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domenica 6 gennaio 2013

Romanzi, Magia, il Tempo, l'Arte e molto altro: un'intervista con ALAN MOORE

Alan Moore fotografato da Phil Fisk.
Arriva un Nuovo Anno (che non si sa bene dove ci porterà) e... con colpevole ritardo, ecco a voi la traduzione di un'interessante intervista al (solito) ALAN MOORE apparsa nel corso del 2012 su Paraphilia Magazine (pp. 71-80), condotta da D M Mitchell, che ringrazio sentitamente per il permesso accordatomi e per la paziente attesa.

Per maggiori informazioni consiglio di visitare il sito della rivista (QUI).
Il numero specifico può essere letto in originale scaricandolo da Issuu (QUI).
Buona lettura!

“Atavica rinascita” e l'animalesca coscienza primitiva: un'intervista con ALAN MOORE 
di D M Mitchell

Pensare a delle domande appropriate da porre ad Alan Moore può essere una faccenda da far tremare i polsi. Chi lo conosce, o quanto meno ha familiarità con i suoi  lavori, sa che Alan è in grado e disponibile a trattare di qualsiasi argomento. E spesso riesce a farlo con straordinaria intelligenza e senza alcuna auto-celebrazione, aspetti davvero rari (stante la mia esperienza) in uno scrittore. La sua mente possiede sia un’incredibile acume sia una capacità sconcertante nel memorizzare e assimilare informazioni.

Di persona ho sempre trovato che fosse oltremodo generoso. D'altra parte, le persone che hanno sconsideratamente fatto conoscenza con il suo lato sbagliato sanno troppo bene quanto possa essere fiero e inflessibile quando è arrabbiato. Quello che non viene solitamente percepito è che Alan ha anche un lato vulnerabile e fallibile che, allo stesso tempo, colpisce e sorprende in una persona che ha pianificato la struttura di opere monumentali come Watchmen e From Hell.

L’ “umano” Alan Moore è l’Alan Moore che ha dimenticato l’unica stesura (del fumetto perduto) Yuggoth Cultures sul sedile posteriore di un taxi; la stessa persona che ha anche smarrito il mio numero perché l'aveva scritto sul muro accanto al telefono e poi ci ha passato sopra una mano di vernice e che, una volta, mi ha lasciato dormire nel suo letto (perché lui stava dalla sua fidanzata Melinda!) dopo una serata alcolica a Northampton. La sera stessa ho anche vomitato copiosamente nel bagno di Alan, un evento che ho pensato di trasformare in uno slogan per una serie di T-shirt, ma non sono mai riuscito a trovare le parole giuste. Comunque… Posso personalmente testimoniare che non solo Alan Moore è umano, ma è anche un fottuto bravo ragazzo!

Alan Moore è un paradosso poiché è una persona saldamente ancorata al “carnale” e al “terrestre” (anche nei suoi scritti di carattere magico e Cabalistico) e, al contempo, sempre in contrasto con il piano fisico; o per lo meno, con quella parte di esso che vorrebbe la creatività asservita al commercio. Forse è semplicemente troppo “grande” per vivere in un solo mondo?

Sapendo quanto Alan fosse occupato con una moltitudine di progetti recenti (il suo romanzo Jerusalem, la  rivista Dodgem Logic e numerose serie a fumetti) ho mantenuto le mie domande al minimo, eppure Alan ha trovato il tempo per lunghe risposte. Ciò che più mi sorprende, rileggendo questa intervista, è quanto ricalchi l'intervista che gli feci a Northampton nel febbraio 1994, che è apparso in Rapid Eye N. 3 (Creation Books). Forse siamo tutti (come suggerito da Hofstadter) poco più che “strani loop”.
Alan Moore, grazie per il tuo tempo e per la tua disponibilità.
Copertina di Rapid Eye N. 3
Come procede il tuo nuovo romanzo? Quando pensi che sarà pronto?
Personalmente, penso che stia venendo abbastanza bene considerando che avevo dei forti dubbi quando l'ho iniziato. Al momento sto lavorando al capitolo 31… il romanzo avrà 35 capitoli e credo che questo non sia di grande aiuto per prevedere quando sarà finito. Questa incertezza si basa principalmente sul fatto che quando ho raggiunto la fine del capitolo 23 e quindi la fine del “secondo” libro, mi sono reso conto d’essere completamente esausto e che se non avessi fatto qualcosa di radicale con il terzo libro quel senso di svuotamento si sarebbe riflesso sulla scrittura, e sarebbe stato disastroso. La mia soluzione è stata quella di alzare la posta per il terzo atto, facendo sì che, in qualche modo, ciascuno degli ultimi undici capitoli fosse nuovo e sperimentale, rendendomi il lavoro molto più difficile ma garantendo che non potessi far altro che dare il meglio di me stesso per raggiungere l’obiettivo. Sai, ri-leggendo quelle ultime due frasi ho realizzato, con un certo ritardo, che questa è probabilmente una delle più risibili tattiche della mia strategicamente imperscrutabile vita, ma d'altra parte sembra stia dando dei risultati. Il Capitolo 29 è un’opera teatrale di due ore nello stile di Samuel Beckett in cui lo stesso Beckett è uno dei personaggi; il capitolo 30 è una sorta di omaggio alla New Wave della fantascienza inglese degli anni Sessanta e Settanta; mentre il capitolo che sto scrivendo è una performance resa come un flusso di coscienza da uno dei personaggi, in cui cerco di esplorare il nuovo atteggiamento di cui avremo bisogno verso questioni come il vizio, la virtù, il bene e il male, se, per caso, quello in cui viviamo si rivelasse essere un continuum spazio-temporale in cui qualsiasi possibilità di “libero arbitrio” - per come noi lo concepiamo - fosse escluso dalle leggi della fisica (e personalmente io credo sia così). Credo che potrei completarlo entro l'inizio del prossimo anno, e poi avrò bisogno di almeno un paio di mesi per revisioni o modifiche di altro tipo che andranno fatte, e dopo passerò a completare il disegno per la copertina. Quindi suppongo che la risposta breve alla tua domanda è che una tua previsione sarebbe buona quanto una fatta da me.

Ci sono delle connessioni col tuo precedente romanzo La Voce del Fuoco?
È ambientato a Northampton, come La Voce del Fuoco ma tratta di una zona molto più piccola della città. Detto questo, ci sono un sacco di capitoli del libro precedente ambientati entro i limiti della zona in cui vivo, Boroughs, e questa è la stessa ambientazione di Jerusalem, quindi suppongo che la gente possa ragionevolmente aspettarsi qualche sovrapposizione. Ma per come è andata, sono in numero minore rispetto a quanto si potesse aspettare. Quando ho iniziato a scrivere Jerusalem credo intendessi fare più di un riferimento a spettrali cani neri e parlanti teste su picche, ma, come il romanzo ha trovato la sua “voce” c’è stato via via sempre meno spazio per loro. Ci sono alcuni luoghi che ritornano, ed è ovviamente inevitabile, e ci sono un paio di soprannaturali scene di massa in cui un personaggio de La Voce del Fuoco potrebbe, nel caso, muoversi sullo sfondo ma, in generale, sto tenendo i due libri separati, in modo che non ci sia bisogno di leggerne uno per apprezzare l'altro. L’unico elemento per cui Jerusalem è un sequel de La Voce del Fuoco è il fatto che questo secondo romanzo utilizza la stessa materia di base del primo… vale a dire, i luoghi in cui sono cresciuto, la loro Storia e i miei legami personali con loro.. ma tratta questo materiale con una serie completamente diversa di tecniche narrative in modo da plasmarlo in una struttura molto più enciclopedica. Oh sì, e John Clare è presente sia nel capitolo 26, che è il capitolo su Lucia Joyce, e nel già citato pezzo in stile Beckett del capitolo 30. E naturalmente, in entrambi i romanzi anche io sono tra i personaggi ma in Jerusalem sono travestito e fingo d’essere una donna così a nessuno potrà venire in mente che possa essere io. 
Prima edizione di Finnegans Wake pubblicata nel 1939
Quali sono le differenze tra quello che stai facendo e quello che ha fatto Joyce nell’Ulisse, che è anch’esso ambientato in un singolo luogo?
Credo che la più grande differenza è che Joyce (per qualche ragione) non ha ritenuto di rendere la parte centrale dell’Ulisse un allucinogeno e impropriamente terrificante racconto per ragazzi. Oltre a questo, sto arrivando alla conclusione che in quella che, credo, viene chiamata la "Letteratura dei luoghi”, i posti sono forse più responsabili della scrittura di un libro dello stesso autore. È forse un’idea eccentrica ma credo che in qualche modo l’Ulisse facesse “parte” di Dublino e fosse solo in attesa che Joyce lo portasse alla luce. Lo stesso si potrebbe dire per gran parte delle storie di H.P. Lovecraft che erano “parte” del paesaggio del New England, oppure de La casa sull’abisso che era, in qualche modo, legata alle coste occidentali dell'Irlanda che Hodgson aveva visitato. (In realtà, l'ultimo esempio rappresenta la prova migliore per la mia teoria, onestamente, un po’ debole: Iain Sinclair mi diceva che, apparentemente, Iris Murdoch aveva visitato lo stesso tratto della costa irlandese e, senza aver mai letto né mai sentito parlare de La casa sull’abisso scrisse un romanzo che era stranamente simile a molti di quei temi e a molti dettagli della trama.) Curiosamente, al primo capitolo di Jerusalem, un prologo intitolato Work in progress, ho dato quel nome e l’ho scritto prima di rendermi conto che quello era il titolo di lavorazione che Joyce usò per Finnegans Wake.
Una volta fatto, in ritardo, il collegamento, l’ho rafforzato rendendo la luminosa figlia di Joyce, Lucia (che ha trascorso più di trenta anni nel manicomio accanto al liceo che ho brevemente frequentato negli anni Sessanta), la protagonista del capitolo 26, che avevo già provvisoriamente intitolato Round the Bend [espressione inglese che significa “pazzo”, N.d.T.]. Oltre a questo, non so quanto più chiaramente possa indicare delle differenze profonde con l’Ulisse se non affermando un’ovvietà e rimarcando che Joyce è stato uno scrittore di gran lunga migliore di me.

Pensi che qualsiasi evento storico documentato possa essere visto come un palinsesto?
Certamente potrebbe essere visto come un palinsesto, anche se, considerando che una parte consistente di Jerusalem è una disquisizione contro il concetto che esistano dei momenti “discreti” nel tempo… o persino che il tempo stesso esista realmente… allora, al momento, direi che tendo più a vedere il processo storico non tanto come un palinsesto ma più come una forma o una struttura d’accumulo come risulterebbe, ad esempio, dall’uso dell’attuale tecnica di stampa 3D. D’altra parte, personalmente mi piace molto la parola “palinsesto” perciò non avrei comunque molto da lamentarmi. Di sicuro non inizierei una lite per questo.

Il concetto di “tempo” inteso come qualcosa di diverso rispetto a come lo percepiamo (o come siamo stati condizionati a percepirlo) nelle nostre vite di tutti i giorni, è un concetto prevalente in molte delle tue opere. A parte i tuoi romanzi, ci sono La Lega degli Straordinari Gentlemen, Promethea, From Hell e non dimentichiamo il Dr. Manhattan. Come sei arrivato a questa tua percezione del “tempo”?
In realtà, se la mia visione del tempo - come un solido eterno composto da almeno quattro dimensioni in cui il movimento e il cambiamento sono solo una illusione prospettica originata esclusivamente dalla limitata consapevolezza dell’uomo - è vera, allora diventa problematico parlare di come sia arrivato a questa percezione, visto che un arrivo implica un tragitto lineare e di conseguenza, una concezione lineare del tempo. Nella mia personalissima visione delle cose, sebbene fossi già incappato in idee che prendevano in considerazione concezioni diverse del tempo e del suo passare ed aver persino usato quelle idee nei miei primi fumetti, direi di non aver mai “posseduto” un concetto “profondo” fino alla mia prima esperienza magica il 7 Gennaio 1994, come brevemente descritto nel racconto Unearthing che scrissi per City of Disappearences, l’ottima antologia curata da Iain Sinclair e che poi è stato sviluppato nell’album e nel box-set pubblicato da Lex Records.
In pratica, durante quell’esperienza mi sono reso conto di quello che implicasse il concetto di spazio-tempo visto come un solido a quattro dimensioni, e ho realizzato tutto questo in un modo molto potente e personalmente pieno di significato. Ho capito, a quel punto, che i modi in cui avevo in precedenza trattato l’argomento - in Watchmen, From Hell e in vari episodi di Futuri Incredibili - potevano essere visti, forse romanticamente o forse letteralmente, come una sorta di pre-memoria che viaggiava come un onda attraverso il tempo in entrambe le direzioni a partire da quel momento di “realizzazione”. In sostanza, l’uso di quell’idea prima di quel momento dovrebbe essere vista come degli intuitivi “spari nel buio”, mentre quanto fatto in Promethea o dopo è il risultato di una esplorazione più consapevole e diretta di quel concetto.

William Blake è, senza dubbio, una figura importante per te. Lo stesso titolo Jerusalem è un ovvio riferimento. Quanto dei contenuti del romanzo sono legati alla visione e alla filosofia di Blake?
Sebbene William Blake sia, certamente, in cima alla lista, ci sono in realtà diverse ragioni per cui il romanzo si intitola Jerusalem. Almeno un paio delle prime crociate partirono dal castello di Re Giovanni che si trova all’angolo della strada in cui sono nato, inclusa la famosa spedizione di Riccardo Cuor di Leone. Il Barone reggente di Northampton, Simon de Senlis, costruì l’ancora esistente Chiesa del Santo Sepolcro in Sheep Street sul controverso modello del tempio di Salomone a Gerusalemme. Da un punto di vista metaforico, l’idea di Gerusalemme come uno stato spirituale dell’essere che un giorno si sarebbe realizzato sulla Terra era preminente nella visione di John Bunyan di Bedford che combatté al seguito del New Model Army di Cromwell e passò spesso per Northampton durante le campagne di predicazione. La moltitudine di dissidenti credi religiosi che trovò casa nella Northampton del XVII secolo e supportò Cromwell nella battaglia decisiva di Naseby credeva fermamente che una Gerusalemme materiale sarebbe stata fondata nel corso della loro vita, e i rifugiati che salparono alla volta del Nuovo Mondo scappando dall’orribile Northampton del periodo, come le famiglie Washington e Franklin, speravano tutti che lo stesso potesse avvenire nella loro nuova Patria. Jerusalem come inno è un altro dei temi ricorrenti del romanzo, visto che esamina come gli inni Inglesi furono inizialmente cantati nelle cappelle ribelli (con probabili infiltrazioni Lollarde) di Northampton durante il regno di Elisabetta I e prende in considerazione altri inni, rilevanti a livello locale, come Hark, the Glad Sound di Phillip Doddrige e Amazing Grace del Pastore John Newton.
Comunque, come ho detto, William Blake è di gran lunga il principale riferimento. Una delle idee principali del romanzo è l’implicazione dell’inno di Blake e Parry che “fra questi oscuri mulini satanici” sia forse l’unico posto possibile in cui Gerusalemme possa essere fondata: in strade e spazi piacevoli non hanno davvero bisogno di Gerusalemme e non la stanno cercando. Considerando il concetto di tempo a cui ho accennato in risposta alla domanda precedente, potrebbe implicare che tutto e tutti contenuti in un eterno spazio-tempo solido sono anche loro eterni, e questo comporterebbe che i nostri più miseri e indigenti distretti sono potenzialmente delle città eterne popolate da ignari immortali. Ci sono inoltre degli altri temi che legano Jerusalem a Blake, tra questi il fatto che alcuni antenati dei miei genitori arrivarono nel Boroughs a Northampton dopo aver vissuto a Lambeth, che è anche il luogo natale di un altro dei personaggi del romanzo, ossia Charles Chaplin. Tutti questi differenti fili siano stati messi insieme in Jerusalem ma, se siano stati messi insieme come un cangiante arazzo oppure come uno sgraziato gomitolo di filato ingarbugliato, spetterà al lettore deciderlo. 
Iain Sinclair (sx) e Norton (dx), nella versione apparsa su La Lega.
Quanto sei stato influenzato da Iain Sinclair? Ha fatto anche un’apparizione (come Norton) nel fumetto de La Lega.
Direi che la scrittura di Iain Sinclair è probabilmente tra i maggiori incantesimi in cui sia caduto durante la mia carriera. Essere in grado di scrivere in maniera così splendida e originale con un incredibile livello di densità intellettuale è stato per molti anni tutto quello che ambivo di poter fare. Credo che si possa vedere l’influenza di Iain in From Hell e nell’ultimo capitolo de La Voce del Fuoco, e anche nelle performance-reading legate alle produzioni Moon & Serpent, fino ad Unearthing. Nel caso di Jerusalem, credo di star facendo uno sforzo concertato per scrivere in modi diversi e espandere il racconto in altre aree, anche se questo non deve essere certamente considerato come un rifiuto di tutte le cose incredibili che ho imparato dalla scrittura di Iain, piuttosto è un tentativo di esplorare da solo, in modo più approfondito, qualche altro territorio usando ancora il lavoro di Iain come standard di riferimento riguardo al livello di intensità, intelligenza e di concentrazione che uno scrittore dovrebbe mettere nel suo lavoro. Riguardo l’apparizione di Iain come Norton nella recente continuity de La Lega, penso che gli sia piaciuta anche se ha avuto da ridire sul fatto che gli abbiamo dato l’aspetto di uno scheletrico dentista nazista. In effetti, ho utilizzato quella sua lamentela nei dialoghi di Norton nel capitolo ambientato nel 2009, dal momento che credo fermamente che si debba garantire alle persone il diritto di replica.

Al momento sembra stiamo vivendo “tempi interessanti” su scala globale. Hai la sensazione che sia un periodo migliore o peggiore se rapportato a precedenti epoche storiche?
Davvero non so come qualcuno potrebbe valutare se il nostro attuale momento storico sia migliore o peggiore di quelli che l’hanno preceduto, ma credo che sarebbe corretto dire che è, ovviamente, un periodo molto differente. Il principale elemento di differenza è la quantità di informazione, di gran lunga superiore, a cui la nostra specie ha accesso, e la conseguente maggiore complessità che ha accompagnato questo ininterrotto accumulo. Ovviamente, da un certo punto di vista tutto questo potrebbe essere considerato come una cosa positiva in quanto, tra tutta questa massa di informazioni, ci potrebbero essere, molto probabilmente, le soluzioni a tutte le varie, attuali crisi globali. Dall’altro canto, con gli individui e il loro senso d’identità sul punto di crollare e di collassare sotto il peso di una complessità per la cui gestione non hanno mai acquisito gli strumenti psicologici, potrebbe essere una cosa davvero brutta. Da un lato abbiamo i fondamentalisti religiosi e i nazionalisti d’estrema destra che reagiscono all’inarrestabile onda del cambiamento puntando aggressivamente i piedi nel tentativo di difendere le loro visioni del mondo che collassano, a volte in maniera violenta. Dall’altro lato ci stiamo sempre più avvicinando a una compressione migliore e più sofisticata del nostro mondo e del nostro universo e siamo, a denti stretti, spinti a tirar fuori nuovi e ingegnosi modi per gestire sia l’aumento della popolazione che la diminuzione delle risorse.  Direi che la crescita esponenziale della complessità non è né una buona cosa né una brutta cosa: è semplicemente… una cosa; una condizione dello scenario in evoluzione dell’umanità, e spetta solo a noi rapportarci e confrontarci con esso se vogliamo sopravvivere alle prossime decadi con le nostre vite e personalità intatte.  
Copertina della prima edizione di 1984.
Pensi che l’Arte, la Letteratura, etc. abbiano ancora una voce capace di fare la differenza? Può essere udita anche al giorno d’oggi?
Naturalmente l’Arte e la Letteratura fanno la differenza. Sempre di più, in un mondo dominato da un crescente aumento di dichiarazioni da parte di governi e di corporation, le voce dei singoli sono la sola cosa che possa fare la differenza. Solo per fare un esempio che è a portata di mano, qualsiasi sia il motivo per cui movimenti come Occupy o Anonymous abbiano deciso di adattare la maschera di V for Vendetta e la sua etica di base, si può comunque evincere che abbiano preso un po’ d’ispirazione dall’opera originale. E naturalmente, l’Arte e la Letteratura hanno fatto la differenza in aspetti che sono evidenti solamente in quello che non possiamo vedere: quanto sarebbe stato più semplice architettare un regime totalitario in questo Paese se Orwell e Huxley non avessero scritto 1984 e Il Nuovo Mondo?
Penso che il punto cruciale della tua domanda sia se l’Arte e la Letteratura possano ancora essere udite nel clamore della società contemporanea o, per lo meno, se possano essere udite chiaramente e senza distorsione. Il problema, per come lo vedo io, sta nell’idea contemporanea dell’Arte come semplice categoria dell’intrattenimento. Con questa classificazione, è inevitabile che quasi tutta l’arte che è commercialmente di successo (e di questi tempi, se si parla di successo, è da intendersi nel senso di successo commerciale) verrà gestita da un’industria dell’intrattenimento. L’indizio qui è nella parola “industria”, nel senso che un’impresa metterà sempre al primo posto le considerazioni commerciali e, col tempo, condizionerà le persone interessate a lavorare in quel campo a fare lo stesso. Che gusto ci sarebbe, dopo tutto, nel creare qualcosa di eccellente e che riflette perfettamente i sentimenti più intimi di una persona se non ci fosse un modo di mostrare la propria creazione ad un pubblico, qualunque esso sia? Penso che questo sia un approccio profondamente deleterio e ne deploro la sua evidente, facile accettazione da parte di quella che si suppone essere oggi la comunità degli autori. Stante i miei studi su Blake, Bunyan e John Clare, se sei stato così fortunato da aver ricevuto delle doti artistiche allora, esprimerle in modo lucido e chiaro senza alcun compromesso, non è la tua carriera ma è il tuo compito e la tua responsabilità. Se sei un artista, in qualsiasi campo operi, ti dico che è più probabile che tu possa trovare soddisfazione e significato nella tua vita rimanendo fedele a te stesso e all’integrità del tuo processo creativo piuttosto che far prostituire la tua musa col primo cliente all’apparenza benestante che passa per strada. L’Arte e la Letteratura possono fare un’enorme differenza in opposizione alle fanfare supportate dalle corporation che non fanno altro che aggiungere al già assordante livello del rumore culturale.

Tornando a parlare del concetto di “storicità”. In che modo pensi che i cambiamenti epocali possono influire su un’opera d’Arte? Pensi che un’opera d’Arte possegga qualcosa di “essenziale” che è immodificabile e che possa essere apprezzato a prescindere dalla situazione politica oppure è soggetta a cambiare se vista da un vantaggioso punto d’osservazione sia esso in senso spaziale o temporale?
Così come un valido scultore creerà un’opera che potrà essere ammirata, girandoci intorno, da diverse angolazioni nello spazio, allo stesso modo, credo, un autore autentico crea dei lavori intorno ai quali si può girare e guardarli da angolazioni diverse… nel tempo. Se pensi al caso di Shakespeare… che credo sia una persona singola di origine modeste, semplicemente interessata a molti e differenti argomenti, e non un aristocratico o un gruppo di aristocratici e credo bisognerebbe finirla con questa storia… allora, un’opera come La Tempesta, per esempio, sarà percepita come un lavoro completamente diverso a seconda del periodo storico a cui apparterrà il pubblico che la vedrà. Il pubblico le attribuirà dei significati e delle sfumature in relazione al periodo storico, sfumature che non potevano essere incluse tra gli intenti dell’autore ma che, in larga parte, sono generate dal pubblico stesso. Come per qualsiasi opera d’arte, il momento dell’Arte si realizza solo nella connessione tra l’artista e il suo pubblico, con entrambe le parti che contribuiscono ad almeno metà dell’esperienza. Se un’opera riesce a toccare in profondità un’emozione o una verità fondamentale per l’essere umano allora, probabilmente, manterrà la sua importanza a prescindere da quanti anni o secoli saranno trascorsi dalla sua creazione. L’opera d’Arte come oggetto fisico in sé non cambia, naturalmente. Invece è la prospettiva di chi ne fruirà a cambiare e, di conseguenza, cambierà la percezione dell’Arte. Una valida opera d’arte, così come una scultura di valore, presenterà aspetti interessanti da qualsiasi angolo o periodo storico la si guarderà.

Evitando l’argomento del valore o meno degli adattamenti cinematografici dei tuoi fumetti, quello che trovo più irritante è che un’intera generazione di giovani probabilmente entrerà per la prima volta in contatto con le tue idee attraverso cose come il film su Watchmen. Questo come ti fa sentire?
Ad essere onesto, non posso dire d’essere troppo preoccupato. Se uno di quei film… che non hanno davvero nulla a che fare con i miei fumetti… dovesse portarli a dare un’occhiata all’opera originale, allora, se tutto andasse bene, potrebbero trovarla un’esperienza abbastanza soddisfacente da voler provare, forse, qualche altro dei miei lavori. Se preferiscono gli adattamenti cinematografici alle opere originali, allora questo è affar loro. Allo stesso modo, se per alcuni la visione, ad esempio, del film di Watchmen fosse l’unico momento di contatto con le mie idee, allora probabilmente non si sarebbero comunque trovati bene col mio tipo di pubblico. Se una persona è davvero in cerca del tipo di idee che di solito si trovano nei miei fumetti, allora probabilmente finirà con l’imbattersi nei miei lavori, in un modo o nell’altro, ma quello che ne conseguirà dipenderà tutto da lui.

C’è un fenomeno simile che sta avvenendo in ambito socio-economico, ossia i ragazzi che stanno raggiungendo la maggiore età sono cresciuti in un clima tale da accettare acriticamente come perfettamente normali delle cose che trovo politicamente e eticamente ripugnati. Che ne pensi?
Concordo sul fatto che ci siano state parecchie sgradevoli “agende” che sono state seguite e imposte alla gente in queste ultime decadi, ma c’erano delle sgradevoli “agende” che circolavano anche nel dopo guerra, il periodo in cui io sono cresciuto, in cui l’Inghilterra era ancora sotto shock per la perdita dell’Impero. Considerando che sono stato coinvolto in una forma o in un’altra di Radicalismo sin dai tardi anni ’60, devo dire che gli attuali movimenti di protesta sono molto più estesi, molto più consapevoli e molto più socialmente eterogenei di qualsiasi altro movimento che io abbia conosciuto nel XX secolo.
Certo, gli idioti o le vittime di ipnotismo saranno sempre pronti ad accettare acriticamente qualsiasi cosa verrà propinata loro dai loro leader ma, da quello che vedo, la realtà dei fatti sembra indicare che, al giorno d’oggi, si sono sempre meno persone tra i ranghi degli stupidi e degli ipnotizzati rispetto a quanti ce ne fossero durante i miei anni di formazione, o se per quello, durante i tuoi. Inoltre, gli individui singoli sono molto più resistenti di quanto appaiano. Senza eccezioni, le persone più radicali che ho conosciuto hanno avuto, in larga maggioranza, un’educazione ordinaria e sono stati soggetti alla stesse trafila di oppressioni e agli stessi tentativi di lavaggio del cervello di chiunque altro, ma sembra che, su di loro, non abbiano avuto alcun effetto. Al contrario, un simile trattamento sembra aver solo acuito la loro determinazione rendendoli più creativi e intraprendenti… se possibile, più creativi e intraprendenti a quanto lo sarebbero stati se fossero stati allevati in modo più idilliaco e progressista. Sebbene non sono d’accordo con Karl Marx su moltissime questioni, bisogna dargli ragione quando dice che, a volte, “peggio è meglio”. 
Mitch Jenkins e Alan Moore sul set di Jimmy's End.
Prima di abbandonare il tema “film”, che cosa ci puoi dire su Jimmy’s End?
In questo preciso momento è ancora un po’ campato in aria, soprattutto per via dell’approccio che io e Mitch Jenkins abbiamo deciso d’avere sul finanziamento del progetto. Poiché stiamo evitando  i canali tradizionali dell’industria cinematografica e vogliamo restare in possesso dei diritti sull’opera, abbiamo parlato con diverse società del mondo high-tech che avevano mostrato un grande interesse ma circostanze esterne hanno impedito il loro coinvolgimento, come nel caso di un’importante azienda di computer che ha scoperto all’ultimo momento dei problemi nel suo hardware, ossia è saltato fuori che il loro tablet non era in grado di fare molte delle cose che avrebbe dovuto. Al momento c’è un’altra grossa società del settore che sembrerebbe davvero ansiosa di raggiungere un accordo, ma non stiamo certo trattenendo il fiato. Nel frattempo, piuttosto che stare a girarci i pollici, Mitch ed io abbiamo realizzato un corto di 15 minuti, intitolato Act of Faith, che pur essendo una storia auto-conclusiva, funge anche da trailer per Jimmy’s End, che pensiamo sarà lungo sui 40 minuti. Jimmy’s End è pronto a partire, in termini di cast, location, costumi e troupe, non appena qualcuno ci darà quella somma, relativamente minima, di cui abbiamo bisogno. Una volta completato Jimmy’s End, il progetto potrebbe andare avanti in diversi modi ma tutti quanti dovrebbero puntare verso una produzione molto più grande, intitolata The Show, da cui potrebbero derivare, si spera e sarebbe logico accadesse, altri progetti in media diversi. Guardando quello che Mitch ha fatto con Act of Faith, un piccolo esempio di cinema davvero coinvolgente e disturbante, non riesco ad immaginare qualcuno che non voglia vedere Jimmy’s End per sapere come la storia andrà avanti. Ma, come sempre, vedremo quel che succederà.
[Act of Faith e Jimmy’s End sono stati diffusi nel Novembre 2012 sul sito dedicato al progetto (qui), N.dT]

Che cosa sta succedendo alla splendida Dodgem Logic?
Per il momento Dodgem Logic è sospesa, soprattutto perché la politica di non avere pubblicità, di ospitare materiali di qualità e pagare le persone coinvolte si stava rivelando in perdita nonostante i numeri della rivista, in termini di vendite, fossero discreti. Inoltre alla fine della prima stagione, col numero otto, sono sopraggiunti altri impegni. Idealmente, se e quando riuscirò a tirarmi fuori da questi impegni, ci piacerebbe ri-lanciare Dodgem Logic rivedendone la struttura in modo da mantenere la stessa qualità della rivista originale e, al contempo, facendo in modo che sia davvero economicamente sostenibile. Ho ancora tutto il gruppo di Dodgem Logic pronto al minimo cenno e Joe Brown ha fatto un ottimo lavoro nel ripensare la rivista nell’eventualità che le cose girino nel modo giusto e che si torni a pubblicarla. Più guardo a dove mi sembra sia diretta la cultura contemporanea e più penso che Dodgem Logic sia una proposta non solo opportuna ma, sopratutto, necessaria e so che tutte le persone incredibili che hanno contribuito alla rivista la pensano nello stesso modo. La volontà di tornare a pubblicarla è di certo presente, ci rimane solo da pianificare le giuste circostanze. “Spera che tutto finisca bene ma non trattenere il respiro”… credo sia questo il messaggio che sto cercando di dare.

Quando ti ho intervistato per Rapid Eye N.3 (e sembra sia stato una vita fa) avevi appena dichiarato pubblicamente d’essere diventato “un mago”. [1993, in occasione del suo quarantesimo compleanno, N.d.T.] In questi anni come sono cambiate le cose al riguardo? Quando credi sia importante la magia ai giorni nostri?
Per chiunque sotto i vent’anni, l'intervista su Rapid Eye era davvero “una vita fa”, ma so cosa vuoi dire. Il mio uso della magia ha acquisto sempre maggiore significato nel corso degli anni successivi, fino a che - come per l’uso linguaggio, ad esempio - ha pervaso tutta la mia personalità e esistenza al punto che, a volte, ne sono a malapena consapevole. Riguardo quanto la Magia sia importante per me, dato che attualmente sento che la Magia è  una condizione fondamentale della coscienza umana quanto il linguaggio, mi spingerei a dire che la Magia, che comprende in sé la totalità dell'essere e della coscienza, è l'unica cosa importante. La Magia, in sostanza, è ciò che conferisce all'universo il suo significato e ci risparmia da un cosmo inflessibilmente razionalista, in cui abbiamo capito quasi tutti i meccanismi fisici del nostro continuum solo per affermare che l’intero spazio-tempo non ha significato alcuno. L'esistenza, credo, ha il senso e il significato che noi, come coscienti e senzienti prodotti dell’esistenza stessa, scegliamo di attribuirle.
Di sicuro, c’è il mondo concreto e inamovibile, con i sui processi logici ma c’è anche il mutevole e fluido fenomeno delle nostre percezioni individuali e attraverso esse noi animiamo mentalmente l’inerte “argilla” dell’ambiente che ci circonda. Per me la Magia è semplicemente la più ricca, la più utile e gratificante visione del mondo in cui mi sia imbattuto e mi appare oggi più vera e più importante di quanto non fosse diciotto anni fa. Se sei alla ricerca di una visione del mondo che non sia restrittiva, che è intellettualmente soddisfacente e contribuisce alla felicità e all'equilibrio, se non all'estasi vera e propria, a mio parere la Magia è ancora l’unica scelta.
Le interviste precedenti:

lunedì 30 gennaio 2012

ALAN MOORE: il nuovo libro, lo spazio-tempo e... la non esistenza della morte

Alan Moore ritratto da Jonathan Edwards
Intervista a cura di Helen Lewis-Hasteley
pubblicata il 17 Giugno 2011 su New Statesman.
Tradotta in Italiano su smokyland con il permesso dell’autrice.

Il solito Alan Moore: loquace, disponibile, non certo l'eremita scontroso che la leggenda (errata) narra che sia. Tutt'altro. Sempre gentile e con la battuta pronta. Peccato non sentirne la voce mentre risponde alle domande dell'intervistatrice e così coglierne appieno l'ironia che lo contraddistingue. Di certo avrà un po' riso sotto i baffi (e la barba). 
Il risultato netto? Un'intervista fiume, come sempre molto intrigante, dal Bardo del Fumetto mondiale che racconta del suo nuovo romanzo, discetta di fisica e modelli dell'Universo, di underground e politica e... della morte. :) 
Insomma... buon lettura! ;)

Iniziamo parlando di  Jerusalem, a cui lavori da tre anni…
Alan Moore:
Quando ho iniziato a scriverlo credo fosse il 2008. Vorrei far notare che per il mio romanzo precedente, che era molto più piccolo, ho impiegato cinque anni. Così se Jerusalem mi richiedesse ancora un altro anno, farei comunque meglio.
Qualche sera fa durante una delle mie partecipazioni a Uncaged Monkeys all’Hammersmith Apollo ho parlato col Professor Steve Jones.
Gli ho parlato di Jerusalem, e del fatto che avevo scritto circa due terzi del libro e, in tutto, erano oltre mezzo milione di parole. E ha replicato: “Sai, è un numero maggiore di quelle contenute nella Bibbia.” Una cosa che mi ha fatto molto piacere. Spero solo che chiunque confonderà la quantità con la qualità. Senza dubbio si tratta di un libro bello grosso.

Lucia Joyce
Una volta finito arriverà al milione?
AM:
Credo sarà sui tre quarti. Nella parte finale del libro, la terza, ho deciso di spingermi ancora oltre con la storia, per fare in modo che non sembrasse in calando.
Questi ultimi capitoli sono ognuno, a modo proprio, piuttosto difficili. La loro lunghezza varia ma il capitolo su Lucia Joyce è stato il motivo che mi ha spinto a iniziare la pubblicazione di Dodgem Logic in modo da prendermi una pausa di 18 mesi dallo scrivere Jerusalem.
È il capitolo più lungo del libro. Si sviluppa per circa 35 pagine a singola spaziatura ed è del tutto incomprensibile. È scritto in una specie di flusso di coscienza joyciano, completamente inventato. L’ho riletto di nuovo e ne ho capito la maggior parte… no, l’ho capito tutto. È il solo modo in cui sarei riuscito a scrivere una cosa simile. È stato un esperimento.
Il capitolo precedente, che ho finito poco fa, l’ho scritto nella forma di una pièce di Samuel Beckett.
Con lo stesso Beckett come personaggio e Thomas Becket, giusto per rendere la storia ancora più disorientante, e John Clare, John Bunyan e vari altri che compaiono come fantasmi.
È una piccola opera teatrale ambientata in un portico di una chiesa gotica, a Northampton. C’è un fatto da notate: Samuel Beckett è stato a Northampton. La prima volta venne per giocare a cricket contro la squadra locale. C’è un campo da cricket alla fine della strada dove abito. Nel Wisden's Almanac è riportato che Beckett giocò contro il Northampton e che, quella notte, tutti i suoi compagni di squadra decisero di fare visita ai numerosi pub e di andare a prostitute, tutte cose per cui Northampton era principalmente nota (dopo gli stivali e le scarpe).Sto riambientando l’evento nel capitolo 29, come parte della mia piccola pièce.
Non ho idea di quanto saranno lunghi i capitoli della parte finale del libro. Sono tutti degli esperimenti.

Nell’epoca di Twitter, non sei per nulla preoccupato che nessuno riuscirà a finire di leggerlo?
AM:
Per nulla, fintanto che IO riesca a finirlo. Questa è la cosa più importante. Naturalmente, ho persino avuto il dubbio che la gente riesca a sollevarlo. Alla fine sarà un libro bello grosso. Oggi parlavo con alcune persone che potrebbero essere coinvolte nella sua pubblicazione, e mi suggerivano: “perché non ci rivolgiamo ad un editore che pubblica la Bibbia? Facciamolo stampare su carta per Bibbia?”

Come se fosse un corposo messale?
AM:
Sarebbe fantastico, no? Comunque non sono contrario all’idea di un qualche tipo di ebook, dopotutto. Probabilmente non lo leggerei perché non mi ritrovo con quel tipo di tecnologia ma non sono contrario all’idea che possa essere disponibile in quella forma.
Fintanto che potrò avere il mio voluminoso, invalidantemente pesante libro da mettere nella mia libreria e poterlo guardare gongolando, allora sarò felice.
E riguardo al fatto se la gente lo leggerà o meno, chi può dirlo? Potrebbe finire come per Dal Big Bang ai buchi neri. Breve storia del tempo che la gente ama avere nella propria libreria - anche se bisogna vedere se avremo ancora delle librerie in futuro - ma non è detto che l’abbiano letto.
Mi piace pensare che la gente arriverà alla fine perché sarà un libro molto scorrevole, a parte il capitolo su Lucia Joyce, che è del tutto incomprensibile. Il resto è probabilmente molto più accessibile di quanto lo siano diversi miei lavori precedenti. Ho cercato di far passare in questo libro alcuni concetti piuttosto importanti e strani per cui ho pensato che sarebbe stato meglio esprimerli in termini semplici e accessibili.

E uno degli argomenti è “confutare l’esistenza della morte”.
AM:
Ho pensato che fosse un progetto fondamentale da affrontare nei miei anni di declino. C’è molta altra roba nel libro ma una delle tesi centrali si basa sulle mie riflessioni sui concetti di mortalità e di tempo.
Mi sembra che, se ho capito correttamente quello che dicono persone come Stephen Hawking… allora significa che viviamo in un universo che ha almeno quattro dimensioni. Parlavo da poco con un teorico delle stringhe e lui riteneva che le dimensioni fossero, probabilmente, undici.

È piuttosto divertente perché ho intervistato Brian Greene di recente. E ha detto che le dimensioni sono tutte attorcigliate tra loro, come un filo in un tappeto.
AM:
Dimensioni piccolissime e collassate che sono nascoste dentro quelle a noi familiari. Credo che ce ne siano almeno quattro e se questo è corretto, la quarta dimensione non è un qualche piano mistico. È una dimensione, esattamente come le altre. È una dimensione fisica e materiale.
Quando Einstein parla del fatto che lo spazio-tempo ha una curvatura, allora dal momento che lo spazio-tempo include le tre dimensioni a noi familiari, questo implica che deve curvarsi attraverso la quarta dimensione, e questo suggerisce che la quarta dimensione, da come capisco, non è il tempo. Ma è la nostra percezione del passare del tempo. L’universo è un solido quadridimensionale nel quale nulla si sta muovendo e nulla sta cambiando.
La sola cosa che si muove attraverso quel solido, lungo l’asse temporale, è la nostra coscienza. Il passato è ancora lì, il futuro è sempre stato lì e, in questo gigantesco solido, ogni momento che è esistito - o che esisterà - esiste, in modo contiguo, nello stesso momento.
In questo gigantesco iper-momento dello spazio-tempo, che include tutti gli istanti che costituiscono la vita di ciascuna persona, mi sembra che nulla stia andando da qualche parte. Pensa a un normale viaggio attraverso le tre dimensioni: percorri in macchina una strada, ad esempio. Ora quelle case dietro di te stanno sparendo, non puoi più vederle. Ma non dubiti che invertendo la direzione di marcia quelle case saranno ancora lì.
Il fatto è che la nostra coscienza si muove solo in una direzione attraverso il tempo. Non possiamo tornare indietro. Ma credo che quello che i fisici ci dicono è che quei momenti sono ancora lì e credo che quando arriveremo alla fine della nostra vita, ai 70 o 80 anni della nostra vita, si tratta solo di una dimensione fisica… è quanto a “lungo” siamo stati nel tempo e quando la nostra coscienza arriva alla fine della nostra vita, non ha altro posto dove andare se non tornare all’inizio.
Così rivivremo la nostra vita ancora e ancora e ancora, all’infinito, e ogni volta penseremo esattamente le stesse cose, diremo esattamente le stesse cose, faremo esattamente le stesse cose che abbiamo fatto e detto la prima volta. È persino privo di significato parlare di una “prima” volta.
Ho creduto d’aver avuto io quest’idea perché… sono un genio. Ma risulta che i Pitagorici avessero una sorta di loro versione: l’ “eterno ritorno”. Basavano la loro idea sul fatto che quando questo universo finisce, poiché il tempo è infinito, allora devono esserci degli altri universi e, dal momento che quegli universi sono finiti, ci deve essere alla fine un altro universo esattamente come il nostro, cosa che non credo sia scientificamente plausibile.
Mentre quest’idea della “dimensionalità” della nostra esistenza si regge in piedi. Non riesco a vedere un altro modo che non implichi violare completamente uno dei fondamentali pilastri della fisica moderna e, mentre lavoravo a Jerusalem, mi sono imbattuto in una splendida citazione di Albert Einstein che riassume perfettamente quello che stavo cercando di dire ma in modo molto eloquente e con molte meno parole del mio tre quarti di milione. Sembra che stesse consolando la vedova di un collega fisico - questo avveniva appena qualche mese prima della morte dello stesso Einstein – e lui le disse: “Per un fisico come me, la morte non è una cosa così rilevante”, ma sto parafrasando. Disse: “La morte non è una cosa così rilevante perché capisco la persistente illusione della transitorietà.”
Penso che la “persistente illusione della transitorietà” dica tutto. La persistente illusione che le cose passino. Le persone, gli eventi, i luoghi… io non credo che passino. Penso che, in un certo senso, ogni momento sia eterno. Non sto cercando di fondare una religione e noterai che tutto questo discorso non richiede la presenza di un Dio.
Non si tratta di un aldilà, è solo la nostra vita. Trovo sia una interessante e laica idea di “continuità” che credo sia scientificamente credibile. E indipendentemente dal fatto che sia vera o meno, non sarebbe un brutto modo di vivere.
"Visualizzazione" di un Multiverso
Devo dire che l’idea che più mi attira è quella di un “multiverso” infinito in cui qualsiasi cosa può accadere. Ogni possibile azione che si possa fare.
AM:
La trovo un’idea orribile perché non implica forse che qualsiasi cosa tu faccia, c’è un “altro te” che l’ha fatta meglio?


Certo, ma c’è un “altro me” che l’ha fatta peggio.
AM:
È vero, così alla fine dei conti, è una specie di relativizzazione della morale o si sminuisce l’esistenza. Ricordo d’aver letto una storia di Larry Niven, uno scrittore che non mi piace affatto, che parla di un investigatore privato che sta indagando su una serie di suicidi e alla fine li collega ad un articolo sulla stampa che afferma l’esistenza effettiva di universi paralleli, l’esistenza di un numero infinito di mondi alternativi in cui esiste un numero infinito di versioni di te stesso. E l’investigatore pensa a questa notizia e ipotizza possa essere la causa dei suicidi.
C’è un po’ di disperazione esistenziale all’idea che per quanto bene tu possa agire, c’è un milione di altri te stesso che sta soffrendo in circostanze orribili e un miliardo di altri te stesso che hanno fatto molto meglio. L’investigatore sta riflettendo su questo, prende la pistola dalla sua scrivania e se la punta alla tempia e rimane lì fermo per un secondo e poi pensa: “no, no, nessuno si uccide per un oscuro ragionamento filosofico.”
E rimette la pistola di nuovo nel cassetto. E preme il grilletto e la pistola non fa fuoco. E preme il grilletto e il proiettile rimbalza sul soffitto. E preme il grilletto e si fa esplodere la testa… Alla fine della storia c’è tutta questa serie di diversi finali, che accadono in questo o in quell’altro mondo parallelo.
Ci sono molte persone che trovano l’idea di rivivere in eterno la propria vita una cosa terrificante; altri trovano la cosa molto confortante. Altri ancora ne sono spaventati.

Non mi importerebbe fintanto che non ne fossi consapevole.
AM:
Questa è la cosa bella di un’idea simile. Un altro aspetto di questo “credo” è che non ci sarebbe alcun libero arbitrio. Un argomento che, ho notato, è emerso spesso di recente su The New Scientist. L’idea che viviamo in un universo deterministico.
C’è una scena nel mio libro in cui una di queste figure di angeli simbolici, un po’ giocatori da biliardo proletari, sta parlando con una persona che gli chiede… non possiamo chiamarli “angeli”, perché non sono angeli come quelli nelle cartoline natalizie, sono un po’ più “concreti”… comunque l’umano sta parlando con uno di questi “operai celesti” e gli chiede: “Senti, ma noi, tutti noi, abbiamo mai avuto davvero il libero arbitrio?” E l’angelo scuote la testa e risponde: “No… Ti è mancato?” Poi entrambi iniziano a ridere.
Per quello che posso capire, non è importante che abbiamo il libero arbitrio fintanto che abbiamo l’illusione che ci sia un libero arbitrio, in modo tale, da non uscire fuori di testa. Abbiamo l’illusione che ci sia il libero arbitrio. Ci sembra che ogni momento che viviamo accada per la prima volta, che avremmo potuto fare qualsiasi cosa, che avremmo potuto dire qualsiasi cosa, ma questo non sembra essere la direzione in cui sta andando la scienza.
Il mio scienziato preferito – principalmente perché ha un nome davvero incredibile – si chiama Gerard’t Hooft. Sta lavorando a una teoria che non può essere testata perché non abbiamo dei microscopi ad effetto tunnel in grado di farlo, ma quello che propone è che ci sia un livello ancora più fondamentale di quello quantico, in cui tutte le caratteristiche di indeterminazione della meccanica quantistica, che sono così strane e peculiari, verrebbero risolte come se non ci fossero mai state, riuscendo così a conciliare perfettamente il modello classico con quello quantistico. L’unico problema è che, stante questa teoria, senza indeterminazione quantistica non ci sarebbe alcun libero arbitrio.
Così sembra che ci siano diverse forze che vanno in quella direzione e stanno dibattendo sul fatto che se scoprissimo che non c’è il libero arbitrio, la conseguenza non sarebbe che potremmo darci alla violenza sfrenata? Il fatto è che la maggior parte delle persone sarebbe “predeterminata” a non credere [che siamo privi di libero arbitrio].

Sì, inoltre, tutti crediamo in qualcosa. Puoi andare in giro dicendo che è tutta un’illusione ma avrà comunque delle ripercussioni su come la gente ti tratta. Mi capita spesso di riscontrare un comportamento simile quando gioco con i videogame: sono patologicamente predisposta ad essere gentile con tutti, perché voglio che i personaggi del gioco mi trattino come se fossi una brava persona, anche se non ci sono delle conseguenza morali e tutto si svolte in un mondo virtuale. È un qualcosa di radicato.
AM:
È così. Non gioco mai con i videogame ma mia moglie Melinda [Gebbie] ha oziosamente speso diverse ore preziose della sua vita con loro e mi stava dicendo di un gioco in cui aveva fatto qualcosa di malvagio – perché pensava che, nelle prime fasi del gioco, dovesse agire così – e, di conseguenza, per tutto il resto del gioco il suo personaggio era sempre bersagliato dagli abitanti del villaggio che le ricordavano che aveva mangiato dei gattini o una cosa del genere…
Immagine dal videogioco Fable
Sì, credo sia Fable oppure Dragon Age.
AM:
Sì, era Fable.

Ti puntano il dito contro e dicono: “L’hai ucciso, l’hai fatto”. E tu: “Mi spiace! Non volevo.”
AM:
Melinda stava iniziando a sentirsi davvero in colpa per questi gattini, o quello che erano, che aveva mangiato, quasi come se fosse successo nella vita reale, perché la disapprovazione degli abitanti di quel villaggio iniziava a pesarle. Naturalmente sono cose che succedono.
La prima volta che ho sentito parlare di “realtà virtuale” nell’ambito dei videogame, il mio primo pensiero è stato: perché l’altra come è? È tutto molto virtuale, no? Non facciamo esperienza diretta della realtà; facciamo esperienza delle nostre percezioni.
In un certo senso, questa è già una “realtà virtuale”. Perciò non è una sorpresa che la disapprovazione di un gruppo di personaggi di un videogame ti possa colpire come quella manifestata da persone in quella che appare essere la vita reale.
L’avevo già notato quando mi dilettavo con Space Invaders o Tetris. In pratica, parecchio tempo fa, ho scoperto che, cose che non stavano davvero accadendo, mi causavano picchi di adrenalina e stress… avevo delle reazioni viscerali a causa di qualcosa che vedevo su uno schermo, anche se era un qualcosa di basso livello, probabilmente legata ai neuroni specchio.
Tendiamo ad avere una strana esperienza di quello che vediamo. Se vediamo qualcuno fare una certa azione, una parte del nostro cervello si attiva come se stessi eseguendo esattamente la stessa azione. Per cui deve succedere qualcosa del genere quando si gioca con i videogame. Alla fine mi ritrovavo ad essere arrabbiato, soprattutto con me stesso perché giocavo troppo a lungo ma...

È una cosa che accade anche con i libri, no? Se ti identifichi profondamente con i personaggi, allora ti emozioni al loro posto, in particolare in situazioni di imbarazzo o da cui traggono vantaggio.
AM:
Esatto. Ad esempio guardando quelle “commedie crudeli” in stile post-Ricky Gervais, dovevo cambiare canale o, per lo meno, mi succedeva quando ancora avevo un televisore. Di fronte ad un passaggio particolarmente crudele, anche se era un personaggio specifico che stava per essere umiliato, non volevo vederlo. Mi ero immedesimato troppo.
Quando ho sentito parlare dei neuroni specchio ho pensato: “scommetto che si applica non solo al caso di una vera persona che fa qualcosa, ma anche ad un film in cui c’è una persona che fa qualcosa; scommetto che si applica alla fotografia di qualcuno che fa qualcosa, scommetto si applica al caso di un testo ben scritto.”
Capita che, se vedo qualcuno alla televisione o al cinema affacciato ad un davanzale oppure in alto, in una posizione precaria, allora incominciano a sudarmi le mani e ho la sensazione di stare per scivolare. Se leggo un testo che racconta la stessa cosa ho la stessa reazione, è credo che sia una cosa interessante perché come scrittore il mio interesse è quello di suscitare delle autentiche reazioni fisiche nei miei lettori. Se scrivo su un argomento abbastanza bene, è possibile mettere il lettore, seppur momentaneamente, nella stessa situazione estrema di cui stai scrivendo? 

Epocale pagina da Watchmen
Non è una cosa che ti preoccupa? Implica una dimensione morale per quello che scrivi?
In particolare se stai scrivendo storie di supereroi, considerando che a loro vengono permesse azioni che sarebbero terribili se permesse ad una persona reale.
AM:
Non scrivo più storie di supereroi. Ho cambiato drasticamente la mia opinione sui supereroi circa cinque o sei anni fa, ma quando li scrivevo mi sembrava che, dal punto di vista della morale, fosse più importante mettere in discussione per davvero il concetto di eroismo e, nello specifico, di super-eroismo.
Credo sia un concetto pericoloso se non lo si esamina. Adolf Hitler era un eroe per i tedeschi. Molti di quelli che vengono descritti come eroi, forse erano degli psicopatici, non avevano la stessa razionale percezione della paura o della propria mortalità delle persone normali… Oliver North è stato considerato un eroe da una gran parte degli Americani.
È un concetto pericoloso, ed è una delle cose che ho cercando di dire in Watchmen. Ho cercato di dirlo nel modo più viscerale possibile, portando il lettore in luoghi sorprendenti e spiazzanti, perché volevo che le mie idee arrivassero nel modo più potente possibile e si imprimessero su chi leggeva.
E non credo che, così facendo, si faccia un disservizio al lettore. Viviamo in un mondo in cui gran parte della cultura che ci circonda è soporifera e anestetizzante; non ci spinge affatto a vivere le nostre vite in maniera più consapevole e profonda, direi piuttosto il contrario.
La maggior parte dei media di intrattenimento puntano a “scollegarci” dalle nostre vite per un’ora o un’ora e mezza. È solo per “intrattenerci”, non deve necessariamente dirci qualcosa o sollevare dei quesiti morali, ma penso che l’Arte – o per lo meno mi piace pensarlo per i miei lavori – non può evitare questo tipo di argomenti. Deve provocare, stimolare una qualche riflessione, altrimenti non c’è davvero ragione perché esista. Se non lo fa, probabilmente ti rassicura su qualcosa e credo che questo sia negativo.
Non mi piace l’idea che l’Arte sia rassicurante, dovrebbe provocare delle domande, non dirti “sì, è tutto bellissimo, va tutto bene.”
Sì c’è un posto per l’Arte di questo tipo, ma non è quella che preferisco, e non è certo quella che mi piace fare. Mi piace l’idea del confronto di idee e spingere il lettore verso nuove esperienze. Credo che questo sia il compito di uno scrittore o di un’artista, o per lo meno, questa è la mia opinione in merito.

Mi è piaciuta davvero la tua rivista, Dodgem Logic. Lo dico nel senso buono del termine, mi è sembrata davvero “old-fashion”, fatta come ai vecchi tempi. La direzione era dettata dagli interessi di una sola persona. Che cosa ti ha insegnato un’esperienza simile, oltre al fatto che è difficile pagare in modo equo le persone coinvolte nel progetto e fare le cose nel modo giusto?
AM:
Mi sono divertito tantissimo a fare Dodgem Logic, e sì, è stato come tornare a quel genere di energia e allo spirito delle riviste underground che apprezzavo tantissimo durante i miei anni formativi. Allo stesso tempo non volevamo che fosse un esercizio di psichedelica nostalgia per i tempi che furono. Volevamo che fosse una rivista diversa da come erano Oz e pubblicazioni analoghe. Per quanto le trovassi meravigliose avevo 15 anni. Noi volevamo fare qualcosa che avesse attinenza con i tempi in cui stavamo vivendo, magari con lo stesso spirito e gli stessi obiettivi dell’underground ma in un contesto nuovo e credo che ci siamo riusciti. Se si guarda la rivista, c’erano molti più contenuti di quelli che di solito si trovavano in quelle vecchie pubblicazioni underground.
Per quanto le adorassi, erano piene di pagine di confusi e torbidi collage presi da quotidiani scandalistici, con titoli sensazionalistici affiancati ad immagini tratte da riviste porno. C’erano pochi contenuti. Quando c’era sostanza, a volte, era qualcosa di davvero valido. Ma non ce n’era molta.
Nel caso di
Dodgem Logic mi è piaciuto soprattutto il fatto che avessimo una politica, probabilmente una politica suicida, di non includere inserzioni pubblicitarie a pagamento. Mi piaceva l’idea di prendere delle persone, in molti casi autori di primo piano nel loro campo specifico, e “mischiarle” con persone della zona che avevamo conosciuto da poco, che avevano una passione o un talento.
C’è forse qualche alto e basso in
Dodgem Logic. Sì, l’intento non era quello di fare una rivista patinata del tutto professionale, nel senso in cui ci si aspetta che lo sia una rivista patinata professionale. Volevamo un qualcosa che avesse le sue imperfezioni e che sarebbe quasi certamente incappata in numerosi fallimenti, perché bisogna essere preparati a questi rischi se si sta facendo qualcosa di avventuroso.
Ho amato
Dodgem Logic, penso che nella rivista ci siano stati dei momenti incredibili: il ricordo del Blitz scritto da Michael Moorcock; il meraviglioso primo capitolo dell’autobiografia di Tom Pickard; il pezzo di Iain Sinclair, le fotografie, i fumetti, lavorare di nuovo con artisti come Savage Pencil, fantastico; i contributi dei vari autori comici… Era davvero un buon mix e nonostante la rivista abbia perso una marea di soldi, non cambierei nulla. Sono davvero felice d’averla fatta.
Ma non abbiamo ancora finito. La versione sul Web è ancora attiva e poi, se ci sarà un modo per ritornare in stampa… stiamo valutando varie opzioni. Credo che Robin Ince stia organizzando un paio di importanti eventi benefici per raccogliere fondi.

È davvero bravo in queste cose.
AM:
Sì, Robin è bravissimo in questo. Non so davvero dove trovi il tempo per organizzare tutte queste cose e al contempo portare avanti la sua carriera di scrittore e comico. 

Copertina di Dodgem Logic N. 3, realizzata da Moore
Credo che lo faccia come una sorta di attività sostitutiva quando sente che dovrebbe scrivere i pezzi per i suoi show, allora va e organizza un evento e si sente come se si svincolasse.
AM:
Sì, è instancabile. Mi diceva di un possibile coinvolgimento dei vari comici che hanno contribuito a Dodgem Logic. Stavamo pensando di fare due serate, probabilmente una con un po’ di comici e l’altra con un po’ di band che si sono offerte volontarie. Terremo informati tutti sugli sviluppi.
Per cui direi che Dodgem Logic non è ancora finita. E mi sembra di capire che, dove è arrivata, sia piaciuta. È stato soprattutto un problema economico. Vendevamo circa 15mila copie ma la tiratura era di 30mila, una tiratura decente per una rivista. Se avessimo inserito della pubblicità o se il costo per realizzarla fosse stato leggermente inferiore, o se il prezzo di copertina fosse stato leggermente più basso, probabilmente avremmo potuto andare avanti, ma non volevamo fare in quel modo.
Così stiamo pensandoci su per vedere se ci sia un modo per ritornare in stampa, perché è questo il mezzo a cui sono più legato.

Visto che stai scrivendo un romanzo gigantesco immagino che nutra un grande amore per i libri come oggetti.
AM:
Non è una cosa patologica. Accetto il fatto che le cose cambiano e che il futuro della lettura potrebbe avere la forma di un Kindle o di un iPad, ma in un certo senso reputo che il libro sia “perfettamente adattato”. È come gli squali; gli squali non si sono evoluti per milioni di anni perché non ne avevano bisogno. Sono davvero perfetti come squali e credo che lo stesso valga per i libri.
Ma potrei sbagliarmi e la situazione potrebbe cambiare e i libri potrebbero sparire. Almeno avrò ancora i miei e sono sicuro che mi adatterei ma nutro dei dubbi che questi “oggetti base” svaniranno solo perché avremmo una nuova alternativa. Il cinema esiste da anni ma il teatro c’è ancora. Dal punto di vista emotivo, ovviamente, mi piace l’odore della carta. Adoro l’odore della carta al mattino, è come l’odore della vittoria.
Uno dei più grandi piaceri per me è stato l’odore fantastico della carta di Lost Girls. Non mi sono quasi preoccupato di leggere il libro. Ero semplicemente ammaliato dall’odore della carta. Ma sai, probabilmente è solo un feticismo del tutto personale.

È stato pubblicato in cofanetto, vero? Si prova una certa soddisfazione quando si tira fuori un libro da un cofanetto. La sensazione è che sia una sorta di evento quando selezioni quel volume.
AM:
Per
Lost Girls è stata tutta un’idea di Melinda ma io ero completamente d’accordo con lei. Lei aveva la sensazione che fosse importante renderlo un oggetto il più bello possibile in modo da fugare la cattiva nomea che generalmente, e direi correttamente, circonda la parola “pornografia”.
Forse probabilmente era un po’ come “indorare la pillola”, ma era una confezione particolarmente bella. Il messaggio che veicolava era: “Noi autori prendiamo la cosa molto seriamente.” Era una modo per dire al lettore che non era un’operazione da quattro soldi, non era quella la visione degli autori. E credo che, per noi, con
Lost Girlss, quest’approccio abbia funzionato piuttosto bene. 
Lost Girls
Ci saranno delle mappe in Jerusalem e hai dichiarato che realizzerai tu la copertina. Non è un po’ strano scrivere senza un disegnatore e non avere qualcuno con cui confrontarsi?
AM:
È stata una sensazione davvero strana la prima volta, con il mio primo romanzo, La voce del fuoco. Ho impiegato cinque anni a scriverlo e l’ho trovata una esperienza molto solitaria perché per la prima volta stavo scrivendo un qualcosa di lungo e impegnativo senza poter scambiare idee con un collaboratore e senza che qualcun altro, oltre me, fosse interessato a quello che facevo.
Suppongo che con Jerusalem stia portando avanti qualcosa di ancor più impegnativo ma, rispetto a quando ho scritto
La voce del fuoco, sono cresciuto come scrittore. Essendo consapevole di quello che mi aspettava, credo di stare gestendo Jerusalem davvero bene. Mi sento davvero a mio agio. È come un lungo viaggio senza aver nessuno che ti faccia compagnia. Ma non so se è semplicemente il mio modo di pensare che si è adattato per un progetto di maggiore portata.
Non è un libro difficile come lo è stato
La voce del fuoco. Con La voce del fuoco non sapevo neppure se sarei riuscito a scrivere un romanzo, non sapevo neppure se sarei riuscito a finirlo. Non sapevo neppure se avrebbe funzionato. Era una forma di racconto su cui non avevo mai lavorato in precedenza. Perciò avevo tutte quelle insicurezze che uno ha quando lavora a qualcosa che non conosce bene. Nel mio curriculum ho solo un romanzo di genere “non grafico” e per lettori “adulti”, ma ho un bel po’ di esperienza come scrittore. Credo però che non scriverò mai più qualcosa di così lungo.

Come festeggerai quando finirai un romanzo da 750 mila parole?
AM:
Penso che mi riposerò un po’.

Non lo riprenderai in mano e inizierai a rileggerlo dall’inizio, vero?
AM:
Oh, beh, dovrò farlo. Quando avrò scritto l’ultima parola, dovrò tornare indietro e ricontrollare tutto. Ma non ci vorrà molto. Posso fare un capitolo al giorno, per cui ci vorrà un mesetto. Sono 35 capitoli. Coinvolgerò anche il mio amico Steve Moore in questo perché è la sola persona, vagamente simile alla figura di un editor, che lascerei avvicinare al mio libro.
Qualsiasi editor con un po’ di sale in zucca mi direbbe immediatamente di tagliare due terzi del libro. E non lo farei mai. Dubito che Herman Melville avesse un editor e se lo avesse avuto quell’editor gli avrebbe detto di tagliare tutta quella roba noiosa sulla caccia alle balene. Una roba tipo: “Vai direttamente alla parte sull’inseguimento, Herman.”
Perciò, Steve lo leggerà e verificherà gli eventi che cito nel romanzo. Ho cercato di assicurarmi che tutti i riferimenti storici fossero il più possibile accurati. Faccio diverse affermazioni “assurde” nel corso del libro perciò penso sia importante che i fatti reali siano completamente fondati e del tutto accurati.
Per rispondere alla tua precedente domanda, probabilmente porterò Melinda a mangiare in un ristorante cinese e ci stracceremo di sakè. Ho smesso di bere nel 2000 perché mi ero stancato. Mi sono reso conto che, quando avevo 14 anni, facevo finta che mi piacesse il gusto della birra – perché pensavo mi facesse sembrare più “uomo” – al posto del succo di ciliegia, che è stato il mio primo amore, ma non potevo certo dirlo a quell’età. Così ho smesso, causa noia, di bere birra intorno al 2000. Ma adoro il sakè. È sorprendente come ti prenda.

Sì, specialmente quando è caldo. Ha un gusto così avvolgente.
AM:
Sì. Non ricordo per quale motivo ma ne parlavo con alcuni degli scienziati durante Uncaged Monkeys. E mi chiedevo: “Che cosa ha di speciale il sakè? Perché fa quell’effetto? Che differenza fa riscaldarlo?” 

Moore durante una recente intervista
Ci sono quattro domande che facciamo sempre. La prima: avevi un piano riguardo la tua carriera?
AM:
No, l’unico piano che avevo si basava sull’improvvisare. Quando ho iniziato non avevo la minima idea che sarei stato in grado di vendere a qualcuno un mio lavoro. Quando ho avuto l’incarico come disegnatore per il giornale musicale Sound, pensavo che sarebbe durato un paio di mesi prima che si rendessero conto che non avevo alcun talento e che sarebbe arrivato qualcuno a riprendersi tutto indietro.
Ma pensavo che almeno avrei potuto dire che ero durato qualche mese, vivendo della mia Arte, e questa sarebbe stato qualcosa di cui andare fieri. Così, quando mi sono reso conto che non sarebbe arrivato nessuno a riprendersi tutto, ho iniziato a pensare: “beh, la tua vita e questa situazione sono appese ad un filo, come puoi migliorare le cose?” Per cui direi che, sì, ho fatto diverse pessime valutazioni strategiche ma, no, il mio unico piano era quello di vedere se potevo riuscire a guadagnarmi da vivere facendo qualcosa che mi piaceva.
Quando mi sono reso conto che potevo farlo, ho adattato il mio piano. Potevo guadagnarmi da vivere facendo qualcosa che mi piaceva e che potesse anche evolvere toccando argomenti che mi interessavano davvero? Le mie ambizioni sono via via cresciute ed è questo il motivo per cui sono finito a scrivere un libro da 750 mila parole.

Mi preoccupa il fatto che dopo aver scritto il tuo romanzo successivo, penserai: “Beh è andata bene. Anzi, in realtà, mi sono davvero divertito.”
AM:
Il fatto è che La voce del fuoco era lungo 300 pagine ed era tutto incentrato sulla contea del Northamptonshire. Questo che sto scrivendo, che alla fine sarà probabilmente di 750 mila parole, parla di circa cinque o sei isolati. Circa mezzo miglio quadrato.
Per cui il prossimo sarà lungo qualche milione di parole e sarà incentrato solo su questa parte del salotto di casa mia. Credo che dovrei metterci un freno.

Vai a votare?
AM:
No, non voto. Da tempo, sono un anarchico… Ho votato una sola volta. Votai per Jim Callaghan perché un mio amico, molto più attivo politicamente di me, mi disse che Edward Heath era un fascista e che non votare equivaleva a votare per Heath. Votare per Heath era come votare per Hitler.
Al tempo, non sapevo molte cose. Edward Heath era solo un Tory vecchio stampo ma allora non sapevamo che ci sarebbero stati dei Tory diversi. Per cui Heath sembrava davvero un pessimo elemento, così votai per Jim Callaghan. Callaghan vinse e subito dopo iniziò a portare i missili Cruise americani nelle basi inglesi e impose la peggiore legge anti-immigrazione che abbia mai visto. E mi dissi: “è colpa tua.”
Presi la cosa seriamente. Non mi piace votare perché non credo che sia democrazia. Democrazia, per come la vedo io, è demos, ossia la gente comanda. Non dice nulla sul fatto che i rappresentanti eletti debbano comandare. In Dogmen Logic parlo di un’opzione che è stata usata e che mi sembra preferibile, ossia la via Ateniese.

Sì, venivi convocato.
AM:
Venivi convocato tramite estrazione a caso. Se c’era una decisione d’importanza nazionale da prendere, una giuria o un parlamento veniva convocato mediante un’estrazione. Ascoltavano le argomentazioni delle parti coinvolte, votavano e poi la giuria veniva sciolta. Non avrebbe alcun senso votare dei privilegi a favore dei membri del Parlamento, perché tu non ne faresti parte. Sarebbe invece tuo interesse votare per qualcosa che abbia importanza per la comunità perché è lì che ritornerai.
Non sto dicendo che non sia un’idea priva di punti deboli ma forse bisognerebbe pensarci, perché credo che questa sia, per lo meno, una vera simulazione di democrazia.

Sì, così una parte marginale di elettorato gestirebbe gli equilibri del potere.
AM:
Esatto. Quando, negli anni ’80, collaboravo con il Green Party su questioni di politica locale, si parlava dell’idea di rappresentanza proporzionale, ossia se il
Green Party avesse ottenuto l’1% dei voti, avrebbe avuto l’1% di membri in Parlamento.
Se il British National Party o il National Front prendevano l’1% dei voti anche loro avrebbero avuto l’1% in Parlamento ma potevo accettarlo. Mi sembrava un’idea che, per lo meno, sarebbe stata più corretta.
Ma questa cosa del voto alternativo non ha nulla a che fare con la rappresentanza proporzionale [quest’intervista è stata raccolta prima del referendum britannico sul voto alternativo tenutosi il 5 Maggio 2011, N.d.T]. È solo un altro modo per disporre le sedie a sdraio sul Titanic. Abbiamo bisogno di qualcosa di molto più drastico. Abbiamo bisogno di un’alternativa all’attuale sistema elettorale, ma quella non lo è.
Per cui, no, non voto. Credo in azioni politiche dirette. Ad esempio, alcuni miei amici del Galles (lì ho comprato una fattoria in rovina, circa 15 anni fa)… uno di loro è stato in Romania e ha visto un orfanatrofio gestito da volontari che cercavano di aiutare i ragazzi che avevano salvato dagli orfanatrofi pubblici, posti davvero terribili in cui succedevano cose che non si possono neppure immaginare.
E questo tizio, un ex-nazionale gallese di rugby, con una faccia come se qualcuno gli avesse spento il fuoco da dosso a colpi di pala… tutto quello che ti aspetti di vedere da un grande e grosso, eroico, giocatore professionista di rugby. Si trovava in Romania per lavoro, vide quell’orrore e non poté continuare a vivere senza fare qualcosa. Tornò a casa e convinse un gruppo di ubriaconi disoccupati, affetti da cirrosi, ad andare lì in Romania con un paio di camion e materiali che aveva convinto i suoi colleghi d’affari a donare, per senso di colpa. E così costruirono un orfanatrofio e un ospizio in due settimane, con tanto di elettricità e acqua.
Quello che sto cercando dire è che se guardando il mondo vedi qualcosa di insopportabile o con cui non sei d’accordo, non votare per qualcuno che ti dice che sistemeranno loro le cose, perché non succederà. Stanno solo cercando di avere il tuo voto. Diranno qualsiasi cosa per ottenere il tuo voto.
Non avranno nessun incentivo una volta che l’avranno ottenuto.
Se vuoi che qualcosa venga fatto, allora, come era solita dire mia mamma, fallo tu in prima persona. Questo è in parte il messaggio di Dodgem Logic. Credo che la politica del 21esimo secolo sia il coinvolgimento diretto col mondo in cui viviamo. Piuttosto che abdicare le nostre responsabilità nell’urna elettorale ad un branco di pagliacci a cui evidentemente non importa nulla. 

Brian Cox
E questo ci porta in maniera abbastanza naturale alla prossima domanda: una domanda piuttosto ottimistica con cui concludere. Siamo tutti spacciati?
AM:
Sì, ma non preoccuparti. Fa tutti parte di quello che ipotizzo in Jerusalem. Prima di diventare padre, alla fine degli anni ’70, inizio degli ’80, ho raggiunto un punto in cui non ero più preoccupato per me. Non ero preoccupato per la mia morte, non ero preoccupato per le brutte cose che potevano succedermi.
E poi ho avuto dei figli e questo apre tutto un nuovo vortice di paure. È stato uno dei motivi per cui ho aderito così entusiasticamente al Green Party, perché pensavo che se ci fosse stata una guerra nucleare o un collasso ambientale sarebbe stata la fine della vita su questo pianeta o la fine dell’umanità.
E se fosse accaduto, ogni lotta dell’umanità, ogni traguardo, ogni nascita, tutto fino a tornare indietro all’alba della nostra specie, sarebbe stato vano. Nessuno avrebbe mai saputo che siamo stati qui. E ho pensato: è una cosa orribile.
Il passato verrebbe cancellato, tutto quello che mia madre e sua madre, e cosi via, avevano fatto, tutto sarebbe stato annientato in un’assurdità nucleare. E poi ho pensato, perché sono un depresso davvero ben informato, che anche se non fosse successo e se avessimo trovato il modo di sopravvivere alla minaccia di una guerra nucleare, ai problemi dell’ambiente, alla fine, tempo qualche altro miliardo di anni, e la galassia di Andromeda sarebbe entrata in collisione con la nostra. E se anche questo non accadesse, il nostro Sole si trasformerà in una gigante rossa mangiando tutti gli altri pianeti… così, se allora non ci saremo trasferiti da qualche altra parte, quella sarà la fine.
E in quel modo, anche così sarebbe come se l’umanità non fosse mai esistita. Inoltre, se anche sopravvivessimo a questo, ad esempio, viaggiando sull’Enterprise e trovassimo un sistema solare più ospitale, l’universo finirà. Diamogli altri sei miliardi di anni, non ne sono sicuro. Ma alla fine l’universo si arrenderà all’entropia, come dimostrato in maniera così chiara dal Professor Brian Cox con i suoi castelli di sabbia.
Stavo discutendo con Brian, è così che lo chiamo, e gli ho detto: “Brian, la tua dimostrazione sui principi dell’entropia è stata chiarissima ma vorrei chiederti come si concilia con la tua controversa ipotesi che Things Can Only Get Better? [Le cose possono solo migliorare. Riferimento ad una canzone, numero 1 nelle classifiche inglesi nel 1994, del gruppo inglese D:Ream in cui Cox militava come tastierista prima di completare il suo percorso di fisico e diventare uno dei divulgatori scientifici più noti del Regno Unito, N.d.T]
Lui ha risposto: “Beh, quella è una canzone pop, non è scientificamente accurata.” Così ho pensato, che alla fine, davvero, tutto finirà e nessuno saprà persino che questo universo è mai esistito.
La negazione di un simile destino davvero mi fa scoppiare la testa. Tuttavia, con la mia ipotesi di cui parlo in Jerusalem, si supera tutto questo. Significa che nulla è mai andato perduto, neppure un momento è stato perduto. È tutto lì ancora adesso e quando raggiungeremo la fine dell’universo, sarà come raggiungere la fine della strada, la strada sarà ancora lì, l’universo sarà ancora lì. Lo spazio-tempo sarà ancora lì.
Per cui, no, non siamo spacciati, a meno che la nostra vita non sia stata particolarmente cattiva o priva di interesse. In quel caso sì, saremo spacciati, perché credo che sarà tutto quello che avremo, per sempre.
Per cui “cercate di rilassarvi” è il mio messaggio. “Cercate di divertivi” perché questa vita, credo, l’avrete per sempre.

È un messaggio piuttosto pessimista e, al contempo, piuttosto ottimista.
AM:
Uno dei vantaggi di questa teoria è che contiene tutto il Paradiso e tutto l’Inferno che neppure il più fanatico fondamentalista religioso americano potrebbe desiderare in una religione. Tutti i migliori momenti della tua vita: per sempre. E questo è… il Paradiso. E tutti i peggiori momenti della tua vita: per sempre. E questo è l’Inferno o il Purgatorio, per l’eternità.
Ma tutto insieme, qui e ora, in questo mondo. Tutto il Paradiso e l’Inferno che potremmo mai chiedere. Questa è la mia ipotesi. Potrà non essere la più consolatoria delle ipotesi, ma… è piuttosto “giusta”.
È certamente più giusta che essere giudicati da una qualche remota autorità spirituale con cui potresti o meno essere d’accordo. Con questa ipotesi sarebbe tutto colpa nostra e questo lo posso accettare.

Penso sia perfettamente ragionevole.


Intervista di Helen Lewis-Hasteleypubblicata su New Statesman.
Tradotta con il permesso dell’autrice.