domenica 8 settembre 2019

ALAN MOORE: 5 INTERVISTE

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Era da diverso tempo che ci lavoravo (direi qualche annetto!) ma ora finalmente posso annunciarlo: il volume Alan Moore: 5 interviste (brossurato, 112 pagine, b/n) è un oggetto reale e disponibile per chi fosse interessato!!!

Trattasi di una piccola auto-produzione realizzata in collaborazione con l'amico Angelo Secci (e la sua DIART DIGITAL ART), autore anche della psichedelica copertina.

Il libro può essere acquistato via PayPal al prezzo di 11 euro (9 per il volume + 2 per la spedizione come piego di libri, packaging incluso).

Al momento sono disponibili un centinaio di copie. Se occorrono ulteriori informazioni o dettagli, scrivete a info (at) diartdigitalart.com o al solito smoky_man (at) yahoo.com

Il volume include 5 interviste: 3 del tutto inedite in Italia; 2 oramai di difficile reperimento, ossia l'intervista inclusa nel volume Alan Moore: biografia, testi, fotografie (2002, Black Velvet) e quella apparsa nel 2008, in due parti, sulle riviste Scuola di Fumetto e Blue (Coniglio Editore).

Le interviste, pubblicate tra il 2000 e il 2017, sono firmate da Koom Kankesan, George Khoury, Omar Martini, Raphael Sassaki e da Antonio Solinas (con la mia collaborazione). 
Queste edizione è inoltre impreziosita dall'introduzione di Adriano Ercolani e dalle illustrazioni di Tiziano Angri, Onofrio Catacchio, Massimiliano Leomacs Leonardo, Gianluca Pagliarani e Armando Rossi, senza dimenticare il blurb in quarta di copertina firmato da Paul Gravett.
Grazie a tutti per il loro inestimabile contributo e consenso alla pubblicazione! In particolar modo è stato difficile scegliere i ritratti, in pratica una scelta pressoché "casuale" tra gli amati pezzi della mia collezione; per l'inevitabile esclusione mi scuso quindi con gli amici artisti che negli anni hanno per me realizzato la loro versione del barbuto di Northampton: che Glicone sia con voi (e spero ci siano altre occasioni in futuro)!

Che altro aggiungere? Beh... aspettiamo i vostri ordini e successivi pareri sul volume! ;)
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Ricordo ancora che il libro può essere acquistato QUI al prezzo di 11 euro (spedizione inclusa).

mercoledì 4 settembre 2019

JOHN PAUL LEON: Maestro del bianco e nero

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Nel seguito potete leggere la traduzione di un'intervista a JOHN PAUL LEON, acclamato (e da me amatissimo) fumettista americano, maestro del bianco e nero, con collaborazioni con le principali case editrici USA (Marvel, DC, Dark Horse), disegnatore della memorabile serie Terra X.

L'intervista è inclusa nello splendido volume MASTER OF COMICS (pubblicato lo scorso Giugno da Insight Editions), scritto e curato dall'amico Joel Meadows, già ideatore ed editor-in-chief della rivista Tripwire.
Il volume, un must-have che può essere ordinato QUI, contiene, oltre a quella con Leon, interviste ad artisti del calibro di Travis Charest, Mike Kaluta, il nostro Milo Manara, Sean Phillips, Walter Simonson, Bill Sienkiewicz - e molti altri ancora - che raccontano la loro vita al tavolo da disegno e il loro approccio creativo. 

L'intervista a Leon è stata raccolta a New York nel 2017. 
Un grazie particolare a Joel per l'autorizzazione alla traduzione e pubblicazione di questa intervista e i più sentiti complimenti per lo splendido volume.

A voi tutti, buona lettura
Tutte le immagini nel seguito sono opera di John Paul Leon. 
Copertina per Batman: Creature of The Night n.2.
John Paul Leon: Come è la tua tipica giornata lavorativa?
Joel Meadows: Di norma mi sveglio verso le sette. Porto mia figlia a scuola e verso le nove sono in studio. Alcuni giorni un po’ prima, altri un po’ dopo. Faccio colazione, di solito di fronte al computer mentre guardo le email. Probabilmente inizio a disegnare tra le nove e trenta e le dieci. Lavoro un po’ di ore fino all’una. Poi pranzo e ricomincio a lavorare fino alle tre quando vado a riprendere mia figlia. Di solito ritorno in studio verso le otto, nove di sera per un paio d’orette, dipende dalle scadenze. A volte devo restare fino a tarda notte, fino alle due del mattino, ma col passare degli anni diventa sempre più difficile. Un tempo ero un vero nottambulo ma ora non riesco più a reggere quei ritmi.

Lavori in digitale oppure con strumenti tradizionali?
È tutto fisico, analogico. Disegno a mano, in modo tradizionale. L’unica cosa che faccio in digitale è un po’ di pulizia sull’immagine scansionata e, se sono io il colorista, la colorazione è realizzata al pc.
Naturalmente la consegna del lavoro è in digitale.

Usi il computer in qualche altra fase del tuo lavoro?
Una cosa che è cambiata negli anni è che, un tempo, la maggior parte della documentazione e dei riferimenti che mi servivano li ricavavo dai libri oppure andavo in biblioteca. Oggi quando mi servono delle immagini, trascorro sempre più tempo davanti al computer, nella mia postazione di disegno, a fare ricerche. E passo davanti allo schermo un mucchio di tempo, probabilmente più di quanto dovrei. Così posso semplicemente uscire di testa andando a caccia di reference. 
Tavola da Terra X n.7.
Il tuo studio, un garage riconvertito, si trova nella tua abitazione. Che cosa contiene? E quanto è stato importante lavorare a casa seppur lo studio sia fisicamente separato da essa?
Lo studio è parte della casa ma non è comunicante con essa. Ci sono alcuni originali incorniciati ma per il resto è un bel caos. Ci sono un mucchio di libri. Non sono per nulla un tipo da action figure. Non c’è abbastanza spazio sui muri per appendere poster o robe simili. È uno studio piuttosto piccolo e le pareti sono piene di librerie. È tutto stipato e tutte le tavole originali sono impilate oppure arrotolate. Era importante che lo studio fosse in qualche modo separato dalla casa. In questo modo posso avere un cambio di approccio mentale tra lo stare in casa e il lavorare nello studio.

Ti piace la vicinanza di tua figlia mentre lavori?
Ha dodici anni. D’estate mi piace perché rimane in studio con me tutto il giorno. A volte fa i compiti mentre io lavoro. La porta è sempre aperta.

Mentre disegni ascolti della musica?
Solitamente non ascolto musica quanto sto facendo dei layout, mi distrae. Sempre più spesso ascolto podcast oppure interviste. Quando inchiostro, dal momento che a quel punto gran parte del disegno dovrebbe essere a posto, posso ascoltare qualcosa, a volte no. Mi capita di ascoltare musica in cerca di ispirazione emotiva.

Metti mai della musica specifica per catturare l’atmosfera di una scena che stai disegnando?
Non funziona. Ci ho provato ma è un po’ troppo forzato. Ho cercato di aspettare per farmi ispirare ma no, non funziona per me. Così cerco di andarci piano e di... ingannarmi. Magari metto qualcosa che non c’entra nulla, qualcosa di inconsueto. Così riesco a concentrarmi sul disegno, a ritrovare un po' di ispirazione e poi magari posso anche mettere della musica più in tema.
Layout per The Winter Men.
Quando lavori su un progetto fai diverse versioni dei layout?
Dipende dalla fase in cui mi trovo nel disegnare. Di solito per le prime pagine realizzo dei layout abbastanza dettagliati e definiti. Credo sia il mio modo di entrare in sintonia con la storia. Nel proseguo i layout diventano più abbozzati e soggetti a variazioni. Ma a quel punto so già come stanno le cose e come la storia procederà. Per cui i layout tendono a diventare più approssimativi via via che disegno.
Per le copertine i layout sono dettagliati: voglio poter mostrare un’immagine che sia una buona indicazione di quello che sarà il disegno finale. 

Quanto sono definite le tue matite?
Quando sono in quella fase ci sono momenti in cui sento la necessità di definire il disegno nel dettaglio e non lasciare che venga finalizzato durante l'inchiostrazione per cui devo stringere i denti e farlo con le matite. Ma cerco di lasciare qualcosa per quando inchiostro, in modo da dare un po' di freschezza al disegno perché, alla fin fine, quello che il lettore vedrà sono le linee inchiostrate.  
Matite per The Winter Men.
Qual è il tuo approccio quando disegni una storia a fumetti?
Leggo la sceneggiatura un paio di volte e per ogni pagina cerco di decidere quale sia la vignetta più importante che di solito, sulla tavola finale, sarà quella più grande. Questo è un piccolo trucco che ho imparato da Walter [Simonson] anche se non è sempre vero. Dopo aver diviso la sceneggiatura in vignette, in modo da separarmi dallo script cartaceo e sapere che dialoghi ci saranno, inizio le ricerche per i vari riferimenti grafici. Mentre leggo sottolineo dei passaggi: "Ecco avrò bisogno di questo. Mi servirà un aeroporto o una veduta di una città per questa vignetta...", in modo da tenere traccia di quello che dovrò cercare; poi inizio le ricerche. Una volta trovato tutto quello che mi serve, ad esempio per la prima pagina, inizio a lavorarci.
Per cui creo delle cartelle sul mio computer per ogni progetto, una cartella per le reference con dentro tutti i materiali di cui ho bisogno per disegnare la storia. Ad esempio, quando ho lavorato su Batman Terminal la storia era ambientata in un aeroporto per cui avevo una cartella dedicata agli aeroporti, agli ambienti aeroportuali, passeggeri in aeroporto e bagagli. Che tipo di aereo dovevo disegnare? Un Airbus 380: una cartella tutta per lui e i suoi interni. Ho dovuto trovare fotografie anche per il portello d’accesso. Come si apriva? Ho dovuto guardare dei video su YouTube per capire come si aprono i portelloni degli aerei. Batman lo apre usando il Batarang. Come fa? Come ci riesce? Intendo l’azione fisica in sé… Quei portelli non hanno certo un pomello d’apertura! 

Quanto sei veloce come disegnatore?
Sono lento. Ma tutto dipende dalle scadenze. Penso di poter lavorare con diverse impostazioni di velocità ma di solito sono tutte piuttosto lente tranne per la modalità "emergenza" ossia quando devo fare qualcosa che deve essere pronto in un'ora (e questo non è mai un bene per la salute).
Di solito le fasi sono layout, matite e inchiostrazione; realisticamente impiego tre giorni a tavola, dal layout agli inchiostri. Per disegnare e inchiostrare un albo di venti pagine impiego circa otto settimane.

Parlaci del processo creativo per realizzare una copertina.
Di solito impiego una settimana. Per una illustrazione di copertina, più informazioni mi danno sulla storia e meglio è. Non mi piace molto realizzare una cover quando l’unica indicazione è “fai qualcosa di iconico!” Lo trovo molto difficile. Per questo cerco di avere la sceneggiatura della storia e se non è possibile richiedo di sapere quanto più possibile sull’albo in questione perché voglio realizzare un’illustrazione che sia legata a quello che accade nel fumetto.
Riguardo la realizzazione effettiva il procedimento è sempre il solito. Una volta che sono a conoscenza di quale sia la storia, posso iniziare con le reference. Potrebbe essere un “collage” di diversi elementi? Di solito esploro diverse opzioni. Una potrebbe essere un “collage”, l’altra una illustrazione ispirata direttamente da una scena della storia oppure qualcosa meno immediato come una soluzione maggiormente grafica e poi si deciderà.
Copertina per Sheriff of Babylon n.3.
Di solito quante revisioni per una copertina?  
Le revisioni di solito avvengono nella fase di bozzetto. E questo è il motivo per cui voglio fare dei bozzetti il più possibile dettagliati in modo che sia chiaro quale sarà il risultato finale ed evitare che, una volta finito debba, debba cambiare qualcosa. Ogni tanto sistemo modifico un po’ i colori ma di solito non si tratta di interventi rilevanti. Mi piace realizzare cover. Mi fa sentire un vero illustratore.

Che strumenti utilizzi per disegnare? Usi molti pennarelli, vero? 
Non uso molto i marker, come si potrebbe pensare. Usavo molti pennini numero 107. Non li uso più tanto anche se a volte li utilizzo ancora. Ho iniziato invece a usare delle stilografiche: sono una sorta d’incrocio tra un marker e un pennino e non c’è bisogno di immergerle nell’inchiostro per cui si guadagna in velocità. L’inchiostro è molto buono. Uso anche pennelli Winsor & Newton serie 7, un sacco di bianchetto e marker. Utilizzo anche dei pennarelli Micron. Più o meno sono questi gli strumenti che uso per disegnare.

Ti capita spesso di ridisegnare qualcosa in una tavola?
Torno spesso sul disegno cercando di fare le cose nel modo giusto, in questo senso “ridisegno” ma non cambio l’impostazione di una tavola una volta stabilita. A volte può capitare che decida di aggiungere una vignetta. Ma una volta che una tavola è impostata difficilmente la modifico, rimane praticamente così come l’ho concepita. 
Tavola da Detective Comics n.35 (Terminal: Part One).
Apporti delle modifiche agli inchiostri?
Si tratta per lo più di ripulire la tavola. I miei originali sono così stratificati di inchiostro e bianchetto che quando li scansiono devo ripulirli un po’ del bianco in eccesso, sono sempre un po’ sporchi.

Quali artisti ti hanno influenzato? 
Sono cresciuto negli anni ’80 per cui disegnatori come Walt [Simonson] e Bill Sienkiewicz mi hanno fortemente influenzato. Loro hanno davvero alzato l’asticella. Leggevo comics mainstream, non ero un tipo da fumetto underground. Ma poi sono andato alla SVA [la School of Visual Arts di New York], ho studiato illustrazione e ho conosciuto un sacco di illustratori degli anni ’50… artisti come Bernie Fuchs, Robert Fawcett, Austin Briggs e Noel Sickles mi hanno influenzato tantissimo.

I tuoi lavori mostrano una grande padronanza del bianco e nero.
Ho scoperto Alex Toth quando ho iniziato a lavorare a Static per cui non lo conoscevo fino a quando non sono diventato un professionista: da quel momento è cambiato tutto per me.

È anche evidente l’influenza delle strisce pubblicate sui giornali nella prima metà del secolo scorso…
I disegnatori delle strisce avventurose di quel periodo, come Alex Raymond, erano capaci di creare interessanti composizioni semplicemente ritraendo personaggi ben vestiti che parlavano tra loro… un qualcosa che mi ha sempre affascinato. 
Coperina per Superman Unchained n.2.
Sei un classico disegnatore in bianco e nero ma crei anche immagini a colori. Che tipo di sfida, come artista, rappresenta per te il colore?
Il colore non è una cosa che mi riesce naturale. Ho preso pian piano confidenza via via che realizzavo delle copertine. Sostanzialmente la sfida è quella di migliorare un’immagine in bianco e nero utilizzando il colore, non è necessariamente un miglioramento ma un qualcosa che funziona a sé. Sono sempre soddisfatto dal bianco e nero e penso che funzioni perfettamente come disegno finito. Per cui il colore non dovrebbe essere decorativo rispetto al bianco e nero ma dovrebbe avere una propria forza come entità distinta. È questa la sfida più grande.

lunedì 26 agosto 2019

recensioni in 4 parole [69]

Bullismo. Adolescenza. Sangue. Vampiri.
Il grande fumetto britannico!
Zaffino va sempre bene!
Un comico ci vuole.
********
Abbiamo detto 4 parole su:
Happiness N.1 
di Shuzo Oshimi
Editore: Planet Manga/Panini Comics
Formato: cartonato, 192 pagine, b/n
Prezzo: € 5,50
Anno di pubblicazione: 2018
Per qualche parola in più: QUI

Mazeworld (English)
di Alan Grant (testi), Arthur Ranson (disegni)
Editore: 2000AD Graphic Novels
Formato: brossurato, 192 pagine, colore
Prezzo: £ 19.99 UK
Anno di pubblicazione: 2018
Per qualche parola in più: QUI e QUI (English)

Conan il Barbaro N.3
di Jason Aaron (testi), Gerardo Zaffino, Mahmud A. Asrar (disegni)
Editore: Panini Comics
Formato: spillato, 48 pagine, colore
Prezzo: € 3,50
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI 

Groucho Primo
di A. Bilotta (testi) & S. Ponchione (disegni); R. Torti (t/d); T. Faraci (t) & S. Ziche (d)
Copertina: Fabrizio De Tommaso
Editore: Sergio Bonelli (collana Dylan Dog Color Fest N.30)
Formato: brossurato, 96 pagine, colore
Prezzo: € 5,50
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

sabato 3 agosto 2019

Alessandro Bilotta e... Miracleman

Illustrazione di Carmine Di Giandomenico.
Come se si trattasse delle tasche di Eta Beta, dall'archivio di Ultrazine.org continuano a riemergere piccole grandi gemme!

Nel seguito, un intenso testo firmato da Alessandro Bilotta che racconta il suo primo incontro con... Miracleman/Marvelman. In apertura di post, per non farci mancare nulla, una potente illustrazione in tema dalla magica matita di Carmine Di Giandomenico.

Entrambi i contributi furono originariamente pubblicati nell'ottobre 2001 sullo Speciali Alan Moore di Ultrazine.org. Buona visione & lettura!
ESSERE IL SUPERUOMO: UN FATTO PERSONALE
   

"Lo, I teach you the Superman: he is that lightning, he is that frenzy."
Friedrich Nietzsche, Thus Spake Zarathustra

Di certo so che ho paura di essere abbandonato.

La paura della solitudine ce l'ho da quando ero bambino e me la ricordo bene, così bene che ce l'ho ancora. Da quando non mi sono più potuto attaccare alla gonna di mia madre è diventato tutto più difficile. Per tutto intendo Tutto.

Nella primavera del Novantadue facevo il primo o il secondo anno di liceo, questo non me lo ricordo bene, ma uscivo con una ragazza ed era la prima, cioè primo bacio e quelle altre cose. Camminavo a un metro da terra e questo significava che forse stavo vincendo la paura di rimanere solo. "Povero illuso, ci sei ancora dentro fino al collo!" griderà una voce per il resto dei miei giorni.

Comunque questa ragazza mi lascia senza motivi che all'apparenza sembrassero validi. Niente che mi facesse meritare di sentire di rimanere solo per tutta la vita. Quella è stata la prima volta che quella paura ha scavalcato il recinto dell'infanzia ed era la stessa di dieci anni prima, o qualcosa del genere.

Non mi sentivo un granché e continuai a fare quello che avevo sempre fatto, uscire da scuola, andare dal giornalaio, comprare fumetti e percorrere una stradina stretta, alberata che mi separava dalla valanga degli altri che invadevano la strada di fronte al palazzo. Quella stradina, me la ricordo ancora, via Piccarda Donati, l'attraversavo rallentando il passo e alzando lo sguardo ogni tanto per vedere se andavo addosso a qualcuno che poi qualcuno non passava mai. Quel giorno comprai il numero appena uscito di "Super Comics" che avevo smesso di seguire dopo i primi tre, quando si era conclusa "Parallel lives" dell'Uomo Ragno, una storia su come i destini di Peter Parker e Mary Jane erano stati due rette parallele, ma intersecanti. Altra roba che mi avrebbe dato da riflettere non solo in quel periodo.

Comunque su quel numero, che era di qualche anno dopo, e non ricordo il numero, veniva pubblicata la prima parte di una storia di Miracleman, che era un personaggio con un costume orribile, senza maschera, e i supereroi senza maschera non sono tali; insomma quando questo esclamava "Kimota!" da bambino diventava un tipo ipertrofico. Col costume ridicolo appunto. La storia di Capitan Marvel praticamente, che poi ancora non ho capito chi ha copiato chi.

Ma io Capitan Marvel non lo conoscevo ancora e il tipo della mia età che poteva diventare un eroe con una semplice, stupida parola, mi faceva immedesimare incredibilmente nel personaggio. Certo era meglio un costume più carino.

La storia non fu una lettura semplice, c'era tanto testo e troppi concetti che ancora non capivo e ancora non mi interessavano, politica, nucleare, fine del mondo. Per me la fine del mondo era ed è ancora sentirsi abbandonati. Sulla posta del numero seguente molti commentavano di non aver capito nulla, storia troppo cervellotica eccetera eccetera.

La storia di quel ragazzino che diventa più grande con una sola parola mi aveva proprio colpito. Credo perché era proprio quello che avrei voluto fare io, tralasciare i problemi della mia età per affrontarne di più grandi. Con la forza di un adulto, di un super-adulto.

Solo anni dopo scoprirò che quel personaggio aveva un passato ancora più ridicolo in cui si chiamava Marvelman e che l'autore che aveva scritto quella storia su "Supercomics" aveva anzi cercato di dargli uno spessore e che proprio per quel personaggio l'autore aveva rotto per sempre con la Marvel e che il corso dei fumetti era già stato deviato nell'Ottantasei e che io arrivavo comunque in ritardo.

Io in realtà penso che mi sentivo come un bambino nel corpo di adulto, che dovevo essere grande e invece avevo le paure di un ragazzino e che, forse, mi immedesimavo in chi invece poteva scegliere quando diventare grande ed essere anche in grado di convivere con ciò. Comunque era solo un piccolo, brutto periodo di cui ora mi è rimasto Miracleman. E la paura di essere abbandonato.

Non ho mai più letto Miracleman. Mi sono capitati in mano i numeri originali, rarissimi, incomprensibili alle mie capacità di pigro traduttore e ritrovando quell'episodio ho fatto una strana scoperta. Che su "Super Comics" erano state omesse sei o otto pagine di prologo in cui Miracleman, o Marvelman, era disegnato volutamente in vecchio stile e affrontava un gruppo di alieni con frasi tipo: "Prendiamo a calci quei brutti mostri verdi fino a rispedirli da dove sono venuti!". L'ultima tavola di questa storia che sembrava realizzata quarant'anni prima, era una zoomata in avanti sul primo piano felice di Miracleman, o Marvelman, ma veniva ingrandita sempre più una fotocopia creando un innaturale effetto di sgranatura, svelando il trucco che non si trattasse di un fumetto di quarant'anni prima. Sopra queste vignette le didascalie: "Ascolta, io ti insegno il Superuomo…", "Lui è questa luce…", "Lui è questa follia. - Friedrich Wilhelm Nietzsche, Così parlò Zaratustra". Girando pagina cominciava la storia da dove invece avevo iniziato a leggerla io. Ma questo aggiungeva tutto un altro sapore. Ecco come rivalutare un fumetto in cui un brutto supereroe vola con un brutto costume: trasformarlo nella metafora del Superuomo! Semplice, no?

No.

Recentemente ho anche scoperto che le parole citate dall'autore di quella storia di Miracleman, o Marvelman, dall'edizione inglese di "Così parlò Zaratustra" non erano neanche corrette. La versione corretta è quella in cima a questa pagina, mentre lì al posto di "frenzy" veniva messo "madness", che sono poi due modi per dire "follia".

Ora ho visto che ci sono varie beghe editoriali per cui forse ho capito che non leggerò mai più quelle storie ... i diritti che prima erano di tutti ... poi Gaiman che non li concedeva a McFarlane perché lui non glieli aveva concessi per Angela, eccetera eccetera.

Tutte storie molto meno interessanti della mia.

Resta il fatto che io non ho ancora imparato a liberarmi di quel bambino che c'è nel corpo dell'adulto e ancora mi attaccherei alla gonna di mia madre. Si tratta di trovare la parola giusta per diventare Superuomo, la mia non è "Kimota!".

PS: Ora che ho controllato, il numero di "Super Comics" era il 19. 

[Pubblicato originariamente su Ultrazine.org nell'ottobre 2001]

venerdì 26 luglio 2019

recensioni in 4 parole [68]

D'Arte e Amicizia.
Sulla realtà dei comics.
Un thriller al sangue.
 Napoleone 2: La Signora Robinson
I ricordi ti inseguono!
********
Abbiamo detto 4 parole su:
Ettore e Fernanda 
di Paolo Bacilieri
Editore: Coconino
Formato: cartonato, 72 pagine, b/n e colore
Prezzo: € 19
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

Mister Miracle (English)
di Tom King (testi), Mitch Gerads (disegni)
Editore: DC Comics
Formato: brossurato, 320 pagine, colore
Prezzo: $ 24.99
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI e QUI (in Italiano)

King of Eden N. 1-2
di Takashi Nagasaki (testi), Ignito (disegni)
Editore: Star Comics
Formato: brossura, 200 pagine, b/n e colore
Prezzo: € 5,90 a volume
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI 

Napoleone 2: La Signora Robinson
di Carlo Ambrosini (soggetto e sceneggiatura), Paolo Bacilieri (disegni)
Copertina: Carlo Ambrosini
Editore: Sergio Bonelli (collana Le Storie N. 82)
Formato: brossurato, 96 pagine, b/n
Prezzo: € 4
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

venerdì 19 luglio 2019

[Oldies but goldies] Bilotta intervista Pinocchio, 2001

Di recente Star Comics ha annunciato la riedizione di Povero Pinocchio - Storia di un bambino di legno, graphic novel (diremo oggi) con cui Alessandro Bilotta e Emiliano Mammucari esordivano insieme nel lontano 1999. A 20 anni di distanza uscirà quindi una nuova edizione, "riveduta e corretta" e con contenuti extra, che verrà presentata in occasione della prossima edizione di Lucca Comics & Games (dal 30 ottobre al 3 novembre). Qui potete vedere un'anteprima.

Per serendipità mi sono imbattuto, nei giorni scorsi, in uno dei materiali dello "Speciale Montego" che presentammo su Ultrazine.org nell'ottobre 2001: un'intervista a Pinocchio dello stesso Bilotta!
In linea con questo clima di riproposte, potete (ri-)leggerla nel seguito.

Tutte le immagini qui presenti sono, ovviamente, opera di Emiliano Mammucari.
LE BUGIE HANNO IL NASO CORTO
INTERVISTA A PINOCCHIO
a cura di Alessandro Bilotta

Rischiamo di ammazzarci per salire la scaletta di corda che porta in cima a una quercia secolare tra le cui fronde è nascosta una piccola, ma bellissima casetta di legno. Siamo in un bosco nei pressi di Manciano, un comune vicino a Grosseto. Il nostro ospite ci attende all'entrata. Appena dentro, ci aspettiamo di trovare qualche strano oggetto proveniente da un luogo lontano o qualche cosa che ricordi letture fatte da bambini. Ma le nostre aspettative vengono deluse. L'interno è pulito e ordinato e nulla appartiene a storie già raccontate. Quello che ci interessa è il protagonista e ce l'abbiamo davanti. Pinocchio. Con una grossa testa rotonda e gli occhioni grandi sembra più un bambino di legno che un burattino e, soprattutto, non ha quel lungo naso a punta che gli viene attribuito. Ci accoglie gentile e ci fa accomodare su delle poltroncine che per noi sono piccole, ma non lo diamo troppo a vedere. Abbassiamo la testa e ci sediamo per terra. Qua e là attirano la mia attenzione alcuni manufatti di legno che il burattino si diverte a costruire e intagliare da qualche tempo a questa parte. Forse lui stesso ha costruito la casetta, sicuramente è figlio d'arte. Sono banale, ma non riesco ad evitare la prima, scontata domanda…

[Pinocchio è stato fabbricato nel 1881 a Firenze. Da lì ha poi viaggiato molto e si è ora stabilito in un bosco a Manciano, vicino a Grosseto.] 

Girava voce che fossi diventato un bel bambino "perbene". Era leggenda oppure sei ritornato burattino?
Pinocchio: Se ne dicono tante di panzane sul mio conto. E questa mi sa che è la più grossa. Io neanche lo so se ci sono mai voluto diventare un bambino.

Vuoi dire che tutte quelle storie sul fatto che facendo il buono e l'ubbidiente saresti diventato un ragazzo in carne e ossa non sono vere?
Pinocchio: Se ciái creduto sei proprio un grullo. Ma secondo te è possibile che uno deve fare lo sforzo di essere buono e in cambio ciá pure la sciagura di farsi trasformare in bambino? A me non me ne importa proprio niente di diventare paffuto e boccoluto e poi di cominciare pure a invecchiare. E poi scusa… mica tutti quelli che sono bambini sono così buoni come credi, anzi, forse crescendo diventano pure peggio.

Diventando "grandi" si vivono alcune esperienze importanti che non ci sarebbe modo di sperimentare altrimenti. Non hai il rimpianto di essere escluso da queste?

Pinocchio: E rimanendo burattino, invece, si fanno tante altre esperienze che i grandi giammai si sognano. Diventare grandi è una cosa seria. I grandi fanno cose brutte che neanche voglio pensare, tu le sai di sicuro meglio di me. In fondo noi burattini non si dà fastidio a nessuno, io poi ció la fortuna che mi muovo senza fili.

Questo è un punto che mi ha sempre interessato molto. Come fai a muoverti senza fili?
Pinocchio: Ecchennesò? Ti hanno mai chiesto a te come fai a camminare, a muoverti o a far di conto? In fondo sei pieno di ciccia e tutto quello che c'è dentro. Sei un sacco e una sporta più pesante di me. A te, invece che dei fili, ti ci vorrebbero delle funi belle bitorzolute. Eppure non ti domandi come fai a muoverti e lo domandi a me. Io non lo so. So solo che ero un bel pezzo di legno da catasta e che mio babbo Geppetto ha fatto il resto.

[Il padre di Pinocchio si chiamava Geppetto, detto "Polendina", e faceva il falegname. Forse da lui il burattino ha imparato a lavorare il legno, vista la graziosa casetta sull'albero nella quale vive.] 

D'accordo, allora diciamo che, escluso il fatto che sei di legno e che non cresci, sei proprio come tutti gli altri bambini. Ma allora come te lo spieghi che quando dici una bugia il naso ti si allunga a dismisura?
Pinocchio: CHECCOSA? Eppoi sarei io il malanno che passa le giornate a bighellonare invece di leggere libri? Non mi dire che hai creduto anche a questa fanfaluca?

Vuoi dire che non è vero?
Pinocchio: Il mio bel naso non si è mai allungato più di come lo vedi. Sono di legno io, mica di gomma. Io le bugie le dico quando e quante mi pare. Queste storie che si allunga il naso o che arriva l'uomo buio, le hanno inventate per spaventare i bambini che così, anche se diventano bravi e buoni, la notte non chiudono occhio per la paura. Non sono queste pure bugie? Bugie che i grandi si inventano per non far dire le bugie ai bambini. Io dico che questo è proprio buffo.

Non ti fidi degli adulti? Eppure loro hanno più esperienza. Cercano solo di trasmetterla a chi non ne ha, per evitare che i più piccoli facciano i loro stessi sbagli.
Pinocchio: Curiosa razza i grandi. Dicono più bugie dei bambini, anche se hanno meno fantasia, e poi pretendono sempre di dare consigli, convinti che loro hanno trovato la strada giusta. Ma i consigli dei grandi servono solo a disimparare, perché se uno vuole imparare davvero qualcosa mi sa che è molto meglio che la vive di persona. Così trova la sua strada senza che deve andare a scuola a sentire tante noiose lezioni di qualche maestro, buono solo ad alzare la voce e a menar di bacchetta.

Ma tu che ne sai? A scuola non ci sei mai andato.
Pinocchio: Ci sono stato quel tanto che basta per capire che è tutta una buffoneria. Come ti ho detto, io delle spiegazioni degli altri non ne ho bisogno. Le cose le imparo da me. Se gli altri vogliono andare a scuola, contenti loro. Io me ne guardo bene. E poi ció la fortuna che io non ho bisogno di andarci. Sono burattino. Per me è sempre festa. A me i maestri non mi picchieranno mai perché io non ho bisogno di loro. Per me non esistono. Non ho bisogno di nessun pezzo di carta che dice quanto sono bravo.

[Testa grossa e rotonda, occhioni grandi e attenti. La cosa che più stupisce di Pinocchio è il naso grosso, ma corto. Da quello che ci dice, non si è mai allungato più di così.] 
Quello che salta agli occhi di un tuo ospite, guardandosi intorno, è la particolarità dei pupazzi di legno che riempiono la tua casa. Ne vedo un paio ancora "in lavorazione" su un vecchio tavolo da falegname. Come ti è nata questa passione? In fondo sei "figlio d'arte", non trovi?
Pinocchio: Infatti è una voglia che mi è nata proprio vedendo il mio babbo lavorar di scalpello. Per me è come fare una foto. Mi fermo vicino a un ruscello o a un vecchio ponte e con un pezzo di legno cerco di ricopiare la forma di qualche animaletto o alberello. Altre volte mi invento io una figura, una maschera oppure anche qualche marionetta. Mi vorrei magari costruire un bel teatrino di burattini. Poi stando in un così bel bosco, c'è sempre tanta legna in giro e se sei il figlio di un bravo falegname, com'era il mio babbo, ti viene proprio voglia di divertirti. Anche gli animali mi aiutano. Magari qualche coniglietto vanitoso si mette in posa per farsi più bello. Una lince una volta mi ha chiesto se le potevo fare una bella scultura e gli alberi rinverdiscono i rami quando voglio scolpire un bel paesaggio.

Sembra che tu stia parlando di un bosco magico, incantato…
Pinocchio: Perché io lo vedo così. Magari se ci passi di fretta, senza guardarlo con attenzione, ti può sembrare un bosco come tutti gli altri. Con gli alberi, le foglie, il laghetto, il fiumiciattolo, gli uccellini e tutti i crismi che gli si confanno. Ma se ti diverti a fissarlo bene, cercando di non guardarlo proprio con gli occhi, scopri un sacco e una sporta di cose che nemmeno te le immagini.

Prima di stabilirti qui, a Manciano, hai viaggiato molto. Ci racconti dove sei stato e quando hai deciso di fermarti?
Pinocchio: Io non è che mi sono fermato qui. Ogni tanto ci vengo a stare. Mi piace sempre andare in giro e non fermarmi mai e poi magari mi accorgo che sono troppo lontano o che ho perso la strada e allora mi diverto a ritovarla. Oppure lascio che si ritrova da sé. Ho girato talmente tanto che non mi ricordo tutti i posti e i personaggi buffi che ho conosciuto. Che se poi vado a vedere, ho girato solo una regione. Che per uno grande come voi basta prendere la macchina e se la gira in poco meno di una settimana, ma poi non si accorge di quello che c'è dentro. E' come il fatto del bosco che ci passi in fretta, lo stesso discorso.

Quindi potresti ripartire da un momento all'altro? Dove vorresti andare?
Pinocchio: Boh! Se mi prende il ghiribizzo me ne vo in giro oggi stesso. Ma se ti devo dire dove, non lo so neppure io. A me la cosa che più mi piace è andarmene per diritto, pigliare una strada e non sapere dove mi porta. Io penso che è proprio quello il bello. Andare dove non sai. Incontrare gente buffa che nemmeno te lo immaginavi. E' proprio così che a me mi è capitato di finire in tante avventure strambe, che se le racconto, nemmeno la gente ci crede. Non ci crede perché non va mai a prendere le strade per diritto. Chi lo sa, magari, su una di queste, un giorno di questi, ci si rincontra.

Articolo apparso originariamente su Ultrazine.org nell'ottobre 2001.

lunedì 1 luglio 2019

recensioni in 4 parole [67]

Donne, dolori del King.
Kris Kool
Je suis très psychédélique!
Di mostri e divertimento.
Non sarà... una meteora!
********
Abbiamo detto 4 parole su:
Il paradigma del Voodoo
di Simon Panella
Editore: Oblò APS
Formato: spillato, 52 pagine, b/n
Prezzo: € 7
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

Kris Kool
di Caza
Editore: Passenger Press
Formato: brossurato, 96 pagine, colore
Prezzo: € 30
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI
 
The Goon N.1 (English) 
di Eric Powell
Editore: Albatross Funnybooks
Formato: spillato, 32 pagine, colore
Prezzo: $ 3,99 (regular cover)
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI (English) e QUI

Dylan Dog N. 394 - Eterne stagioni
di Paola Barbato (testi), Marco Nizzoli (disegni)
Copertina: Gigi Cavenago
Editore: SBE
Formato: brossurato, 96 pagine, b/n
Prezzo: € 3,90
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

mercoledì 12 giugno 2019

[Oldies but goldies] JESSICA ABEL 2001

Jessica Abel.
Dallo scrigno (che pare infinito) di Ultrazine.org, un'intervista a JESSICA ABEL, tra le più importanti autrici del fumetto contemporaneo. In Italia abbiamo letto una manciata di suoi lavori editi, a suo tempo, dalla mai troppo lodata Black Velvet (fate un salto anche qui).

Si tratta di una auto-intervista che la Abel pubblicò sul suo sito  e che venne proposta nel 2001 in appendice al volume di Artbabe edito, appunto, da Black Velvet. Apparve poi nel Luglio 2001 su Ultrazine su autorizzazione degli editori italiani, Omar Martini e Luca Bernardi.

Per leggibilità ho ridotto il numero delle note originarie inserendo, al loro posto, i relativi link.

(Ah, lo so che mi leggete in... quattro gatti! No problem! Pochi ma buoni. ;) )
LEGGEVI FUMETTI DA PICCOLA?
JESSICA ABEL: Sì, mi ricordo che già allora provavo un forte interesse per le immagini disegnate, con l’esclusione di quelle fotografiche. [Ehi, voi, giornalisti in erba… attenzione! Sta per arrivare un aneddoto simpatico!] Quando ero ancora una bambina, la famiglia della mia migliore amica, Kristin, aveva una piccola barca che teneva presso una darsena nel Michigan e ogni tanto andavo lassù con loro per il fine settimana. Il viaggio in auto durava quattro ore e per me, che avevo sette anni, era assolutamente interminabile. Per farci stare tranquille, la mamma di Kristin di solito ci comperava tre pacchi di fumetti a un distributore di benzina, poco dopo la partenza. Ai distributori i fumetti li vendevano così: tre pacchi di fumetti per bambini, come Richie Rich e Casper, sigillati in un involucro di plastica. L'unico problema di questa piacevole intesa era che li leggevo tutti in un'ora circa, e poi trascorrevo il resto del viaggio con il desiderio di averne altri, chiedendo con voce lamentosa: "Siamo già arrivati?!" [Fine dell'aneddoto]

Possedevo anche la copia di una raccolta di fumetti di Wonder Woman degli anni ‘40 che mi aveva dato (credo) la mia matrigna: era una cosa femminista in stile anni ‘70, contenente molti saggi. Una specie d'approccio storico-revisionistico alla donna nel fumetto. C’era (anzi, c’è) un'introduzione di Gloria Steinem, ma allora non m’interessava. Mi bastava divorare le storie. La cosa divertente è che, durante tutta la mia fanciullezza, andavo in continuazione a riprenderlo per rileggerlo. Ero certa di conservarlo in un punto ben preciso della mia libreria e un bel giorno, mentre cercavo di ricordare dove l’avessi messo l’ultima volta, ebbi l’impressione che potesse essere in due posti diversi. Mossa da ispirazione, li controllai entrambi e, caspita, ne avevo due copie! Non ho proprio idea di come possa essere successo.

A otto anni ho acquisito dei fratellastri (che ho poi perso). Tra di loro ce n’era uno che possedeva un’enorme baule pieno di fumetti, tra i quali un sacco di numeri di Devil. In un certo senso si comportava come il tipico fratello che non ti fa leggere i suoi fumetti, ma ogni tanto ero fortunata.

Ero anche appassionata di cartoni animati. Dovete tenere presente che, quando ero piccola, non li trasmettevano 24 ore su 24 come fanno adesso. Al sabato mattina ne trasmettevano una quantità limitata e vivevo nell'attesa di quel giorno. La mia depressione, tra la fine dei cartoni e l'inizio dei programmi per bambini con attori in carne ed ossa (verso le 11 di mattina), era evidente. Lasciamo poi stare le domeniche. Non trasmettevano cartoni animati! Che desolazione! Durante la mia adolescenza, in TV ne trasmettevano già molti più. Tornavo a casa da scuola e mi mettevo davanti alla tele a guardare per ore Thundercats e spazzatura simile, solo perché erano cartoni animati. Non so proprio per quale ragione.

Dopo qualche anno in cui i fumetti non mi avevano coinvolto molto, a circa 15 anni iniziai di nuovo ad interessarmene. Lavoravo in una ferramenta e andavo a pranzo al grande magazzino White Hench dove, in mezzo alle riviste, avevano una vasta gamma di fumetti. Cominciai a prendere un sacco di roba, precisamente gli albi dei mutanti della Marvel ed Elfquest. Sì, lo so: è imbarazzante, però pensavo che essere una ragazza che leggeva fumetti fosse una cosa molto ribelle e "contro il sistema". L'interesse crebbe e un regalo da parte di mio padre, alcuni Ms. Tree (un fumetto poliziesco in bianco e nero pubblicato dalla First Comics) scritti da un suo cliente, mi diede la spinta per andare a caccia di altro materiale in bianco e nero e di qualsiasi altra cosa che sembrasse interessante. In quel periodo mi sentivo completamente spaesata nelle librerie di fumetti e non avevo idea di che cosa potesse piacermi. Inoltre, non conoscevo nessun altro che li leggesse, così non c’era un’anima con cui poterne parlare. Nel 1987, poco dopo l’inizio dell’università, mi sono imbattuta nel numero 21 di Love & Rockets in un negozio che vendeva dischi e fumetti: questo fumetto mi impressionò enormemente e costituì per me un punto di svolta.
COME HAI INIZIATO?
Pur essendo sempre stata interessata a disegnare, in particolare i volti delle persone (dopo l'inevitabile fase dei cavalli, naturalmente), e a scrivere storie (da piccola ho fatto molti libri illustrati, come l’ormai classico Il mostro che si pappò mr. M... il mio amatissimo insegnante di ginnastica), il mio primo disegno a fumetti in assoluto fu un’illustrazione di una sola vignetta per il giornale della mia scuola superiore, l'Evastonian, di cui sono stata la redattrice della sezione di cronaca durante l'ultimo anno di corso: rappresentava me e i miei migliori amici come membri dei Lilliptians, un finto gruppo musicale, che però aveva un aspetto davvero forte. Facevamo qualcosa che aveva a che fare con un buco nel terreno. Non ricordo che cosa.

Il mio primo vero fumetto fu una storia raccontata in maniera sequenziale, che realizzai durante il mio primo anno d'università per sfuggire alla redazione della tesina del corso di letteratura (questo modo di evitare il lavoro sarebbe poi diventato un "leit-motiv" negli anni dell’università). Feci un versione fantascientifica di Medea e presi il massimo dei voti, principalmente perché credo che l'insegnante non sapesse come inquadrarlo (durante il terzo anno d'università feci una seconda versione di Medea, questa volta come una commedia mafiosa, per il corso "Femminismo e i Classici". Sembra incredibile, ma mi ero dimenticata che solo due anni prima mi ero già occupata di Medea. In ogni caso, ho preso il massimo dei voti anche con questo lavoro). Dopo il mio anno di matricola mi trasferii dal Carlton College all’Università di Chicago e, durante il trimestre autunnale del mio secondo anno, notai che girava nel campus un volantino di un gruppo, interessato ai lavori a fumetti degli studenti e intenzionato a pubblicarli in un'antologia. Mi presentai all'incontro organizzativo e lì incontrai per la prima volta, tra gli altri, Ivan Brunetti. Breakdown (l'antologia in questione) uscì quell'anno, finanziata dall'associazione studentesca. Il mio contributo fu la prima parte di "Junkie": questa storia era stata concepita l’anno precedente quando ero andata a trovare a Berkeley la mia migliore amica delle superiori. Durante quella permanenza, mi mostrò un racconto erotico, scritto di recente, che utilizzava il flusso di coscienza e ne rimasi veramente impressionata. Riguardandolo adesso, è un pò imbarazzante per entrambe, ma allora era molto potente. Comunque, ispirata da un numero infinito di cotte che avevo avuto e sentendo che non sarei mai stata in grado di scrivere in modo così chiaramente efficace, le chiesi se potevo usare la sua storia e scrivere la mia per creare l’ambientazione per il suo racconto. La sua parte divenne una specie di sogno ad occhi aperti (o riflessione) del personaggio principale della mia storia. Tuttavia, la prima parte di "Junkie" è tutta farina del mio sacco e costituisce quanto è apparso nel primo numero di Breakdown.

L'anno successivo, divenni editor di Breakdown e, quasi senza aiuto, feci uscire tre numeri, contenenti alcune mie storie: la seconda parte di "Junkie", alcuni racconti umoristici e dell'altra robaccia auto-commiserativa. Durante l’ultimo anno di università, ero esaurita e non lavorai più per Breakdown, che divenne una fanzine terribilmente incasinata e alla fine sparì. A volte le cose te le devi proprio fare da sola... in quel periodo, ricevetti il permesso di fare un fumetto per il progetto della mia tesi finale e così mi misi a lavorare sodo. Alla fine, realizzai una sceneggiatura di cinque capitoli dal titolo Salt e un capitolo di immagini che mi permise di diplomarmi a pieni voti… non l'ho mai finito e ora sono contenta di non averlo fatto, perché così non uscirà mai da nessuna parte.

Dopo la mia laurea, Ivan Brunetti iniziò a pubblicare un'antologia dal titolo Biff Bang Pow, che presentava molti degli artisti di Breakdown. Ridisegnai alcuni dei miei lavori per Breakdown e, contemporaneamente, ripresi anche "Junkie" perché lo volevo pubblicare da qualche parte. A quel tempo ero certa che non avrei mai fatto niente di altrettanto buono. All'inizio del ‘92, partecipai al concorso pubblicato da Odio! "Vinci un appuntamento con Stinky": una specie di scherzo dove il vincitore sarebbe stato disegnato in una striscia di Odio. Vinsi io e Pete Bagge sarebbe dovuto venire in estate alla Convention di Chicago, così ci mettemmo d'accordo per incontrarci là in modo che mi potesse disegnare. Ero così eccitata che misi insieme il primo numero di Artbabe in tutta fretta in modo da avere qualcosa di presentabile da dare a Pete e Gary Groth, con lo scopo di essere pubblicata dalla Fantagraphics. Beh, non fece un grande effetto su Gary, ma piacque a Pete, e cortesemente la pubblicizzò sul numero 10 di Odio!, l’albo in cui una mia giovane versione incazzata appare in una striscia in quarta di copertina. Fu questo l’inizio della mia carriera nell’autoproduzione, sebbene non l’avessi immaginata così. Questo primo numero ebbe una risposta moderatamente buona, sufficiente a farlo ristampare diverse volte e a convincermi a continuare Artbabe. Così, un anno dopo, pubblicai un altro numero.
QUALI SONO LE TUE PRINCIPALI FONTI D'ISPIRAZIONE NEL CAMPO DEL FUMETTO?
Beh, la prima influenza è stata Wonder Woman, che ho già citato, con il periodo iniziale fino alla prima metà degli anni ‘40 (quello di Charles Moulton e H.G. Peters), assieme a un sacco di libri illustrati per bambini. In seguito, quando iniziai realmente a disegnare fumetti, continuavo a essere presa dalla fantascienza e dai vari albi mutanti della Marvel; più tardi, Il cavaliere oscuro, V for Vendetta e Watchmen ebbero un ruolo importante nello spingermi ad ambientare il mio primo fumetto nello spazio, ma anche a scrivere una sceneggiatura veramente ridondante.

Tuttavia, l’influenza più importante nei miei fumetti fu, senza alcun dubbio, Love & Rockets di Jamie e Gilbert Hernandez (con, di tanto in tanto, il fratello Mario), e in particolare il lavoro di Jamie, che formò il mio concetto di ciò che sono o possono essere i fumetti e mi fecero decidere di diventare un’autrice. Quando ero ancora una tenera matricolina del college, presi il numero 21 e fui "travolta". Cosa ancora più importante, spazzò via tutti i limiti che sapevo su come si facevano i fumetti. Mi innamorai all'istante di Speedy (per i profani: il numero 21 segna l’inizio della storia di Jamie "La morte di Speedy"), L.A. VATOS iniziò ad apparire nei miei quaderni di schizzi e tutto… semplicemente cambiò. Beh, in realtà, non è del tutto vero: rimasi ancora un po’ pretenziosa.

Nello stesso periodo iniziai a leggere Deadline (una rivista antologica inglese) [1] e fui particolarmente influenzata da Philip Bond e dal disegno di Jamie Hewlett (ma non dalla sua scrittura, grazie a Dio). Presi un libro-antologia dal titolo Heck, che era stupefacente. Mi attirava particolarmente la storia di Lloyd Dangle, le prime cose di Julie Doucet e Mark Marek [2]. Questo segnò, penso, l’inizio del mio interesse per fumetti più artistici. Poi arrivò Jimbo, la versione Pantheon dell'indimenticabile, brillante e incredibile opera di Gary Panter [3].

Successivamente, per me fu molto importante Sinner, la traduzione di Alack Sinner di Josè Munoz e Carlos Sampayo, pubblicata da Fantagraphics, e, molto più tardi, Rubber Blanket di David Mazzucchelli. Più recentemente, ho iniziato a riscoprire le strisce classiche, in particolare Terry e i Pirati di Milton Caniff, e, infine, il favoloso lavoro di quel francese, Blutch [4], in particolare la sua serie Mitchum (fortunatamente quasi tutta senza parole per chi, come me, non parla il francese), e Peplum, una straziante rivisitazione del Satyricon.

FAI FUMETTI FEMMINISTI?
Risposta breve: sì. Risposta lunga: questa è veramente una domanda stupida. Leggeteli e capirete da soli. Insomma, è naturale che lo siano! Però chi mi pone questa domanda lo fa presupponendo una cosa più specifica, vale a dire: i miei fumetti hanno un obiettivo femminista? La risposta è no. Sono un’ardente e dichiarata femminista, non ho paura dell’etichetta, ma faccio in modo che la mia visione del mondo non guidi i miei fumetti, ma che, semplicemente, li permei. I miei racconti sono femministi in modo implicito (perché io lo sono), ma non in modo esplicito (perché non è quello di cui m’interessa scrivere). Perché non fanno mai queste domande agli uomini?!

A proposito, gli attenti osservatori dell'attuale zeitgeist culturale potrebbero aver notato nel 1998 un breve articolo che la rivista The Face [5] ha fatto su di me. Teoricamente, avrebbe dovuto essere davvero bello essere promossi da The Face, ma immaginate il mio orrore quando riuscii a mettere le mani sulla copia e scoprii che l’articolo iniziava con l’affermazione assolutamente falsa ed imbarazzante che IO insisterei nell'affermare che NON sono un'autrice femminista, ma un'autrice "femmina". Naturalmente è vero che lo sono, ma non ho mai ripudiato né ripudierei mai i miei forti principi femministi. Pare che il giornalista di The Face si sia in qualche modo impadronito di un articolo su di me, pubblicato dal Chicago Magazine, che iniziava con lo stessa calunnia e che lo abbia semplicemente copiato. Peccato che non abbiano avuto l’idea di rubare anche dal numero successivo, che pubblicava la mia lettera di protesta molto arrabbiata. La mia seconda lettera di protesta a The Face fu pubblicata uno o due numeri dopo, con delle scuse concise, ma ormai il danno era fatto.

Domanda conseguente: il mondo del fumetto è sessista? Posso parlare solo per quanto riguarda il mondo del fumetto "alternativo", e la mia esperienza è che implicitamente forse lo è, ma non certo in modo esplicito. Nessuno mi ha mai detto di non essere interessato a pubblicare/distribuire/vendere/comperare le mie opere perché sono una donna, però ci sono alcune autrici di fumetti, che conosco o di cui mi hanno raccontato, che non vedono il proprio lavoro rappresentato come meriterebbe… ma non ho nessuna idea a riguardo. Forse non siamo abbastanza, però poi ci vengono poste domande stupide come questa. Per quanto riguarda il mondo del fumetto "mainstream", a quanto ne so è sessista, ma non ho un contatto diretto.
Art by Jessica Abel.
HAI DEI CONSIGLI PER CHI STA INIZIANDO A FARE FUMETTI?
Sì. Fondamentalmente, lavorare molto e disegnare tutti i giorni: in questo non ci sono scorciatoie. Inoltre, fate immediatamente dei "mini-comics", anche se si tratta di realizzarne solo dieci per i vostri migliori amici. Questo è il modo migliore per iniziare a capire come si fanno i fumetti. Per dei consigli più specifici, vi rimando alla sezione DIY in "Comics and Art" (che è ancora in costruzione), contenuta nel mio sito.

PERCHÉ TI SEI TRASFERITA IN MESSICO?
Va bene, partiamo dall'inizio: ho vissuto a Chicago o nei suoi dintorni per quasi tutta la vita (tranne il primo anno di università) ed era ormai da un po’ che stavo riflettendo se andare a vivere all'estero. Certo, ci pensano in molti ma iniziare a muovere le chiappe e trasferirsi è un'altra cosa. Ad ogni modo, alcuni anni fa lavoravo negli uffici amministrativi della "School of Art Institute di Chicago" e cominciai a pensare (sempre di più) di volermi laureare. Io non ho mai frequentato la scuola d'arte e invidiavo molto chi poteva farlo, soprattutto quando ero in mezzo a quei cretini, per lo più benestanti, che sprecavano il loro tempo; tempo prezioso che potrebbe essere speso per giocare con tutti quei giocattoli artistici! Così pensai di laurearmi a Londra e feci domanda per due diverse borse di studio che mi permettessero di andare lì. Nessuna delle due fu accettata. Nel frattempo, incominciai a frequentare Matt Madden, autore di fumetti e grande amore della mia vita, che voleva trasferirsi in Messico per un po’. C’era già stato diverse volte e gli era piaciuto molto, stava imparando lo spagnolo e, cercando di avere la sicurezza di potersi mantenersi lì, frequentava una scuola per ottenere un diploma con cui poter insegnare inglese a un buon livello. Eravamo già dell’idea entrambi di trasferirci, poi il mio beneamato capo si dimise e venne sostituito da un nuovo capo che non era proprio così amato: questo fu l’evento che mi diede lo stimolo finale. In verità, eravamo già a buon punto: questo fatto rese solo la scelta più facile. Così ci trasferimmo nel marzo del 1998, circa sei mesi dopo le dimissioni del vecchio capo.

Da artisti e da persone curiose, sembrava la cosa giusta e fortunatamente abbiamo avuto ragione. Il Messico è il massimo, ci siamo fatti un sacco di amici meravigliosi e abitiamo in un appartamento bellissimo. Il costo della vita qui è veramente basso (specialmente quando, come me, sei pagata in dollari e anche se il mio reddito, per gli standard statunitensi, non può essere considerato "irrisorio"). Se volete sapere qualcosa di più sulla mia vita in Messico, iscrivetevi all’Artbabe Army e tenete d'occhio i miei diari messicani nel quartiere generale dell'Artbabe Army [6].

In futuro, vogliamo trasferirci in Giappone e spero che sia sufficiente estrapolare da questa mia spiegazione i motivi di questa scelta [7].

SEI TU ARTBABE?
Ohhhhhhh, Cristo! No, Artbabe è un personaggio d'immaginazione che adorna le copertine della mia serie e che, di tanto in tanto, appare nelle storie stampate altrove ma, fino ad ora, mai nella serie omonima. È una pittrice e l’ho basata su una persona che ho conosciuto di nome Andrea, che faceva (fa?) la stilista. Detto ciò, anche i miei amici più intimi insistono nel dire che Artbabe sono io, anche se non le somiglio per niente. Chissà perché ne sono davvero convinti. Ma, dico io, un sacco di gente porta gli occhiali, per l'amor del cielo! 
Art by Jessica Abel.
NOTE
[1] Deadline fu una delle riviste inglesi nate agli inizi degli anni ’80, che dava spazio a una serie di giovani artisti; in seguito, molti di loro avrebbero trovato una discreta continuità di lavoro all’interno della divisione Vertigo della DC Comics. Questa rivista divenne famosa anche perché in queste pagine venne pubblicato per la prima volta il fortunato personaggio "Tank Girl" di Alan Martin e Jamie Hewlett.

[2] Lloyd Dangle è l’autore di Troubletown, una serie dal segno un po’ grezzo e dalle tematiche profondamente arrabbiate e politiche, che tratta soprattutto di persone ai margini della società, viscidi plutocrati, cameriere di fast food e signori delle multinazionali. Attualmente, dopo essere stata pubblicata per tre numeri dalla Drawn & Quarterly, questa serie è approdata su internet, dove ha acquisito una forte notorietà. Julie Doucet è una disegnatrice canadese famosa soprattutto per la serie Dirty Plotte. Profondamente legata al fumetto onirico e a quello auto-biografico, Julie Doucet ha trovato anche ampi consensi nell’ambito dell’illustrazione, realizzando numerose mostre in Europa e in America. Mark Marek è un autore minore che ha avuto collaborazioni trasversali tra fumetto, illustrazione e musica.

[3] Eclettico disegnatore, illustratore, designer e commerciante d’arte, Gary Panter iniziò a lavorare fin dagli anni ’70, legandosi alla scena underground con il fumetto Jimbo, che ha per protagonista un ragazzo punk perso nell’ambientazione fantascientifica di una città chiamata DalTokyo. Il disegno ha uno stile che ricorda il cubismo e che permise all’autore di sperimentare sia a livello grafico che narrativo. Panter lavorò molto con Pee-Wee Herman, lo sfortunato attore del primo film di Tim Burton, con cui realizzò moltissime ambientazioni e il set della sua trasmissione televisiva e, successivamente, fu uno dei collaboratori della rivista Raw, fondata da Art Spiegelman.

[4] Uno dei più interessanti artisti del moderno panorama francese, Blutch si ispira ad autori americani, come Will Eisner e David Mazzucchelli, reinterpretandoli e filtrandoli con una sensibilità europea. Mitchum è una serie di volumetti autoconclusivi slegati l’uno dall’altro, in cui la narrazione canonica dei primi due numeri lascia presto il passo, con il terzo, a uno sviluppo più surreale, in cui l’elemento fondamentale diventa la concatenazione di immagini e di sensazioni. Peplum, nonostante sia stato serializzato originariamente su A Suivre, non ha nulla di classico e adatta Satyricon in modo estremamente moderno, con un segno e una dilatazione del racconto che la rendono una delle opere più interessanti e importanti realizzate in questi ultimi anni in Francia.

[5] Il magazine inglese di tendenza che, dagli anni ’80 in avanti, influenza le riviste di tutto il mondo, grazie alla grafica innovativa e alla costante attenzione all’evoluzione dei trend giovanili in tutti i campi, dalla moda al cinema alla televisione ai fumetti. The Face fu una delle riviste che, durante il cosiddetto Rinascimento del fumetto americano iniziato con opere come Watchmen e Batman: Il ritorno del cavaliere oscuro, diede ampio spazio ad articoli sul fumetto, fino ad arrivare a pubblicare a puntate Apocalisse Personale di Neil Gaiman e Dave McKean, realizzato appositamente per questa rivista.

[6] L’Artbabe Army è l’"esercito" di coloro che si sono iscritti al sito di Jessica Abel.

[7] È passato un po’ di tempo da questa intervista e ci sono stati dei cambiamenti che, all’epoca, non era previsti. Il viaggio in Giappone, per fare una nuova esperienza e verificare le possibilità di lavoro in quel paese, non si è mai concretizzato. Jessica e Matt però sono tornati nel 2000 negli Stati Uniti, si sono sposati e attualmente vivono a New York, dove Jessica continua la sua carriera di autrice di fumetti e illustratrice. Sta già pensando al terzo ciclo di Artbabe che, a differenza dei numeri precedenti, dovrebbe presentare una serie di storie collegate tra loro con dei personaggi fissi.

sabato 1 giugno 2019

recensioni in 4 parole [66]

Un imperdibile, struggente fumetto. 
Alcuni supereroi sono differenti.
Un calorico minestrone. Vedremo.
Un gran bel lèggere.
********
Abbiamo detto 4 parole su:
Le figlie di Salem
di Thomas Gilber
Editore: Diabolo
Formato: cartonato, 200 pagine, colore
Prezzo: € 26
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

Superwest
di Massimo Mattioli
Editore: Panini Comics
Formato: cartonato, 64 pagine, colore
Prezzo: € 16
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

Odessa N.1 - Dopo la fusione
di Davide Rigamonti (testi), Matteo Resinati (disegni), Mariano De Biase (cover e colori)
Editore: SBE
Formato: brossurato, 98 pagine, colore
Prezzo: € 5,90
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

Quattro ragazzini entrano in una banca
di Matthew Rosenberg (testi), Tyler Boss (disegni)
Editore: Panini Comics
Formato: cartonato, 196 pagine, colore
Prezzo: € 26
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI