venerdì 30 giugno 2017

Questione Critica: Ultrazine, il passato e la risposta... è 42!

Nello scorso mese di Marzo il buon David Padovani de Lo Spazio Bianco mi ha intervistato nell'ambito di un più ampio approfondimento, a più voci, sulle origini della "critica fumettistica" sul Web.
Nel seguito potete leggere la mia "singola" voce in versione integrale, a futura memoria.
Lo speciale è disponibile QUI (con una coda qui, tuttora in corso). 
David Padovani: Quando e come è nata Ultrazine? Avevi già avuto pregresse esperienze nel mondo delle fanzine cartacee e comunque quale fu la molla che scattò portandoti a intraprendere l’esperienza pionieristica sulla rete? Com’era composta inizialmente la tua squadra, o facevi tutto da solo?
Ultrazine.org è nata nel 2000 ed è stato il naturale approdo personale di una precedenza esperienza cartacea. Nella seconda metà degli anni ’90, infatti, insieme a un gruppo di amici realizzammo una manciata di numeri in fotocopia di una fanzine fumettistica dal nome “Clark’s Bar” (il nome era preso dal pub presente nella run di WildC.A.Ts di Alan Moore). Facevamo 100-150 copie a numero e le diffondevamo, praticamente, porta a porta e i riscontri erano abbastanza positivi, per quel che ricordo.
Nel 2000 (credo, anche se forse era pronto dal finire del 1999) uscì persino un numero zero in versione prozine che segnò anche la fine di quella esperienza. Non ero più convinto della direzione presa e volevo fare qualcosa di nuovo: la Rete sembrava una possibilità intrigante da esplorare e consentiva anche la giusta flessibilità per gestire i contenuti e le collaborazioni.
Ultrazine.org non sarebbe potuto nascere senza il contributo essenziale alla realizzazione tecnica e grafica di Angelo Secci e alla supervisione e ai contributi di Fabrizio Lo Bianco: insieme pensammo all’organizzazione delle sezioni del sito a cui contribuirono con contenuti e idee sia gli amici di Clark’s Bar che altri appassionati ed esperti di fumetto.
Ovviamente quindi non facevo tutto da solo, esattamente il contrario, anche se cercavo di dare una direzione e d’essere il “cuore” del sito. Ci animava la passione per il Fumetto e il desidero di produrre quei contenuti che ci sarebbe tanto piaciuto leggere in Rete.
Il sito di fatto, con qualche alterna vicenda, è andato avanti fino al 2006 (passando anche attraverso un tentativo di restyling non del tutto indolore) e da quel momento non è stato più aggiornato: è rimasto online però fino al 2015, anno in cui è stato rimosso dal Web (ma una selezione di materiali è disponibile su smokyland, QUI).

Quanto è difficile coniugare la realtà di lettore e di "critico" e quanto è difficile trovare qualcuno che condivida una linea “editoriale” comune per portare avanti un sito e farlo crescere?Nel sito c’era sì una certa condivisione ma la linea editoriale era un po’ “sfumata”: volevamo produrre dei contenuti di qualità, dei pezzi di approfondimento ben scritti e con competenza senza perdere d’occhio l’attualità e magari piazzare qualche “scoop”. Non ho mai pensato che facessimo davvero critica, forse più divulgazione intelligente, anche se  alcuni pezzi erano davvero acuti. Cercavamo un equilibrio tra passione, qualità, divertimento e il fatto che, comunque, non ci guadagnassimo una lira. Non avevamo obiettivi o ambizioni particolari. Era comunque un mondo digitale completamente diverso da quello attuale.

Qual era, se c’era, la peculiarità di Ultrazine e quale obiettivo importante pensi di aver marcato con quella esperienza?
Credo che il sito, con le limitate risorse a disposizione, tentasse di offrire dei contenuti di qualità che chi lo visitava sembrava apprezzare. Ma l’importante era “fare la nostra cosa” senza interferenze. Ci siamo divertiti, nei limiti di quello che era possibile fare.
Non credo d’essere la persona giusta nel valutare l’esperienza di Ultrazine ma nel 2004 su Il Venerdì de La Repubblica uscì un piccolo trafiletto che ci citava, all’interno di una pagina che segnalava siti e realtà del mondo digitale: qualcuno anche all’esterno si era accorto della nostra esistenza.
Qual era il tipo di lettore a cui voleva rivolgersi Ultrazine e che tipo di rapporto cercavi e avevi con il tuo bacino di utenza? Che tipo di confronto avevi con chi seguiva il sito?
Eravamo tutti avidi lettori di fumetti con interessi variegati: scrivevamo di quello che ci interessava, intervistavamo chi ci interessava, pubblicavamo in anteprima i fumetti che ci intrigavano. Non abbiamo mai inseguito i lettori e i feedback da parte loro non ricordo fossero particolarmente numerosi, forse qualche email ma nulla di “sistematico”. Erano lontani i tempi di Facebook, della condivisione sfrenata e della possibilità di commentare in real-time. Non è mai stato tra i nostri obiettivi “cercare” il pubblico.

Il rapporto con il mondo “professionale” del fumetto qual era invece? C’era un confronto/scambio con autori e case editrici?
Ricordo dei rapporti cordiali anche se non sistematici. È più che altro il ricordo di una sensazione. Gli autori che contattavamo erano sempre disponibili, raramente abbiamo ricevuto dei rifiuti (nel caso la motivazione erano sempre il carico di impegni non una qualche ostilità verso il sito). Cercavamo di prestare attenzione alle nuove realtà editoriali del periodo, anche quelle piccole: mi viene in mente uno speciale sulla Montego, ad esempio, oltre poi ai contributi per lo speciale dedicato ad Alan Moore seguito da quelli, purtroppo solo “abbozzati”, su Toppi e Pazienza.

Molti di coloro che hanno partecipato a quella prima stagione della critica web hanno poi “saltato la barricata”, entrando a livello professionale nel mondo del fumetto – come autori, redattori, etc. È stata dunque quella “prima” incarnazione della critica web una palestra per una parte degli “attuali” professionisti del fumetto, forse la prima generazione venuta fuori dalla rete, come la precedente era stata l’ultima a formarsi sulla critica “cartacea” come Fumo di China, etc?
Sembrerebbe così. Sicuramente è stata una palestra che ha fatto da “biglietto da visita” verso l’editoria cartacea. Sarebbe interessante fare una valutazione odierna e capire se oggi chi scrive sul web ha un qualche tipo di ritorno oppure non è cambiato nulla e la speranza è sempre l’approdo, diciamo, analogico. Spero non sia così ma non sarei particolarmente ottimista.
Quale pensi sia stato l’apporto di Ultrazine e di altre realtà analoghe alla crescita del movimento della critica fumettistica in questi ultimi venti anni? E che valore e ruolo dai alla critica nella più generale crescita del movimento fumettistico italiano?
In generale la “critica” fa sempre bene a patto che sia fatta con la necessaria e dovuta qualità. In realtà fare “critica” è davvero difficile. Non credo che Ultrazine abbia mai fatto “critica” per come la intendo io. Oggi in Italia siti di “critica” dedicati al Fumetto sono pochi, probabilmente nessuno: nessuno fa “solo ed esclusivamente” critica; ci sono siti validi ma alla critica, naturalmente, affiancano elementi più “leggeri” legati all’attualità, alle preview. È inevitabile.
La critica richiede distacco, anche temporale. Oggi viviamo tutti immersi nel “real time” e in un ronzio di tweet. Tutto può essere un capolavoro, senza specificare i motivi. La critica anche quando stronca deve indicare dei parametri, dei criteri, deve giustificare l’analisi. Fare critica richiede pensiero e tempo: è un compito difficile e meritorio.

Filippo La Porta, saggista e critico letterario, una volta ha detto, parafrasando: “L’unico risultato della scomparsa della critica seria e circostanziata sarebbe l’appiattimento del movimento letterario e delle opere che esso produce a un livello dove quest’ultime restano indistinte le une dalle altre”. La Porta si riferiva all’ambito della letteratura e della narrativa, ma ritieni che si possa estendere anche al fumetto un ragionamento del genere? E dunque quanto è importante la critica e chi cerca di farla?
La critica è importante, non ci sono dubbi. E chi fa critica, con onestà intellettuale, merita il massimo rispetto. Personalmente quando mi imbatto in un bel pezzo la prima sensazione che provo è di sincera ammirazione per chi l’ha scritto.

A monte di tutto ciò, tu accetti la definizione di “critico” per te e di “sito di critica” per Ultrazine a fronte di tutto quello che hai fatto negli anni e perché?
No, non sono un critico. Non penso di poter essere definito tale neppure nell’ambito in cui altri pare mi ritengano particolarmente ferrato, ossia Alan Moore. Ho troppo rispetto per i critici: hanno un cervello che io non ho.
Che differenza trovi tra il modo di fare critica di venti anni fa e quello attuale? La Rete è cambiata, che conseguenze positive o negative ha avuto questo cambiamento sul modo di scrivere di fumetto?
C’è sempre spazio per l’approfondimento critico. Probabilmente dopo le abbuffate di tweet, giudizi da bar espressi da chi non ha competenze né conoscenze potrebbe essere giunto il momento, in generale e non solo per il fumetto, di critica ben fatta... potrebbe.
Auguri a chi la fa e la farà!

L’esperienza di Ultrazine è poi terminata, mentre tu continui a essere attivo sul tuo smokyland: quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a chiudere con quel primo progetto?
Le motivazioni sono semplici: non riuscivamo ad aggiornare il sito con una tempistica accettabile. La visione diventava, soprattutto per motivi di tempo, soltanto la mia e aggiornare il blog, che nasce non a caso nel 2006, era più semplice e diretto. Tutto qui. Anche per il blog, un anno sì e l’altro pure, dichiaro di volerlo chiudere… e alla fine ha tagliato il traguardo dei 10 anni! Ma non sarei così sicuro di arrivare a 15, per dire.
Viva il Fumetto! E grazie per la chiacchierata.


lunedì 26 giugno 2017

Dave Gibbons: Watchmen, lo smiley, l'Umanità e gli alieni

Lo smiley in Watchmen.
Mentre giungono voci di una possibile serie televisiva su Watchmen dopo la complessa (per usare un eufemismo) vicenda dell’adattamento cinematografico e i controversi (per usare un eufemismo) risultati della pellicola realizzata, nei giorni scorsi DAVE GIBBONS ha rilasciato un’intervista fornendo qualche interessante dettaglio sulla genesi dell’opera da lui co-creata insieme ad Alan Moore. Nel seguito la traduzione di un estratto. Enjoy!
L'intervista completa (in Inglese) è disponibile QUI.

Entertainment Weekly: Come vi è venuto in mente di usare lo smiley come simbolo per il Comico?
Dave Gibbons: […] Una delle cose che sapevamo del Comico era che non poteva assomigliare al Joker. Non poteva sembrare un clown fuori di testa. Per cui mi chiesi “Come potrebbe essere un comico? A chi altro posso pensare?” E mi venne in mente Groucho Marx perché aveva i baffi, il sigaro e quei capelli pettinati all’indietro. Per cui, la mia idea iniziale, era sostanzialmente una versione “potenziata” di Groucho Marx.
Il personaggio del Comico doveva essere un agente governativo che agiva sotto copertura in Paesi stranieri per stabilizzarli. Per cui il mio primo tentativo di caratterizzazione grafica fu di dargli una uniforme militare, una di quelle con macchie color cachi, marrone e verde… una tenuta mimetica. Ma naturalmente era una scelta debole perché per definizione una mimetica si confonde con lo sfondo, con l'ambiente. Per cui pensai “E se si vestisse di nero? Un costume molto scuro ma funzionale con un sacco di cinture per le munizioni, tasche e roba simile e un qualche richiamo alla bandiera americana con le stelle e le strisce?”. Così disegnai questo personaggio vestito di nero, con una stella su una spalla e strisce rosse e bianche sull'altra. Ma così mi sembrava troppo serio e mi dissi “E renderlo un po' meno cupo?” Così sullo schizzo che avevo fatto disegnai una spilletta gialla con lo smiley, un elemento quasi buttato lì per caso, perché pensavo fosse un contrasto davvero interessante. Questo cupo personaggio dalla stazza imponente con un piccolo tocco di colore e stupidità.


Alan lo vide e gli piacque. E per il primo numero che doveva iniziare con la morte del Comico pensai “E se il Comico venisse buttato giù da una finestra e la prima cosa che vediamo è la spilletta macchiata di sangue? E poi torniamo indietro e vediamo il resto?” Così Alan lo incluse nella sceneggiatura del primo episodio. Ma poi ci rendemmo contro che lo smiley era davvero il cartoon definitivo. Quello più semplice. Una semplificata faccina gialla sorridente con sopra uno schizzo di realistico sangue. Era come se il mondo reale si imponesse su quello disegnato, esattamente quello che stavamo cercando di fare con i personaggi della serie trattandoli come se vivessero nel mondo reale.
Groucho Marx.
[…] Ovviamente quando mi venne quell'idea non sapevo minimamente che cosa ne avrebbe tirato fuori Alan. E lui scrisse quello che sappiamo. Ma se non fosse stato per quel simbolo che mi balenò in testa non avremmo poi proseguito per quella strada. Succede così in un processo creativo: tiri fuori tutto quello che puoi e a volte qualche elemento semplicemente... funziona. […]

Per la macchia di sangue hai dovuto fare varie prove oppure sei riuscito a ottenere subito quello che volevi?
È interessante perché decidemmo che volevamo che richiamasse l'orologio. Sai che c'era anche l'orologio dell'Apocalisse, anch'esso giallo brillante con i numeri e le lancette nere. Quando lo vediamo per la prima volta segna cinque minuti prima della mezzanotte, per cui sapevamo che lo schizzo di sangue doveva essere, diciamo, lineare e non una macchia, per cui lo disegnai come a indicare quell'orario.
Anche se è interessante che quando hanno fatto la spilletta per l'adattamento cinematografico - ho proprio di fronte a me il materiale di scena che hanno usato per il film, è incorniciato in un quadro appeso alla parete – il sangue è messo in modo un po' differente. È come se avesse colpito un lato della spilletta e poi una parte sia colato su di essa. Ma è esattamente quello il motivo per cui l'ho disegnata così come è. È stata la prima idea che ho avuto. E secondo me era perfetta.
[…]

Considerando che quell'icona è diventato un simbolo di Watchmen, quale pensi sia il motivo che l'ha fatta diventare una sorta di biglietto da visita per il fumetto? È come hai detto tu per via della realtà che irrompe sul cartoon?
Penso che sia qualcosa di eversivo. Prendere un qualcosa di familiare come lo smiley che è in giro da chissà quanto tempo – anche se c'è un gentiluomo francese che, senza successo, ha fatto causa sostenendo che si trattasse di una sua proprietà intellettuale – e cambiarlo, con uno schizzo di sangue, così che salta subito all'occhio. È qualcosa di familiare che ora ha un significato diverso. Ho sempre amato i simboli e li ho usati spesso nei miei lavori. […]
Gorbaciov e Reagan al summit di Reykjavik.
Come autore, come ci si sente nel vedere che la gente non solo continua a parlare di un fumetto che hai disegnato 31 anni fa ma traccia anche dei parallelismi con il mondo reale?
È interessante. Non avevamo la minima idea che sarebbe durato così a lungo. Pensavamo di fare una serie che avrebbe sperabilmente venduto bene e che poi sarebbe finita nelle scatole degli arretrati e nessuno ne avrebbe più parlato o forse qualcuno se la sarebbe ricordata. Per cui fummo completamente sorpresi, penso che alla DC Comics furono completamente sorpresi che durasse così tanto. Ma credo sia interessante perché nonostante la storia sia ambientata negli anni '80 tratta di questioni universali. Fondamentalmente la storia di Watchmen è “Se il mondo dovesse affrontare una minaccia esterna, questo potrebbe spingere l'umanità intera ad unirsi e fare fronte comune”. Questa era l'idea di base. E storie simili sono state raccontate sin dai tempi degli antichi greci e romani. Si tratta di un tema comune. Inoltre, un fatto abbastanza strano, quando Ronald Reagan e Michail Gorbaciov si incontrarono in Islanda – credo si trattasse di un summit per la pace – la prima cosa che Reagan disse a Gorbaciov fu “Se fossimo invasi da Marte, questo ci renderebbe amici, vero?” Questo è un qualcosa che si ritrova in Watchmen. Ed è un elemento presente tutt'oggi come lo era allora. Anche se il clima politico è diverso, penso che la storia risponda alle nozioni di base di conflitto e di Umanità unita. Sono emozionato e contentissimo ma al contempo del tutto sorpreso che Watchmen sia ancora rilevante al giorno d’oggi. […]

[L'intervista completa può essere letta QUI. In Inglese, of course.]

lunedì 19 giugno 2017

recensioni in 4 parole [50]

Del disagio. Del delirio.
Metafumetto? Anche no, grazie.
Mercurio Loi N. 1 - Roma dei pazzi
Tra Storia e Avventura.
All Time Comics: Bullwhip N.1
Supereroi strampalati senza sostanza.
********
Abbiamo detto 4 parole su:
Anubi
di Marco Taddei (testi) e Simone Angelini (disegni)
Editore: GRRRComic Art Book
Formato: brossurato, 320 pagine, bianco e nero
Prezzo: € 18
Anno di pubblicazione: Gold edition, 2017, prima ed. 2015
Per qualche parola in più: QUI

Dylan Dog N. 369 - Graphic horror novel
Soggetto e sceneggiatura: Ratigher
Disegni: Paolo Bacilieri, Montanari & Grassani
Copertina: Gigi Cavenago
Editore: Sergio Bonelli Editore
Formato: brossurato, 98 pagine, bianco e nero
Prezzo: € 4,50
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI 

Mercurio Loi N.1 - Roma dei pazzi
Soggetto e sceneggiatura: Alessandro Bilotta
Disegni: Matteo Mosca
Copertina: Manuele Fior
Editore: Sergio Bonelli Editore
Formato: brossurato, 96 pagine, colore
Prezzo: € 4,90
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI 

All Time Comics: Bullwhip N.1 (in Inglese)
di Josh Bayer (testi), Benjamin Marra (disegni), Al Milgrom (chine)
Editore:Fantagraphics
Formato: 28 pagine, colore
Prezzo: $ 3,99
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI e QUI (video)

mercoledì 24 maggio 2017

recensioni in 4 parole [49]

Irrisolvibile questione di finzione.
La Bestia
Le vie del Male.
They live in me
L'orrore nella casa.
Lo Scuotibare
Un DD in multicolor.
*********
Abbiamo detto 4 parole su:
di Adriano Barone (testi) e Officina Infernale (disegni)
Editore: BeccoGiallo
Formato: brossurato, 208 pagine, bianco & nero e colore
Prezzo: € 19
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI
 
La Bestia

di Bruno Enna (storia) e Luigi Siniscalchi (disegni)
Copertina: Luigi Siniscalchi
Editore: Sergio Bonelli Editore; Collana: Romanzi a Fumetti n.33
Formato: brossurato, 288 pagine, bianco e nero
Prezzo: € 9,90
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI

They live in me (disponibile Inglese e in Italiano, "Vivono in me")
di Jesse Jacobs (testi e disegni)
Editore: Hollow Press
Formato: cartonato, 48 pagine, bianco e nero
Prezzo: € 12
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI

Dylan Dog Color Fest N. 21 - Lo Scuotibare
di G. Masi (soggetto e sceneggiatura), G. Pontrelli (disegni), S. Algozzino (colore)
Copertina: Giulio Rincione
Editore: Sergio Bonelli Editore
Formato: brossurato, 96 pagine, colore
Prezzo: € 4,90
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI

giovedì 18 maggio 2017

Toronto Comic Arts Festival 2017: un reportage

Il poster della manifestazione realizzato da Jeff Lemire.
A seguire potete leggere, a cura dell'amico Koom Kankesan, un veloce resoconto accompagnato da alcune foto (non di eccelsa qualità, lo ammetto, ma comunque una valida testimonianza) - del Toronto Comic Arts Festival tenutosi durante lo scorso fine settimana.

Il TCAF, organizzato dalla storica fumetteria The Beguiling in collaborazione con la Toronto Public Library, è uno dei più interessanti eventi del Nord-America, "una celebrazione dei comics, graphic novel e dei loro autori". L'edizione 2017 si è svolta presso la Toronto Reference Library e il circostante quartiere di Bloor/Yonge.

Un sentito ringraziamento a Koom per  il reportage.
Secondo gli organizzatori quest’edizione del TCAF è stata la più grande di sempre con un numero record di ospiti e di certo così è parso! 
Ho sempre apprezzato il sistema delle biblioteche pubbliche qui a Toronto - è probabilmente la mia istituzione preferita - e il modo con cui celebrano i libri, la lettura e ora… i fumetti. Come al solito i luoghi del festival erano affollati e mentre mi muovevo tra i visitatori ho sentito diversi accenti e lingue fatto che suggeriva come un gran numero di persone fosse giunto da fuori per partecipare all'evento. C'erano alcune storiche presenze canadesi - come Drawn and Quarterly, Seth, Chester Brown e Conundrum Press - ma anche diversi eccellenti editori americani come NBM (di cui ammiro da tempo l’approccio europeo al fumetto) e Dark Horse che era qui per promuovere il nuovo libro di Dave McKean su Paul Nash. Come al solito era presente anche Fantagraphics e stavolta con loro c’era il leggendario Gary Panter. La Image celebrava il suo 25esimo anniversario e la conferenza del venerdì è stata davvero affollata.
Charlie Adlard ha tenuto il discorso d’apertura venerdì mattina e mi è stato ricordato che ora è lui il Comics Laureate (l’ambasciatore dei fumetti) per il Regno Unito.

Quello che rende speciale il mondo dei fumetti indipendenti è che, non essendo così grande, non c’è una netta separazione tra chi è famoso e chi non lo è. Al TCAF c’erano molti tavoli in cui gli stessi autori presentavano le proprie auto-produzioni, c’era una delegazione dalla Germania e c’erano diversi gruppi locali come il Toronto Comic Jam di cui faccio parte.

Forse l’auto-produzione che mi ha più colpito è stata "Shitty Watchmen" realizzata da un collettivo di Los Angeles: il loro obiettivo era riprodurre le tavole realizzate da Dave Gibbons per Watchmen in forma di sketch in modo da esaltare il formalismo dell’opera originale. 
Ho anche preso parte alla sessione più accademica del festival, prima dell’inizio dello stesso, in cui venivano presentati diversi lavori di ricerca sul Fumetto. Il mio preferito è stato quello di Dru Jeffries che prendeva in esame l’adattamento a fumetto di Jack Kirby di "2001: Odissea nello Spazio" rispetto al film di Kubrick. 

Nel complesso è stato un gran bel festival!
[Koom Kankesan]
Charlie Adlard.
Da sx a dx: Dave McKean e Mark Askwith.
David Collier.
Dave McKean in azione!
Frank Bedek e Dave Howard del Toronto Comic Jam.
Hope Nicholson e il suo nuovo libro.
Celebrazione per i 25 anni della Image.
I 25 anni della Image al Masonic Temple.
Il panel di Koyama Press.
La conferenza per celebrare i 40 anni di NBM.
Da dx a sx: Nina Bunjevac e Igor Hofbauer.
Da sx a dx: Robert Sikoryak e Gary Panter.
Da dx a sx: Seth e Ethan Reilly prima del loro panel.
Rick Geary.
Lo sketch di Geary per Koom sul volume dedicato a Sacco & Vanzetti.

giovedì 4 maggio 2017

Alan Moore, la realtà e l'Orso Yoghi

Estratto da un'intervista pubblicata qualche giorno fa sul sito Daily Grail.
L'intervista completa è disponibile QUI. 

Alan Moore: [...] Rispetto al fatto che le entità evocate siano reali o meno, credo che si debba iniziare dal fatto che la parola “realtà” è un costrutto la cui definizione è davvero labile. […] 

È piuttosto evidente che la realtà sia uno stato relativo e anche quello su cui generalmente concordiamo possa essere materialmente reale, in ultima istanza, è soggettivo e non un fenomeno oggettivo. Quando poi di parla di altre entità coscienti – in questa realtà o in altre – è parte della nostra condizione non poter mai sapere per certo se siano reali nel senso in cui percepiamo noi stessi come reali. Questo sfortunatamente è vero sia che parli con il demone Asmodeo, con una presunta Intelligenza Artificiale, con un'allucinazione con le fattezze dell’Orso Yoghi prodotta dall’uso di LSD oppure… con tua madre.

Dal punto di vista pratico personalmente trovo che il test migliore – qualsiasi sia il tipo di entità con cui si sta parlando – sia capire se quest’entità ci stia fornendo delle vere informazioni, che siano di natura intellettuale, emotiva o, in mancanza di una parola migliore, spirituale. Se invece sbrodola solo cose senza senso che non hanno alcun aggancio o legame con quella che è la tua esperienza della realtà, allora è abbastanza sensato riferirsi a una simile entità come qualcosa di irreale, anche se si trattasse della tua stessa madre oppure, ad esempio, di un apparentemente esistente Presidente degli Stati Uniti. Se, viceversa, l’informazione sembra coerente e ha applicazioni sul mondo così come lo percepisci allora sarebbe semplicemente gentile interagire e rivolgerci a una simile entità come se fosse reale come te stesso, anche se si trattasse di un'allucinazione con le fattezze dell’Orso Yoghi prodotta dall’uso di LSD. 

Penso che se ammettessimo che il mondo materiale e il mondo della mente sono entrambi “reali”, anche se in modo diverso, allora non ci rimarrebbe altro che i criteri di scelta sopra citati. La domanda “quell’entità è reale?” diventerebbe così “quell’entità è utile oppure no?”. 

In altri termini, Glicone e tutte quelle persone che ho incontrato la scorsa settimana al rifugio per senzatetto sono di sicuro reali mentre Boris Johnson e Barney il Dinosauro non lo sono affatto. [...]

[L'intervista completa è disponibile QUI.]

giovedì 27 aprile 2017

Jaime Hernandez: Love & Rockets e l'arte di raccontare

Gilbert, Jaime e Mario Hernandez negli anni '80.
Ed ecco che, quando meno te l'aspetti (forse), si cala il tris con le interviste curate dall'amico Koom Kankesan
Dopo Chester Brown e Seth, sono orgoglioso di presentavi l'intensa chiacchierata con JAIME HERNANDEZ, co-creatore della memorabile saga di Love and Rockets (in Italia proposta di recente da Panini).
L'intervista, pubblicata il 23 Gennaio scorso, può essere letta in originale qui.
La traduzione è stata realizzata da me & Omar Martini.
Un sentito ringraziamento ancora a Koom per la possibilità di diffondere e condividere questi preziosi contenuti. Buona lettura! 
Andiamo, teppistello, prova a disegnare
Traduzione: Omar Martini & smoky man 

I personaggi di Jaime Hernandez stanno a Betty e Veronica della serie “Archie”, come Anna Karenina sta a Biancaneve. Cioè, sono entrambi meravigliosi ma una di loro ha davvero molto, molto di più. 

Rispetto a qualunque altra persona che ho intervistato nell’ambito del fumetto, la scrittura e il disegno di Jaime sono indivisibili. C'è una profonda fonte di intelligenza e conoscenza che si riversa in quei piccoli disegni. I personaggi trasmettono silenti monologhi solo con una piccola smorfia verso il basso della bocca, l’articolazione di un gomito, un movimento degli occhi. La maggior parte dei lettori di fumetti ritengono si tratti di una palese verità: non puoi separare la scrittura dal disegno in un fumetto di qualità. Questo è vero soprattutto con l’opera di Jaime. Intrisi di un preciso senso per il tratto, di una progettualità e di una composizione al contempo pulita e affilata, i suoi lavori sembrano essere composti da vibranti fili in tensione.

Con suo fratello Gilbert Hernandez, Jaime ha realizzato Love and Rockets in diverse forme a partire dai primi anni Ottanta. Inizialmente una fusione di punk rock e fantascienza, ben presto è cresciuto diventando un fenomeno letterario urbano. I personaggi invecchiavano in tempo reale. Le storie si espandevano, si incrociavano e si rincorrevano: l’intreccio diventava molto, molto ricco. Gli elementi, immediatamente iconici, del disegno di Jaime - le sue donne - hanno cambiato stile delle pettinature, hanno messo su peso, si sono trasferite, sono entrate e uscite da relazioni in grado di cambiarne l'esistenza, guadagnato una prospettiva, e accumulato le caviglie arrotondate e le occhiaie della vita di tutti i giorni. Eppure rimangono sempre bellissime, forse ancora di più. Questa combinazione di bellezza e realismo, reso nei minimi particolari, attribuisce all’opera di Jaime uno splendore unico e duraturo.

Quando gli ho parlato al telefono, le sue risposte sono state tranquille e posate. C'era qualcosa di deliberato e mite nel suo comportamento. Non il maelstrom della musica punk, ma una incarnazione del detto “Le acque tranquille scorrono profonde”. Proprio come i suoi disegni.

Vi sfido, vi sfido due volte a non innamorarvene.
Koom: La mia prima domanda riguarda Maggie e Hopey, il centro della tua opera. Nel terzo volume di Love and Rockets c’è quella meravigliosa storia di Ray e Maggie dove li vediamo andare avanti e indietro nel tempo. Le loro vite si specchiano e sembra quasi che vengano riassunte. Le cose fluiscono davvero molto bene (in termini della narrazione) ma gli ultimi numeri hanno avuto come protagoniste Maggie e Hopey. Ancora una volta, guardi alla loro relazione, alla loro amicizia e ai loro strani contorni e preoccupazioni. Pensi di lavorare su Maggie e Hopey per tutta la tua vita, per tutta la tua carriera?
Jaime: Mi occuperò di Maggie e Hopey fino a quando avrò idee (ridacchia). Non le vorrò fare sempre. Ovviamente mi prenderò delle pause. Non ho ragione per non continuare con loro. Al momento mi piace di più scrivere Maggie di quanto mi piaccia scrivere Hopey.

Koom: E Maggie e Ray?
Jaime: Mi piace scrivere anche di loro due. Maggie è, per me, una tale forza della natura che occupa tutte le storie. La conosco così bene perché le sue emozioni, la sua personalità, tutto di lei, mi sopraffà. Quando finalmente concludo la storia, mi dico: «Ora mi prendo una pausa da Maggie» perché mi voglio concentrare su altre cose. E poi la riporto dentro e fa la stessa cosa. Prende tutta l’aria nella stanza.

Koom: Già. Come lettore, trovo che ci si può realmente identificare con lei. Quando la riprendi, il tempo è passato e c’è questa sua nuova versione che è ipnotica come quella precedente. A volte, quando leggo qualche tuo altro lavoro, come una storia di Tonta, oppure Angel di Tarzana è un buon esempio (sembra quasi un prototipo di Maggie), non hanno lo stesso peso, pienezza e definizione che ha Maggie. Da lettore è una cosa che percepisco perfettamente. Stavi parlando di Hopey, che non hai lo stesso piacere quando scrivi le sue storie? Ho notato che con Maggie, ci sono molti monologhi interiori mentre con Hopey praticamente non lo fai mai. Forse la storia che rimane di più (in termini dell’interiorità di Hopey) è quella dove fa l’assistente di un insegnante, “L’educazione di Hopey Glass”, ed è un ritratto molto partecipe di Hopey, ma continui a guardare a lei dall’esterno, e lei è molto tagliente, volatile… sai, è come se fosse un po’ indemoniata. E questo è fantastico, perché Hopey e Maggie sono contrasti ma… da dove vengono questi personaggi? Si basano su persone che conosci, persone con cui sei cresciuto? Da cosa trai ispirazione per loro ora dopo una carriera di 20-25 anni?
Jaime: Ora hanno preso vita propria. Penso raramente al di fuori di loro. Sai, è che le conosco così bene. Quando ho detto che non mi piaceva scrivere Hopey, volevo dire che al momento è difficile. È difficile scrivere su di lei perché non la conosco più. È un tipo di persona che non sento più vicina. Se esistesse nella vita reale, entrerebbe e uscirebbe dalla mia vita ma non so proprio che cosa la muove. Per cui è sempre interessante, ma a volte è difficile capire dove lei si trovi ed è… una cosa fatta apposta… invece Maggie mi esce in modo naturale. Non è sempre divertente perché non sono sicuro di prendere la decisione giusta con lei (Hopey) nella direzione in cui sta andando e allo stesso tempo non voglio che lei sia come Maggie - facile da scrivere - ma allo stesso tempo, vorrei che fosse così (ridacchia). 

Koom: È quello che crea un contrasto efficace. Voglio dire, non penso che hai fatto un solo passo falso con le tue storie di Maggie e Hopey e non lo dico per piaggeria. Penso che abbiano un fascino senza tempo, specialmente nel loro insieme… sai, come Hopey gestisce il suo rapporto con Maggie, sapendo che non può averla completamente per sé: deve fare delle concessioni.
Ieri sera stavo proprio rileggendo quella storia con Tony Chase dove Mary Christmas dice che, in un raro momento di vulnerabilità, Hopey ammetteva che l’unico modo in cui avrebbe potuto avere Maggie era fare delle concessioni, fino al punto in cui le va bene che Maggie sposi qualcuno (un uomo). Allo stesso tempo, c’è questo autentico, affettuoso collegamento con loro. Arrivo alla domanda: stavi dicendo che a questo punto lavori sui personaggi così come sono. Non sono basati su altre persone. In termini di disegno o di posture, utilizzi dei modelli? Sei conosciuto per avere un disegno molto realistico (posture e gesti). So che però recentemente stai usando un lessico molto cartoonesco. Hai delle scene molto realistiche con loro, dei momenti estremamente realistici in termini di scrittura.
Quali sono le tue influenze o ispirazioni? Da dove le prendi?
Jaime: Oddio, da tutto.
Koom: Fai molti schizzi?
Jaime: No, non proprio. Osservo semplicemente come sono le persone. Non vado a studiarle. Ascolto e osservo come parla una persona molte volte e noto da dove vengono o da dove non vengono. Sono stato un osservatore di questo tipo fin da ragazzino e capisco abbastanza perché ogni tanto le persone fanno quello che fanno.

Koom: È fondamentalmente un cerchio ristretto di persone che conosci quello che osservi o sei il genere di persona che va fuori a sedersi in un grande magazzino, va in una strada piena di gente in festa a osservare?
Jaime: Non esco appositamente per fare quello ma se sono in una situazione in cui esco… per esempio, porto mia figlia al centro commerciale perché non ci vado mai… mi siedo e osservo i diversi tipi di persone, la loro collocazione sociale e noto come chi ha e chi non ha si rapporta allo shopping in modo diverso. Cose semplici come queste. Sono sempre stato curioso e quando ho scoperto di essere bravo a mettere su carta queste cose, ne ho approfittato perché sai, se ho dei limiti nel mio lavoro, certi limiti artistici, mi concentro su quello in cui sono bravo.

Koom: Una delle cose in cui sei bravo è il tuo stile di scrittura, il suo essere estremo, ma anche la mancanza di convenzioni stilistiche. Tutto questo proviene da una sensibilità punk (fare cose in un modo nuovo, energico e distruttivo) o vedi l’elemento punk nel tuo lavoro solo come contenuto, per esempio il passato di Maggie e Hopey. Vedi la scrittura come un qualcosa di così diverso dall'energia punk della tua giovinezza oppure fa c'è un collegamento?
Jaime: La narrazione viene da me. Il punk è stato quello che mi ha dato il coraggio di farlo a modo mio.

Koom: Nel corso degli anni, hai sviluppato un’ampia varietà di storie che hanno delineato i personaggi nel corso del tempo e anche collegandoli ad altri personaggi che conoscono, personaggi minori. Pianifichi le cose, in dettaglio o semplicemente segui l’ispirazione del momento, in termini di direzioni e di archi narrativi?
Jaime: Entrambe le cose. Nella maggior parte dei casi lo faccio mentre vado avanti. Dove vanno i personaggi io li seguo. Magari qualcosa... un lato interessante della storia… ne verrà fuori. Ma non ho grandi piani a lungo respiro, tranne per il fatto che spero di poter fare fumetti fino a quando potrò.
Koom: Ma fai un po’ di pianificazione in modo da tenere sotto controllo i personaggi e sapere dove stanno andando in modo da non trovarti…
Jaime: Ah… a volte… ma non molto.

Koom: Okay, un attimo fa stavi parlando di Hopey e delle tue scelte di come scrivere… forse è perché lei appare “a momenti” che le sue apparizioni sembrano così efficaci? È sempre una meteora. Quando deve dire qualcosa è carica di emozione anche d’ironia, un commento affilato, prende in giro l’altra persona in modo da non essere ferita dagli altri. Come costruisci questi momenti? Quando dici che hai certi punti di forza o certe tecniche, non intendi uno stile di scrittura lineare. Non è un modo lineare di costruire i fumetti. Non intendo dire che salti nel tempo, voglio dire: come scegli quei momenti?
Jaime: Potrà sembrare semplice, ma non lo è. Ci ho messo tutta una vita per arrivarci. Fondamentalmente penso sempre “Ok, questi personaggi che utilizzo: chi sono? E come finiranno? Come affronteranno quella situazione?” Praticamente, Hopey è… una che reagisce. Non ha più balloon di pensiero. All’inizio c’erano ma decisi di eliminare i suoi pensieri perché non dovresti sapere che cosa sta pensando. Hopey è semplicemente una persona che farà qualcosa, e non sai che cosa sarà. Ma cerco di restare all’interno ed essere Hopey. Non penso: “Dirà qualcosa di inaspettato. Non mi interessa sapere che cosa sarà. Vedremo che cosa accadrà”. Penso realmente a chi sia lei quando dice questo e quali sono le ragioni. A volte non sono delle cose belle a causa delle sue origini. Ed è molto… Hopey. Da qualunque luogo questi momenti vengano, con chiunque stia entrando in contatto, lascio accadere le cose. Ovviamente sono io a controllare tutto, ma mi dico: “Questo è il genere di persone che sono e io le sto spingendo a essere loro stesse”. Non sempre sarà bello e non sempre funzionerà. Le persone sono testarde e lo sai, no… ma io stesso sono una specie di osservatore. 

Koom: Quando da giovane ho letto il primo volume di Love and Rockets, mi domandavo spesso se Carmen, il personaggio di tuo fratello Gilbert, e la tua Hopey fossero basati sulla stessa persona. Te lo devo chiedere perché me lo sono sempre domandato.
Jaime: Non so...

Koom: Non pensi… sai, nel modo in cui si comportano...
Jaime: Sì, sì, naturalmente. Naturalmente. Ma non so cosa stesse pensando Gilbert.

Koom: All’epoca non parlavate mai di tutta quella roba? Pensavo di sì.
Jaime: A volte lo facevamo, ma nella maggior parte delle volte preferivamo lasciarci reciprocamente in pace. Cose come: «Gilbert è cresciuto ormai… sa quello che sta facendo». (ridacchia)

Koom: Tecnicamente lui è più grande di te, credo…
Jaime: Sì... discutiamo di quelle cose e ogni tanto ci meravigliamo dicendo «Oh!... ah...» perché non cerchiamo affatto di copiare l’un l’altro, o di fare paragoni tra noi, sai?

Koom: Ho un paio di domande a riguardo. Una è: quale sarà la prossima fase? Continuerete a pubblicare assieme, farai le tue cose oppure…?
Jaime: Dipende. Non lo so. Cerco solo di far uscire i fumetti “Love & Rocket” con regolarità.

Koom: Quindi state facendo un nuovo ciclo assieme e continua a chiamarsi «Love & Rockets»?
Jaime: Sì, ed è nel formato “rivista” originale.

Koom: Per cui si tratta solo di un cambio di formato? Non è un cambio delle dinamiche di quello che stai facendo?
Jaime: No, a dire il vero quando siamo arrivati a questa decisione, ero intrappolato in tre storie a puntate. Per cui il primo numero non sarà un nuovo inizio. Continua dal ciclo precedente.
Koom: Ho capito. Mi sono sempre domandato… se dovessi lavorare con un parente, per non dire un figlio, su qualcosa così lunga e così importante nella tua vita, penso che forse sarebbe una sfida… beh, sai molto bene che cosa significa essere in un gruppo musicale… per esempio, con un figlio… non necessariamente tuo, ma di chiunque… è difficile o c’è della competizione? Crea dei problemi con l’ego oppure è la cosa più semplice del mondo?
Jaime: Mmm… l’ho sempre gestita così: io e mio fratello facciamo un fumetto uno accanto all’altro. Non collaboriamo e questo diminuisce molta tensione e scontri. Mi fido di Gilbert e so che è un autore favoloso di cui sono sempre orgoglioso di stare al fianco. Non provo mica vergogna per qualcosa che ha fatto in un albo o roba simile.

Koom: No... mai, mai...
Jaime: E una grossa fetta è data dal fatto che Gilbert è un ragazzo cresciuto. Gilbert sa cosa vuole fare e finché non lo devo trascinare a fare qualcosa, allora non ci sono scontri.

Koom: Bene. Entrambi siete conosciuti per i vostri personaggi femminili. Ancora una volta, scusami se ti hanno fatto questa domanda migliaia di volte in migliaia di modi diversi, ma che cos’è che ti attira nei personaggi femminili? Perché sei così bravo con i personaggi femminili? Hai una teoria sul perché i personaggi femminili sono degli attrattori così forti sulla pagina, o che cosa li fa funzionare?
Jaime: Oddio, ci sono milioni di risposte. La principale è che “Non lo so, ma amo le donne”. Mi piacciono le donne e mi piace disegnare le donne ed è la cosa giusta da fare. E… mi hanno detto che riesco a leggerle dentro, che le capisco. Sono un milione di cose, sai. “Mi piace il mio dolce e me lo mangio.”

Koom: E per quello che riguarda disegnarle? Il tuo linguaggio del corpo e i piccoli tocchi in termini di ritratto fisico sono incredibili. A questo punto, hai dei riferimenti o… ti ho già chiesto se usi modelle, e non credo che tu lo faccia. Ho la sensazione che tu non lo faccia. Ritengo che tu utilizzi un lessico grafico del fumetto molto approfondito che hai sviluppato e su cui lavori. Credo che, riguardando indietro, i tuoi riferimento sono stati Hank Ketcham, John Romita, Jack Kirby e autori del genere… Dan DeCarlo. Ma a questo punto della tua carriera come fai con quei piccoli elementi che, uniti insieme, funzionano così bene?
Jaime: Credo che che la cosa principale sia… di qualunque cosa parlino, il disegno deve aiutare. E c’è molta scrittura nella loro azione, è nella loro espressione, è anche nella loro postura…  sono passato attraverso un periodo in cui i personaggi non si guardavano neppure tra loro - ora, sto cercando di non farlo più - perché dovevano guardare il lettore perché lui fosse in grado di capire quello che stavano pensando.
E mi sentivo in colpa per loro, per i personaggi… perché non si guardavano nemmeno l’una con l’altra (ridacchia) mentre parlavano.

Koom: Non mi preoccupo molto di quello perché ti fa sentire come se tu fossi al bar con loro, ad ascoltarle parlare.
Jaime: Cerco di inserire più realismo possibile anche se sono solo delle linee su carta. Cerco di metterne il più possibile ma a volte devi sacrificarlo per i trucchi. Come disegnare il personaggio di fronte in modo che il lettore sappia che cosa sta succedendo. Può essere frustrante andare a vedere il tuo gruppo musicale preferito, e per tutto il tempo il chitarrista guarda la propria cassa. È solo un gioco di prestigio. Un costante gioco di prestigio. Ogni vignetta ha cose multiple che accadono al proprio interno. Per esempio, una persona è arrabbiata e un’altra cerca di evitarla. È un costante esercizio di destrezza su come posizionare i personaggi e come farli sembrare belli sulla pagina. E fare un bel disegno e risolvere una situazione. Ora sono così abituato a farlo ma capisco come potrebbe far impazzire qualcun altro.

Koom: Penso che le tue vecchie cose siano molto realistiche, molto rotonde, molte ombre, profondità e tratteggi… il dettaglio, naturalmente… ma ora mi sembra che tu stia cercando una estetica cartoonesca, che è molto interessante, perché funziona molto bene con il ritmo delle tue vignette. Come hai detto, un personaggio dirà qualcosa e poi dovrai notare la reazione sul volto di un’altra persona o il modo in cui il loro corpo reagisce, perché è tutto molto preciso e stilizzato. È in questo modo che segui e ottieni la profondità della storia. Inoltre, il tono piuttosto adulto ed estremo di quello che dicono unito al segno cartoon in cui sono disegnati funziona molto bene. Non so se è intenzionale ma per me funziona molto bene la maggior parte delle volte.
Jaime: Sì... prima parlavo di trucchi… e li userò per arrivare al punto al 100%. Se voglio restare vago per lasciare il lettore un po’ all’oscuro oppure permettergli di capire, è una cosa completamente diversa, ma alla fine sono arrivato al punto dove il disegno è esattamente come la voglio e non noto nemmeno i cambi di stile. Liberarmi dai tratteggi e dalle altre cose… ho semplicemente scoperto quali sono le linee importanti da mettere giù. Quando penso a qualcun altro che disegna qualcosa e poi dice “aggiungerò il mio tocco”, io rispondo: “Cosa c’è da aggiungere?” perché è tutto lì. Deve diventare qualcosa di molto semplice con le linee e le espressioni… sai… tutto quello che serve. Quando qualcun altro mi chiede di disegnare… ho fatto un paio di copertine di “Archie”...
Koom: Sono meravigliose.
Jaime: Volevo, cioè, voglio mettere il mio tocco ma allo stesso tempo, questi personaggi sono così iconici per me, eppure gli stili sono cambiati così tanto nel corso degli anni. Non so cosa potrei aggiungere, così disegno quello che disegno. Metto giù le linee come so fare…

Koom: Ma allora sembra come una pagina di Jaime Hernandez. Sembra che le donne vadano in giro. Ricordo in particolare una donna che indossa questa… è quasi come una cosa da rimorchio. E i capelli e come è atteggiata… è come “Archie” visto attraverso il mondo di Jaime Hernandez.
Jaime: Sì, può sembrare sciocco per certe persone, ma io disegno così. Sai, non so cos’altro potrei aggiungere che potrebbe aiutare. E spero che ci sia qualcos’altro che non ho notato e che identifica il mio tocco, il mio stile. Qualcuno vedrebbe un mio disegno e direbbe: «Hai fatto questo con così tante linee… qui stai dicendo qualcosa», e io gli direi «Certo, certo», ma poi gli darei un’occhiata dicendo: «Che cosa ho fatto?».

Koom: In alcune storie precedenti, soprattutto “La morte di Speedy”, l’identità messicano-americana era in primo piano, ma invece non è così nelle storie più recenti. Mi stavo chiedendo, con l’arrivo di Trump e tutte quelle stronzate sul muro, ti ha fatto venire voglia di tornare a toccare quegli argomenti in una maniera nuova?
Jaime: Ogni tanto ci penso a quelle cose lì, ma poi le cose vanno a loro modo, lo sai… Se ci pensi questo fumetto riguarda ancora i Latinos. Le persone si affezionano così tanto a Maggie che dimenticano che questa è una ragazza messicana con cui non parlerebbero se la incontrassero per strada.

Koom: Molta della tua visibilità sui media che ho visto crescere ti dipingeva come un cartoonist messicano o, più spesso, come un cartoonist che usa la teoria “gender”. Mi sono sempre trovato coinvolto dai tuoi personaggi come scrittore e appassionato di fumetti perché per me sembrano così reali. Sono reali e sono magnifici in un modo in cui molti fumetti non riescono a esserlo.
Jaime: Giusto.

Koom: Con gli altri personaggi dei fumetti, a volte, mi sembrano che siano finti. Quando vedi le storie di Maggie e dei suoi parenti da bambini, l’identità etnica è proprio lì. Non è sempre dichiarato ma è là. Quando suo fratello ritorna nella sua vita… e che vita terribile o esperienza sta avendo, quanta infelicità… non penso che si possa evitare la loro identità etnica.
Jaime: Già, ma è compito del lettore. Sto facendo un fumetto sui Latinos o faccio questo genere di storie una volta ogni tanto? Beh, sono storie sui Latinos. Per cui io faccio un fumetto “latino”. Ma come ho detto, lascio la decisione al lettore su come vogliono considerarlo. 

[L'intervista può essere letta in originale qui.]

lunedì 24 aprile 2017

recensioni in 4 parole [48]

L'arte del rilancio. 
La Mano Nera
I fumetti ben fatti.
Fare 100 col botto!
Ehmmm... suonali ancora, Sam!
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Abbiamo detto 4 parole su:
The Wild Storm N.1 (in Inglese)
di Warren Ellis (testi) e Jon Davis-Hunt (disegni)
Editore: DC Comics
Formato: 32 pagine, colore
Prezzo: $ 3,99
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI
 
La Mano Nera

Storia e disegni: Onofrio Catacchio
Copertina: Aldo Di Gennaro
Editore: Sergio Bonelli Editore; Collana: Le Storie N.54
Formato: brossurato, 116 pagine, bianco e nero
Prezzo: € 3,80
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI

Astro City N.41 (in Inglese)
di Kurt Busiek (testi), Brent Anderson (disegni)
Editore: Vertigo / DC Comics (il 100esimo numero della serie!)
Formato: 48 pagine, colore
Prezzo: $ 4,99
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI

Orfani: Sam N.1
Soggetto e sceneggiatura: Roberto Recchioni, Michele Monteleone
Disegni: Carmine Di Giandomenico, Alessia Pastorello (colori)
Copertina: Carmine Di Giandomenico
Editore: Sergio Bonelli Editore
Formato: brossurato, 98 pagine, colore
Prezzo: € 4,50
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI