mercoledì 12 giugno 2019

[Oldies but goldies] JESSICA ABEL 2001

Jessica Abel.
Dallo scrigno (che pare infinito) di Ultrazine.org, un'intervista a JESSICA ABEL, tra le più importanti autrici del fumetto contemporaneo. In Italia abbiamo letto una manciata di suoi lavori editi, a suo tempo, dalla mai troppo lodata Black Velvet (fate un salto anche qui).

Si tratta di una auto-intervista che la Abel pubblicò sul suo sito  e che venne proposta nel 2001 in appendice al volume di Artbabe edito, appunto, da Black Velvet. Apparve poi nel Luglio 2001 su Ultrazine su autorizzazione degli editori italiani, Omar Martini e Luca Bernardi.

Per leggibilità ho ridotto il numero delle note originarie inserendo, al loro posto, i relativi link.

(Ah, lo so che mi leggete in... quattro gatti! No problem! Pochi ma buoni. ;) )
LEGGEVI FUMETTI DA PICCOLA?
JESSICA ABEL: Sì, mi ricordo che già allora provavo un forte interesse per le immagini disegnate, con l’esclusione di quelle fotografiche. [Ehi, voi, giornalisti in erba… attenzione! Sta per arrivare un aneddoto simpatico!] Quando ero ancora una bambina, la famiglia della mia migliore amica, Kristin, aveva una piccola barca che teneva presso una darsena nel Michigan e ogni tanto andavo lassù con loro per il fine settimana. Il viaggio in auto durava quattro ore e per me, che avevo sette anni, era assolutamente interminabile. Per farci stare tranquille, la mamma di Kristin di solito ci comperava tre pacchi di fumetti a un distributore di benzina, poco dopo la partenza. Ai distributori i fumetti li vendevano così: tre pacchi di fumetti per bambini, come Richie Rich e Casper, sigillati in un involucro di plastica. L'unico problema di questa piacevole intesa era che li leggevo tutti in un'ora circa, e poi trascorrevo il resto del viaggio con il desiderio di averne altri, chiedendo con voce lamentosa: "Siamo già arrivati?!" [Fine dell'aneddoto]

Possedevo anche la copia di una raccolta di fumetti di Wonder Woman degli anni ‘40 che mi aveva dato (credo) la mia matrigna: era una cosa femminista in stile anni ‘70, contenente molti saggi. Una specie d'approccio storico-revisionistico alla donna nel fumetto. C’era (anzi, c’è) un'introduzione di Gloria Steinem, ma allora non m’interessava. Mi bastava divorare le storie. La cosa divertente è che, durante tutta la mia fanciullezza, andavo in continuazione a riprenderlo per rileggerlo. Ero certa di conservarlo in un punto ben preciso della mia libreria e un bel giorno, mentre cercavo di ricordare dove l’avessi messo l’ultima volta, ebbi l’impressione che potesse essere in due posti diversi. Mossa da ispirazione, li controllai entrambi e, caspita, ne avevo due copie! Non ho proprio idea di come possa essere successo.

A otto anni ho acquisito dei fratellastri (che ho poi perso). Tra di loro ce n’era uno che possedeva un’enorme baule pieno di fumetti, tra i quali un sacco di numeri di Devil. In un certo senso si comportava come il tipico fratello che non ti fa leggere i suoi fumetti, ma ogni tanto ero fortunata.

Ero anche appassionata di cartoni animati. Dovete tenere presente che, quando ero piccola, non li trasmettevano 24 ore su 24 come fanno adesso. Al sabato mattina ne trasmettevano una quantità limitata e vivevo nell'attesa di quel giorno. La mia depressione, tra la fine dei cartoni e l'inizio dei programmi per bambini con attori in carne ed ossa (verso le 11 di mattina), era evidente. Lasciamo poi stare le domeniche. Non trasmettevano cartoni animati! Che desolazione! Durante la mia adolescenza, in TV ne trasmettevano già molti più. Tornavo a casa da scuola e mi mettevo davanti alla tele a guardare per ore Thundercats e spazzatura simile, solo perché erano cartoni animati. Non so proprio per quale ragione.

Dopo qualche anno in cui i fumetti non mi avevano coinvolto molto, a circa 15 anni iniziai di nuovo ad interessarmene. Lavoravo in una ferramenta e andavo a pranzo al grande magazzino White Hench dove, in mezzo alle riviste, avevano una vasta gamma di fumetti. Cominciai a prendere un sacco di roba, precisamente gli albi dei mutanti della Marvel ed Elfquest. Sì, lo so: è imbarazzante, però pensavo che essere una ragazza che leggeva fumetti fosse una cosa molto ribelle e "contro il sistema". L'interesse crebbe e un regalo da parte di mio padre, alcuni Ms. Tree (un fumetto poliziesco in bianco e nero pubblicato dalla First Comics) scritti da un suo cliente, mi diede la spinta per andare a caccia di altro materiale in bianco e nero e di qualsiasi altra cosa che sembrasse interessante. In quel periodo mi sentivo completamente spaesata nelle librerie di fumetti e non avevo idea di che cosa potesse piacermi. Inoltre, non conoscevo nessun altro che li leggesse, così non c’era un’anima con cui poterne parlare. Nel 1987, poco dopo l’inizio dell’università, mi sono imbattuta nel numero 21 di Love & Rockets in un negozio che vendeva dischi e fumetti: questo fumetto mi impressionò enormemente e costituì per me un punto di svolta.
COME HAI INIZIATO?
Pur essendo sempre stata interessata a disegnare, in particolare i volti delle persone (dopo l'inevitabile fase dei cavalli, naturalmente), e a scrivere storie (da piccola ho fatto molti libri illustrati, come l’ormai classico Il mostro che si pappò mr. M... il mio amatissimo insegnante di ginnastica), il mio primo disegno a fumetti in assoluto fu un’illustrazione di una sola vignetta per il giornale della mia scuola superiore, l'Evastonian, di cui sono stata la redattrice della sezione di cronaca durante l'ultimo anno di corso: rappresentava me e i miei migliori amici come membri dei Lilliptians, un finto gruppo musicale, che però aveva un aspetto davvero forte. Facevamo qualcosa che aveva a che fare con un buco nel terreno. Non ricordo che cosa.

Il mio primo vero fumetto fu una storia raccontata in maniera sequenziale, che realizzai durante il mio primo anno d'università per sfuggire alla redazione della tesina del corso di letteratura (questo modo di evitare il lavoro sarebbe poi diventato un "leit-motiv" negli anni dell’università). Feci un versione fantascientifica di Medea e presi il massimo dei voti, principalmente perché credo che l'insegnante non sapesse come inquadrarlo (durante il terzo anno d'università feci una seconda versione di Medea, questa volta come una commedia mafiosa, per il corso "Femminismo e i Classici". Sembra incredibile, ma mi ero dimenticata che solo due anni prima mi ero già occupata di Medea. In ogni caso, ho preso il massimo dei voti anche con questo lavoro). Dopo il mio anno di matricola mi trasferii dal Carlton College all’Università di Chicago e, durante il trimestre autunnale del mio secondo anno, notai che girava nel campus un volantino di un gruppo, interessato ai lavori a fumetti degli studenti e intenzionato a pubblicarli in un'antologia. Mi presentai all'incontro organizzativo e lì incontrai per la prima volta, tra gli altri, Ivan Brunetti. Breakdown (l'antologia in questione) uscì quell'anno, finanziata dall'associazione studentesca. Il mio contributo fu la prima parte di "Junkie": questa storia era stata concepita l’anno precedente quando ero andata a trovare a Berkeley la mia migliore amica delle superiori. Durante quella permanenza, mi mostrò un racconto erotico, scritto di recente, che utilizzava il flusso di coscienza e ne rimasi veramente impressionata. Riguardandolo adesso, è un pò imbarazzante per entrambe, ma allora era molto potente. Comunque, ispirata da un numero infinito di cotte che avevo avuto e sentendo che non sarei mai stata in grado di scrivere in modo così chiaramente efficace, le chiesi se potevo usare la sua storia e scrivere la mia per creare l’ambientazione per il suo racconto. La sua parte divenne una specie di sogno ad occhi aperti (o riflessione) del personaggio principale della mia storia. Tuttavia, la prima parte di "Junkie" è tutta farina del mio sacco e costituisce quanto è apparso nel primo numero di Breakdown.

L'anno successivo, divenni editor di Breakdown e, quasi senza aiuto, feci uscire tre numeri, contenenti alcune mie storie: la seconda parte di "Junkie", alcuni racconti umoristici e dell'altra robaccia auto-commiserativa. Durante l’ultimo anno di università, ero esaurita e non lavorai più per Breakdown, che divenne una fanzine terribilmente incasinata e alla fine sparì. A volte le cose te le devi proprio fare da sola... in quel periodo, ricevetti il permesso di fare un fumetto per il progetto della mia tesi finale e così mi misi a lavorare sodo. Alla fine, realizzai una sceneggiatura di cinque capitoli dal titolo Salt e un capitolo di immagini che mi permise di diplomarmi a pieni voti… non l'ho mai finito e ora sono contenta di non averlo fatto, perché così non uscirà mai da nessuna parte.

Dopo la mia laurea, Ivan Brunetti iniziò a pubblicare un'antologia dal titolo Biff Bang Pow, che presentava molti degli artisti di Breakdown. Ridisegnai alcuni dei miei lavori per Breakdown e, contemporaneamente, ripresi anche "Junkie" perché lo volevo pubblicare da qualche parte. A quel tempo ero certa che non avrei mai fatto niente di altrettanto buono. All'inizio del ‘92, partecipai al concorso pubblicato da Odio! "Vinci un appuntamento con Stinky": una specie di scherzo dove il vincitore sarebbe stato disegnato in una striscia di Odio. Vinsi io e Pete Bagge sarebbe dovuto venire in estate alla Convention di Chicago, così ci mettemmo d'accordo per incontrarci là in modo che mi potesse disegnare. Ero così eccitata che misi insieme il primo numero di Artbabe in tutta fretta in modo da avere qualcosa di presentabile da dare a Pete e Gary Groth, con lo scopo di essere pubblicata dalla Fantagraphics. Beh, non fece un grande effetto su Gary, ma piacque a Pete, e cortesemente la pubblicizzò sul numero 10 di Odio!, l’albo in cui una mia giovane versione incazzata appare in una striscia in quarta di copertina. Fu questo l’inizio della mia carriera nell’autoproduzione, sebbene non l’avessi immaginata così. Questo primo numero ebbe una risposta moderatamente buona, sufficiente a farlo ristampare diverse volte e a convincermi a continuare Artbabe. Così, un anno dopo, pubblicai un altro numero.
QUALI SONO LE TUE PRINCIPALI FONTI D'ISPIRAZIONE NEL CAMPO DEL FUMETTO?
Beh, la prima influenza è stata Wonder Woman, che ho già citato, con il periodo iniziale fino alla prima metà degli anni ‘40 (quello di Charles Moulton e H.G. Peters), assieme a un sacco di libri illustrati per bambini. In seguito, quando iniziai realmente a disegnare fumetti, continuavo a essere presa dalla fantascienza e dai vari albi mutanti della Marvel; più tardi, Il cavaliere oscuro, V for Vendetta e Watchmen ebbero un ruolo importante nello spingermi ad ambientare il mio primo fumetto nello spazio, ma anche a scrivere una sceneggiatura veramente ridondante.

Tuttavia, l’influenza più importante nei miei fumetti fu, senza alcun dubbio, Love & Rockets di Jamie e Gilbert Hernandez (con, di tanto in tanto, il fratello Mario), e in particolare il lavoro di Jamie, che formò il mio concetto di ciò che sono o possono essere i fumetti e mi fecero decidere di diventare un’autrice. Quando ero ancora una tenera matricolina del college, presi il numero 21 e fui "travolta". Cosa ancora più importante, spazzò via tutti i limiti che sapevo su come si facevano i fumetti. Mi innamorai all'istante di Speedy (per i profani: il numero 21 segna l’inizio della storia di Jamie "La morte di Speedy"), L.A. VATOS iniziò ad apparire nei miei quaderni di schizzi e tutto… semplicemente cambiò. Beh, in realtà, non è del tutto vero: rimasi ancora un po’ pretenziosa.

Nello stesso periodo iniziai a leggere Deadline (una rivista antologica inglese) [1] e fui particolarmente influenzata da Philip Bond e dal disegno di Jamie Hewlett (ma non dalla sua scrittura, grazie a Dio). Presi un libro-antologia dal titolo Heck, che era stupefacente. Mi attirava particolarmente la storia di Lloyd Dangle, le prime cose di Julie Doucet e Mark Marek [2]. Questo segnò, penso, l’inizio del mio interesse per fumetti più artistici. Poi arrivò Jimbo, la versione Pantheon dell'indimenticabile, brillante e incredibile opera di Gary Panter [3].

Successivamente, per me fu molto importante Sinner, la traduzione di Alack Sinner di Josè Munoz e Carlos Sampayo, pubblicata da Fantagraphics, e, molto più tardi, Rubber Blanket di David Mazzucchelli. Più recentemente, ho iniziato a riscoprire le strisce classiche, in particolare Terry e i Pirati di Milton Caniff, e, infine, il favoloso lavoro di quel francese, Blutch [4], in particolare la sua serie Mitchum (fortunatamente quasi tutta senza parole per chi, come me, non parla il francese), e Peplum, una straziante rivisitazione del Satyricon.

FAI FUMETTI FEMMINISTI?
Risposta breve: sì. Risposta lunga: questa è veramente una domanda stupida. Leggeteli e capirete da soli. Insomma, è naturale che lo siano! Però chi mi pone questa domanda lo fa presupponendo una cosa più specifica, vale a dire: i miei fumetti hanno un obiettivo femminista? La risposta è no. Sono un’ardente e dichiarata femminista, non ho paura dell’etichetta, ma faccio in modo che la mia visione del mondo non guidi i miei fumetti, ma che, semplicemente, li permei. I miei racconti sono femministi in modo implicito (perché io lo sono), ma non in modo esplicito (perché non è quello di cui m’interessa scrivere). Perché non fanno mai queste domande agli uomini?!

A proposito, gli attenti osservatori dell'attuale zeitgeist culturale potrebbero aver notato nel 1998 un breve articolo che la rivista The Face [5] ha fatto su di me. Teoricamente, avrebbe dovuto essere davvero bello essere promossi da The Face, ma immaginate il mio orrore quando riuscii a mettere le mani sulla copia e scoprii che l’articolo iniziava con l’affermazione assolutamente falsa ed imbarazzante che IO insisterei nell'affermare che NON sono un'autrice femminista, ma un'autrice "femmina". Naturalmente è vero che lo sono, ma non ho mai ripudiato né ripudierei mai i miei forti principi femministi. Pare che il giornalista di The Face si sia in qualche modo impadronito di un articolo su di me, pubblicato dal Chicago Magazine, che iniziava con lo stessa calunnia e che lo abbia semplicemente copiato. Peccato che non abbiano avuto l’idea di rubare anche dal numero successivo, che pubblicava la mia lettera di protesta molto arrabbiata. La mia seconda lettera di protesta a The Face fu pubblicata uno o due numeri dopo, con delle scuse concise, ma ormai il danno era fatto.

Domanda conseguente: il mondo del fumetto è sessista? Posso parlare solo per quanto riguarda il mondo del fumetto "alternativo", e la mia esperienza è che implicitamente forse lo è, ma non certo in modo esplicito. Nessuno mi ha mai detto di non essere interessato a pubblicare/distribuire/vendere/comperare le mie opere perché sono una donna, però ci sono alcune autrici di fumetti, che conosco o di cui mi hanno raccontato, che non vedono il proprio lavoro rappresentato come meriterebbe… ma non ho nessuna idea a riguardo. Forse non siamo abbastanza, però poi ci vengono poste domande stupide come questa. Per quanto riguarda il mondo del fumetto "mainstream", a quanto ne so è sessista, ma non ho un contatto diretto.
Art by Jessica Abel.
HAI DEI CONSIGLI PER CHI STA INIZIANDO A FARE FUMETTI?
Sì. Fondamentalmente, lavorare molto e disegnare tutti i giorni: in questo non ci sono scorciatoie. Inoltre, fate immediatamente dei "mini-comics", anche se si tratta di realizzarne solo dieci per i vostri migliori amici. Questo è il modo migliore per iniziare a capire come si fanno i fumetti. Per dei consigli più specifici, vi rimando alla sezione DIY in "Comics and Art" (che è ancora in costruzione), contenuta nel mio sito.

PERCHÉ TI SEI TRASFERITA IN MESSICO?
Va bene, partiamo dall'inizio: ho vissuto a Chicago o nei suoi dintorni per quasi tutta la vita (tranne il primo anno di università) ed era ormai da un po’ che stavo riflettendo se andare a vivere all'estero. Certo, ci pensano in molti ma iniziare a muovere le chiappe e trasferirsi è un'altra cosa. Ad ogni modo, alcuni anni fa lavoravo negli uffici amministrativi della "School of Art Institute di Chicago" e cominciai a pensare (sempre di più) di volermi laureare. Io non ho mai frequentato la scuola d'arte e invidiavo molto chi poteva farlo, soprattutto quando ero in mezzo a quei cretini, per lo più benestanti, che sprecavano il loro tempo; tempo prezioso che potrebbe essere speso per giocare con tutti quei giocattoli artistici! Così pensai di laurearmi a Londra e feci domanda per due diverse borse di studio che mi permettessero di andare lì. Nessuna delle due fu accettata. Nel frattempo, incominciai a frequentare Matt Madden, autore di fumetti e grande amore della mia vita, che voleva trasferirsi in Messico per un po’. C’era già stato diverse volte e gli era piaciuto molto, stava imparando lo spagnolo e, cercando di avere la sicurezza di potersi mantenersi lì, frequentava una scuola per ottenere un diploma con cui poter insegnare inglese a un buon livello. Eravamo già dell’idea entrambi di trasferirci, poi il mio beneamato capo si dimise e venne sostituito da un nuovo capo che non era proprio così amato: questo fu l’evento che mi diede lo stimolo finale. In verità, eravamo già a buon punto: questo fatto rese solo la scelta più facile. Così ci trasferimmo nel marzo del 1998, circa sei mesi dopo le dimissioni del vecchio capo.

Da artisti e da persone curiose, sembrava la cosa giusta e fortunatamente abbiamo avuto ragione. Il Messico è il massimo, ci siamo fatti un sacco di amici meravigliosi e abitiamo in un appartamento bellissimo. Il costo della vita qui è veramente basso (specialmente quando, come me, sei pagata in dollari e anche se il mio reddito, per gli standard statunitensi, non può essere considerato "irrisorio"). Se volete sapere qualcosa di più sulla mia vita in Messico, iscrivetevi all’Artbabe Army e tenete d'occhio i miei diari messicani nel quartiere generale dell'Artbabe Army [6].

In futuro, vogliamo trasferirci in Giappone e spero che sia sufficiente estrapolare da questa mia spiegazione i motivi di questa scelta [7].

SEI TU ARTBABE?
Ohhhhhhh, Cristo! No, Artbabe è un personaggio d'immaginazione che adorna le copertine della mia serie e che, di tanto in tanto, appare nelle storie stampate altrove ma, fino ad ora, mai nella serie omonima. È una pittrice e l’ho basata su una persona che ho conosciuto di nome Andrea, che faceva (fa?) la stilista. Detto ciò, anche i miei amici più intimi insistono nel dire che Artbabe sono io, anche se non le somiglio per niente. Chissà perché ne sono davvero convinti. Ma, dico io, un sacco di gente porta gli occhiali, per l'amor del cielo! 
Art by Jessica Abel.
NOTE
[1] Deadline fu una delle riviste inglesi nate agli inizi degli anni ’80, che dava spazio a una serie di giovani artisti; in seguito, molti di loro avrebbero trovato una discreta continuità di lavoro all’interno della divisione Vertigo della DC Comics. Questa rivista divenne famosa anche perché in queste pagine venne pubblicato per la prima volta il fortunato personaggio "Tank Girl" di Alan Martin e Jamie Hewlett.

[2] Lloyd Dangle è l’autore di Troubletown, una serie dal segno un po’ grezzo e dalle tematiche profondamente arrabbiate e politiche, che tratta soprattutto di persone ai margini della società, viscidi plutocrati, cameriere di fast food e signori delle multinazionali. Attualmente, dopo essere stata pubblicata per tre numeri dalla Drawn & Quarterly, questa serie è approdata su internet, dove ha acquisito una forte notorietà. Julie Doucet è una disegnatrice canadese famosa soprattutto per la serie Dirty Plotte. Profondamente legata al fumetto onirico e a quello auto-biografico, Julie Doucet ha trovato anche ampi consensi nell’ambito dell’illustrazione, realizzando numerose mostre in Europa e in America. Mark Marek è un autore minore che ha avuto collaborazioni trasversali tra fumetto, illustrazione e musica.

[3] Eclettico disegnatore, illustratore, designer e commerciante d’arte, Gary Panter iniziò a lavorare fin dagli anni ’70, legandosi alla scena underground con il fumetto Jimbo, che ha per protagonista un ragazzo punk perso nell’ambientazione fantascientifica di una città chiamata DalTokyo. Il disegno ha uno stile che ricorda il cubismo e che permise all’autore di sperimentare sia a livello grafico che narrativo. Panter lavorò molto con Pee-Wee Herman, lo sfortunato attore del primo film di Tim Burton, con cui realizzò moltissime ambientazioni e il set della sua trasmissione televisiva e, successivamente, fu uno dei collaboratori della rivista Raw, fondata da Art Spiegelman.

[4] Uno dei più interessanti artisti del moderno panorama francese, Blutch si ispira ad autori americani, come Will Eisner e David Mazzucchelli, reinterpretandoli e filtrandoli con una sensibilità europea. Mitchum è una serie di volumetti autoconclusivi slegati l’uno dall’altro, in cui la narrazione canonica dei primi due numeri lascia presto il passo, con il terzo, a uno sviluppo più surreale, in cui l’elemento fondamentale diventa la concatenazione di immagini e di sensazioni. Peplum, nonostante sia stato serializzato originariamente su A Suivre, non ha nulla di classico e adatta Satyricon in modo estremamente moderno, con un segno e una dilatazione del racconto che la rendono una delle opere più interessanti e importanti realizzate in questi ultimi anni in Francia.

[5] Il magazine inglese di tendenza che, dagli anni ’80 in avanti, influenza le riviste di tutto il mondo, grazie alla grafica innovativa e alla costante attenzione all’evoluzione dei trend giovanili in tutti i campi, dalla moda al cinema alla televisione ai fumetti. The Face fu una delle riviste che, durante il cosiddetto Rinascimento del fumetto americano iniziato con opere come Watchmen e Batman: Il ritorno del cavaliere oscuro, diede ampio spazio ad articoli sul fumetto, fino ad arrivare a pubblicare a puntate Apocalisse Personale di Neil Gaiman e Dave McKean, realizzato appositamente per questa rivista.

[6] L’Artbabe Army è l’"esercito" di coloro che si sono iscritti al sito di Jessica Abel.

[7] È passato un po’ di tempo da questa intervista e ci sono stati dei cambiamenti che, all’epoca, non era previsti. Il viaggio in Giappone, per fare una nuova esperienza e verificare le possibilità di lavoro in quel paese, non si è mai concretizzato. Jessica e Matt però sono tornati nel 2000 negli Stati Uniti, si sono sposati e attualmente vivono a New York, dove Jessica continua la sua carriera di autrice di fumetti e illustratrice. Sta già pensando al terzo ciclo di Artbabe che, a differenza dei numeri precedenti, dovrebbe presentare una serie di storie collegate tra loro con dei personaggi fissi.

sabato 1 giugno 2019

recensioni in 4 parole [66]

Un imperdibile, struggente fumetto. 
Alcuni supereroi sono differenti.
Un calorico minestrone. Vedremo.
Un gran bel lèggere.
********
Abbiamo detto 4 parole su:
Le figlie di Salem
di Thomas Gilber
Editore: Diabolo
Formato: cartonato, 200 pagine, colore
Prezzo: € 26
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

Superwest
di Massimo Mattioli
Editore: Panini Comics
Formato: cartonato, 64 pagine, colore
Prezzo: € 16
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

Odessa N.1 - Dopo la fusione
di Davide Rigamonti (testi), Matteo Resinati (disegni), Mariano De Biase (cover e colori)
Editore: SBE
Formato: brossurato, 98 pagine, colore
Prezzo: € 5,90
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

Quattro ragazzini entrano in una banca
di Matthew Rosenberg (testi), Tyler Boss (disegni)
Editore: Panini Comics
Formato: cartonato, 196 pagine, colore
Prezzo: € 26
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

domenica 26 maggio 2019

MIGNOLA: Hellboy, fumetto e film, e... il futuro!

Mentre, dal mio personale osservatorio, nei giorni scorsi, l'attenzione mediatica è stata prima su Avengers: Endgame, poi su GoT e poi sulla questione "manifesto di Lucca" (con vari rimbalzi bizzosi e volatili), facciamo un passo indietro... al reboot di HELLBOY, diretto da Neil Marshall e con protagonista David Harbour.
Ammetto candidamente che il film di Marshall mi ha piuttosto divertito nella sua robonante ed eccessiva messa in scena pur distante dall'eleganza, sopratutto grafica, dell'Hellboy su carta del mai troppo lodato Mignola.

Nel seguito potete quindi leggere la traduzione di alcuni stralci tratti dall'intervista a MIKE MIGNOLA apparsa su Vulture.com il 12 Aprile scorso.  
QUI l'intervista completa. 
E se non siete ancora sazi fate un salto anche QUI.
Vulture: […] Perché hai permesso che venisse realizzato un reboot cinematografico di Hellboy?
Mike Mignola: Non ho alcuna voce in capitolo perché i diritti cinematografici non sono miei. […] I produttori […] non hanno mai pensato di smettere con i film su Hellboy. […] E un reboot aveva senso nel momento in cui si è capito che il film non sarebbe stato girato da Guillermo del Toro e non ci sarebbe stato neppure Ron [Perlman]. Credo che tutti abbiano pensato "se iniziamo a lavorare con un nuovo regista vogliamo rifilargli la continuazione della storia iniziata da del Toro?"

[...] Ma hai co-scritto delle versioni della sceneggiatura, vero?
Ad un certo punto, sì. Io e Chris Golden… beh, io odio scrivere al computer. Insieme a Chris, con cui ho scritto un paio di romanzi, abbiamo lavorato ad alcune versioni della sceneggiatura, più o meno a metà della produzione. È stato prima che si decidesse per il reboot. Abbiamo fatto qualche stesura della sceneggiatura e poi è tornato tutto ad Andrew [Cosby, l'unico sceneggiatore accreditato per la pellicola]. È così che si lavora nel mondo del cinema su queste cose. La sceneggiatura va avanti e indietro tra più autori così tante volte che, a un certo punto, è toccato anche a noi.

Qualcosa delle vostre sceneggiature è arrivato sul grande schermo?
C'è qualcosa. [...] Qualcosa con Baba Yaga. [...] Ma è un tale lavoro a più mani che è davvero difficile indicare delle sequenze specifiche. Ma quando Hellboy viene cacciato dalla casa di Baba Yaga e lei gli lancia una maledizione quello è un momento interessante... credo che sia stato David Harbour a dire che Baba Yaga avrebbe dovuto lanciare una maledizione o provocare Hellboy al momento del commiato. Quel suggerimento mi tornò in mente e credo che quel passaggio... quello che lei dice a Hellboy credo che l'abbia scritto basandomi sul commento di Harbour. [...] È una piccolezza [...] ma mi piace pensare "Ehi, sì! Questo l'ho scritto io!"
Cosa pensi del film?
Per me è davvero incredibile che gran parte della storia sia presa direttamente dal fumetto. Alcuni passaggi sono spostati, altri sono più lunghi di quelli che ho disegnato io, altri più corti. [...] Il giorno in cui sono stato sul set in Bulgaria stavano girando la sequenza all'aperto tratta da La caccia selvaggia. E c'era Hellboy a cavallo e i tizi della caccia e il loro aspetto era così simile a quanto disegnato da Duncan Fegredo nel fumetto. Una roba davvero surreale! [...]

[...] Facciamo un passo indietro a La caccia selvaggia, il fumetto. Come è nato?
Oh, la mia memoria è terribile! Non sono sicuro sulle date. [...] Più o meno in quello stesso periodo avevo deciso che non potevo più disegnare Hellboy perché avevo perso fiducia nelle mie capacità di disegnatore. E mentre mi dicevo "Oh, no, non posso più disegnare!" stavo pianificando quella storia, un racconto epico in tre parti. Per fortuna Duncan Fegredo ha detto di sì per disegnarla o sarebbe rimasta lì, ad intasarmi il cervello, chissà per quanto. [...]

[...] Al momento tra i fumetti, i film, i cartoni animati e tutto il resto, hai lasciato che molti artisti dessero la loro interpretazione di Hellboy. Che cosa pensi d'aver imparato sul personaggio dalle diverse interpretazioni fatte da altri artisti e autori?
È una domanda difficile. Non sono sicuro d'aver imparato qualcosa su Hellboy ma ho imparato molto sull'intero processo creativo e su cosa significhi aver creato un personaggio che è tuo e che, piano piano, sfugge al tuo controllo. Riesci a capire? È come se avesse un'altra vita e, con sempre maggiore frequenza, incontrerai persone che conoscono Hellboy o pensano di conoscerlo, ma che in realtà non hanno la minima idea del fumetto originale. [...] E c'è sempre una parte di te che quasi dice "Quando avrei voluto non averlo lasciato andare!" Capisci? Non è davvero mio. I fumetti sono miei, ed è perfetto! Ma a un certo punto è come vedere un figlio che cresce e va via di casa: farà cose di cui non saprai nulla e incominceranno a mancarti i tempi in cui stava a casa con te.
[...] Quando concedi l'uso del tuo personaggio e lasci che altri lo utilizzano devi metterti il cuore in pace sul fatto che le cose non verranno fatte esattamente come le avresti fatte tu. Saranno fatte in modo diverso e "diverso" non vuol dire necessariamente "peggiore", "diverso" significa "diverso".

A cosa stai lavorando al momento?
[...] Sto scrivendo diversi albi di Hellboy. [...] Ma ogni tot anni, mi viene la voglia di tornare a disegnare fumetti. È passato parecchio tempo dall'ultima volta che sono stato al tavolo a disegnare storie a fumetti. E scrivere non è divertente. Realizzare della roba è divertente. Stare seduto a scrivere per un altro disegnatore non è per nulla divertente. Per cui sto iniziando a inventarmi una storia a fumetti in modo da mettermi al tavolo ed essere io il tizio che si diverte. [...]

lunedì 6 maggio 2019

recensioni in 4 parole [65]

Avventura fuori tempo massimo.
Fumetto oltre ogni limite.
Silenzio! Un maestro racconta.
Tensione! Risate! Sesso! Sangue!
********
Abbiamo detto 4 parole su:
Man and Superman (English) 
di Marv Wolfman (testi) e Claudio Castellini (disegni)
Editore: DC Comics
Formato: brossurato, 100 pagine, colore
Prezzo: $ 9.99
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI (English) 

Iron Kobra
di Akab & Officina Infernale (testi & disegni)
Editore: Eris / Progetto Stigma
Formato: brossurato,  180 pagine, colore
Prezzo: € 20
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

L'uomo del New England
di Dino Battaglia
Editore: NPE (Collana Dino Battaglia n.6)
Formato: cartonato, 80 pagine, colore
Prezzo: € 16,90
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

Squeak The Mouse - The trilogy
di Massimo Mattioli
Editore: Coconino/Fandango
Formato: brossurato, 152 pagine, colore
Prezzo: € 22
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

domenica 28 aprile 2019

Warren Ellis e il... NEW BLEAK

Nel seguito la traduzione di un breve estratto da Orbital Operations, la newsletter che Warren Ellis invia via email a cadenza settimanale agli iscritti, specificatamente il messaggio del 21 Aprile scorso intitolato "Le Grand Macabre". Ah, per iscriversi andare QUI.


Warren Ellis: Il "NEW BLEAK" ("Nuovo Deprimente") è il termine con cui scherzando chiamo una cosa a cui penso da qualche anno. È uno spazio nella mia testa pieno di riferimenti, dal noir scandinavo fino al cinema dell'Europa dell'Est e altre forme sperimentali, probabilmente influenzato dall'aver visto almeno tre volte Twin Peaks: Il Ritorno e, brutta notizia per tutti, mentre trascorrerò maggio cercando di mettere insieme i pezzi per una nuova serie tv, ho intenzione di guardare l'intera filmografia di Ingmar Bergman... e altre cose che a mio parere occupano uno spazio adiacente.

È il mio hobby. Ogni due o tre giorni butto giù qualche idea su un taccuino o su un documento e tra tre o quattro anni potrebbe uscirne fuori qualcosa. Tutti abbiamo un hobby e il mio è quello di mettere a punto il più gelido e temibile storytelling a fumetti che posso.


Un grazie all'amico Antonio Solinas per la supervisione.

lunedì 22 aprile 2019

[Oldies but goldies] EDDIE CAMPBELL 2000

Ancora recuperi di un certo (credo) interesse.
Nel seguito una intervista pubblicata nel Dicembre 2000 su Ultrazine.org e da me realizzata con il co-creatore di From Hell e autore di Bacchus: EDDIE CAMPBELL
Buona lettura!
EDDIE CAMPBELL: Una vita a fumetti
a cura di smoky man

Eddie Campbell - scozzese e attualmente residente a Brisbane, in Australia [N.d.T., al momento, come recita il suo sito, Campbell vive a Chicago] - è uno degli autori di comics più autorevoli e innovativi. Attivo fin dagli anni '70, è tra i paladini della scena indipendente - pur avendo collaborato anche con DC e Dark Horse - con lavori come Bacchus e From Hell (insieme ad Alan Moore).
Da From Hell, epocale narrazione delle vicende di Jack lo Squartatore, è stato di recente tratto un film: la Twentieth Century Fox ha annunciato che dovrebbe essere nelle sale nella primavera del 2001 per la regia degli Hughes Brothers e con la partecipazione, tra gli interpreti, di Johnny Depp e Heather Graham.

ULTRAzine: So che lavori nel mondo dei fumetti da più di 20 anni e che hai speso tutto questo tempo stando nel campo delle pubblicazioni indipendenti. Ti ricordi quando hai letto il tuo primo fumetto? Quando hai iniziato a lavorare come professionista?
Ricordo di aver letto alcuni albi americani della Marvel quando da piccolo fui ricoverato in ospedale. Ho raccontato questa storia in un numero recente di Bacchus.
In particolare avevo notato che nei comics americani venivano indicati i nomi degli artisti. Non mi era mai venuto in mente prima dall'ora che i fumetti erano creati da esseri umani. Pensavo fossero un atto di un dio e da quel momento decisi che volevo diventare come uno di quegli incredibili autori. Da quell'istante ho sempre desiderato diventare un'artista e ho cercato di vivere la mia vita secondo quel principio ma, non sono riuscito a farne un mestiere che mi permettesse di viverci fino a che non ho avuto sui trent'anni.

ULTRAzine: Quali sono stati gli autori che ti hanno influenzato sia come disegnatore che come scrittore?
Una volta scoperti i comics americani sono venuto in contatto con tutta la storia dei fumetti pubblicati sui quotidiani e questo mi ha aperto gli occhi sull'idea del fumetto come Arte. Penso in particolare ai lavori di George Herriman, Cliff Sterret, Clare Briggs e Milton Caniff.
ULTRAzine: Cosa pensi dell'editoria indipendente? La tua scelta di autoproduzione è stata una questione di libertà creativa o una necessità?
Il punto cruciale non è creativo, semplicemente posso guadagnare di più con l'autoproduzione.

ULTRAzine: In Italia tu sei conosciuto fondamentalmente per il capolavoro From Hell scritto da Alan Moore. Puoi dirci qualcosa riguardo quest'esperienza? Com'è stato lavorare su una storia così densa e atipica?
Certamente è stata una grande esperienza lavorare con un genio come Alan Moore ma credo che From Hell non sia nulla se paragonato all'altro lavoro che abbiamo fatto insieme intitolato The Birth Caul che è di prossima pubblicazione in Italia per la casa editrice Black Velvet.

ULTRAzine: Hai dovuto fare molte ricerche prima di scegliere uno stile che si adattasse alla storia e alle sue atmosfere? È stata una scelta naturale o hai dovuto faticare per trovare la giusta soluzione?
Ho essenzialmente immaginato di essere nel 1890 e ho utilizzato lo stile che credo mi sarebbe venuto naturale se fossi vissuto in quel periodo storico.

ULTRAzine: So che vedremo presto un film tratto da From Hell e che lo stanno girando a Praga. Puoi darci qualche informazione a riguardo? Tu, o Alan Moore, siete coinvolti in qualche modo nella sua realizzazione?
Le riprese del film sono finite e dovrebbe uscire in America per Maggio 2001 ma è possibile che sia a Giugno o più tardi. Né io né Alan siamo coinvolti in alcun modo.

ULTRAzine: Un'altra tua storia pubblicata qui in Italia è stata "Il Ritorno di Mink Stole", che hai disegnato per la serie Will Eisner's The Spirit New Adventures su testo di Neil Gaiman.
Neil è un mio carissimo amico da moltissimi anni è stato un grande piacere per me illustrare una sua storia dopo tutto questo tempo. Per Spirit ho scritto e disegnato anche un'altra storia che forse non hai letto intitolata "Il Pacifista" ed era l'autobiografia di un proiettile senziente con un'avversione per la violenza.

ULTRAzine: La prima volta che mi sono imbattuto nei tuoi lavori è stata leggendo un meraviglioso volume di Bacchus. Puoi presentare al pubblico italiano questo personaggio così particolare? Perché hai deciso di creare un personaggio basato su una figura della mitologia?
Con la mia produzione autobiografica il mio intento è stato quello di rendere i monotoni dettagli della mia vita e dei suoi sviluppi in un modo che fosse eccitante così come credo in realtà sia la vita di tutti i giorni.
Continuo a pensare ancora che sia un'avventura.  Nello stesso modo in cui da bambini ci si sveglia eccitati la mattina per tutte le cose che farai e tutti i personaggi che interpreterai. Ho sempre avuto un grande amore per i serial d'avventura che ho seguito sia che si trattasse di Steve Canyon di Milton Caniff o di Star Trek e sono sempre stato desideroso di creare qualcosa di simile. Una serie regolare con personaggi a tutto tondo e con ambienti esotici che cambiavano di continuo. Ho scoperto così che la mitologia metteva a disposizione un trampolino per creare personaggi come Eyeball Kid o Gods of Business. Sarebbe stato difficile tirare fuori questi personaggi dal nulla. La mitologia da loro una logica interna, una "raison d'etre" o una back story come si dice oggi.
ULTRAzine: Puoi presentarci The Birth Caul che come detto verrà pubblicato presto in Italia. È stata una starna esperienza realizzarlo?
The Birth Caul è la cosa migliore che Alan abbia mai scritto. Si tratta di un monologo che ha scritto per una performance teatrale che ha messo in scena alla Old County Court House a Newcastle-Upon-Tyne in occasione del suo quarantesimo compleanno. È stata registrata e pubblicata come CD e successivamente adattata a fumetti. È un oscuro e profondo lavoro poetico che mi ha posto, come artista, di fronte a straordinarie domande, in particolare nel capitolo riguardo la fanciullezza dove Alan ha ricreato perfettamente, molto più di qualunque altra cosa abbia mai letto, le sensazioni del crescere.
Ho adottato diverse soluzioni inusuali per risolvere il problema di trovare delle immagini che si adattassero ad un testo così elusivo. Per esempio ho fatto a pezzi una sveglia e ho incollato alcune parti sulla pagina. Oppure ho cucito un pigiama in miniatura per neonati e l'ho attaccato alla tavola.

ULTRAzine: C'è una qualche verità nella voce che scriverai storie per Tom Strong?
Alan me l'ha chiesto, ma per via della mia febbrile attività editoriale non credo che sarei in grado di dedicargli l'attenzione che merita.

Qualche tempo fa il Comic's Journal ha stilato una coraggiosa classifica dei 100 Fumetti del Secolo (di Lingua Inglese). Sul podio troviamo: terzo, Pogo di Walt Kelly; secondo, i Peanuts di Charles Schulz; primo, Krazy Kat di George Herriman. Sei d'accordo con questo risultato finale o ci sono altri, magari al di fuori dei fumetti di Lingua Inglese, che avresti preferito? Per completezza: tu eri al 51mo posto con il tuo autobiografico Alec Stories e al 41mo con From Hell.
Sono perfettamente d'accordo con la scelta dei primi tre classificati anche se ho avuto una lunga discussione apparsa sulla message board del Comics Journal riguardo le altre loro scelte. Due dei miei cartoonist preferiti non compaiono per nulla nella loro lista: Clare Briggs and Tad Dorgan.

ULTRAzine: Potresti darci una tua definizione di Fumetto?
Non sono d'accordo con la definizione di Scott McCloud perché non credo che si debba cercare di definire il Fumetto su una base formale. Penso che alcuni dei fumetti migliori non rientrino nella definizione di "immagini sequenziali" che è la base di ogni definizione formale del Fumetto.

ULTRAzine: Pensando ad Internet vedi per il Fumetto un futuro on line o credi che il piacere della carta non potrà mai essere sostituito?
Penso che i fumetti cambieranno così tanto che al limite smetteremo semplicemente di chiamarli fumetti perché saranno diventati qualcos'altro. Penso che lo spirito del Fumetto si sposterà su altre strade così come è sempre accaduto in passato. Penso che il Fumetto, così come la musica jazz, sia semplicemente una tradizione.
Il fumetto è una tradizione del cartooning come ce ne sono altre e penso che la necessità di vederlo come un'arte a sé sia una cattivo segnale che indica che è moribondo. Piuttosto che ricercare delle definizioni gli artisti più importanti dovrebbero cercare (e non dico che non lo stiano facendo) di portare nuova linfa nel medium e questo potrebbe anche condurre a spezzare le forme e le definizioni passate.

mercoledì 17 aprile 2019

SERGIO TOPPI: il Fumetto, l'Arte, Buzzati e il Giappone

Nel seguito intervista, apparsa su Ultrazine.org nel 2001, all'immenso, indimenticato & indimenticabile SERGIO TOPPI
L'intervista, realizzata dall'amico scrittore e fumettista Fabrizio Lo Bianco, è tratta dalla sua tesi di laurea (A.A. 1996-97) Alla sera le montagne diventano viola... - L'opera grafica di Sergio Toppi. Buona lettura! E... grazie, ancora grazie, Maestro Toppi per tutte le immortali meraviglie!
L'occhio parlante
a cura di Fabrizio Lo Bianco    

Fabrizio Lo Bianco: Può parlarmi degli anni della sua giovinezza? La guerra, la ricostruzione...
Sergio Toppi: Ricordo malvolentieri gli anni della guerra. Io sono del '32 e la guerra l'ho subita in pieno. Ho vissuto sotto i bombardamenti su Milano. Poi dovemmo sfollare in Valdossola dove ci avevano detto che avremmo trovato un po' di tranquillità. Invece lì ebbi modo di assistere alle sparatorie tra partigiani e nazifascisti. Conobbi per la prima volta la paura di morire, furono anni di sofferenza e di fame. Ripeto, non li ricordo volentieri.
Nel dopoguerra c'erano sempre grosse difficoltà: mancava il cibo, la luce... Uno dei ricordi più vivi e più tristi di quel tempo è il buio per le strade. C'era però qualcosa che ci spronava ad andare avanti: credevamo fortemente che il futuro sarebbe stato migliore. Progressivamente vedevamo le condizioni di vita migliorare, anche dal punto di vista materiale. Avevamo ciò che forse oggi manca ai giovani, ovvero il concretizzarsi delle nostre speranze.

Quale è stato il primo approccio col mondo del fumetto?
L'incontro con il fumetto è avvenuto su una bancarella, quasi per caso. Sfogliando un numero di Asso di Picche rimasi colpito dalla qualità dei disegni di due autori in particolare, Hugo Pratt e Dino Battaglia. Ero giovane e non avevo una grande cultura fumettistica. Qualche volta mi capitava di leggere Flash Gordon, ma non ho mai avuto una passione viscerale per i fumetti, così come a tutt'oggi devo dire che non ne leggo moltissimi.

Come nasce lo stile Toppi?
Con molta fatica, attraverso un cammino lento. Sono autodidatta. L'unica esperienza in una scuola d'arte durò solo due anni, presso la "Scuola d'Arte del Castello", dove si andava di sera. Ho poi cominciato, negli anni Cinquanta, a lavorare in uno studio dove si realizzavano disegni animati, quello dei fratelli Pagot. È stato un periodo particolarmente utile perché coincise con il "boom" dei cartoni animati in Italia. Realizzavamo moltissimi lavori pubblicitari per la televisione. Io mi occupavo sia di sceneggiatura che di scenografia, il tutto, dati i tempi veramente pioneristici, in una libertà che ci consentiva di sperimentare tecniche nuove. Contemporaneamente ho iniziato a collaborare con alcune riviste settimanali come fumettista, partendo praticamente da zero.

Su quale rivista sono apparse le sue prime tavole?
Sul "Corriere dei Piccoli" intorno al '57-'58. Poi conobbi un sacerdote che dirigeva il "Messaggero di Sant'Antonio" che era il giornalino della parrocchia della basilica del Santo di Padova. A quel sacerdote, Padre Colasanti, devo molto. Per un certo periodo quel giornalino parrocchiale raccolse racconti di alcuni dei più noti fumettisti in Italia, lasciando grande libertà agli autori. Io di quella libertà ho beneficiato in particolar modo mettendo le basi per quello che poi è diventato il mio stile. È da allora che ho cominciato a disegnare senza tener conto dei quadrati che nel fumetto più ortodosso scandiscono il passaggio da una scena all'altra.
Questo superamento della suddivisione della pagina in "quadratini", che oggi ha fatto scuola, è una delle caratteristiche più apprezzate del suo modo di disegnare.
A dire il vero buona parte dei fumettofili lo considera un anatema. Chi critica questa mia impostazione delle pagine afferma che la sequenza narrativa viene meno. A me è piaciuto rompere questo schema e dare più rilevanza possibile alle scene principali. Nella realizzazione delle tavole presto poi sempre particolare attenzione a come distribuire i balloons perché devono anch'essi contribuire a una disposizione equilibrata della pagina. Del lettering non mi occupo personalmente, rischierei di abbruttire la tavola. Preferisco che se ne occupino i professionisti di questo settore, che sono davvero bravissimi.

Che rapporto lega arte, fumetto e business?
Ci sono due piani da tenere separati quando si parla di fumetti: uno è quello commerciale e interessa soprattutto l'editore e potrei riassumerlo così "il fumetto, una volta realizzato, va venduto"; l'altro è quello "artistico", vale a dire che pur parlando di un prodotto comunque commerciale, parliamo però di una produzione che ha un quoziente artistico diverso da quello che può avere un chiodo o una pentola. Io più in generale preferisco non utilizzare il termine "arte" perché innanzitutto trovo difficile definirla e in secondo luogo sull'arte ci sono delle idee molto difficili e confuse, estremamente soggettive. Preferisco fare un discorso di contenuti, di qualità. In fondo il ceramista che fa una scodella e la decora col suo pennellino con una linea intorno raggiunge un quoziente di creatività maggiore rispetto a un ceramista che lascia la scodella priva di decorazioni. È un criterio scalare: in cima alla scala ci sono i grandi artisti, talvolta incomprensibili alla persona normale e per questo irraggiungibili. Lo stesso discorso vale per il fumetto: è indubbiamente un prodotto destinato alla fruizione commerciale ma in esso entra un certo quoziente di creatività, di senso estetico.

Le sue tavole in bianco e nero ricordano talvolta delle vere e proprie incisioni. È una scelta stilistica?
Sono affascinato dal contrasto forte tra bianco e nero perché mi sembra qualcosa di definitivo. Per questo amo le acqueforti, e penso che il mio stile ne risenta. Da qualche anno ho incominciato a dedicarmi all'incisione, soprattutto d'estate, quando, insieme ad un amico che mi aiuta, posso disporre di spazi e strumenti adatti per mettere in pratica le tecniche incisorie. Apprezzo moltissimo le incisioni di un'artista italiana che si chiama Federica Galli. Per il passato la mia preferenza va a Rembrandt.
E per quanto riguarda le sue preferenze pittoriche?
Mi piace l'arte della Secessione, a cavallo tra Ottocento e Novecento, sia nei suoi grandi rappresentanti, come Schiele e Klimt, sia nei minori, anch'essi eccezionali. Lo trovo un periodo veramente entusiasmante dal punto di vista creativo. Era l'epoca delle arti applicate e anche un tovagliolo poteva diventare un'opera d'autore. Questi "artigiani" spaziavano attraverso tutti i campi della creazione artistica grazie ad una tecnica strabiliante. Non erano solo dei pittori. Erano artisti completi.
Non mi hanno mai entusiasmato le Avanguardie come il Futurismo, anche se noto che molti miei colleghi si sentono molto legati a queste correnti artistiche.

Trova grosse differenze tra il lavoro di un fumettista e quello di un pittore?
Trovo che un conto sia fare il pittore, un altro fare l'illustratore-disegnatore: se un disegnatore (quindi anche un fumettista) illustra un palazzo e questo, per così dire, "non sta in piedi", lo si nota. Un pittore invece può permettersi delle licenze sicuramente maggiori.

Con quanti editori ha lavorato?
Sono parecchi. Ho pubblicato molti lavori su "Corto Maltese" (Rizzoli - Milano Libri), ad esempio. È stata la testata per la quale ho realizzato i lavori che forse mi sono piaciuti di più, anche se non ho un mio racconto preferito. C'è qualcosa che mi lega ad ogni singolo lavoro, dal momento che tutti hanno richiesto una certa fatica per realizzarli. Da tempo lavoro per "Il Giornalino". Anche presso questa rivista ho avuto sempre mano libera, pur essendo un giornale che si rivolge ad un pubblico diverso da quello di "Corto Maltese".
Con la casa editrice Bonelli ho ripreso a collaborare da qualche anno. Negli anni Settanta presi parte a una bella collana di racconti intitolata Un uomo, un'avventura disegnando tre racconti, L'uomo del Messico, L'uomo del Nilo e L'uomo delle paludi, per quella che allora si chiamava casa editrice Cepim, cioè l'attuale Sergio Bonelli Editore. Il mio segno "spezzato" non era funzionale alle scelte editoriali della Bonelli e così per diversi anni non ebbi più collaborazioni con loro. Adesso invece abbiamo ripreso a lavorare insieme.

Lei si occupa anche di illustrazione.
È un campo nel quale mi cimento sempre volentieri. Ho realizzato illustrazioni per quotidiani, periodici, libri e una volta per la copertina di un disco, anche se, francamente, non ricordo per quale casa discografica. Ultimamente disegno racconti e copertine soprattutto per "Comic Art". Illustrazione e fumetto sono estremamente legati e non vedo grandi differenze tra questi due tipi di lavori, se non, com'è ovvio, la necessità nel fumetto di articolare la storia lungo trenta o più pagine anziché cercare di visualizzare un qualcosa in un'unica tavola.
Ha fonti particolari d'ispirazione quando crea una storia?
Ci sono racconti che devi sviluppare secondo i canoni dell'avventura pura, come quelli che ho realizzato per la Cepim; per altri puoi trarre ispirazione da fatti accaduti realmente, connotandoli poi con la tua fantasia: è quello che ho fatto con i lavori per Linus e Corto Maltese. Questo tipo di storie sono quelle che appartengono al cosiddetto "realismo magico".
L'ispirazione qui può essere uno spunto dato da avvenimenti storici sul quale inserisco elementi, diciamo, di "extrarealtà".

Toppi, mentre disegna, ascolta musica?
Come molti miei colleghi ascolto la radio mentre lavoro. Trovo che sia un'invenzione bellissima. Paradossalmente certe immagini te le può offrire solamente la radio, che può trasmettere solo il sonoro. Faccio un esempio: io detesto il teatro, mi infastidisce moltissimo la finzione del palcoscenico; la prosa radiofonica invece mi piace, riesce a conquistare la mia attenzione. La televisione è anch'essa affascinante, per il motivo opposto: offre immagini, delle quali noi disegnatori letteralmente ci nutriamo.
Non sono un grande esperto di musica contemporanea. Mi sembra di non capirla, non riesco ad apprezzarla. Ascolto soprattutto musica barocca. Apprezzo Mozart, Bach, Beethoven e quei musicisti italiani del Settecento come Garuffi, Locatelli, Viotti e altri come Lulli, un compositore di origine italiana che divenne musicista di corte di Luigi XIV. Amo Vivaldi, Hendel e i Virginalisti inglesi dell'età elisabettiana.

Preferenze letterarie?
Il mio autore preferito è Dino Buzzati, che mi ha dato lo spunto per alcune storie. Mi piace il lato più "cattivo" dei suoi racconti.
Non mi convincono molto i romanzieri italiani contemporanei; trovo tutto sommato interessante Aldo Busi nella sua palese provocatorietà.
Mi piace molto Chiusano, che era anche un caro amico, e Mario Rigoni-Stern.
Una curiosità: come nasce il suo interesse per il Giappone?
Nei confronti del Giappone ho una passione antica che non capisco neanch'io bene a cosa sia dovuta. Mi affascina questa loro precisione maniacale, cosa che a me manca.
La mia è un'ammirazione mista a spavento.

domenica 31 marzo 2019

recensioni in 4 parole [64]

Di manga & Calabria.
Western e redenzione: BANG!
Lunga vita a Mercurio!
HPL eternamente vive. Immortale.
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Abbiamo detto 4 parole su:
Cosma e Mito Vol.1 - L'antro dei lupiminari
di Nicola Zurlo (testi) e Vincenzo Filosa (disegni)
Editore: Coconino
Formato: brossurato, 136 pagine, colore
Prezzo: € 16
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI e QUI

La notte del corvo
di Marco Galli
Editore: Coconino
Formato: brossurato,  176 pagine, colore
Prezzo: €20
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

Mercurio Loi N.16 - La morte di Mercurio Loi
di Alessandro Bilotta (testi), Matteo Mosca (disegni)
Colori: Francesca Piscitelli
Copertina: Manuele Fior
Editore: Sergio Bonelli Editore
Formato: brossurato, 96 pagine, colore
Prezzo: € 4,90
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

Le montagne della follia Vol. 1
di Gou Tanabe
Editore: J-POP
Formato: brossurato, 192 pagine, b/n e colore
Prezzo: € 6,90
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

domenica 17 marzo 2019

recensioni in 4 parole [63]

Di dolenti umani orrori.
Insuperabile dio del manga.
Immutato fascino del vampiro.
E la cavalcata continua!
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Abbiamo detto 4 parole su: 
Come un insetto
di Paolo Massagli
Editore: Hollow Press
Formato: brossurato, 96 pagine, b/n
Prezzo: € 16
Anno di pubblicazione: 2018
Per qualche parola in più: QUI

I.L - La ragazza dai mille volti
di Osamu Tezuka
Editore: Hazard Edizioni, J-Pop, 2018
Formato: brossurato, 332 pagine, b/n
Prezzo: €12
Anno di pubblicazione: 2018
Per qualche parola in più: QUI

Dylan Dog Color Fest N. 28 - Gotico inglese
di G. A. Gualtieri (testi), Stefano Landini (disegni) / F. Accatino (testi), F. Des Dorides (disegni)
Colori: Alessia Pastorello
Copertina: Nicola Mari
Editore: Sergio Bonelli Editore
Formato: brossurato, 96 pagine, colore
Prezzo: € 4,90
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI

Tex N. 700
di M. Boselli (testi), F. Civitelli (disegni)
Colori: Oscar Celestini
Copertina: Claudio Villa
Editore: Sergio Bonelli Editore
Formato: brossurato, 112 pagine, colore
Prezzo: € 3,50
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI