giovedì 2 aprile 2020

Once we were young... SUPREME 1997

Qualche annetto, nel 1997, giusto lo scorso millennio, firmavo un corposo articolo sul SUPREME di Alan Moore. Il pezzo apparve sul n.1 di Clark's Bar, fanzine cartacea a rigorosa circolazione locale (direi pochi quartieri della mia città) e dalla vertiginosa tiratura, in "eccellenti" fotocopie, di (credo, ma potrei sbagliarmi per eccesso) 150 esemplari.
Ho avventurosamente riesumato l'articolo dal mio hard-disk e, con minimi ritocchi e correzioni, lo presento integralmente a seguire. Devo confessare che pur con qualche eccesso un po' gonzo mi pare funzioni tutt'ora e contenga informazioni interessanti.
Se non avete di meglio da fare e siete su questi lidi, beh... buona lettura!

GIVE US MOORE SUPREME STORIES!!!
Chiacchiere fumose su Supreme, l'ultima fatica di Alan Moore (e mooolto altro ancora!)      
di Smoky Man

PAROLE IN LIBERTÀ
Ancora una volta Mr. Alan Moore non delude.
Seppur ultimamente non si risparmi affatto, neanche  fosse impegnato in una sfida all'ultima goccia d'inchiostro con quell'altro sputa-scritti di Garth Ennis, con SUPREME confeziona l'ennesimo capolavoro.
Per chi ama il buon fumetto non resta che gioire perché ci sono ancora in giro Scrittori e non soltanto scribacchini: c'è una Storia che deve prendere forma e deve essere raccontata.
E Mr. Moore sa raccontare.
Mr. Moore non delude mai!
Probabilmente è del tutto inutile  e scontato a  questo punto, e  anche un piccolo insulto alla Vostra intuizione, ma ci sono dichiarazioni che  hanno il diritto d'essere urlate in suono 3-D, non potendo restare indirette e velate:
(rullo di tamburi, please) l'umilmente Vostro Smoky Man è un  fan spolmonato (a furia di sigarette!) del Divino Moore e non gli sarà mai abbastanza riconoscente per le indelebili emozioni regalategli con i vari WATCHMEN, THE SAGA OF SWAMP THING, A SMALL KILLING, V FOR VENDETTA, THE KILLING JOKE, FROM HELL, 1963, WILD C.A.T.S e decine di altre meravigliose visioni su carta.
Da qui  in avanti non aspettatevi quindi un parere posato e neutro ma striscioni grandi come un lenzuolo e urrà a gogò.
Dopotutto chi altri se non il Genio del Fumetto in persona poteva rivitalizzare un personaggio privo di qualunque spessore quale Supreme? Per chi non lo sapesse, e dovreste essere in molti, Supreme è sostanzialmente il Superman dell'universo Extreme, creato da quella simpatica canaglia di Rob Liefeld. Il buon Rob, cofondatore della casa editrice Image, ultimamente non se la passa troppo bene: dopo essere stato spinto a dare le dimissioni dalla Image perché pare non pagasse i suoi  collaboratori, è giunta anche la rottura della collaborazione con la Marvel, per cui curava le testate Avengers e Captain America, a  causa di scarse vendite. Le avversità non l'hanno però spaventato, così ha trasferito i suoi personaggi alla Maximum Press (ribattezzata poi Awesome Entertainment), sua altra etichetta parallela, con la quale medita bellicosi propositi di rivincita. In una lunga intervista al Comics Journal in cui raccontava la sua versione dei fatti, Rob puntava il dito contro l'ex socio Todd McFarlane che, a suo dire, non solo avrebbe forzato la situazione affinché lo cacciassero, ma avrebbe perso il senso della realtà sentendosi quasi un dio e starebbe attendendo i risultati del film su Spawn per dare la scalata alla Image, diventarne unico padrone per poi rivenderla a qualcuno, ad esempio i tipi della Mattel, e con i soldi incassati realizzare il vero obiettivo della sua vita: acquistare un team di hockey!!! Insomma uno scenario da complotto alla X-files con l'altro, McFarlane, che si difende rispondendo che è già tutto scritto nel nome Liefeld, che suona come "lie" "field", ossia "campo di bugie". Viva la classe!!! 
Lasciando stare i pettegolezzi (ahi!, che lingua biforcuta che ho!), il buon Rob ha affidato Supreme, a partire dal numero 41 della serie regolare (spiegatemi come ha fatto ad arrivare al numero 40!), alle mani sapienti di Alan Moore (ma lo pagherà???) scommettendo quindi su un cavallo stra-vincente e confidando in tal modo di riguadagnarsi i favori dei lettori e le attenzioni della critica del settore da sempre non troppo benevola nei suoi confronti. E non si è certo pentito. Anzi.
Fin dal primo numero, il Grande Alan  mostra che il tocco è sempre quello del fuoriclasse regalandoci una storia piena di guizzi e invenzioni, ponendo le basi in poche pagine per un rinnovamento totale del personaggio.
Con questo albo d'esordio, il guru di Northampton (è qui che il Grande Affabulatore ha avuto i natali più di quarant'anni fa; col tempo è cresciuto a due metri d'altezza, ha messo su una bella zazzera fluente da eterno fricchettone, una roboante voce da orco e soprattutto ha forgiato quello sguardo tenebroso e un po' diabolico che ci scruta dalla foto, una delle poche in circolazione, in quarta di copertina del volume di Watchmen), ottiene lo stesso effetto raggiunto col suo primo numero, il 21, di Swamp Thing, l'epocale "The anatomy lesson".
Stesso obiettivo ma differente strategia per raggiungerlo. Infatti, se con Swampy aveva proceduto uccidendo letteralmente il personaggio, e la sua stessa idea di base, negandogli  qualunque speranza di ritrovare l'umanità perduta perché non vi era rimasta più alcuna umanità in lui, ma solo un'imitazione di essa (leggetevi l'albo se sono stato poco chiaro: vorrebbe dire che non l'avete ancora fatto, miscredenti!!!), con Supreme il character viene fatto rinascere riconducendolo al suo status naturale e al suo riferimento originario, ossia alla icona Superman, ridonandogli quella super-umanità che probabilmente non aveva mai pienamente avuto.
Tavola di apertura di Supreme n. 41. Disegni di Joe Bennett.
Per fare di Supreme un Superman (e dopo la cura Moore, Supreme è più Superman di Superman stesso. Dopotutto, chi è quel tizio bluastro con quel nuovo costume? Non è certo l'Uomo d'Acciaio, al più un suo cugino alla lontana!), Mr. Alan ricrea intorno al character un passato autentico e credibile fin dagli anni '20, tessendo una tela di relazioni e intrecci che rende Supreme un eroe con alle spalle mille battaglie e allori, rispettato nella comunità dei supereroi e con i giusti meriti per essere chiamato "l'eroe più potente della Terra".
È fondamentale in questa costruzione del passato di Supreme, l'uso magistrale che Moore fa della tecnica del flashback. Infatti ogni numero di Supreme è giocato su due piani temporali: il presente dell'eroe e le sue vicende passate. Il flusso dei ricordi si  stacca dalla narrazione corrente (resa con segno moderno ed elegante sia da Joe Bennett, autore dei primi numeri del nuovo corso, sia dall'attuale disegnatore Mark Pajarillo ed in attesa dell'annunciato arrivo dello straordinario Chris Sprouse col #53) tramite le eccezionali tavole di Rick Veitch, già autore di Swamp Thing e di alcune opere revisionistiche sui supereroi (come gli irriverenti e corrosivi The One e Bratpack, editi in Italia dall'inossidabile D. Brolli), realizzate in uno stile volutamente datato e per questo assolutamente irresistibili.
In questi flashback, in realtà storie dentro la storia stessa, Mr. Alan Moore ricostruisce non solo le memorie di Supreme regalandogli avversari, compagni, amicizie ma fa di più, molto di più: ricostruisce per i lettori il percorso stesso del medium supereroistico attraverso la Golden Age e la Silver Age donandoci quel bizzarro, autentico "sense of wonder" che non abbiamo potuto conoscere per motivi anagrafici. Ci viene così mostrato, con un po' di nostalgia, un mondo perduto, scanzonato e ingenuo; un mondo che, sia ben chiaro, fa parte del passato: Supreme è un fumetto degli anni '90, un fumetto che però può esibire come certificato di nobiltà un attaccamento ispirato ai classici e la memoria rispettosa dei grandi Autori.
Copertina di Dave Gibbons il primo numero di 1963.
Per capire meglio l'approccio che Mr.Moore utilizza nella ricostruzione di Supreme è illuminante un'intervista datata 1993 (contenuta in uno splendido libro: COMIC BOOK REBELS, Conversation with the Creators of the New Comics curato da S. Wiater e S. Bissette), anno che segna il suo ritorno al genere superoistico con la realizzazione per la Image di 1963, opera di cui Supreme è palesemente debitore. 1963 è una miniserie di sei numeri, inedita in Italia, in cui viene delineato un pantheon di supereroi in puro stile anni '60 e dove il tentativo, del tutto riuscito, di ricreare l'atmosfera del periodo non si ferma al ritmo lieve e fantasioso delle storie e allo stile dei disegni (con i vari Gibbons, Veitch, Bissette, Totleben e Valentino), ma si spinge fino ai limiti della ricerca filologica con l'uso di una carta analoga agli albi del tempo, l'inserimento di esilaranti false pubblicità e lettere di pseudo-lettori. Nel corso dell'intervista, alla richiesta di spiegazioni circa il suo ritorno con 1963 ai supereroi, Moore rispondeva: «... è un insieme di cose, non ultime le considerazioni economiche... Sebbene la mia estetica sia differente dalla loro ammiro quello che i tipi della Image hanno fatto. Hanno scosso dalle fondamenta l'intera industria del fumetto e credo l'abbiano fatto rendendola migliore. Ma quando si sono rivolti a me, non sapevo affatto se fossi interessato a fare ancora supereroi...Nonostante abbia detto che i soldi siano un fatto da tener presente, non ho mai fatto nulla esclusivamente per denaro e se un progetto non mi è gradito, semplicemente non lo faccio. Inoltre c'era il problema che mi ero stancato dei supereroi postmoderni che erano seguiti dopo Watchmen e Miracleman. Mi sembrava che i fumetti postmoderni fossero come guardarsi in uno specchio distorto ad una fiera, quando vedi quelle immagini grottesche e pensi, "Mio Dio, sono io!". Ecco cosa provavo leggendo alcuni di quei fumetti: notavo elementi stilistici presi dai miei lavori e usati, il più delle volte, come scusa per mostrare una sessualità pruriginosa e violenza gratuita... "Dio, volevo che i fumetti fossero un posto migliore da visitare"... Non c'era traccia del divertimento, della freschezza, della magia che ricordavo negli albi della mia gioventù... Per me, l'elemento più importante era il mondo di immaginazione che i fumetti erano in grado di spalancare. Non era il fatto che Superman potesse distruggere pianeti interi, ma che avesse una Fortezza della Solitudine, e possedesse una città in bottiglia, e che potesse andare avanti ed indietro nel tempo e restare coinvolto in strani paradossi temporali, e che il suo pianeta d'origine avesse un vulcano d'oro ed una montagna di gioielli. Erano queste idee meravigliose e fantastiche che permettevano alla mia mente di viaggiare in tutti quei posti incredibili...erano gli splendidi concetti, non i muscoli dei supereroi a darmi la carica. Ma quando penso ai fumetti postmoderni, non vedo alcun "sense of wonder"...Se devo indicare il fattore più significativo che ha contribuito a forgiare il mio codice morale da bambino, devo dire che non è stata la scuola, non è stata la chiesa. E' stato Superman. Superman aveva un etica ..non era molto sofisticata, si può più o meno riassumere con: "Non mentire. Non uccidere nessuno. Cerca di aiutare il prossimo se è nei guai". È un po' ingenuo e semplificato, ma come codice base di moralità funzionerà fino a che si è cresciuti e si può entrare in distinzioni più sottili... Ora mi chiedo, in un mondo di Punitori e Wolverines, che cosa imparano i ragazzi? Questo mi preoccupa! C'è del nichilismo nel fumetto attuale... Ecco perché ho deciso che poteva essere divertente cercare di ricreare una età del fumetto più innocente, tornando indietro al 1963, che mi sembrava una buon anno, realizzando una linea di fumetti immaginari, come sarebbe stata in quegli anni, con  tutta quell'innocenza e quell'ingenuità intatta!
Ho anche creato i fumetti in un modo che fosse consistente col modo in cui venivano realizzati prima: invece di fare una sceneggiatura dettagliata, scrivevo solo una descrizione del plot e della tavola per l'artista che avrebbe disegnato le pagine, e poi aggiungevo i dialoghi... Fare 1963 è stato un gran bel divertimento per me... e mi ha riportato indietro alle ragioni per cui ho iniziato ad occuparmi di fumetti...»
Tavola da Supreme n. 42. Disegni di Joe Bennett.
Ecco che, con Supreme, Moore porta queste considerazioni (e l'amore dichiarato per Superman) oltre, cercando di erigere una Modern Golden Age in cui la fantasia si dispieghi libera di stupire conservando sempre un senso etico, senza deragliare negli abusati stilemi del pulp, del neo-gotico, del vertigheggiante ad ogni costo.
E in Supreme infatti, vediamo come convivano tante idee, tanti spunti di sapore anche diverso: nozioni tratte da libri di fisica e astronomia, trasvolate nel mondo dell'arte, un pizzico di psicoanalisi, uno sguardo critico e divertito alla realtà del mondo dei comics, la passione per i vecchi albi e l'amore immutato per il mondo variopinto e rumoroso degli eroi in calzamaglia. Mr. Moore dirige il tutto con sapienza lasciando che la storia vada leggera, smorzandone le curve e lasciando che sia la spettacolarità della fantasia a fare strada, costruendo in poche battute la personalità dei personaggi e la loro morale, dosando il bizzarro e l'orrido, il divertissement e la denuncia sociale come un esperto alchimista della parola. Tutte queste tematiche hanno una chiara spiegazione in quanto Moore dichiarava nel 1995 a Fumo di China nell'Annuario del fumetto: «... leggo circa 4 romanzi o 4 libri in genere a settimana...il mio cervello è come una spugna impregnata di idee in cui, da quando avevo 25 anni, ho cominciato a mettere dentro di tutto. E continuo tuttora a farlo...là in testa abbiamo un sacco di spazio: l'importante è creare collegamenti, riempirsi la testa del più alto numero di roba possibile, anche se inutile,  ficcarcela dentro...»
Ecco un consiglio che molti scrittori o aspiranti tali dovrebbero seguire!

Inizialmente il Nostro Autore aveva firmato un contratto per 12 numeri ma questo è stato recentemente prolungato, per la gioia mia e di migliaia di fan, per almeno un altro anno: lunga vita a Supreme!!!

LA STORIA SUPREMA: PAROLA DI MOORE
Attenzione: verranno svelati particolari sulle vicende narrate. I lettori sensibili che odiano le rivelazioni possono non leggere. Chi invece dispera di vedere in Italia in tempi brevi questo capolavoro, può cominciare a farsi venire l'acquolina in bocca leggendo il seguente veloce (?) resoconto. Parola di Smoky Man.
Nel #41 ("The Land of Thousand Supremes"), dedicato alla memoria di Curt Swan, disegnatore storico di Superman negli anni '60, scomparso nel 1996, Supreme crede d'aver fatto finalmente ritorno sulla vera Terra, dopo aver vagato a lungo per il cosmo. Ma la speranza dura poco. Infatti, la Terra si trova in uno strano stato di fluttuazione attraverso lo spazio-tempo e il Nostro viene improvvisamente attaccato da un gruppo di super-esseri con le fattezze di sue versioni alternative. A questo punto è inevitabile lo scontro di rito, con  Supreme che viene messo k.o. dall'intervento di una sua versione topesca (!). In realtà, il gruppo di Supremes alternativi aveva buone intenzioni: condurre Supreme alla Supremazia affinché venisse compiuta la Revisione prima che lo stato di fluttuazione della Terra cessasse. Deciso a seguirli attraverso un portale dimensionale, Supreme giunge nella Supremazia ,un luogo-non-luogo dove vivono tutte le precedenti versioni di Supreme.
In una sarabanda  di apparizioni di bizzarri Supremes e di spiegazioni al limite del paradosso temporale, l'eroe decide di accettare la responsabilità di "nuovo Supreme", una "nuova" Suprema Incarnazione per una "nuova" Terra consolidata dopo le perturbazioni dello spazio-tempo.
Vediamo così l'eroe attraversare un altro portale e materializzarsi, in abiti normali e un po' spaesato, proprio mentre esce dal ripostiglio delle scope (!) della Dazzle Comics dove Ethan Crane, alter-ego di Supreme, lavora come disegnatore (!) di un fumetto chiamato Omniman (!) scritto da Bill Friday, eccentrico scrittore inglese (!).

Nel #42 ("Secrets Origins"), inizia per Ethan Crane la ricerca delle proprie memorie, eventi passati che si sono realizzati nel continuum del Supreme "rivisitato" nel momento in cui ha fatto ritorno nella realtà dalla Supremazia. Per questo motivo, Ethan si reca a Littlehaven. Assistiamo così ad un flashback che svela le sue origini  e all' incontro con l'ormai settantenne Judy Jordan, sua fiamma di gioventù; segue un altro flashback che  mostra uno scontro con Darius Dax, la sua nemesi  primaria, e l'intervento della Lega dell'Infinito, un gruppo veramente strampalato di supereroi provenienti da varie epoche con l'apparizione straordinaria di un tipo semi-invulnerabile proveniente dall'antica Grecia (indovinate chi è? Mica voglio rovinarvi tutte le sorprese!).
Il  #43 ("Obscured by Clouds")  è incentrato sulle vicende della Cittadella Suprema, la base orbitante di Supreme da lui stesso costruita nel 1939, si dipana attraverso uno splendido flashback  (qualcuno è entrato nella Cittadella e sfida Supreme a scoprirne l'identità) per concludersi svelando la sconvolgente verità su chi, nei trent'anni d'assenza dell'eroe in viaggio per gli spazi siderali, ha vissuto ed attualmente vive nella stazione.

Nel #44 ("The Age of Gold"), Supreme attiva dopo diversi decenni di silenzio il segnale di chiamata per i suoi compagni dell'A.S.A, Allied  Supermen of America (team di cui facevano parte  alcuni supereroi già noti ai fan Image nostrani: Glory, Super Patriot, Mighty Man e Die Hard), e attende il loro arrivo nella sede segreta, ormai in disuso. Solo in pochi si fanno vivi e per Supreme è tempo di riandare con la memoria  al Capodanno del 1950, causa dello scioglimento del gruppo.
L'intero ricordo del nostro eroe ricalca, nella struttura narrativa, il "Canto di Natale" di Dickens. Secondo la modesta opinione del Vostro amato Smoky Man, si tratta del miglior episodio della serie: è un albo da 10 e Supreme-lode, da leggere e rileggere finché ogni parola, ogni vignetta divenga patrimonio genetico del lettore. Tranquilli tutti gli altri episodi sono "solo" da 10 e lode!!! 

Nel #45 ("Supremium"), Ethan, che agli occhi della gente comune è amico di Supreme, su richiesta di Diana Dane, sceneggiatrice di "Warrior Woman", deve intercedere presso il nostro eroe in favore di Billy Friday. Lo scrittore è desideroso di visitare la Cittadella per raccogliere materiale per una nuova linea di comics. Il tour attraverso le meraviglie contenute nella stazione orbitante cambierà radicalmente la vita, e non in senso metaforico, dell'eccentrico sceneggiatore.
Inoltre retroscena sul supremium e su Sally, la sorella di Ethan, con spericolate incursioni nel mondo dell'arte moderna (che cosa ha in comune Supreme con Picasso e Mondrian? Chi vivrà, leggerà!).
Nel #46 ("The Girl of our Dreams"), Supreme va alla ricerca di Suprema che, durante la sua lunga assenza nello spazio, aveva preso il ruolo di paladino della Terra e, a causa dell'assunzione di questa responsabilità, era caduta vittima di un avversario del Nostro.

Nei  #47-48-49 ("The Finest of all possible Worlds","Just Image","There is a light that never goes out..."), Ethan si reca a Star City per far visita al suo amico di lunga data Taylor Kendall, alias Professor Night (e se Supreme è Superman, Nighty è Batman ) ma lo attende una brutta sorpresa: il  compagno di tante avventure, insieme con la sua partner, Twilight, the Girl Marvel, si trova da quasi tre decenni in uno stato catatonico.
Dopo un'immersione nello Spazio della Mente all'inutile ricerca dell'anima del suo amico, Supreme intuisce che, dietro tutta questa storia, si cela un nemico estremamente pericoloso che credeva morto.
Per affrontarlo e salvare così Night e la sua compagna, chiede aiuto ai suoi amici Alleati, gruppo nato nel 1960 dalle ceneri dell'A.S.A., e insieme scopriranno che a tessere l'intrigo è un avversario ben più potente ed insidioso. Nonostante tutto, unendo le forze, riusciranno ad avere la meglio.
Una speciale menzione merita lo strabiliante inserto-memoria di Rick Veitch nel #49, in uno stile tra la postura supereroica classica di Neal Adams e le inquadrature psichedeliche del Captain Marvel di  Jim Starlin. 

Nel #50 ("A Love Supreme"), Ethan si reca a casa di Diana Dane, per cui ha un debole, per discutere sulla sceneggiatura di un fumetto: la conversazione verterà sulla possibilità per un supereroe di vivere una storia d'amore prendendo come ispirazione gli amori di Supreme.
Nel #51 ("A Roster of Rogues"), Supreme ripensa con nostalgia ai suoi vecchi nemici degli anni '60 dopo che la sede della Dazzle è stata attaccata da un cyborg fan; di ritorno alla Cittadella scoprirà che non tutti i nemici d'un tempo sono solo un ricordo.

PAROLE IN LIBERTA'-BIS
Non pago d'aver rivoluzionato con successo Supreme, il Mago Moore (premio Eisner 1997, ossia gli Oscar del fumetto americano, come miglior sceneggiatore per Supreme e From Hell) ha puntato ancora più in alto, con l'assenso incondizionato dell'amico Rob: resuscitare l'intero universo Extreme!
Ha infatti realizzato una miniserie di 3 numeri, Judgment day, uscita nei mesi estivi  (nel team creativo sono presenti diversi nomi di punta come Gibbons, Platt, Giffen, Sprouse, Starlin, Pollina e lo stesso Liefeld), che nei suoi sviluppi coinvolgerà tutti i titoli della Awesome Entertainment. La vicenda avrà come centro narrativo un processo.
«Ci sarà un supereroe alla sbarra, - ha dichiarato Moore - un supereroe assassinato, i testimoni e la corte saranno anch'essi supereroi, e nel corso del dibattimento ci saranno delle ramificazioni che condurranno direttamente alle origini dell'universo Extreme
«Non solo realizzerò Judgment day - ha continuato - ma sto lavorando a delle note sinottiche  che verranno utilizzate per le serie originate da Judgment day. Titoli come Youngblood e Newmen verranno cambiati, rivisitati e condotti entro la visione complessiva che sto sviluppando. Sapevo che avrei dovuto creare qualcosa che fosse interessante e dinamico e che permettesse diverse possibilità di evoluzione. Qualcosa di simile agli universi fumettistici degli anni '40, '50 e '60. Allora i supereroi erano solo una parte del mercato, c'erano anche fumetti western, umoristici, romantici, di guerra...
Qualunque genere fosse, aveva un posto nel mercato da qualche parte. Penso che questo fosse meglio, perciò ho cercato di creare un Universo fumettistico completamente tridimensionale che permetta tutte queste possibilità.»
Il vostro Smoky Man è in attesa di leggere il numero finale e posso dire che sono piuttosto curioso di vedere come andrà a finire perchè la vicenda è decisamente intrigante, magistralmente orchestrata dalla solita magica scrittura di Mr. Moore!
In conclusione, ispirato dalle illuminanti parole dell'amico Mollica, promotore, come il sottoscritto, dell'estetica dello stupore, posso affermare che Supreme è un fumetto... "bellissimo" (e anche Judgment day promette bene).
Perciò invito tutti i lettori a cercare in tutti i modi di far pubblicare in Italia le imprese dell'eroe Supremo. A tal fine ho meditato alcune strategie direi quasi fulminanti:
1) Ricattare M. M. Lupoi col miraggio di una cura tricologica infallibile affinché la Marvel Italia, che ormai fa man bassa di tutto, compresa l’IMAGinifica concorrenza, dia alle stampe  il Nostro.
2) Organizzare una campagna referendaria sul quesito: "Volete che lo Stato editi a sue spese tutte le storie passate, presenti e future di Alan Moore e che poi spedisca le stesse a domicilio di tutti gli italiani intimandone la lettura o la visione ai maggiori di anni tre?".
3) Costringere Umberto Eco a scrivere un saggio entusiasta, venduto in milioni di copie e mai letto da nessuno, su Supreme. State certi che allora qualche editore rapace pubblicherà le Sue avventure: Eco garantisce!

Cuccurucucu a tutti i lettori ed arrivederci per  le prossime logorroiche discettazioni.
PS: La casa editrice Phoenix ha annunciato, nell'ottica di ampliamento delle proprie proposte, la prossima pubblicazione di Supreme. Conoscendo la svizzera (?!?) puntualità delle uscite della casa di D. Brolli il consiglio è: incrociamo le dita!
Il n.1 di Supreme, edizione Phoenix, l''unico edito dalla casa editrice.

domenica 29 marzo 2020

[Oldies but goldies] Igort intervista SUEHIRO MARUO

Sempre dagli archivi di Ultrazine.org, recupero un'intervista pubblicata nei primi anni del nuovo Millennio, probabilmente 2001, poco dopo la pubblicazione da parte di Coconino de Il vampiro che ride, la prima opera del maestro giapponese ad apparire in Italia nel 2000.
L'intervista, realizzata da Igort e apparsa su Ultrazine per sua concessione, è una chiacchierata, non priva di profondità, con, ovviamente, il Maestro SUEHIRO MARUO.

Igort intervista Suehiro Maruo

Suehiro Maruo è nato nel 1956 a Kyusshu. Mangaka di culto, ha collaborato per lungo tempo con l'innovativa rivista Garo. Da anni i suoi manga, da cui sono stati tratti anche cd rom e cartoni animati, sono pubblicati dalla casa editrice Seirindoh. Il suo stile non lascia indifferenti: surreale, eccentrico ed efferato, sono solo alcuni aggettivi per definire l'opera di un autore anomalo e dalla poetica personalissima. Con segno elegante e distaccato elabora su carta visioni di violenza e di sogno, e riporta le bizzarre mutazioni della società giapponese. Maruo ritrae per esempio la pratica dell'enjokosai, in cui le studentesse dei college si prostituiscono per poter comprare vestiti o accessori d'alta moda, oppure la dilagante criminalità giovanile.

Il Vampiro che ride, edito in Italia dalla Coconino Press di cui Igort è direttore artistico, presenta ai lettori italiani un grande autore con una storia che unisce l'osservazione spietata della reale sociale giapponese al mito intramontabile del vampiro.
IGORT: Puoi dirci su cosa stai lavorando adesso? 
MARUO: Sto lavorando sul secondo volume della storia Il vampiro che ride. Anche se per me è un po' strano. Lavorare a un sequel non è una cosa che faccio spesso. In genere per me raccontare a fumetti significa fare storie brevi. 

Come è stato accolto il tuo modo di fare fumetti?
Nel 1983 hanno cominciato a capire questo modo di fare fumetti. Ma per i primi anni è stata dura, il lavoro era considerato strano e scandaloso. Comunque anomalo. Non si trattava di un grande scandalo perché in Giappone c'erano fortunatamente altri autori che facevano questo tipo di manga.

Se al principio non avessi trovato gli editori indipendenti che ti pubblicavano avresti ammorbidito il tuo modo di fare?
Io volevo lavorare con una grande casa editrice poi, quasi per caso, è nato il mio rapporto con le case editrici underground, come Seirindoh. E' stato tutto molto casuale. Al principio, quando avevo diciotto o diciannove anni, ho portato le mie storie a Shonen Jump. Era una grande rivista e mi sembrava adatta al mio lavoro, ma mi hanno rifiutato.

Dopo che Shonen Jump mi ha rifiutato per un certo periodo ho smesso di scrivere e disegnare. Poi ho conosciuto un editor di manga pornografici e così ho cominciato. Era facile tutto sommato.

Perché questo legame con la nostalgia? La tua casa è piena di manifesti, videocassette, fumetti, pupazzi e gadget che sembrano provenire dal passato.
Sono i fumetti che leggevo da bambino.
Concepiresti una storia, magari sulla tua infanzia, senza elementi sanguinari?
Sì, mi piacerebbe fare un manga sulla mia infanzia ma credi che interesserebbe qualcuno? 

Nelle tue storie sono molto spesso presenti delle immagini della guerra. Che cosa rappresenta per te?
I miei genitori raccontavano sempre le storie del periodo della guerra. Di come era la vita allora. Una cosa che per me è ancora oggi molto presente. Per scrivere le mie storie è importante il ricordo. 
Nelle tue storie compaiono le ossessioni legate a figure infantili. Puoi parlarcene?
A me interessano i bambini, non voglio raccontare storie di adulti. Gli adulti fanno sempre le stesse cose, lavorano, tornano a casa e dormono. I bambini per esempio giocano… questo apre molte prospettive narrative. 

Se pensi alla tua infanzia cosa ti viene in mente?
La strada che percorrevo in bicicletta tornando dalla scuola. 

La violenza è una delle leggi magiche del mondo?
Non so, a me sembra molto reale ma forse ha anche una parte magica. Attraverso la violenza comunque riusciamo a conoscere meglio il mondo. Soprattutto nella sua componente criminale. 

Questa violenza non ti spaventa? 
No, perché quelli che faccio sono manga, non la realtà. Io disegno queste storie come fossero dei sogni. Qualche volta mi è capitato di fare una scena e di ridisegnarla più violenta. Ma altre volte anche esattamente il contrario. Dipende.

Hai paura del grottesco?
Sì, lo temo. Però lo disegno ugualmente. Il circo, per esempio, mi fa pensare alla nostalgia; alla festa, un pochino all'elemento magico. Come in un vecchio film di Fellini. Anche i mostri mi portano a pensare in termini di nostalgia. I mostri sono il trait d'union tra il circo e i film horror. Come d'altra parte l'anormalità in genere. Tanti anni fa, forse, in Giappone si temevano queste cose ma oggi molto è cambiato.

I personaggi del circo come tu li rappresenti assumono aspetti pericolosi, minacciosi…
Sì. Vorrei mostrare la paura nella vita quotidiana, per esprimere questo elemento devo usare un certo genere di personaggi. Naturalmente non ho alcuna esperienza diretta di tipo negativo legata al circo. Ma ci sono delle figure che secondo la tradizione di un tempo incarnano l'idea del male. Il direttore del circo, per esempio, era il cattivo per eccellenza. Colui che maltrattava i mostri.

E poi, sicuramente, l'immagine del circo è per me legata all'idea di paura, di magia, di nostalgia. 
Come pensi che verrà accolto il tuo mondo dai lettori italiani?
Gli italiani hanno il senso dell'umorismo, no? Il mio lavoro è pieno di humour.

Quando mi capita di parlare del tuo lavoro con gli editor giapponesi non posso fare a meno di notare un senso di rispetto misto a un certo timore…
In Giappone d'altra parte il mio lavoro adesso non potrebbe essere pubblicato da una grande casa editrice come Kodansha o Shuesha. Qui ora sta crescendo la criminalità infantile e per questo si sta cercando di controllare l'influenza dei manga o dei media in genere. Anche se penso che dire di qualcuno che è diventato criminale a causa dei manga che ha letto sia una semplificazione eccessiva. Comoda magari ma davvero eccessiva.

Il tuo modo di raffigurare le cose però sembra provocatorio; è spesso calcato, iperbolico.
Mostro le cose in maniera estrema perché mi interessa il contrasto che si viene a determinare. Da questo contrasto può nascere una visione ironica.

Se disegno un patriota, però non significa che anche io sia un patriota. Io non sono come il mio lavoro, sono altra cosa. 
I tuoi fumetti sono popolati da insetti…
Mi piacciono; in Giappone sono il simbolo dell'uomo.

Non sono legati all'idea della morte?
Penso che possano essere considerati un elemento vicino alla morte però quello che mi interessava è piuttosto il senso di repulsione che gli insetti provocano in noi. 

Hai paura della morte? 
Molto.

giovedì 26 marzo 2020

recensioni in 4 parole [79]

La meraviglia del mistero. 
Come dice il titolo. 
Tex l'inesorabile
Ammazza, quant'ammazza Tex! 
Basketful of heads  n.1-2
Da perderci la testa!
********
Abbiamo detto 4 parole su:
Celestia - Libro 2
di Manuele Fior (testi e disegni)
Editore: Oblomov
Formato: brossurato, 136 pagine, colore
Prezzo: € 18
Anno di pubblicazione: 2020
Per qualche parola in più: QUI  
di James Tynion IV (testi), Werther Dell'Edera (disegni)
Editore: Boom!
Formato: spillato, 32 pagine, colore
Prezzo: $ 3,99 cadauno
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI (English)

Tex l'inesorabile
di Mauro Boselli (testi) e Claudio Villa (disegni)
Editore: Sergio Bonelli Editore
Formato: brossurato, 240 pagine, b/n (collana Speciale Tex n. 35)
Prezzo: € 8,90
Anno di pubblicazione: 2020
Per qualche parola in più: QUI 

Basketful of heads  n.1-2 (English)
di Joe Hill (testi), Leomacs (disegni)
Editore: DC Comics
Formato: spillato, 32 pagine, colore
Prezzo: $ 3,99 cadauno
Anno di pubblicazione: 2019
Per qualche parola in più: QUI (English)

lunedì 23 marzo 2020

Alan Moore: 5 consigli per aspiranti scrittori di fumetti

Alan Moore, 2012. Photo (C) Isabelle Adam. Licenza Creative Commons.
Il presente articolo è apparso su Comic Buyer's Guide nel 1999; successivamente è stato ristampato nel 2003 su The Extraordinary Works Of Alan Moore.
Da me tradotto... a vostro rischio e pericolo!
5 consigli per aspiranti scrittori di fumetti
1. Non farlo.
2. No, davvero non farlo.
3. Non farlo ASSOLUTAMENTE. Dico sul serio.
4. Qualsiasi cosa tu abbia sognato riguardo una vita passata a scrivere, non è come credi.
5. OK, se vuoi farlo comunque, se vuoi diventare uno scrittore con qualche qualità, dovrai consacrarti alla scrittura. Quando sei giovane e idealista può sembrarti qualcosa di semplice da fare ma dovrai consacrarti alla scrittura quasi come se fossi un antico greco o un egizio che consacrava se stesso a un dio.
Se ti comporterai bene con il dio, allora il dio potrebbe, in un qualche momento futuro, ricompensarti. Ma se batti la fiacca e non ti comporterai bene verso il tuo talento o con il tuo dio, allora sei destinato a finire in un mondo di dolore immenso e inimmaginabile. Se hai un talento che hai deciso di coltivare allora devi farlo seriamente. Non fare le cose a metà, devi capire che cosa implica un simile impegno.
Consacrarsi alla scrittura significa, in un certo senso, che scrivere diventerà la parte più importante della tutta vita: è una roba grossa da dire! Scrivere può avere l'effetto di allontanarti dalla altre relazioni. A volte può portarti a vivere una vita piuttosto solitaria. Se ti sei consacrato alla scrittura, passerai gran parte del tuo tempo in casa in una stanza vuota e silenziosa concentrato su una penna e un pezzo di carta, o il loro equivalente. Sii preparato a fare le cose seriamente e a seguire la strada ovunque ti porterà anche quando finirai in posti davvero strani.
Scrivere non è affatto la più eccitante delle professioni.
Non dire che non ti avevo avvertito.
 Alan Moore

mercoledì 18 marzo 2020

[Oldies but goldies] 1999: Ricominciamo dall'ABC

Nel seguito un articolo che scrissi (ahimè!) nello scorso Millennio, pubblicato sulla "rivista" Clark’s Bar nel Dicembre 1999. Il pezzo, postato successivamente anche su Ultrazine.org, era ovviamente incentrato sull'America's Best Comics, la linea di fumetti lanciata quell'anno da Moore per la Wildstorm.
Il consiglio, in queste giornate anomale, è di recuperare e rileggere queste meravigliose storie.
Read the Best comics!
RICOMINCIAMO DALL’ABC
America’s Best Comics: la nuova avventura di Alan Moore

America’s Best Comics, ovvero “I Migliori Fumetti d’America”, è l’autocelebrativo nome della nuova linea di comics creata da ALAN MOORE, uno dei più influenti ed originali autori del fumetto mondiale. Con l’ABC il geniale sceneggiatore inglese (autore di opere fondamentali come Watchmen, Swamp Thing, V for Vendetta, From Hell) ha potuto dispiegare, senza alcuna restrizione, la propria creatività, fornendo una personale formula per il fumetto mainstream del prossimo millennio. La nuova etichetta, edita dalla Wildstorm/DC, ha fatto il suo esordio negli States nell’Aprile di quest’anno con Tom Strong, ed è stata subito accolta dal plauso unanime della critica e da lusinghieri dati di vendita. Attualmente il parco testate è composto da quattro serie regolari: il già citato Tom Strong, Promethea, Top Ten, Tomorrow Stories e una miniserie (di 6), The League of Extraordinary Gentlemen. Tutti gli albi sono, ovviamente, scritti da Alan Moore, oggi come non mai in un fecondo e felice periodo creativo.
Nel presente articolo ci concentreremo principalmente su una valutazione complessiva del progetto ABC basata sulle collane regolari.

Ma addentriamoci nel Mooreverso, incominciando, naturalmente, dalle presentazioni di rito.
EROI, SUPEREROI, DIVINITÀ E PICCOLI INVENTORI

Ecco i protagonisti:

TOM STRONG. Nato nel 1900 nella misteriosa isola di Attabar Teru, Tom viene allevato con metodi non convenzionali che l’hanno reso fortissimo, intelligentissimo e dall’invecchiamento estremamente lento. Il nostro eroe attraversa così il secolo diventando il protettore di Millennium City e vivendo mille avventure assistito da un cast di comprimari di grande impatto: l’amorevole moglie Dhalua, figlia del capo degli Ozu, tribù di Attabar Teru; la figlia Tesla; il domestico-robot Pneuman e il gorilla parlante King Solomon.

PROMETHEA. In una futuristica New York, la giovane studentessa Sophie Bangs si imbatte, completando la propria tesi su folklore e leggende urbane, in uno sconosciuto personaggio letterario: Promethea Incomincia così a mettere insieme una serie di indizi su questo mito che la porteranno a diventarne l’incarnazione nel suo tempo e le daranno accesso allo stupefacente luogo-non-luogo d’Immateria.

TOP TEN. Top Ten è il soprannome del Distretto 10, stazione della polizia interdimensionale di Neopolis, strabiliante metropoli dal design iperfuturistico. Tutti nella città sono dotati di superpoteri, dai tassisti ai barboni, ed in più scienziati pazzi, cyborg, androidi, cani parlanti e mille altre meraviglie. In un posto così, solo gli eccezionali poliziotti di Top Ten possono garantire la sicurezza. Tra i primi casi, un misterioso serial killer di prostitute, che agisce decapitandole, e la minaccia di un super-padre deciso a liberare il proprio figliolo finito in gattabuia.

TOMORROW STORIES. Albo antologico che ospita quattro storie dedicate ad altrettanti personaggi: Jack B. Quick, vivacissimo bambino inventore capace di creare sistemi solari in miniatura o di dare la caccia a fotoni ubriachi (!); Greyshirt, enigmatico detective di Indigo City, omaggio allo Spirit di Will Eisner; The Cobweb, conturbante aristocratica avventuriera e The First American, chiaramente debitore del Fighting American di Kirby, in cui classiche vicende di supereroi servono da spunto per una satira sugli anni ’90 e sulla società americana contemporanea.

Come si può facilmente notare, da questa rapida carrellata, ci troviamo di fronte a un cosmo narrativo variegato ed eterogeneo. L’obiettivo consapevole è quello di creare un “nuovo” fumetto supereroistico - di fatto l’unica realtà commercialmente proponibile nel mercato U.S.A. - che vada al di là di abusati cliché e consuetudini. L’ABC è quindi un territorio vergine in cui, senza alcuna interferenza esterna, l’autore può liberare la propria visionaria immaginazione creando nuovi personaggi e trame con quel tocco di letterarietà tipico di tutti i suoi lavori. Dall’altra parte è chiarificatrice la consapevolezza che «le idee non invecchiano, siamo noi che ci logoriamo. Basta introdurre un paio di sorprese perché quelle stesse idee che si pensano vecchie vengano guardate con occhi nuovi». Nell’ideazione della linea ABC, pensata come un corpus organico, hanno inoltre pesato - come vedremo - alcune riflessioni di Moore sulla Storia del Fumetto, sul modo di produrlo e sulla necessità di rinnovarlo facendo magari un passo indietro, un passo verso le origini.
IL TEMPO DELL’OROLOGIAIO

«Non so se sia possibile invertire la tendenza per cui le cose vanno male. Ci sono molte ragioni, anche complesse, per cui il mercato del Fumetto si trova in questo stato di crisi… Ma non sono un economista, sono uno scrittore di fumetti. Penso che se i fumetti fossero migliori, se producessimo i fumetti che la gente vorrebbe leggere, se stessimo creando un prodotto di cui i lettori non potessero fare a meno, allora molti problemi sarebbero risolti. Quello che so è che come artista la sola parte dell’equazione su cui ho controllo è la qualità del mio lavoro

Ecco quindi che, ad un’analisi iniziale, l’ABC rappresenta per Moore un personale contributo per dare nuova linfa ad un medium che ama e che non vuole vedere crollare senza aver lottato per risollevarlo.

Ma quali sono le cause della crisi? Moore individua principalmente due fattori. Il primo è la mancanza di varietà nelle proposte e per questo l’ABC si pone l’obiettivo di “ricatturare l’originaria “biodiversità” dei fumetti“, il secondo fattore è l’eccessivo insistere in un approccio de-costruttivista, eredità distorta di Watchmen. Infatti sull’onda di Watchmen e del contemporaneo Dark Knight di Frank Miller, che a metà degli anni ’80 svelarono il lato oscuro dei supereroi, si sono imposti tutta una serie di eroi cupi e travagliati, di tematiche notturne e ferocemente cruente, capaci di mimare una realtà sociale violenta e caotica. Lo stesso Spawn, il personaggio simbolo di questi anni ’90, rappresenta l’evoluzione estrema di quelle intuizioni. Ma ora per Moore è giunto tempo di girare pagina e di trovare una nuova via. Un ulteriore passo avanti rispetto ai già indicativi segnali di 1963, divertita riscrittura del cosmo Marvel delle origini, e Supreme, un moderno calco delle vicende di Superman, che si soffermavano a guardare con nostalgia alla Golden Age. Ma lasciamo che sia lo Moore stesso a svelarci il suo intento con le illuminanti parole tratte dalla presentazione della nuova linea (apparsa su tutti gli albi Wildstorm a Maggio, mese precedente all’uscita del primo albo dell’etichetta):

«Quando avevo otto anni, smontare orologi da polso era divertente e facile. Rimetterli insieme, al contrario, era quasi impossibile. Tuttora si tratta di un consolidato e onorato metodo per il lavoro creativo: ridurre tutto in piccole porzioni, per poi ricomporle. I primi scienziati, gli alchimisti, descrivevano questo processo con la formula “solve et coagula”, dissolvi e riassembla. Tempi più moderni preferiscono termini come “analisi” e “sintesi”, ma l’idea di fondo è la stessa. […]
Da anni i fumetti sono stati analizzati e decostruiti; smontati e studiati da ogni possibile angolazione. […]

Molto “solve” e poco “coagula”. Gli ingranaggi dell’orologio sono tutti sparpagliati sul tavolo.
Ora viene il difficile.

Nonostante differenti gusti personali sia i lettori che gli autori avrebbero non poche difficoltà nell’identificare le componenti che amano nei fumetti. Amiamo fumetti capaci di spaventarci, di sorprenderci, di farci ridere o di raccontarci qualcosa che non sappiamo. Li amiamo per la loro sensualità e fascino, per la loro innocenza e magia. Amiamo i bei disegni, le storie ben raccontate e le belle copertine. Amiamo i fumetti per adulti e i fumetti per ragazzi. Amiamo cowboy, cavalieri e supereroi; amiamo mostri, innamorati, pirati, dei e animali con i guanti. Amiamo le figure e le parole.

America’s Best Comics rappresenta un sincero tentativo di coagulare e sintetizzare gli elementi di cui sopra; per sistemare gli ingranaggi al loro posto non solo perché funzionino ma, si spera, perché funzionino meglio. Vogliamo che commedia, romance, suspense, intelligenza e bellezza si intreccino insieme in qualcosa d’irresistibile. Vogliamo che l’immaginazione non sia incatenata da categorie, o da preconcette idee su quale particolare moda il “pubblico” seguirà quel mese. Vogliamo che il nostro lavoro abbia la più alta qualità possibile e che questa sia mantenuta costante. Vogliamo rappresentare quanto c’è di il meglio nel Fumetto...

Abbiamo rimesso insieme l’orologio. Ora tocca a voi dirci se funziona.»

E le cose funzionano, gli ingranaggi sono tutti al loro posto potete starne certi. Ma qual è l’energia che alimenta l’orologio, che fa battere i giusti tempi?
ALLA RICERCA DEL FUMETTO PERDUTO

«L’ABC trae ispirazione non tanto dai fumetti ma dai pulp magazines, dalle riviste di fantascienza degli anni ’30-’40 e dalle strisce pubblicate sui quotidiani, in pratica, quelle stesse cose che hanno dato origine al medium fumetto».

Sia ben chiaro però che l’ABC non è un’operazione nostalgica: piuttosto è un tentativo (riuscito) di recuperare, da quei riferimenti d’inizio secolo, lo slancio visionario capace di incidere profondamente sull’immaginario dei lettori. In tempi di bombardamento mediatico la cosa non è certo delle più facili ma Moore ha successo nell’impresa combinando un maestoso e potente sense of wonder fatto di creature e mondi fantastici, con gli stimoli del mondo contemporaneo. Come un moderno alchimista della parola, lo sceneggiatore inglese dosa fantasia e tecnologia regalando al lettore un’esplosione di invenzioni: bizzarre divinità che hanno la consistenza virtuale dei bit e popolano strane dimensioni telematiche, divertite incursioni nel mondo della fisica quantistica, intelligenze artificiali immortali, un’invasiva rete di comunicazione televisiva, serial killer, incursioni in reami psichedelici e new age.

Con le quattro testate regolari Moore affronta, all’insegna del moto “back to the origins”, le tipologie principali della produzione supereroistica: il supereroe e la supereroina archetipi (Tom Strong e Promethea), il supergruppo (Top Ten) e l’albo antologico (Tomorrow Stories). È bene sottolineare che nessuno di questi albi è legato da una continuity, ossia le vicende dei protagonisti non avvengono nello stesso Universo e non capiterà mai di vedere Tom Strong incontrare Promethea (anche se mai dire mai): Moore ritiene infatti che un’esasperata necessità di continuity sia una delle concause della crisi dei comics e una delle attuali convenzioni da osteggiare.

In Tom Strong è evidente l’ispirazione primaria dell’eroe pulp Doc Savage: infatti Tom è sostanzialmente un avventuriero e, seppur dotato di straordinari poteri che lo possono rendere simile a un supereroe, la sua vera arma è l’ingegno e la scienza, ed in questo è vicino all’indole da inventore di Mr. Fantastic. Le storie hanno un’atmosfera lieve e giocosa: sappiamo bene che Tom risolverà tutto e senza mai fare troppo male ai suoi avversari con la classe di un vero gentleman con superpoteri.

Con Promethea i toni diventano un po’ più tenebrosi portando il lettore in territori magici: è forse questo il tentativo di Moore di creare un albo che attinga alle sue conoscenze esoteriche. Sophie Bangs diventa infatti Promethea dopo aver letto un poema ed aver creduto al potere vivificatore della parola: un tema tipico di una concezione magica della scrittura che dall’alba dei tempi affascina l’uomo. Ma ovviamente non è una serie intellettualoide: abbiamo infatti demoni, concerti di strampalate rockband, amiche imbranate, incursioni nella fiaba. La straordinaria abilità di Moore sta nel rendere la sua scrittura trasparente a più livelli di lettura inserendo, sotto l’azione classica di un fumetto d’evasione, riferimenti, riflessioni e citazioni colte. Non a caso il nome dell’eroina della serie ricalca al femminile quello di Prometeo, il titanide che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini.

Top Ten è la personale visione dell’autore inglese su come debba essere un albo corale, in barba ai vari X-Men e J.L.A. Il difetto di albi simili è che inevitabilmente vi sono alcuni personaggi che prendono il sopravvento e questo è una contraddizione rispetto alla necessità di fare un albo “di gruppo”. Per risolvere il problema Moore, ispirandosi a serial televisivi come NYPD Blue e Hill Street Blue, rende protagonisti delle vicende tutti i (super) poliziotti del Distretto 10 seguendo contemporaneamente i singoli casi in cui sono impegnati e mostrando al lettore la vita nella stazione di polizia e le relazioni che intercorrono tra i vari agenti. La maestria di Moore consiste nel tenere tutto sotto controllo rendendo l’albo leggibile ma al contempo intricato, con tutti gli incroci narrativi che sfrecciano davanti agli occhi del lettore. Il fatto più incredibile è che alla fine i superpoteri dei personaggi passano in secondo piano, diventano un accessorio, seppur spettacolare, di fronte all’incedere delle indagini.

L’antologico Tomorrow Stories rappresenta la scommessa di riportare in auge un formato che in passato aveva goduto di grande successo. Certo giudicare dopo l’uscita di soli tre numeri potrebbe essere un po’ azzardato ma si può certo dire che l’albo offre spazio per la sperimentazione sia grafica che di scrittura e quindi anche un certo rischio nel trovare la giusta misura. Paiono riuscite le storie fantascientifico-surreali di Jack B. Quick, quelle “Eisneriane” di Greyshirt e le avventure al femminile di Cobweb, un po’ meno la satira sociale veicolata attraverso i supereroi in The First American. L’antologico però regala ai lettori la storia più bella dell’intera ABC: Greyshirt #2, un autentico miracolo di tecnica e amore per il Fumetto in otto tavole. La storia intitolata “How things work out” vede la tavola organizzata in quattro strisce che ad una visione d’insieme compongono i quattro piani dell’edificio in cui si svolge la vicenda ma ciascuna è ambientata a vent’anni di distanza l’una dall’altra e caratterizzata da un lettering e da una forma dei balloon nello stile dell’epoca. La storia è leggibile in modo classico passando da una tavola all’altra seguendo la scansione delle vignette dall’alto verso il basso, ma può anche essere  letta seguendo le singole strisce oppure leggendola passando dal primo piano all’ultimo: assolutamente mirabile, considerando che il protagonista della serie, Greyshirt, compare solo di sfuggita!
UNA QUESTIONE DI QUALITÀ

Se la ricerca di un sense of wonder perduto è quindi l’ingrediente base di tutte le serie ABC ed uno dei cardini su cui l’intera linea in fase di progettazione è stata basata, Moore individua però diversi altri elementi di riflessione legati soprattutto alla storia dell’industria del fumetto. Innanzitutto l’osservazione che «nel momenti più splendenti per il mondo del fumetti ci fosse un'unica situazione di base. Quando la Marvel era al suo massimo splendore c’era il solo Stan Lee che scriveva praticamente tutto e poi Don Heck, Steve Ditko o Jack Kirby come disegnatori e lo stesso accadde con la EC Comics di Harvey Kutzman, Al Feldstein e Bill Gaines». Ecco quindi tracciato un legame diretto e legittimo tra qualità e direzione unitaria, in cui lo sceneggiatore è il responsabile principe della coesione strutturale dell’intera linea. Questo però non significa avere una scarsa considerazione per l’apporto dei disegnatori, al contrario. Nella linea ABC, come c’era d’aspettarsi da un paladino dei diritti degli autori, tutti i pencilers sono accreditati come co-creatori. Diciamo che facendo l’esempio della Marvel degli esordi con Stan Lee, Moore recupera la figura dello sceneggiatore factotum che non si limita solamente a scrivere ma sceglie i propri collaboratori e ha la parola decisiva su tutte le questioni creative. Riguardo l’aspetto grafico la scelta è consapevolmente caduta su artisti «con stili ben distinti, personali, così da ottenere l’esatto opposto di un house style». 

Un’altra posizione in controtendenza rispetto alle proposte di maggior impatto U.S.A, basti pensare alla Top Cow o alla McFarlane Productions, uniformate non solo nelle tematiche e nel tono narrativo, ma persino nello stile di disegno e nella colorazione. Per questo nell’ABC troviamo disegnatori con caratteristiche molto differenti: il segno elegante e solare di Chris Sprouse (Tom Strong), la linea scura e art deco di J. H. Williams (Promethea), il tratto dettagliato e incisivo di Gene Ha (Top Ten), la raffinata composizione di Kevin Nowlan (Jack B. Quick), la vecchia scuola di Jim Baike (The First American) e l’underground di Rick Veitch e Melinda Gebbie (rispettivamente, Greyshirt e The Cobweb). La colorazione è discreta, curata ad hoc per ogni testata cercando di adattarsi al clima delle storie evitando inutili effettacci. Un discorso a parte merita il lettering e il packaging generale di tutti gli albi curato dal formidabile Todd Klein, vincitore di numerosi premi Eisner (l’Oscar del fumetto U.S.A) come Miglior Letterista. Klein è da considerarsi a tutti gli effetti uno dei co-creatori delle serie, tanto da essere stato il primo ad essere contatto da Moore prima di qualsiasi disegnatore. Klein ha il compito di comporre la grafica di copertina, i logo e le scritte prima che il disegnatore realizzi la copertina vera e propria, tutto questo per dare agli albi ABC quel inconfondibile look retro e al contempo moderno. Inoltre Klein si sbizzarrisce a creare caratteri tipografici e forme per i balloon che aggiungono dettagli e spessore alla caratterizzazione dei personaggi o al tono generale dell’albo. Un esempio può essere dato da una delle supereroine di Top Ten i cui balloons sono evanescenti, come il personaggio che è praticamente un fantasma, con i caratteri che partono sbiaditi per raggiungere via via piena nitidezza.

Una cura quasi maniacale per i particolari per rendere veramente l’ABC i migliori fumetti d’America. Un ultimo esempio, pensate che Moore è riuscito a far spostare la pubblicità alla fine degli albi in modo da non interrompere l’incantesimo del lettore!
CONCLUSIONI

In definitiva quello che più colpisce dell’ABC è la stupefacente qualità media degli albi: forse lo studio della magia che Moore porta avanti da diversi anni l’ha dotato di qualche potere straordinario? Di certo possiamo dire che la scrittura dell’autore inglese è ispirata e magica come deve essere nei migliori fumetti. Nonostante sia puro entertainment ci troviamo di fronte ad autentici gioielli: un continuo ed inarrestabile torrente d’idee, trame avvincenti ed originali con quell’inconfondibile tocco di letterarietà, un profondo amore per il Fumetto ed un divertimento nello scrivere che traspare in ogni pagina, sono solo alcuni dei motivi per avventurarsi nel Mooreverso. Con L’ABC Alan Moore porge ai lettori del nuovo millennio la possibilità di abbandonarsi e perdersi senza esitazioni nel labirinto infinito della Fantasia.

A volte conviene ricominciare dall’ABC: non perdete neppure una lezione!

domenica 15 marzo 2020

recensioni in 4 parole [78]

Il museo. I Brambilla.
Le lotte del Re!
Ennesima storia del Pipistrellone?
L'immaginazione al potere!
********
Abbiamo detto 4 parole su:
di Paolo Bacilieri (testi e disegni)
Editore: SBE (collana: Fumetti nei Musei, n. 14)
Formato: spillato, 24 pagine, colore, copertina in acetato
Prezzo: € 7,70
Anno di pubblicazione: 2018 (disponibile dal 2020)
Per qualche parola in più: QUI e QUI

For Real n.1 (English)
di James Romberger (testi e disegni)
Editore: Uncivilized
Formato: spillato, 32 pagine, bianco e nero
Prezzo: $ 6
Anno di pubblicazione: 2018
Per qualche parola in più: QUI (English)

The Batman's Grave n.1 (English)
di Warren Ellis (testi), Bryan Hitch (matite), Kevin Nowlan (chine)
Editore: DC Comics
Formato: spillato, 32 pagine, colore
Prezzo: $3.99
Anno di pubblicazione: 2018
Per qualche parola in più: QUI (English)
di Vincenzo Filosa (testi e disegni)
Editore: SBE (collana: Fumetti nei Musei, n. 18)
Formato: spillato, 24 pagine, colore, copertina in acetato
Prezzo: € 7,70
Anno di pubblicazione: 2018 (disponibile dal 2020)
Per qualche parola in più: QUI

lunedì 9 marzo 2020

[Oldies but goldies] 1997: Igort e... HAYAO MIYAZAKI

Hayao Miyazaki, a destra, durante un incontro promozionale per Mononoke nel 1997.
Per i più audaci, rari frequentatori di queste lande fumose, ecco (direi) un recupero super: un'intervista al Mito HAYAO MIYAZAKI realizzata sul finire dell'altro millennio da... IGORT.

L'intervista è tratta dalla rivista-libro Due. Tenerezza e complessità pubblicata da Phoenix Enterprise nel gennaio 2000. L'intervista, raccolta da Francesco Conversano e Nene Grignaffini, tradotta dal giapponese da Marta Fogato, fu riproposta su Ultrazine.org a giugno 2001 con l’autorizzazione degli autori. Un ultra-ringraziamento allora e ora... a Igort.
INTRODUZIONE DI IGORT

Quando incontrai Hayao Miyazaki, nel maggio del 1997, il mondo dell’animazione in Giappone godeva di notevole fortuna. Cartoni animati dell’ultima generazione come Evangelion stabilivano nuovi record di incassi. I giovani autori, pur dichiarando di ispirarsi alle opere dei maestri classici del cartoon — tra i quali lo stesso Miyazaki — di fatto presentavano un universo narrativo ben più violento. In questo scenario il lavoro Miyazaki rischiava di essere considerato dal pubblico come qualcosa di irrimediabilmente legato al passato. Miyazaki vantava un’esperienza di oltre trent’anni ed era stato l’artefice di titoli passati alla storia dell’animazione giapponese. Nelle sue storie la natura è osservata con uno sguardo ingenuo. I misteri che nasconde sono pacifici, fonte di meraviglia più che di spavento.

Da Nausicaa a Laputa a Kiki a Totoro per poi arrivare a Porco Rosso, in tutti i suoi titoli più noti Miyazaki riesce a raccontare storie credibili, i cui i personaggi, quale che sia la loro stazze, riescono a superare i limiti della forza di gravità. La principessa Mononoke, che Miyazaki stava ultimando altepoca dell’intervista, rappresenta una svolta.

Quando arrivai a Higashi Koganei, alla periferia est di Tokyo, pioveva. Mi aspettavo di trovare un imponente gruppo di edifici come quelli degli studios hollywoodiani e invece gli Studi Ghibli, la casa di produzione di Miyazaki, altro non era che una palazzina a tre piani. Lo spazio sembrava quasi disabitato, solo in un secondo momento mi resi conto che c’erano molti animatori che lavoravano immersi nel silenzio. Ci condussero in un ufficio dalle pareti interamente ricoperte di libri. Su un grande tavolo in legno erano ammucchiati pupazzi in peluche di varia dimensione. C’era un maialone con il casco in pelle da aviatore, era Porco Rosso, e altri pupazzi di tutte le dimensioni. Quando comparve, in quell’uomo minuto e dai capelli bianchi cui si appannavano gli occhiali per il caldo, feci fatica a riconoscere il gigante dell’animazione che tutti noi disegnatori ammiravamo. Ci fu subito un equivoco, che lì per lì non manco di creare una certa tensione: "leggerezza" in giapponese ha una connotazione più negativa che in italiano, e per la sbadataggine della traduttrice in pratica stavamo dando a Miyazaki del superficiale. I lineamenti del maestro si indurirono. Dico questo perché in Giappone, nonostante la cortesia, sembra sempre che una certa dose di violenza sia li, pronta a esplodere quando se ne presenti l’occasione.

Erano i giorni di una scommessa cruciale per Miyazaki: dimostrare al pubblico giapponese che la maniera di raccontare per la quale era diventato celebre non si era appannata, anzi aveva saputo rinnovarsi. Si trattava di dare un vero e proprio colpo di reni, di creare una visione nuova, totalmente differente da quelli che erano stati i motivi del successo, per esempio di Totoro.

Niente più delicatezza o tenerezza. Il nuovo pubblico apprezzava un linguaggio diretto, fatto di metallo, sangue, catastrofi nucleari e violenza. Era possibile interessare questo pubblico con una storia del 1400? Era possibile inserire la violenza nel mondo di Miyazaki senza tradirne le premesse che lo avevano reso celebre e amato dalle generazioni precedenti? Oggi sappiamo che La principessa Mononoke ha vinto la sfida. È stato il film più visto della storia del cinema giapponese. In tutte le categorie, superando anche i film con attori in carne e ossa. Ma all’epoca su tutto questo gravava un gigantesco punto interrogativo.
Incontro con HAYAO MIYAZAKI

Igort: All’interno delle sue opere, che importanza ha il fatto di volare o di restare sospesi nell’aria?
Hayao Miyazaki: Nel film a cui sto lavorando ora (N.d.T.: si sta riferendo a Mononoke Hime uscito in Giappone nell’ormai lontano 1997!) non si vola per niente... (Miyazaki ride) ...eppure ho l’impressione che questo film diventerà l’opera più importante di tutta la mia produzione. Perciò, si vola solo quando è necessario. 

Nelle sue opere precedenti che importanza ha il fluttuare nell’aria?
Be’... sì, ovviamente è un aspetto importante. Penso che rappresenti per me una specie di liberazione. Liberarsi dalla forza di gravità credo comporti anche una liberazione mentale.

La leggerezza, per esempio il movimento delle penne e delle piume degli uccelli, il "volare lieve come un uccello" se vogliamo dirlo con le parole di Paul Valery, per lei, che significato ha?
Più che la leggerezza a me preme riuscire a descrivere l’aria, cioè l’esistenza di un qualcosa che non si può percepire con la semplice vista.

Qual è la sua definizione di "leggerezza"?
Con "leggerezza" intendo l’essere sballottati. È per questo motivo che la parola, almeno dal mio punto di vista, non ha una connotazione particolarmente positiva.

In Europa la leggerezza, le piume sono viste in modo positivo...
Per me la parola "leggerezza" è insufficiente, da sola, a esprimere tutto questo.

E allora, il senso di liberazione a cui si riferiva prima?
In giapponese non sempre la leggerezza corrisponde a una liberazione. Tutte le parole non sono mai del tutto positive o del tutto negative e ciò vale anche per concetti come il volare e la leggerezza.
Nelle sue opere precedenti perché ha sempre fatto sì che i suoi personaggi volassero?
In giapponese abbiamo anche l’espressione "gli scemi e il fumo amano andare in alto". E io, non essendo fumo... (Miyazaki ride). Per me il mondo non è soltanto la terra, il luogo in cui vivono gli esseri umani. Nel creare le mie opere ho voluto sfruttare tutti i mondi esistenti e liberare gli esseri umani dalla forza di gravità è stata una delle tecniche che ho adottato per raggiungere questo scopo. Il film a cui sto lavorando ora è ambientato in Giappone nel XV secolo, per cui non presenta scene di volo. Usando la magia forse i miei personaggi sarebbero riusciti a volare ma non l’hanno usata così... L’azione si sviluppa con la protagonista e gli altri personaggi che girovagano nella foresta.

Le riformulo la domanda di prima. Che significato ha la leggerezza all’interno di un programma di difesa della natura?
Nel pensiero umano, la leggerezza ha significato anche libertà. Con questa accezione, vale la pena di diventare leggeri. Penso che se gli esseri umani insisteranno a portare avanti il concetto di civiltà materialista creata su questa terra, essi non arriveranno a vedere la nuova era.

La maggior parte dei cartoni animati giapponesi presenta una forte componente di violenza. Le sue opere invece presentano un’atmosfera sognante, "soft". Sarà così anche per il futuro?
La mia prossima opera (N.d.T.: vi riferisce sempre a Mononoke Hime) sarà infarcita di violenza.

Davvero?
Si. Penso che il mondo sia fatto di violenza e di gentilezza, e quando ne vale la pena è bene saper esprimere anche entrambe la cose nella stessa opera senza farsi troppi problemi.

Questa violenza è fisica o mentale?
Quest’opera parla di un’antica foresta del Giappone, degli antichi dei che la abitavano (un gigantesco cinghiale e un enorme lupo) e della loro lotta contro gli esseri umani. La lotta è tra la foresta e gli esseri umani che vorrebbero appropriarsi di essa ad è una lotta inevitabile. Prima di riflettere sul loro rapporto con la natura e raggiungere la conclusione che dovrebbero rispettarla, gli uomini la sfruttano totalmente. Si è verificato in passato e deve essere ammesso oggi affinché gli uomini ritornino a dialogare con la natura. Ho deciso di fare quest’ultimo film con questo intento. Ecco perché le parti violente sono inevitabili: violenza da parte degli esseri umani e violenza da parte della foresta.

Parliamo ora di ricordi. Che importanza hanno nella sua vita e nelle sue opere?
Non do molta importanza al passato. Ho dimenticato quasi tutto dalla mia infanzia. I miei vent’anni sono stati orribili. Nello sforzo di cancellarli dalla mia memoria ho finito per dimenticare quasi tutto. (Miyazaki ride). Anche se me ne ricordassi, più che provare nostalgia di quel periodo, ne risentirei l’amarezza e la sofferenza. So che ci sono ricordi che non si devono dimenticare, ma io non amo dare loro molto spazio. Non do nemmeno importanza ai miei oggetti e alle mie foto, alle cose che ho disegnato. Sono un uomo senza ricordi. Mi sono già dimenticato di ciò che ho fatto e non guardo mai una mia creazione dopo averla terminata. (Miyazaki ride).
Come determina gli scenari dei suoi film?
Un tempo pensavo che avrai dovuto ambientare la mia opera solo in Giappone ma dopo averne create alcune sono arrivato alla conclusione che l’ambientazione non era così importante, che le persone, gli esseri umani vivevano ovunque e che avrai fatto meglio ad ambientare le mie storie dove ritenevo fosse più necessario. E anche dal punto di vista temporale, e cioè presente, passato e futuro non mi sono parsi più così importanti. Un’opera fantastica a cui sto lavorando ora è ambientata in Giappone nel XV secolo ma la prossima opera vorrei che fosse legata all’oggi. Per andare avanti qualche volta bisogna liberarsi del passato. (Miyazaki ride.) Ho l’impressione di non essere riuscito a soddisfare appieno la vostra curiosità. Avrò risposto in modo adeguato alla vostre domande? Ho voluto creare questo film senza scena di volo perché tutti ormai continuavano a dire che mi piaceva far volare le cosa e per mettere un freno a tutta le domanda che mi fanno sulla leggerezza. Ma a metà del film mi era venuta una gran voglia di far volare qualcuno o qualcosa... beh, alla fine ho visto che non era possibile a mi sono arreso.

Allora, alla fin fine le piace volare, eh?!
Sì, è logico! Dal punto di vista degli esseri umani, il mondo è piccolo. Dal punto di vista delle creature minuscole però il mondo appare enorme. Gli uomini pensano che il mondo sia piccolo ma in realtà questo mondo è molto grande, profondo, vario, gigantesco. Per gli uomini un’altezza di 100 metri è notevole eppure ci sono anche esseri viventi per cui 1 solo metro è un’altezza impressionante. Queste creature condividono il mondo. Quando ne avrò l’occasione mi piacerebbe riuscire a mostrare questi mondi diversi. Per esempio, quando piove, una goccia d’acqua è tutto o niente: vorrei riuscire a rendere questa differenza di punti di vista in un nuovo film.