testa con differenti argomenti, e sta tutto li dentro come una zuppa, e sto continuando tutto il tempo ad inserire nuovo materiale. Leggo molto velocemente. Come se li risucchiassi... Tutto è semplicemente andato nel silos generale e fermenterà e forse evolverà in qualcosa, in circa dodici anni.

ROSS: Quando scrivi sei sempre conscio dei tuoi riferimenti,o talvolta ti sorprendi, rileggendo, che li ci fosse un riferimento?

MOORE: A volte mi sorprendo parecchio. Ricordo una storia di "Abelard Snazz" che ho scritto e che non ho fatto ristampare perché dopo averla scritta ho improvvisamente capito che era un completo plagio di una storia di RA Laperty. Leggi tutte quelle antologie con centinaia di storie ed a volte se ti dimentichi da dove vengono pensi "che bella idea, deve essere mia!"

ROSS: Deve essere un rischio che incontra chiunque ama il genere su cui lavora ed ama dei media similari.

MOORE: Come quando ho conosciuto Gilbert Hernandez, gli dissi "quindi ti piace davvero Gabriel Garcia Marquez?" E lui disse "mai letto" e gli dissi "Non hai mai letto "Cento anni di solitudine"?" e lui disse, "no" e quando in seguito lo lesse ne fu completamente scioccato dalle similitudini.

ROSS: Già, non è strano?
MOORE: Tutti pensano che Promethea sia basata su un personaggio inventato da questa autrice lesbica, Helen Cixous, che scrisse un libro su questa donna emersa dall'immaginazione, una eroina il cui nome è Promethea. Ma non me ne sono reso conto finché il pittore e performer Josè Villarrubia mi ha contattato e mi ha detto che stava facendo delle ricerche ed ha trovato tutte questi vari, disparati riferimenti a personaggi chiamati Promethea, soprattutto questo che Helen Cixous ha scritto e che sembra quasi lo stesso personaggio. E l'altro giorno mi ha spedito un fumetto di "Tom Strong". È del 1903, si intitola "Tom Strong Saves the Day". Apparentemente fu pubblicato in America dalla Boy Scout Organization, che fecero una serie di storie su questo ragazzo muscoloso di nome Tom Strong.

ROSS: Questa idea di Promethea, naturalmente non ero a conoscenza dell'autrice che hai menzionato, ma credevo che ci fosse almeno un riferimento alla DC. Con Captain Marvel hai la metà super-eroica, la metà potente che abita nel mondo immaginario, ed anche il cambiare ed arrivare nel nostro mondo...

MOORE: Captain Marvel è piuttosto un personaggio magico, è tutto materiale mitologico. Uno degli scrittori, Bill Parker, era studente di lettere. Nel recente Promethea c’è la pianta sacra detta "moly" (aglio selvatico). Loro pensano che "moly" sia la mitica pianta che Hermes dette a Ulisse per aiutarlo contro Circe. Ecco perché è connessa alla magia, ma nessuno sa se sia mai esistita una tale pianta, o se sia mitologica, ma io penso sia il fiore della mandragola. [2]

ROSS: Ti ricordi di "Uncle Marvel"?

MOORE: Uncle Marvel... non aveva alcun potere, stava solo facendo finta...

ROSS: Già, giusto... è il diversivo comico.

MOORE: Semplicemente si appendeva al mantello di Captain Marvel mentre era in volo, cosi che sembrava volasse da sé!

ROSS: Che favolosa creazione... [ridiamo entrambi]

MOORE: Potevi divertirti molto di più con i fumetti in quei giorni. Senza ritornare a parlare della Vertigo, questa è una delle mie obiezioni: non c'è divertimento...

ROSS: Quel che odio in tanti fumetti attuali è che sono implacabilmente oscuri, e che non fuoriescono mai da questa impostazione. Mentre anche in Watchmen, per esempio, ti darò un esempio di una cosa che ricordo di aver trovato genuinamente inspirata e educativa. In un numero della serie hai raccontato una storia come se fosse apparsa in un vecchio fumetto di pirati. È un tuffo nella storia del fumetto ... e ne scoprii l'esistenza solo dopo aver letto quel fumetto. A quel tempo, tu apristi gli occhi di questo giovane appassionato verso quel che il fumetto era un tempo, e che forse potrebbe essere ancora.

MOORE: Swamp Thing è probabilmente molto più un riferimento per i fumetti Vertigo di quanto non lo fosse Watchmen, ma con Swamp Thing avevi tutte quelle storie che sono davvero terribili, veramente truci e veramente deprimenti... e poi ci sono queste piccole storie come il numero del "Sesso nella Palude" che è più o meno un poema amoroso.

ROSS: Sì, alcune storie erano piuttosto leggere.

MOORE: In un certo senso è più crudele, se dai alle persone un poema amoroso si intorpidiranno e si distaccheranno... mantiene fresco l'orrore se tu...

ROSS: ... dai un piccolo assaggio di un dolcezza tra morte e desolazione.

MOORE: Percepisci maggiormente il dolore...

ROSS: Mi sta venendo voglia di rileggere Watchmen. Ben fatto, signore!

[Ecco qualche informazione da sapere su Watchmen, il lavoro seminale, innovativo e davvero influente di Moore sull'argomento superpoteri. Inizialmente i personaggi da mostrare in tutta la loro gloria oscura e disfunzionale sarebbero dovuti essere un gruppo di supereroi di una delle case editrici meno conosciute, la Charlton. Questi personaggi erano stati acquistati dalla DC, casa di Superman e Batman. Moore voleva prendere quei personaggi e trasportarli in una sorta di storia iper-reale alla "cosa sarebbe successo se...", in cui erano costretti a agire come se fosse stata la vita reale. La DC disse no. Allora Moore, in compagnia di Dave Gibbons, creò un gruppo di personaggi che avrebbero potuto benissimo essere i portabandiera della Charlton].

ROSS: Dato che in origine sarebbe dovuti essere i personaggi della Charlton, avremmo visto The Question, Blue Beetle, Peacemaker e gli altri …?

MOORE: Captain Atom.

ROSS: Oh già, Captain Atom era grande. Quei primi "Captain Atom" di Ditko erano semplicemente favolosi, vero?

MOORE: Ditko era un grande
The Question di Steve Ditko.
ROSS: Ditko è davvero matto come dicono? Voglio dire, ovviamente quando leggi Mister A e tutte quelle sue strane storie, da l'impressione di essere un tizio che non accetta alcun compromesso... L'hai conosciuto?

MOORE: No, nessuno può incontrare Ditko... Ho molta ammirazione per quel tipo...

ROSS: Potremmo metterla così, potrebbe essere l'altro creatore di fumetti che vive in reclusione. Perché io non conosco nessuno che non fa mai nulla, non va mai alle convention, non risponde mai alle chiamate...

MOORE: Qualcuno stava intervistando Ditko, e gli ha chiesto "ha mai visto Watchmen?" e lui ha risposto "beh sì, ho letto il libro", perché c’è questo personaggio chiamato Rorschach, e lui ha detto "oh sì, Rorschach, è come Mr. A solo che è pazzo." [Ridiamo entrambi]

ROSS: Fantastico... Lavora ancora, vero, disegna ancora? Dev'essere piuttosto anziano?

MOORE: La storia più triste che ho sentito … era l'anniversario dei 30 anni o dei 25, uno dei grandi anniversari di Spiderman, e Steve Ditko viveva alla YMCA... [associazione universitaria cattolica che garantisce assistenza ai diseredati con ostelli, mense e simili. Moore vuole esemplificare il fatto che Ditko non ha introiti dalla creazione di uno dei personaggi di maggior successo nella storia del fumetto, N.d.T.] [3]

ROSS: No...

MOORE: Sai, praticamente viveva in una scatola di cartone.

ROSS: Eri un fan di Kirby? Penso che lo fossi quand'eri più giovane.

MOORE: Tutti lo erano....

ROSS: È lui che creò veramente il modello di riferimento, l'aspetto visivo, l'atmosfera...?

MOORE: Considerando che le gemme della Marvel erano prevalentemente sue... Penso che il creatore e l'architetto delle gemme Marvel sia stato lui, più che Stan Lee ... 

ROSS: Sì, penso che anche Lee lo possa ammettere adesso, no? Ovviamente vi ha apportato molto di suo, non possiamo non considerarlo...

MOORE: Sì, intendo dire … Non so se sia per "The Sopranos" [recente sceneggiato televisivo di notevole successo su una famiglia mafiosa italo-americana, N.d.T.] ma recentemente mi sono ritrovato molto attratto dall'argomento mafia...

ROSS: Non ho ancora visto " The Sopranos", lo ammetto con imbarazzo, perché mi sono perso l'inizio e non voglio vederlo a storia iniziata, quindi mi sono procurato le registrazioni, e tutti ne vanno matti...

MOORE: È Shakespeare, sul serio. Voglio dire, sono molto molto critico su tanti prodotti televisivi e cinematografici, ma "The Sopranos" è come Shakespeare. I personaggi sono meravigliosi, la sceneggiatura è incredibile. Ti invidio.

ROSS: Beh, li ho tutti su DVD... Beh, vorrei chiederti degli aspetti commerciali di ciò a cui stai lavorando. Mi preoccupo, come appassionato, perché tu crei qualcosa che io adoro, come " The League of Extraordinary Gentlemen" per esempio, e mi piacerà, e ne comprerò probabilmente più copie perché voglio disperatamente che continui ad essere pubblicata.

MOORE: Beh, l'attuale situazione del settore è che tutti sembrano pensare che il mondo stia per finire. Le testate chiudono intorno alle 15000 copie, sai, i più venduti stanno intorno alle 100000 copie, sai questa è la fine del mondo... No, questa non è la fine del mondo, questo è il 1982, quando Daredevil stava a meno di 15000, e pensarono, beh, peggio di così non è possibile, facciamo provare quel ragazzo che chiede di scriverlo e disegnarlo, e come con Swamp Thing sotto le 17000, diamolo a lui...

ROSS: Quindi è questo il motivo per cui te lo assegnarono?

MOORE: Si, perché erano sul punto di chiuderlo. Stessa cosa con Daredevil, Ecco perché lo dettero a Frank [Miller], stava sotto le 15000...

ROSS: Incredibile...

MOORE: Il più venduto era "X-Men", che vendeva circa 120000 quando la televisione arrivò negli anni '60. Fu allora che le vendite di fumetti iniziarono a calare.

[Mentre il cibo viene consumato e finiamo la portata principale vegetariana - per lui un principio, per me il desiderio di impressionarlo - la chiacchierata si sposta sul privato di Moore. Un paio di anni fa le possibilità di sentirlo parlare consistevano solo nelle grandi manifestazioni fumettistiche].
ROSS: Non fumi, vero?

MOORE: Sono piuttosto felice in questo periodo. Sto cercando di smettere di bere.

ROSS: Davvero?

MOORE: L'ho deciso perché ero stufo di bere, non mi divertiva più … ho provato la stessa cosa per il fumare...

ROSS: Hai una vita sociale a Northampton? Esci spesso? O prevalentemente stai a casa?

MOORE: Se lo chiedessi a quella signora della radio [ho detto su Radio Due che Northampton era la residenza del più famoso scrittore di fumetti, con gran stupore della signora che aveva telefonato dalla stessa città per vincere un CD di Ricky Martin], "Che mi dice di Alan Moore?", lei potrebbe risponderti, "Oh sì, quel tipo col bastone da passeggio e la barba, oh sì, un tizio amabile, ho ricevuto un biglietto da lui l'altro giorno, lo conosco molto bene..."

ROSS: Non è un po' misantropico, questo desiderio di non mischiarsi...?

MOORE: Probabilmente lo è, in parte perché sono parzialmente sordo... quindi dovrai perdonarmi.

ROSS: Cosa, ad entrambe le orecchie?

MOORE: No, solo questa, e sono praticamente cieco in quest'occhio e praticamente sordo in questo orecchio, così e' tutto bilanciato...Una delle ragioni per cui ho smesso di bere è perché non mi piacciono i pub, ed il rumore di sottofondo, e diventa un po' difficile...

ROSS: Sono parecchio rumorosi...

MOORE: ...e inoltre credo che durante gli anni '80, le convention … quello mi ha fatto un po' allontanare.

ROSS: C'era un periodo in cui Watchmen era al massimo e tu eri come Dio. Il gran Dio del Fumetto. Mi ricordo che tu apparivi e la gente impazziva. Era un po' come con le rock-star, o le divinità, una specie di insano livello di adulazione...

MOORE: Già.

ROSS: Deve essere stato strano comunque per te, ma i fan cosa ti chiedevano, in cosa consisteva lo scambio?

MOORE: Um, non lo so... voglio dire, sono una persona molto trasandata, non mi importa di rasarmi per parecchie mattine. Comunque questo sembra dia una certa parvenza messianica...

[Mi fissa un po' alla Manson. Charles, non Marilyn, naturalmente].

ROSS: Soprattutto se fai così con gli occhi, Alan...

MOORE: Sì!

ROSS: No, mi piace, prosegui, va bene...

MOORE: È tutto fatto con innocenza, ma loro cospirano ...

ROSS: Questo è dove entra in gioco la mitologia, immagino, perché le persone come me che non ti conoscono, ma conoscono ed amano il tuo lavoro, faremo e conserveremo sempre delle teorie e delle idee personali su di te... ho sempre pensato che portassi i capelli così perché non volevi perdere tempo... l'ornamento e la vanità.

MOORE: Beh sì, non posso gingillarmi con tutto ciò...

ROSS: ...e stai diventando vecchio, perché quanti anni hai? 47?

MOORE: Già...

ROSS: Anche il processo di invecchiamento ti rende cosciente del limitato tempo che ti rimane? È in qualche modo un fattore?

MOORE: No, no davvero. Sono venuto ai patti con la morte da parecchio. Ho avuto un periodo di tre settimane quando avevo 10 anni durante il quale ho capito piuttosto bene che tutti moriamo.

ROSS: Morì qualcuno, allora?

MOORE: Umm, non ricordo. No, credo fosse solo l'idea che anche io potessi morire.

ROSS: Eri piuttosto giovane per pensare a questo...

MOORE: ...sai che ci saranno feste a cui non verrò invitato, avverranno grandi cose e giorni assolati che io non vedrò, e come sarà possibile?

ROSS: È una fregatura, no?

MOORE: È lo stesso con la magia. Io non ho un credo religioso, al più il contrario della religione. Religione significa che credi le stesse cose a cui crede un gran numero di persone, e questo mi sembra innaturale, abbiamo delle menti differenti.

ROSS: Quando dici magia stiamo parlando di magia teatrale o stiamo parlano di Magia?

MOORE: Beh, stiamo parlando di tradizione della magia, che include John Dee, ed include l'artista Vittoriano Austin Osman Spare. Include anche Crowley, anche se inserire il suo nome probabilmente elimina un sacco di altre associazioni...

ROSS: La cosa si porta dietro del bagaglio in più.

MOORE: Già, ci sono tanti di questi piccoli stronzi satanisti che gironzolano e sono prevalentemente dei borghesi che vogliono circondarsi con il fascino del male, e quindi dicono quanto è grande William Burroughs come scrittore solo perché ha sparato alla moglie e quanto doveva essere profondo Charlie Manson...

ROSS: Quindi, qual è la tua idea dell'aldilà? Voglio dire, stai tirando fuori le tue energie riversandole nel tuo lavoro, così che sopravvivrai comunque. Ti sei garantito un centinaio di anni o più dopo che te ne sarai andato, Alan, se la gente continuerà a stampare.

MOORE: Beh, della posterità non mi importa granché ...

ROSS: Ma in un certo senso sarai ancora in contatto con le persone.

MOORE: Ma ciò sarà vero se ricorderanno il mio nome o no...

ROSS: Se non ci fossimo incontrati oggi, io interagirei con te dopo la tua morte nello stesso modo in cui ho sempre fatto durante la tua vita...

MOORE: Riguardo all'aldilà, la mia idea è che probabilmente avrai una vita migliore se supponi che ce ne sia una sola.

ROSS: Già...

MOORE: È probabilmente meglio vivere come se la morte si trovi a pochi passi...

ROSS: Non solo è imminente, ma irrevocabile, e questo è tutto…

MOORE: Ma riguardo a quel che succede dopo la morte: nel tipo di magia che ho fatto, che è una specie di magia molto pratica, manuale, c'è un po' di verità in ciò. Molti scienziati suppongono che ci sia molto più nell'universo di quanto dicano le nostre teorie. Gli spiriti ed il mondo oltre il nostro corpo saranno sempre aldilà della verifica della scienza, ma voglio puntualizzare che tra le cose che sono aldilà della scienza … è chiaro che in termini scientifici la mente è un vero problema. I biologi sperano di essere capaci di provare che la coscienza che sta dentro le nostre teste sia una sorta di prodotto dei processi biologici, e questo li renderebbe molto molto felici perché la coscienza di per se è intangibile. Non possiamo riprodurla in laboratorio, non si può neppure provare scientificamente che chiunque di noi è cosciente.

ROSS: Non puoi spiegare scientificamente perché ognuno di noi ce l'ha, perché ne hai bisogno...

MOORE: Ancora meno puoi spiegare quel che produce, come la matematica, da dove viene? Neppure gli scienziati lo capiscono, ma i biologi pensano: sì, proveremo che la coscienza è spiegata dalla biologia, e sarà bello perché la biologia è una scienza basata sulla chimica, che è quel che fa spruzzare tutte le ghiandole e gli enzimi. E sarà bello perché la chimica è una scienza di base, e la ragione per cui la chimica è vera è perché è basata sulla fisica, che è il modo in cui le cose funzionano, e la fisica è vera perché è tutta basata sulla fisica quantistica. Sfortunatamente la fisica quantistica dice che la mente incide sugli eventi su un livello quantico, quindi non puoi liberarti della mente, è sempre presente.

ROSS: Una volta scesi a quel livello...

MOORE: Esattamente, è sempre lì.

ROSS: Non possono davvero spiegarlo.

MOORE: E quindi, tendo a pensare, non so, non credo che la cosa che chiama se stessa Alan Moore sopravvivrà alla morte, credo sarebbe piuttosto orribile se lo facesse, perché questa è la personalità che funziona qui, questa è la personalità che ho sviluppato essendo in questo posto, e l'idea che resista per sempre...

ROSS: Mette un po' i brividi...

MOORE: La personalità, l'intelletto, le emozioni, i sogni, il corpo: tutto questo è la personalità inferiore. Penso che la porzione di noi che sopravvive è la parte superiore. Penso che, sì, ci sia un'anima, ma penso che ce ne sia una sola, e che siamo tutti una parte di lei, siamo tutti tributari dello stesso oceano, e che forse quando questo tributario si asciuga c'è ancora l'oceano. Tu hai perso la tua identità individuale che dopotutto è solo di una vanità fugace.

ROSS: Già.

MOORE: Ma non so, Jonathan. Questo è quel che suppongo,
Autoritratto di Austin Osman Spare.
ROSS: Naturalmente, ma in un certo senso questo è ciò che è la fede, no?

MOORE: Sì, ma preferisco non aver fede nelle idee, quindi sono più un agnostico. Credo in qualcosa se l'ho vista coi miei occhi...

ROSS: Quindi in qualche modo queste tue esperienze, o le persone con cui sei stato, ti hanno costretto in questa direzione.

MOORE: Già, ed ho provato ad interpretarle e questo mi ha portato a conclusioni differenti. E' una cosa in corso.

ROSS: Vediamo di ritornare ancora sulla mitologia di Alan Moore. Sei sposato? O convivi con Melinda?

MOORE: Mi sono sposato a circa vent'anni, ed io e mia moglie ci siamo divisi circa nel 1989. Ho incontrato Melinda un anno dopo. Io e Melinda non viviamo insieme perché lei è una artista ed io sono uno scrittore, entrambi troppo mentali. Ma ci vediamo molto. La incontro soprattutto perché voglio fare un fumetto erotico, pornografico [il fumetto in questione è Lost girls, N.d.T.], e l'idea di farlo con dei tizi...

ROSS: Ha ha.

MOORE: Questa è la cosa più ovvia, perché io molto raramente lavoro con delle donne, penso che Melinda sia la prima donna con cui ho lavorato...

ROSS: Non ce ne sono molte nel fumetto, vero?

MOORE: No... e certamente non ce ne sono molte che possono disegnare bene come Melinda, quindi questo da una vibrazione totalmente differente. Se lo avessero fatto due maschi, avrebbe inevitabilmente un sapore di spogliatoio...

[Abbiamo parlato di un sacco di altre cose, e di fumetti ed autori troppo oscuri per infliggerveli. Ho lasciato Alan alla stazione e sono tornato a casa per rileggermi ognuna delle sue pubblicazioni che sono riuscito a trovare. Rileggendo la trascrizione del nostro incontro ho realizzato che avrei potuto fargli un migliaio di domande migliori - avrei potuto sondare e affrontare il suo intimo, avrei potuto esporre le sue speranze ed i suoi sogni, soffermarmi sui suoi rimpianti. Ma fanculo! Era Alan Moore! Siete fortunati che sia riuscito ad articolare anche una sola frase semi-coerente.
Ora, se solo "Idler" mi potesse organizzare un incontro con Elvis, morirei felice domani stesso].


*** NOTE - a cura di Marcello Albano ***
[1] Un momento di mitomania di Alan. Il fumetto dark è nato perché lui odiava la Thatcher: a Frank Miller cosa gliene fregava? Eppure stava facendo la stessa cosa! In più, l'idea "Vertigo" è venuta ad Archie Goodwin, un bravo scrittore, molto più vecchio di Alan, che aveva fatto fumetti dell'orrore ed era stato responsabile del dilagare horror nei Marvel degli anni ‘70 e della linea Epic.

[2] Il "moly" non è la mandragora, ma l'aglio selvatico. Dalla storia, notissima, di Ulisse deriva la storia dell'aglio contro demoni, streghe e vampiri, presente in tutta Europa, nei Balcani e nel bacino del Mediterraneo (anche in Marocco, ad esempio). E dire che Alan è uno che conosce bene Crowley, di cui cito il famoso distico: "My name is Aleister Crowley, the master of magik unholy: of basil, nephente and MOLY". Aggiungo che NON è quello che diceva Capitan Marvel, che pronunciava "talpina" con l'accento di Brooklyn, cioè "moley", un modo di dire tuttora usato (anche nei Simpson, è una delle frasi preferite di Ned Flanders).

[3] La storia di Ditko alla YMCA l'ho sentita dieci anni fa: è una leggenda metropolitana, Alan dovrebbe saperlo. Come lo so? L'ha detto Ditko in persona a Francesco Meo, editor Marvel Italia, sette anni fa, negli uffici della Valiant. La storia è semplice: Ditko pur di non andare ai festeggiamenti, si rifugiò nel dormitorio della YMCA. Tutto qui.

Mai sentito parlare di Ayn Rand? È l’autrice del libro Atlas Shrugged che illustra la superiorità del capitalismo americano. È stato reso obbligatorio nelle scuole americane durante la propaganda anticomunista degli anni ’50, e continua ad esserlo tutt’ora. Cosa c’entra Ditko? Ditko è un discepolo della Rand, di più, un integralista: ai festeggiamenti non ci pensa neanche!

[4] "Non fumi, vero?" Bah, forse prima…