lunedì 30 marzo 2015

Scott McCloud: ritorno al Fumetto

Scott McCloud, autore del fondamentale Capire il Fumetto e di un autentico gioiellino pop come Zot!, fa il suo grande e atteso ritorno sulle scene con The Sculptor, graphic novel dalla lunga gestazione, edito a Febbraio per il mercato americano da First Second.
Lo Scultore verrà pubblicato in Italia da Bao a fine Aprile (un'anteprima qui) e, in tale occasione, l'autore americano sarà in Italia per un tour promozionale (i dettagli qui).

Nel seguito potete leggere l'intervista a McCloud condotta da Tyler Chin-Tanner e pubblicata sul sito Broken Frontier ad inizio Febbraio.
L'intervista è stata tradotta e appare su questo blog con il permesso di Tyler Chin-Tanner e Broken Frontier che ringrazio.

L'intervista originale, in Inglese, può essere letta qui.
Il sito ufficiale di Scott McCloud: qui.

Tutte le immagini a corredo di questo post sono opera di Scott McCloud e tratte da Lo Scultore.
Iniziamo dicendo che, nonostante il tuo meritato status di leggenda dei comics, questo è in realtà il tuo primo graphic novel.
Scott McCloud: Sì, è il mio primo tentativo di graphic novel autoconclusiva di una certa lunghezza. La raccolta di Zot!, una mia vecchia serie, è un volume persino più voluminoso di questo ma quelle erano storie più brevi, una raccolta di albi e di episodi di poche pagine. Lo Scultore è tutto lì, completamente auto-conclusivo. Non aspettarti un seguito.

E hai impiegato cinque anni a completarlo?
Ho lavorato alla realizzazione effettiva del fumetto per cinque anni ma, a dirla tutta, ho avuto quell’idea in testa per decenni prima di cominciare. È un’idea molto vecchia e nel corso degli anni mi sono reso conto che era una di quelle storie che avevo abbandonato. Per cui alla fine del primo decennio del nuovo millennio mi sono organizzato per iniziare a lavorarci e nel corso degli ultimi cinque anni è stato tutto quello che ho fatto, 11 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, tranne per l’anno scorso in cui ho lavorato quasi 14 ore al giorno.

Considerando i tuoi numerosi impegni, è stato difficile recuperare tutto quel tempo?
Ho tenuto alcune conferenze e workshop in quel periodo ma principalmente l’ho trascorso incatenato al tavolo da disegno, e devo dire che sono stato, per la maggior parte del tempo, sorprendentemente felice. Non mi dispiace lavorare fino a tardi se è qualcosa che amo fare e ho amato davvero lavorare a questo libro.

Con tutti i libri che hai scritto sul capire e fare Fumetto, hai sentito molta pressione nel realizzare il tuo graphic novel? Ad esempio, hai sentito di dover fare di più rispetto al semplice raccontare una buona storia o che il tuo libro dovesse dire qualcosa sull’industria del fumetto o sul medium?
Assolutamente sì, dopo aver scritto Capire il Fumetto avevo un sacco di pressione addosso, ma ancor di più dopo Fare il Fumetto. Quel libro mi ha reso davvero un bersaglio perché non avrei mai avuto una gran autorevolezza nello spiegare ad altri come fare fumetti fino a che non fossi stato capace di realizzarli io stesso. Ma alla fine mi sono liberato di quella pressione. Ho apprezzato il fatto che fossi costretto a dare tutto me stesso per essere all’altezza delle aspettative, molto meno superarle. Sapevo che sarebbe stato un lavoro estremamente difficile ma in questo c’era qualcosa che mi attraeva. E ho avuto un editor alla First Second Books, Mark Siegel, che credo abbia compreso che mi piacciono le sfide e perciò mi ha sfidato continuando a farlo per tutte le quattro bozze che ho fatto e ancora nel corso degli anni che ho impegnato a disegnare effettivamente la storia.
Eri consapevole che ci sarebbe voluto così tanto?
Eravamo d’accordo sul fatto che ci sarebbero voluti 3 anni e ho pregato che fossero abbastanza. Ma eravamo ambiziosi. Sia io che e Mark Siegel avevamo grandi ambizioni per il libro e lui mi ha concesso tutto il tempo per fare quel lavoro extra che entrambi sapevamo essere necessario per aiutare la storia a raggiungere il suo pieno potenziale. Gli sono molto grato per questo.

Mentre lavoravi al libro, hai avuto la sensazione che tu e il personaggio principale della storia, stesse vivendo vite parallele?
Non penso ci sia nessun autore di fumetti che potrebbe realizzare una storia su un artista senza parlare di se stesso. C’è di sicuro un David in me. Invece nel personaggio di Meg c’è molto più di mia moglie Ivy. Lei mi ha dato l’ispirazione per il personaggio molti anni fa ed è stata una risorsa fondamentale per la sua scrittura. Per cui, in gran parte David è un personaggio immaginario ma di sicuro ci sono delle parti di me in lui.

Le sfide che David affronta nel libro hanno l’intento di rappresentare le battaglie “universali” che ogni artista può trovarsi di fronte?
Alcune delle sfide di David sono specifiche… di David. Altre sono semplicemente il prodotto delle sue nevrosi. Ma penso, e credo sia vero, che le sue battaglie riflettano la sfida universale che ogni artista affronta nel tentativo di realizzare qualcosa che duri nel tempo, che abbia un valore per la società o, per lo meno, un valore agli occhi dell’artista medesimo. Qualcosa che non sia solo per il suo tempo ma che possa sopravvivergli e resistere nel tempo.
E questo è un tema portante della storia, il fatto che per creare qualcosa di grande sia necessario sacrificare la propria vita per l'Arte.
Vedi, sacrificare la propria vita per l'Arte (e nella mia storia si parla sacrificio in senso letterale, ma ovviamente non è quello che facciamo quando dedichiamo mesi o anni, persino decenni per le nostre opere?)... sacrifichiamo interi pezzi delle nostre vite per fare quello che facciamo e, sono sicuro, che ci sono tantissimi artisti che hanno affrontato la tensione tra Arte e amore, tra Arte e famiglia.
Quando ho iniziato a fare fumetti da professionista ascoltavo spessissimo Sunday in the Park with George, il musical di Steven Sondheim, perché mi piaceva quel tipo di tensione. Era un tipo di tensione che rispecchiava il genere di tensione che io e Ivy avevamo tra noi su come stessi spendendo il mio tempo. Vedi… ero soltanto un maniaco del lavoro? E credo d’aver avuto la possibilità di rendere quel sacrificio più letterale, più estremo. Nel farlo spero d’aver fatto i modo che questi temi venisse messi maggiormente a fuoco. Questa storia mi ha permesso di portare in superficie cose che di solito stanno nascoste e di esporle alla luce.
Lo sforzo nel cercare di trovare quel tipo di equilibrio è un aspetto davvero fondamentale per me. Perché l’artista vive in un futuro teorico in cui, si spera, il suo lavoro verrà apprezzato ben al di là della propria vita terrena. Ma questo significa vivere la vita dall’esterno. Mentre la vita scorre intorno a te. Ti perdi delle cose. Chris Ware ha scritto sull’argomento in maniera molto chiara e piuttosto tetra. Ha scritto che noi lavoriamo su… penso le abbia chiamate slow-motion picture stories, mentre tutti gli altri intorno a noi vivono le loro vite per anni, persino decenni.
Io non sono così pessimista perché ho trovato un certo equilibrio nonostante lavori davvero tanto. Quanto ho concluso un progetto, io e Ivy, e spesso anche i miei figli, trascorriamo molto tempo insieme viaggiando mentre io faccio conferenze e promozione. Quanto ho finito Fare il Fumetto, nel 2006, siamo stati in tour per un anno intero e abbiamo visitato tutti e 50 gli Stati dell’Unione. Per cui sono sicuro che i mie figli ne abbiano avuto abbastanza di me per un bel po’.

Credo sia importante notare che, nella storia, David è continuamente combattuto tra la vita e l’Arte ma non avrebbe potuto continuare a creare senza Meg. Non solo lei gli ha salvato la vita ma è stata la sua ispirazione in modo molto diretto.
Megan in particolare svolge il suo ruolo di musa piuttosto meticolosamente. Ho detto a Ivy che ora ha la certificazione di musa di primo livello. Le ho detto: “Hai ispirato un personaggio che è al centro di un’opera che ha grandi ambizioni. Questo ti rende una Musa con la M maiuscola, secondo la grande tradizione di Sarah Bernhardt." Di sicuro Ivy ha raggiunto quel livello. È la mia Musa.
Oltre ai personaggi secondari, la città di New York City sembra anch'essa un personaggio.
New York gioca un ruolo incredibilmente importante nella storia. Ed è stata, come dici tu, un personaggio del libro sotto molti aspetti. Era particolarmente importante per me riuscire a rappresentare New York nel modo giusto. Per me è stato un grande svantaggio il fatto che vivessi in California, per cui ho cercato in tutti i modi di fare un salto ad est ogni volta che ho potuto. Ho colto qualsiasi opportunità, lavorativa o non, per andare a Manhattan. E una volta lì trascorrevo i giorni ad andare in giro per le strade e fare foto. Ho scattato decine o migliaia di foto di New York. Mi è stata di grande aiuto la possibilità di usare i tag di iPhoto, così se volevo vedere solo dei campi lungi con le ombre nette degli edifici oppure se volevo immagini di pedoni, o solo viste notturne, o sotto la pioggia, potevo richiamare le foto di cui avevo bisogno ed è stato incredibilmente utile. Ho impiegato un mucchio di tempo a mettere i tag ma, nel lungo periodo, ne ho risparmiato un sacco. E quest'approccio mi ha permesso di disegnare quello che spero essere un ritratto più realistico della città. Ho anche utilizzato Google Street View. Se volevo che il mio personaggio camminasse alle 3 del mattino, come ho fatto, da Williamsburg a Chelsea percorrendo il ponte di Williamsburg, allora Street View mi permetteva di rappresentate realisticamente tutte le cose che incontrava lungo il percorso. Sarebbe stato impraticabile per me camminare per una simile distanza per quella scena, specialmente alle 3 del mattino. Per cui sono molto grato che Street View sia stato disponibile giusto in tempo per mettermi nelle condizioni di realizzare il mio libro.
Inoltre ho parlato con un sacco di gente che vive a Brooklyn e frequenta il mondo dell'Arte a New York. Ho semplicemente cercato di avere a disposizione molti punti di vista su come fosse vivere da quelle parti in questo periodo. Ho fatto del mio meglio per trasferire tutto sulla pagina il più fedelmente possibile. 

Nella realizzazione del fumetto, quanto è stato difficile disegnare le sculture di David?
Ho sempre amato la Scultura come semplice frequentatore di musei e suppongo che nel corso degli anni ci siano stati diversi scultori di cui ho apprezzato i lavori. Ma gran parte delle sculture nel fumetto sono frutto dell'immaginazione di David che, ovviamente, significa la mia immaginazione.

Questo vuol dire che hai fatto un doppio lavoro: fumettista e scultore. 
Sì è vero. L'ho fatto. Anche se avevo un importante vantaggio ossia che le scultore di David che vediamo nella storia, che vediamo distintamente, sono solo quelle mal riuscite. Quelle che non incontrano i favori del mondo dell'Arte, dei galleristi o dei critici. E sotto molti aspetti sentivo che fossi qualificato a disegnare solo quelle. Il suoi lavori che sono stati ben accolti sono stati realizzati prima dell'inizio della storia: li vediamo appena sullo sfondo.
L'opera che realizza durante la storia, che colpisce favorevolmente il suo amico Ollie, non la vediamo per niente. Per cui mi sentivo qualificato a disegnare solo sculture che non potevano essere accettate dal mondo dell'arte. Mi sono fatto quel regalo. Non c'era alcuna possibilità che potessi fare qualcosa di davvero valido perché non c'era nulla che potessi tirar fuori che, con tutta probabilità, non sarebbe stato stroncato da un qualsiasi critico o galleria. Per cui mi sono messo in una situazione di sicurezza. Sarebbe stato molto, molto più difficile fare una storia su uno scultore i cui lavori fossero riconosciuti come autentici capolavori. Non penso che avrei potuto farlo. Non credo che sarebbe stato credibile.
Ora che il libro è uscito ti aspetta un anno in tour, vero?
Sì è vero. Soltanto l'anno scorso abbiamo trascorso due settimane in Cina. Siamo stati in Cile, ad Amsterdam, in Inghilterra, Spagna e in circa 14 località qui negli Stati Uniti. Ho insegnato per due mesi nel Tennessee. E tutto questo è successo prima della pubblicazione del libro.
Il volume è uscito qui negli USA il 3 Febbraio. Nelle settimane successive uscirà in altre sei lingue, e alcune di queste edizioni verranno pubblicate lo stesso giorno. E stiamo facendo un tour in 14 città in 16 giorni qui negli Stati Uniti per poi volare in Europa per eventi in Inghilterra, Germania, Italia, Francia, Spagna e poi in Olanda. Ci sono diverse università che mi hanno invitato per tenere delle conferenze. Per cui mi aspetto che il 2015 sarò molto intenso. 

Questo libro è concluso, hai già dei piani per il prossimo?
Il mio prossimo libro, che uscirà ancora per First Second, sarà incentrato sulla comunicazione visiva. Sono molto interessato al modo in cui le immagini comunicano, a come trasmettano informazioni. Mi piacerebbe realizzare finalmente un libro che cercasse di distillare i principi comuni della comunicazione visiva nelle differenti discipline.
Non vedo l’ora di iniziare questo libro ma prima mi devo allontanare da quest’ultimo. È ancora attaccato a me. C’è ancora un po’ di tensione perché voglio essere sicuro di promuovere attivamente il mio ultimo libro. Ma allo stesso tempo sono ansioso di iniziare a lavorare al prossimo.

L'intervista in Inglese, condotta da Tyler Chin-Tanner,
può essere letta su Broken Frontier: qui
Le interviste precedenti:

martedì 17 marzo 2015

recensioni in 4 parole [29]

Ah! Sperimentare l'amore!
Hellboy in Hell Vol. 1 - The Descent
L'avventuroso piccolo diavolo.
Golem
Futuro. È qui. Forse.
Divinity N.1
Avventura spaziale e supereroismo.
*********
Abbiamo detto 4 parole su:
Dylan Dog N. 342 - Il cuore degli uomini
Soggetto e sceneggiatura: Roberto Recchioni
Disegni: Piero Dall'Agnol
Copertina: Angelo Stano
Editore: Sergio Bonelli Editore
Formato: brossurato, 98 pagine, bianco e nero
Prezzo: € 3,20
Anno di pubblicazione: 2015
Per qualche parola in più: QUI 

Hellboy in Hell Vol. 1 - The Descent (in Inglese)  
di Mike Mignola (testi e disegni)
Editore: Dark Horse
Formato: brossurato, 152 pagine, colore
Prezzo: $ 17.99 (USD)
Anno di pubblicazione: 2014
Per qualche parola in più: QUI (in Inglese)  
Nota: il volume è edito in Italia da Magic Press.

di LRNZ (testi e disegni)
Editore: Bao Publishing
Formato: brossurato, 280 pagine, colore
Prezzo: € 25
Anno di pubblicazione: 2015
Per qualche parola in più: QUI

Divinity N.1 (in Inglese)
di Matt Kindt (testi) e Trevor Hairsine (disegni)
Editore: Valiant
Formato: spillato, 32 pagine, colore
Prezzo: $ 3.99 (USD)
Anno di pubblicazione: 2015
Per qualche parola in più: QUI (in Inglese)  

lunedì 9 marzo 2015

[SPOT 05] UDWFG doppio manga

Copertina di Tetsupendium Tawarapedia.
Abbiamo già parlato, in diverse occasioni, di Hollow Press e di UDWFG; ebbene, la casa editrice di Michele Nitri alza la posta in gioco proponendo, per il mese di Marzo, l'uscita di ben due nuovi libri che guardano al Giappone restando però fedele alla linea fortemente indipendente e bizzarra dell'editore. Si tratta di Tetsupendium Tawarapedia, tomo di 400 pagine in formato A5 che raccoglie il meglio della produzione di Tetsunori Tawaraya fra il 2002 e il 2012, e U.D.W.F.G. presents SHINTARO KAGO – Industrial Revolution and World War, 32 pagine in A4 per una storia realizzata per l'occasione da Shintaro Kago, maestro riconosciuto e acclamato del genere ero guru nonché premiato all’ultima Lucca nella categoria Fumetto Breve per Uno scontro accidentale sulla strada per andare a scuola può portare a un bacio? Esperimento.

Entrambi i libri, stampati in tiratura limitata e in lingua Inglese, sono disponibili per l'acquisto esclusivamente sul sito della sul sito della Hollow Press

Nell'introduzione di Tetsupendium Tawarapedia, Cameron Hatheway, collaboratore regolare del sito BleedingCool.com, scrive:
[...] Quello che tieni tra le mani è il colossale Tetsupendium Tawarapedia, una raccolta dei lavori di Tetsunori realizzati tra il 2002 e il 2012. Dieci anni sono un periodo lungo per un artista per sperimentare e trovare la propria voce, e questa raccolta è un ottimo modo per vedere da dove Tetsunori sia partito e dove sia arrivato. Puoi notare come si sia lentamente evoluto scegliendo quello che funzionava e quello che non andava, rimanendo sempre originale e ispirato. Non ha alcuna paura nelle sue storie e lascia costantemente senza parole con immagini mai viste in questo piano d'esistenza. Se Dalì fosse stato un punk rocker, il suo nome d'arte sarebbe stato “Tetsunori Tawaraya”.

Nell'intervista conclusiva è lo stesso Tawaraya a raccontarsi, sollecitato da Nitri:
"[...] Dal momento che fare fumetti per me è un processo digestivo, lo stile dipende dalle cose che decompongo, per cui a volte è diverso, a volte è nuovo. Ci sono differenze tra il digerire un incubo e la rabbia. Ammiro molto i fumettisti capaci di restare fedeli a un unico stile ma credo d'essere un po' diverso da un disegnatore standard.

[...] La qualità che cerco deve essere autentica materia del caos purificata con la carne e col sangue. Penso che mi verrebbe il vomito se fossi costretto alla ripetizione dei fumetti commerciali. Se dovessi definire "underground" è qualcosa a cui non importa la premurosa attenzione del pubblico. E ha delle potenzialità per colpire a fondo la mente di pochi invece della bassa, fantasticata influenza delle produzioni di massa."
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Alcune tavole da Tetsupendium Tawarapedia.
Industrial Revolution and World War propone invece, con la solita potenza, il morboso ma affascinante immaginario di Kago, in una storia (praticamente) muta, brutale e ipnotica.

Nelle pagine introduttive il super-talento indie inglese James Harvey riporta le parole del critico David Surman: "Il mondo di Kago è tutto basato sul dire 'sì' a un impulso oscuro. [...] Dire ancora 'sì' e ancora 'sì', fino a raggiunge un punto zero. Si prende una idea visiva e la si alimenta, ripetendola. La ripetizione è il vero incubo che Kago ci mostra: l'orrore che qualcosa di terribile accadrà e la gente sarà sconvolta ma succederà di nuovo e - ancora una volta - nessuno imparerà. Se ci spaventa è perché questo è l'orrore delle nostre vite reali."


さよなら. Sayonara.
 
 
Copertina e alcune tavole da U.D.W.F.G. presents SHINTARO KAGO – Industrial Revolution and World War.
 I volumi sono acquistabili esclusivamente sul sito della Hollow Press.

lunedì 2 marzo 2015

opinioni sul fare fumetti... [10]

Disegni di Gilbert Hernandez.
Qualche tempo fa, su Facebook, Massimiliano De Giovanni, sceneggiatore e storico componente dei Kappa Boys parlava del grande Luigi Bernardi - scrittore, saggista, editor e molto altro - la cui prematura scomparsa nel 2013 ha lasciato un vuoto difficilmente colmabile. Scriveva De Giovanni: Forse i più giovani lettori di manga non conosceranno Luigi Bernardi.
Eppure la sua impronta nel mondo del fumetto (e non solo quello giapponese) in Italia costituisce una di quelle pietre miliari che ogni vero appassionato dovrebbe conoscere.
[...] Fondando la storica Granata Press (insieme a Roberto Ghiddi e Luca Boschi), Luigi ha dato il via alla fine degli Anni Ottanta all'arrivo 'cosciente' dei manga in Italia.
È stato il nostro primo editore, e noi siamo stati il suo primo staff editoriale (manga-e-non).
In Granata Press ci siamo arrivati da fanziner, e collaborando ai primi mensili italiani di fumetto giapponese abbiamo imparato a muovere i primi passi nell'ambiente dell'editoria professionale.
[...] Luigi ha insegnato il mestiere – oltre che a noi – a praticamente tutti i principali esponenti dell'attuale editoria italiana, e questo ha generato a sua volta altre case editrici che si sono occupate di fumetti di ogni genere e nazionalità.
Grazie a lui, il fumetto in Italia è uscito dai soliti schemi della pubblicazione seriale in edicola, dando spazio ad autori nuovi e valorizzando nuovi aspetti di autori affermati.
[...] Per inquadrare il suo pensiero in merito, basti leggere la seguente risposta data lo scorso agosto 2014 a Keiko Ichiguchi, che lo ha intervistato per il suo libro sulla storia del manga in Italia di prossima pubblicazione:
Keiko Ichiguchi: I manga sono ancora considerati nettamente separati dai fumetti occidentali. Quali sono le ragioni di questo fenomeno?
Luigi Berardi: Non so se ve ne siete accorti, ma per tutta l’intervista non ho usato una volta solta la parola manga. Ho sempre parlato di fumetti o di fumetti giapponesi. Questo perché ritengo sia un errore separare la produzione giapponese da quella del resto del mondo. (…) Continuare a tenerle entro gli steccati formali di certe denominazioni vuol dire condannarli all’asfissia. Per cui "sempre viva i fumetti", da qualunque parte del mondo essi provengano, Giappone compreso.

Viva i fumetti! E viva Luigi Bernardi il Grande!!!
La copertina di Nova Express N.1, storica rivista ideata da Luigi Bernardi.
Nel Dicembre scorso, su Salon.com, Grant Morrison rispondeva alle domande poste dall'intervistatore su The Multiversity, recente progetto targato DC Comics elaborato dallo sceneggiatore scozzese e proposto in Italia da RW Edizioni.
Ho molto apprezzato il fatto che il primo albo di The Multiversity è pieno di personaggi di colore, da supereroi e politici neri a divinità aborigene fino a geek omosessuali.  Perché l'hai fatto? C'è qualche relazione con i supereroi "super-bianchi" che hanno fatto il salto dai fumetti al cinema e alla televisione?
Grant Morrison: A essere sinceri, è successo tutto in maniera naturale, non è stato qualcosa che ho fatto di proposito. Alcuni personaggi li avevo creati per Final Crisis mentre altri erano nuovi ma tutti sono stati utilizzati per interpretare un ruolo specifico nella storia e soltanto dopo aver finito di scrivere il primo numero mi sono reso conto che in quel gruppo di supereroi del multiverso, campioni della giustizia, non c'era un solo personaggio bianco ed eterosessuale.
Io vivo in un mondo definito dalla diversità di colore della pelle, di orientamento sessuale e d'opinione. Credo sia importante riflettere l'influenza di quel mondo nella mia "arte". Per pura casualità di nascita sono quello che sono - un tizio bianco di mezza età, ovviamente in via di decadimento, proveniente dalla Scozia occidentale - per cui non mi sognerei mai di farmi portavoce di una qualche minoranza o gruppo. Non sto cercando di esprimere un'opinione politica ma credo che sia importante rappresentare nei comics un mondo che sia il più vicino possibile a quello nel quale mi trovo a vivere. E fondamentalmente mi identifico in tutti quelli che si sono sempre sentiti degli outsider. Non ho la tendenza a dividere il mondo per colori, religione o sessualità: nel mio semplice universo binario ci sono i Buoni e ci sono i Coglioni totali.

L'intervista si è poi spostata, prevedibilmente, su altri temi...
Non hai ancora ricevuto una chiamata da Hollywood?
Grant Morrison: Da circa 10 anni guadagno delle belle cifre lavorando per Hollywood. Io e Kristan [la moglie di Morrison, N.d.T.] abbiamo persino comprato un appartamento appena fuori Sunset Strip perché amiamo così tanto quel posto che trascorriamo lì quattro mesi all'anno.
Ho scritto - e sono stato pagato per questo - tre sceneggiature cinematografiche e ho fatto da consulente per la Warner Bros. sui loro film di supereroi per due anni, insieme a Geoff Johns e Marv Wolfman. Sto scrivendo ora un'altra sceneggiatura e poi ci sono le cose per la TV [...]. Comunque, fino a quando uno di questi film non si concretizzerà, dilettarmi con cinema e televisione è per me soltanto un hobby redditizio. Facendo fumetti, devo scrivere storie ogni giorno, sapendo che verranno pubblicate senza giri infiniti di annotazioni e riscritture e verranno letti dai fan a distanza di qualche mese dalla loro creazione... I comics saranno sempre il mio primo amore.
[L'intervista completa può essere letta qui, in Inglese]
Una tavola tratta da Multiversity N.1. Testi di G. Morrison.
Da Morrison a un altro sceneggiatore di successo, Brian Michael Bendis, tra gli "architetti" del Marvel Universe contemporaneo, che agli inizi di Febbraio ha annunciato il rinnovo del contratto in esclusiva con l'editore di X-Men e Spider-Man. In proposito Bendis ha dichiarato: “Ci sono state alcune voci sul fatto che avrei lasciato i fumetti a causa di altre cose eccitanti che stanno succedendo nella mia vita [il riferimento è alla serie Powers il cui adattamento televisivo andrà in onda in USA su PlayStation Network il 10 Marzo prossimo; qui il trailer, N.d.T.] ma voglio che tutti sappiano che non succederà. So che a volte quando le persone fanno qualcosa in altri media tendono ad abbandonare i fumetti. Ma questo è esattamente l'opposto dei miei obiettivi di vita. 
Voglio portare la gente a scoprire i comics così che possano vedere l'originale, meravigliosa magia che noi dobbiamo offrire ogni settimana."
[L'articolo completo può essere letto qui, in Inglese]
Uncanny X-Men N.1, versione Marvel Now. Testi di Brian M. Bendis.
Lewis LaRosa è uno dei disegnatori di maggior talento e qualità nei comics odierni, attualmente impegnato sul rinato cosmo Valiant. Di recente ha incontrato alcuni studenti raccontando la sua esperienza di disegnatore professionista freelance, cogliendo l'occasione per dispensare qualche consiglio: nel seguito ne riporto tre.

Mettiti alla prova, varia le tue fonti d'ispirazione e impara da tutti, anche se non fossero esattamente di tuo gusto.

Non tirar via, fai sempre il massimo in ogni lavoro. È meglio fare qualcosa di prima qualità ed essere in ritardo piuttosto che qualcosa di mediocre rispettando la scadenza.

L'ispirazione o la motivazione non sono necessarie. È tutta una questione di disciplina.
[Il resoconto completo dell'incontro può essere letto qui, in Inglese]
Illustrazione di Lewis LaRosa per Bloodshot.
L'autore e disegnatore australiano Ben Templesmith, ben noto anche in Italia per le sue collaborazioni - tra le tante - con Warren Ellis e Steve Niles, ha visto finanziato su Kickstarter, nel giro di un solo giorno (!), il proprio progetto di adattamento a fumetti di Dagon, celeberrimo racconto di H. P. Lovecraft. Mentre scrivo il funding, che scade il 12 Marzo prossimo, ha superato la cifra di 110mila dollari USA su un obiettivo iniziale di 14mila!
In una mail, inviata per promuovere il Kickstarter, Templesmith scriveva:
Kickstarter ha cambiato tutto per me, nel senso che non ho più bisogno di cercare finanziamenti esterni e cedere una parte dei miei diritti in quanto autore. È davvero la cosa più potente al mondo. Preferisco di gran lunga sporcarmi le mani e vendere direttamente al consumatore, avere da lui un riscontro, pubblicizzare e spingere il mio prodotto piuttosto che essere una piccola voce tra le tante in un enorme catalogo perché non mi interessa. C’è un tempo per questo, un mercato secondario, in cui le economie della distribuzione hanno una dinamica totalmente differente, un diverso livello di rischio e, in ultima analisi, di controllo da parte dell’autore. Ma attraverso operazioni online come quelle di Kickstarter e una personale strategia di marketing, possiamo realizzare degli oggetti che non hanno bisogno di quel genere di investimenti e numeri. Possiamo realizzare prodotti esclusivi, dell’ordine di qualche centinaio. Prodotti speciali per voi. Ti consiglio di dare un’occhiata ai tanti progetti su Kickstarter, non solo al mio. Troverai voci uniche e persone esperte che cercano una nuova libertà creativa perché… tu dai loro la possibilità di farlo.
E per finire, ritorniamo in Italia, con Ratigher, autore e ideatore del metodo primaomai con le sue Ragazzine (recentemente reso disponibile in download gratuito: qui) nonché sceneggiatore di un prossimo Dylan Dog. Sul suo blog elencava alcune considerazioni sulla sua esperienza.
[...] Qualsiasi contenuto che debba essere "blindato" per essere venduto su internet è la negazione di internet. Il mio piccolissimo contributo per rendere la rete un luogo migliore e proficuo è quello di  abbracciarne solo i lati positivi, e le qualità che si attivano condividendo contenuti gratuitamente sono proprio quelle che fanno di questo strumento una "macchina ammazza ignoranza".
 

4 - Nello specifico de Le Ragazzine, l'unica maniera per rendere eternamente leggibile questo libro era l'ebook gratuito. Con il metodo primaomai ho sacrificato la possibilità di monetizzare nel tempo per prendere un bel bottino subito. Ma, se l'incremento che dico al punto 1 si confermerà, c'è il rischio che del prossimo libro io ne venda 5000 di copie. A quel punto, con tutti quei bei soldi farei una festa in piscina con open bar, e vi inviterei tutti.
Questo è il piano: Ricchi, ubriachi e fumetti gratis. 

[Il post completo può essere letto qui]
Illustrazione di Ratigher.
See you soon, alligators!

mercoledì 18 febbraio 2015

Otomo e Inoue: incontro tra Maestri

Nel seguito potete leggere una conversazione tra il leggendari KATSUHIRO OTOMO e TAKEHIKO INOUE pubblicata sulla rivista giapponese Brutus nell'Aprile del 2012 in occasione della Katsuhiro Otomo GENGA Exhibition, la memorabile mostra dedicata al creatore di Akira.
Non credo che Otomo e Inoue necessitino di parole di presentazione.

Il pezzo è apparso online, in Inglese, il 13 Novembre 2014 sul blog Mangabrog e la traduzione qui presentata utilizza quella fonte, con il permesso del sito

Per alcune immagini riguardanti la mostra del 2012 rimando al sito Chrunchyroll, qui.
Foto dalla Katsuhiro Otomo GENGA Exhibition.
Inoue: É qui che si terrà la mostra?
Otomo: Sì, è qui. All’inizio pensavo che fosse troppo grande ma mi sono reso conto che una volta allestita alla fine sarà piuttosto stipata. Non ci si rende conto fino a quando non si prova, credo.

Inoue: Nella mostra verranno esposte tutte le tavole di Akira. Alla fine quante sono in totale?
Otomo: Penso circa 2300.
Inoue: I volumi furono un vero shock, sai… Fu come: “Wow, ma allora si possono fare manga così!” Erano davvero originali. Fino al mio ultimo anno alle superiori avevo letto solo shonen, per cui leggere per la prima volta i tuoi fumetti mi lasciò a bocca aperta. “Accidenti! Questo è un manga per grandi!”

Otomo: Qual è stato il primo che hai letto?
Inoue: Domu. È stato come se venisse spalancata una porta su un mondo completamente diverso.
Otomo: Credo che in parte dipenda da quando scopri certe letture. Quando la mia generazione ha iniziato a fare manga, negli anni '70, leggevamo Rocky Joe e La stella dei Giants e le storie iniziavano a diventare più cupe.
Anche in altri media era un periodo incredibile: il cinema aveva la sua new wave, il teatro aveva Shuji Terayama e la Black Tent Troupe. In un clima simile era inevitabile che, allo stesso modo, i manga diventassero più cupi e bizzarri.
Editor: E poi, alla fine del 1982, Akira iniziò ad essere pubblicato. Otomo, tu avevi 28 anni.
Otomo: E tu a che punto eri a 28 anni?
Inoue: Credo stessi lavorando alla conclusione di Slam Dunk.
Otomo: Io stavo facendo Domu, a cui ho lavorato appena prima di Akira, e stavo cercando di capire come dare ai miei manga un taglio cinematografico. Credo che era a quello a cui pensavo quando avevo 27 o 28 anni: stavo sperimentando. Inoltre in quel periodo iniziavo a non dover chiedere troppi prestiti. (risate) Potevo uscire a bere qualcosa come una persona normale. Hai mai lavorato come assistente?
Inoue: Ho lavorato per Tsukasa Hojo su City Hunter per circa dieci mesi.
Otomo: Eri a Kichijoji allora? Magari ci siamo anche incrociati allora [Nota: Otomo vive a  Kichijoji.] Quando è iniziato Slam Dunk?
Inoue: Nel 1990. Sono una persona semplice per cui la mia ispirazione iniziale non era niente di più complicato dell'idea che il basket fosse divertente. Era di fatto la mia prima serie – tecnicamente ne avevo fatto una in precedenza ma era stata chiusa dopo 12 settimane. Era un periodo in cui miglioravo via via che facevo le cose, imparando sempre di più. Era davvero divertente. Poi arrivati al match finale avevo ancora delle cose che volevo fare, per cui credo che ho iniziato un po' a far fatica ma... alla fine credo d'aver messo tutto quello che avevo nella partita conclusiva e davvero ricordo l'intera esperienza di Slam Dunk come un gran divertimento.

Otomo: È splendido: divertirsi e diventare un bravo disegnatore. Comunque fare una serie settimanale è durissimo, no?
Inoue: Sì, non potrei davvero più farlo.

Otomo: Quanti giorni impiegavi per fare un capitolo di Slam Dunk?
Inoue: Beh, erano 19 pagine alla settimana...
Otomo: Allora immagino che impiegassi circa cinque giorni.
Inoue: Akira era settimanale?
Otomo: Quindicinale ma ci lavoravo in contemporanea alla produzione del film per cui in realtà facevo 20 tavole a settimana.
Inoue: Wow, roba da pazzi!
Otomo: Finivo di disegnare e andavo in studio per lavorare al film, senza neppure dormire. In quel periodo della mia vita dovevo essere al picco delle miei energie fisiche. (risate)
Editor: Quante persone ti aiutavano per i disegni?
Otomo: Avevo due assistenti.
Inoue: Due?!
Otomo: Più un terzo che veniva qualche volta per i retini.
Inoue: Ricordo d'aver sentito che hai disegnato gran parte degli sfondi tu stesso. È vero?
Otomo: Più di quanto presi. Sì. (risate)
Inoue: Ma sono così dettagliati! È incredibile...
Otomo: Per via della mostra ho rivisto i miei vecchi lavori e devo dire che è stato imbarazzante.
Inoue: Non c'è stato niente che ti abbia colpito?
Otomo: Mmm, non so. Credo d'aver pensato che, in ogni modo, fosse evidente che stessi davvero cercando di dare il massimo. (risate)
Inoue: Credimi, hai fatto molto di più che cercare. In che anno sei stato pubblicato per la prima volta?
Otomo: Credo fosse il 1973. Era un lavoro che avevo fatto dopo il mio arrivo a Tokyo ma il disegno era davvero datato. Dall'anno successivo il mio stile incominciò a cambiare: fu divertente.

Inoue: Hai mai lavorato come assistente?
Otomo: Alcune volte ho aiutato altri artisti ma non ho mai davvero lavorato come assistente. Ho assorbito cose di qua e di là e dopo due o tre anni ho raggiunto un certo livello. Ripensandoci quello è stato davvero un periodo divertente.

Inoue: I tuoi lavori di quel periodo sono inclusi nella mostra?
Otomo: Sì, le mettiamo, quasi per masochismo. (risate) Hai ancora il tuo primo manga pubblicato?
Inoue: Sì, ben nascosto da qualche parte. (risate)
Otomo: Non lo guardi mai, vero?
Inoue: Mai. Mostrarlo sarebbe senza dubbio masochismo. Se mai sentissi il bisogno di auto-infliggermi una punizione orribile forse lo aprirei.
Otomo: Ci sono sempre degli aggiustamenti nello stile di un artista durante la sua carriera, il disegno si evolve. Tutto quello che devi fare è darci dentro quando sei giovane e disegnare quanto più possibile e diventare davvero bravo. I manga al giorno d'oggi, però, sono disegnati con dei simboli – simboli predeterminati che la gente dispone sulla tavola. Non è davvero disegnare e non penso che in quel modo uno possa davvero migliorare. Credo sia davvero importante guardare le cose e disegnarle.

Editor: Che cosa ne pensi dei lavori di Inoue?
Otomo: Grazie ai tanti artisti eccezionali come lui che si stanno mettendo in evidenza credo di poter tranquillamente smettere e lasciare tutto a loro. (risate)
Inoue: Ora non facciamo troppo gli avventati! (risate)
Editor: C’è stato un momento in cui hai capito d’essere migliorato? Qual è la tua definizione di “bel disegno”?
Inoue: Oh, non sono affatto bravo. Per nulla.
Otomo: Questa conversazione non ci porterà da nessuna parte se entrambi insistiamo col dire che non siamo dei bravi disegnatori. (risate)
Inoue: Mmm. Penso che il momento sia quando il disegno smette d’essere troppo rigido e il segno si ammorbidisce. Nel mio caso ho iniziato partendo davvero da un livello basso (risate) e credo che sia passato da un segno molto rigido e piatto a qualcosa di più morbido e tridimensionale. Inoltre i miei manga erano davvero semplici dal punto di vista della composizione della tavola e così ho imparato a disegnare usando molte prospettive differenti. Di fatto ho continuato ad aver voglia di disegnare senza mollare tutto. 
Otomo: Alla fine si raggiunge un punto per cui ti senti davvero libero, vero? Perché puoi disegnare qualsiasi cosa nel modo che vuoi. Disegnare per tanto tempo aiuta a vedere le cose come non le avevi mai viste prima in termini di composizione, in termini di pose.

Inoue: Puoi raccontarmi la tua esperienza nel disegnare macchinari?
Otomo: Mi piacevano le macchine. È semplice. Mi piacciono le cose complicate e intricate.
Inoue: Io non sono assolutamente in grado di fare cose simili. Non ho l’immaginazione necessaria. Ero il tipo di bambino a cui piaceva giocare all’aperto, non ho mai giocato con i modellini o cose simili.

Editor: Che mi dici dei grattacieli?
Inoue: I grattacieli sono qualcosa che esiste per davvero per cui posso semplicemente dire ai miei assistenti di disegnarli. (risate) Le cose che esistono le posso fare. Ma Otomo disegna veicoli e cose che non sono per nulla reali: si tratta di una cosa completamente diversa.
Otomo: Ma il manga che sto facendo adesso è ambientato tra i monti, durante il periodo Meiji, per cui non c'è alcun macchinario. Sto avendo dei problemi nel disegnare i cinghiali selvatici. In giro non ci sono così tante foto di cinghiali per cui devo andare a vederli direttamente dal vivo. Gli alberi e l'acqua.
Inoue: Concordo. (risate)
Otomo: In più non ho assistenti.
Inoue: (risate) Presto riprenderà Vagabond. È già deciso in quale numero della rivista uscirà ma non voglio annunciare nulla fino a quando non finirò davvero di disegnarlo.
Otomo: Per ora sto lasciando che le tavole si accumulino prima di iniziare a pubblicare e questo significa che non ho una scadenza per fare X pagine in Y giorni e… non è una brutta cosa. Sono stato fuori dai giochi per un po’ così ho bisogno anche di un periodo di riabilitazione. 
Inoue: Ah, così tu hai bisogno di riabilitazione. A volte dopo essermi preso una pausa di qualche tempo, una volta ritornato a disegnare, per un po’ faccio dei disegni mediocri prima di iniziare a sentire che ho ripreso la mano… ed è sempre un sollievo quando succede.
Otomo: Ho avuto persino bisogno di tempo per riabituarmi al pennino. È da un bel po’ di tempo che non ne usavo uno.
Inoue: Sembra un bella cosa… tornare ad abituarsi all’uso del pennino. È come se avessi appena iniziato la tua carriera.
Otomo: I pennini sono complicati. Voglio dire… non ho mai smesso di disegnare, ma i pennini per i manga… sono davvero difficili da usare. In parte è perché utilizzo un tipo di pennino che è particolarmente poco collaborativo che quasi odio l’idea di usarlo per disegnare.
Editor: I lavori di entrambi sono stati tradotti e pubblicati all’estero ma Akira è stato un vero pioniere in questo.
Otomo: Facemmo un sacco di lavoro per ribaltare le tavole per la versione americana.
Inoue: Mi sembra che ora li pubblichino nel formato giapponese con lettura da destra a sinistra.
Otomo: Sì, ultimamente ho sentito che voglio pubblicare i manga nel loro formato originale ma non molto tempo fa non era così. In America in particolare volevano continuare con il loro modo di leggere i fumetti. Invece in Europa non avevano problemi a usare il formato giapponese.
Inoue: Un altro cambiamento è l’avvento degli e-book. Persino il mensile di Shonen Jump che stavano pubblicando in America ha chiuso e, al suo posto, è partita un’edizione settimanale in formato digitale.
Otomo: Di sicuro le cose stanno cambiano. Guarda i musicisti: si stanno spostando ad auto-produrre la loro musica tramite le proprie etichette discografiche. Mi piace andare in libreria e nei negozi di dischi e per questo, personalmente, non sono sicuro d’essere così eccitato per questi cambiamenti… ma le cose vanno così.

Inoue: I manga sono sempre stati disegnati con l'assunto che sarebbero stati stampati su carta per cui non è pensabile che possano venire trasformati in e-book in quel modo. La situazione in Europa è tale per cui è difficile che i manga si diffondano se non in formato e-book e credo che sia un problema che forse devo affrontare. Mi piacerebbe pensare un po' a che cosa il formato digitale potrebbe permettermi di realizzare.
Otomo: Non sarà lo stesso se si prenderanno i manga, semplicemente scansionandoli, per visualizzarli su un qualche dispositivo; probabilmente dovremmo fare le cose in modo diverso rispetto alla lettura su carta. Però il mondo è pieno di gente di tutti i tipi e penso sia meglio se un artista decide da sé come vuole disegnare il proprio lavoro e renderlo disponibile.

[L'articolo, in Inglese, è disponibile su Mangabrog
Foto dalla Katsuhiro Otomo GENGA Exhibition.

mercoledì 11 febbraio 2015

Angoulême 2015: un reportage

Nel seguito potete leggere un reportage firmato dall'amico Andrea Pau che, in compagnia del "pard" e disegnatore Jean Claudio Vinci, ha partecipato alla 42esima edizione del Festival International de la Bande Dessinée d'Angoulême tenutasi dal 29 gennaio al 1 febbraio scorso.

Andrea Pau è autore della serie di romanzi Rugby Rebels, edita da Einaudi Ragazzi e illustrata da Vinci, giunta al sesto volume; sempre per i disegni di Vinci, ha sceneggiato il fumetto Radio Punx, disponibile su Verticalismi.

Un grazie ad Andrea per la disponibilità.
GIORNO#0 27-28/01/2015
Tutte le strade portano a Roma.
Almeno, quelle che da Cagliari portano ad Angoulême, a una delle più importanti Fiere europee di fumetto. I sardi, come me e il socio Jean, ci arrivano dopo un giorno di viaggio, molli e profumati come camembert. Ci arrivano dopo due aerei in ritardo, un treno ad alta velocità, alcuni autobus, un panino con porchetta davanti al lago Albano, un sonno che levati, un libro letto e uno iniziato.
Angoulême accoglie i sardi con un clima meno pungente di quello paventato dagli amici scafati. Il tempo permette di camminare, e i sardi camminano, per impossessarsi degli spazi.
Le strade della città, tra salite e discese, eruttano fumetto (no, scusate, volevo dire che eruttano bande dessinnée, ché i francesi ci tengono). Sui muri salutano Tin Tin e Lucky Luke. Sulle vetrine, fogli fotocopiati ricordano a tutti che anche Angoulême est Charlie Hebdo. I cartelli con il nome delle vie hanno forma di balloon. Nel centro storico, Rue Goscinny incrocia Rue Hergé. Dentro il palazzo del municipio, c'è una sala intitolata a Hugo Pratt.
Per dire.
Il giorno che precede l'apertura della fiera si respira attesa: padiglioni in costruzione; autori in incognito; librerie con i tavoli per le dedicaces già pronti; bettole dove puoi spendere stipendi interi in cognac superieur.
Per arrivare al mitico museo della Bande Dessinnée bisogna oltrepassare il fiume (e prostrarsi in adorazione mistica davanti alla statua di Corto Maltese).
La gente è cortese. A osservarli, vengono in mente pensieri terribilmente esterofili: tipo che gli angùlemesi hanno probabilmente capito che il pubblico della Fiera è una risorsa da blandire, non una seccatura da abbattere a occhiatacce, come succede ad alcune fiere in Italia.
Lo so, sono così provinciale che… faccio senso.
Ma forse è solo il delicato afrore del camembert.
L'ingresso dell'Hotel de Ville.
La statua di Corto Maltese.
GIORNO#1 29/01/2015
Nemmeno Sasha Grey ha subito tante perquisizioni approfondite quante ne ha dovuto subire quest'anno il pubblico della Fiera di Angoulême. Dalla strage di Charlie Hebdo sono passate solo tre settimane: si intuiscono rabbia smisurata e commozione diffusa. Si teme che il fanatismo omicida colpisca altri fumettisti, perciò l'ingresso dei padiglioni si oltrepassa solo dopo una piroetta al metal detector e una perquisizione delle borse stile Starsky e Hutch.
Il padiglione degli editori più tradizionali e potenti è un potpourri (siamo in Francia, no?) di sensazioni diverse. Successi da cinquecentomila copie a tomo e piccole perle (ancora) misconosciute; autori esordienti e personaggi leggendari; così tante novità da far esplodere le pupille. Glenat, Dargaud, Soleil, Dalcourt, Le Lombard, Casterman, Gallimard, Paquet sono raccolte a pochi metri l'una dall'altra, sfoggiano padiglioni sontuosi.
Il pubblico sciama tranquillo dalle dediche agli scaffali.
Si riesce perfino a parlare con gli editori (chimera per chi, come il sottoscritto, non è uso piegarsi a vanità moderne come prendere appuntamenti). Che poi, parlare... la lingua francese per chi scrive è come Alexandra Daddario: so che esiste, che è piacevole, ma non ho mai avuto il piacere.
Ci si esprime perciò in un melange di inglese, francese sardizzato, swahili e chi più ne ha. Tipo Salvatore del Nome della Rosa, ma con riferimenti meno colti.
La sera il ritrovo è Place des Halles, pochi metri dai padiglioni principali. I tavolini dei locali si riempiono di fumettisti, gli italiani fanno combriccola.
Davanti ai bicchieri di birra e di kir ognuno ha la sua Angoulême da raccontare, aneddoti gustosi da condividere, lavori da mostrare, speranze da esternare.
A volte, si riesce persino a non parlare di fumetti. Bei momenti.
L'enorme lavagna con i pensieri per Charlie Hebdo al Museé de la BD.
Una giovane mamma dà una notizia importante ai cessi del bar.
GIORNO#2 30/01/2015
Il caffè ad Angoulême lo fanno lungo come una stagione delle piogge. E ugualmente annacquato.
È lungo, ma molto meno annacquato, anche il padiglione Le Nouveau Monde, quello degli editori 'indipendenti'. Sono case editrici dalle dimensioni meno ciclopiche rispetto a quelle dei due padiglioni de Le Monde des Bulles, ma che offrono una visione fertile della scena fumettistica europea.
Un disparato ventaglio di formati (si va dal classico cartonato di cinquanta pagine a tomi brossurati di oltre trecento), tratti grafici (dal realistico puro alle varie declinazioni del grottesco), di influenze (racconti dall'impianto classico o fumetti minimali di derivazioni americana, giapponese, italiana...). Un vero fondale ricco di tesori semisommersi, quasi impossibile da dragare nelle poche ore lasciate dagli incontri con gli editori o i caffè (lunghi anche in senso orario) con gli amici. Il colpo d'occhio è spettacolare: umanità varia che guarda, che tocca, che compra. Ci sono scene che fanno bene al cuore, come quella del bimbetto in carrozzina che sfogliava un libro cartonato. Lo spalancava, lo toccava. Era il SUO libro: perché gli editori portano in libreria fumetti per tutti, anche per i ragazzi più piccoli. E in quantità industriale, anche.
A quanto ho letto in giro, negli ultimi 15 anni il fumetto in Francia ha mantenuto costante il numero totale dei suoi lettori grazie anche ai buoni risultati del fumetto per ragazzi. I libri pubblicati, invece, sono praticamente triplicati, e questo fatalmente riduce il numero delle copie vendute…
Ma lasciamo perdere le analisi macroeconomiche. Mi sono già rotto i coglioni io, figuriamoci voi!
L’importante è che quel post lattante, fra quindici anni, lascerà probabilmente da parte i cartonati per l’infanzia e leggerà roba più adulta.
Ma leggerà, santiddio. E leggerà fumetti.
Le file per gli acquisti.
Le Nouveau Monde.
GIORNO#3 31/01/2015
It's a long way to the top if you wanna rock and roll, cantavano gli Ac/Dc.
È una strada lunga e la gente è pure in coda, aggiungo io.
La mattina, ancora prima che i padiglioni aprano, una fila lunghissima di persone aspetta di entrare nello stand Jeunes talents, quello dei giovani talenti. Autori (esordienti o meno) fanno la fila al gelo per parlare con gli editor delle maggiori case editrici. Se va bene strapperanno un contratto, al peggio un contatto.
Molti nemmeno riusciranno a entrare.
Non essendo Jeune e tanto meno talent (rubo la battuta al bravo Luca Blengino), ho preferito visitare le mostre. Strepitose quelle dedicate a Calvin e Hobbes, Taniguchi e a Fabien Nury, coloratissima quella di Jack Kirby, commovente e ciclopica quella che il Musèe de la BD ha dedicato a Charlie Hebdo e agli autori morti il 7 gennaio.
Ma il sabato è proprio il giorno delle code. Code (infinite) per gli autori in dedica, code (lunghissime) per pagare gli albi (giuro, segue documentazione fotografica), code per trovare un ristorante libero.
Code durante la Marcia degli autori, che protestavano contro la riforma della previdenza della categoria. Il talentuoso illustratore Luca Erbetta ci raccontava come in Francia il sindacato dei fumettisti, lo SNAC BD, fosse un’entità con cui il governo e gli editori devono fare i conti. Il sindacato è nato grazie all’azione di autori di primo rilievo come Lewis Trondheim, che hanno speso la loro personalità anche a favore di autori meno importanti.
Come sarebbe andato a finire il caso Corriere della Sera se in Italia avessimo avuto  un sindacato di questo genere? Domande oziose. Ma torniamo alla folla.
Che il sabato è ovunque, anche negli ambienti più “esclusivi” (mettiamolo tra virgolette, va').
Tipo il Mercure.
Quand'ero giovane e agile riuscivo quasi sempre a imbucarmi dietro le quinte dei concerti, dribblando con abilità la security per scambiare due parole con gli artisti.
Ora che mi sono espanso, per imbucarmi uso il pass da autore. Il Mercure di cui sopra è un albergo a due passi da Place des Halles, e la sera diventa una specie di Area Pro. Editor, autori, addetti ai lavori centrifugati in un tornado di risate, pacche sulle spalle, anchetuqua!, acosastailavorando?, eccetera.
Auteurs che parlano tra loro e gente che si è palesemente imbucata. Come chi scrive, del resto.
Dopo pochi minuti, pesce fuor d’acqua, sono tornato nel mio habitat naturale, la birreria.
Il fatto è che di sabato, ad Angoulême, tocca fare la fila anche per una bière.
L’ultima della Fiera, perché domani si parte presto. Si torna a casa… a la santé!
Jeunes talents.
La precarietà non è un mestiere nemmeno in Rue Hergé.
Il Re in mostra.