lunedì 6 marzo 2017

SETH e la malinconia canadese

Seth ritratto da Nigel Dickson.
Ritornano le splendide interviste realizzate dall'amico scrittore ed esperto di Fumetto Koom Kankesan, che ringrazio sentitamente per l'autorizzazione alla traduzione, su questo fumoso spazio, di materiali così preziosi.
Questa volta, dopo Chester Brown, è il turno di un altro straordinario canadese, SETH, autore della personalissima poetica e dal segno volutamente rétro che inevitabilmente lascia un segno nel lettore (in Italia alcuni suoi lavori sono stati pubblicati da Coconino).

L'intervista, pubblicata il 16 Gennaio scorso, può essere letta in originale qui.
La traduzione è a cura dell'amico Omar Martini che risponde sempre "presente" alle mie richieste di supporto: grazie!

E ora vi lascio alla lettura della splendida chiacchierata tra Koom e... SETH! Buona lettura! 
Malinconia canadese
Traduzione: Omar Martini

Durante gli anni Novanta, appena uscito dall’adolescenza, andai nel fatiscente edificio a Cabbagetown dove viveva Seth. Suonai il campanello e quando rispose, ovviamente in maniche di camicia e bretelle, gli chiesi se potevo imparare a disegnare dandogli una mano: per esempio, gli dissi, avrei potuto disegnare le nuvole sullo sfondo nelle sue vignette.

Sì, esatto: sono un idiota.

Per mia fortuna, Seth non rispose con un’acuta risata sardonica, o dandomi un pugno in faccia (come Dan Clowes o Peter Bagge avrebbero potuto fare). Il provetto artigiano non aveva bisogno di aiuto con nuvole, uccelli o balloon, ma si offrì di insegnarmi qualcosa sul fumetto. Mi assegnò dei piccoli progetti, come disegnare storie di due o tre pagine. In lacrime, cercavo di districarmi con questi compiti, e poi Seth, gentilmente, esprimeva il suo giudizio. I miei sforzi erano scadenti. Essendo un gentiluomo, durante i nostri incontri al bar Jet Fuel, Seth non lo disse mai. A volte, c’erano altre persone. Seth dispensava opinioni liberamente: che cosa rendeva di qualità i fumetti e cosa non gli piaceva. Le sue influenze, riconosciute e dimenticate, erano molte. Alcuni anni dopo, la Drawn and Quarterly esplose diventando una casa editrice potentissima e Seth diventò un’icona canadese. Dicono che una sua tavola sia appesa all’AGO, la galleria d’arte dell’Ontario, ha disegnato per il New Yorker, la sua grafica impeccabile appare sulle sovracoperte dei libri del Vinyl Cafe. Il fatto che non abbia mai reagito a quest’ultimo compito scavando una tomba poco profonda e portando invece conforto e il tanto anelato silenzio agli ascoltatori radiofonici della domenica pomeriggio della CBC, rivela la professionalità e la natura gentile di quest’uomo.

Uno dei miei più profondi rimpianti è che non ho approfittato completamente della magnanima opportunità che mi si era presentata. Ero troppo imbarazzato dalle mie scarse capacità artistiche. Più un appassionato che un artista, sedevo al suo tavolo mentre omaggiava i maestri che lo avevano preceduto. Questa cosa, però, modificò il mio modo di guardare i fumetti. Li vedevo come un mezzo che faceva cose piuttosto che come un insieme di immagini che raccontavano una storia. Divenne tutto chiaro… era ovvio che un bravo disegnatore disegnasse da sé le proprie nuvole! Non separava il disegno dalla scrittura come avevano fatto le case editrici. Seth mi fece leggere gli indipendenti e poi i classici. Mi fece apprezzare l’artigianato del fumetto ben prima che questo atteggiamento diventasse di moda.

Per cui la possibilità di riprendere i contatti, anni dopo, ha un profondo significato per me. La foto dell’autore inserita in questo blog fu scattata da Nigel Dickson. Tutte le immagini che seguono sono, naturalmente, di Seth.
Koom: C’è una forte vena di malinconia nelle tue opere. A volte è davvero meravigliosa, mentre altre volte tende a scivolare nella più completa disperazione. È una sensazione che continui a sentire realmente nella tua vita oppure sposti “l’equilibrio del colore” delle emozioni verso quello spettro emotivo solo nella tua scrittura? Se è quello a cui tendi, perché lo vuoi ottenere? Se è un’autentica espressione della tua vita, come riesci a mantenere il ritmo del lavoro - illustrazioni e fumetti personali - in una condizione che, francamente, molti scrittori e disegnatori cercano di contrastare?
Seth: Sì, l’opera è sempre malinconia. Non è casuale, ma non è nemmeno completamente premeditata. Sono una persona molto malinconica e scrivo con quel tono perché è quello che provo sempre. Comunque, devo affermare piuttosto nettamente che c’è una grossa differenza tra malinconia e depressione. Io non sono per nulla depresso. A dire il vero, sono una persona mediamente piuttosto contenta. Cado sempre più raramente nella vera disperazione (quando ero giovane mi sentivo emotivamente molto più a pezzi). Mi azzarderei ad affermare che, senza alcun dubbio, questo è il periodo più felice della mia vita. Essere felice però non è l’opposto dell’essere malinconico. Non sono nemmeno sicuro che la malinconia sia la totale tristezza. C’è qualcosa di piacevole quando sei triste e mediti. Penso che possa essere il significato del modo di dire “canta che ti passa”. Deve passare, certo.. ma passerà pensando a qualcosa. Solo per un po’.
Mi mancano sempre le cose. Mi mancano le persone. Mi mancano gli episodi della mia vita che sono passati. Non mi deprimo per questo, sono solo piacevolmente triste. Penso che questo dolore positivo permea ogni aspetto della mia vita. Le cose mi piacciono di più quando viene coinvolto qualche elemento di questo sentimento. Forse è un po’ una fissazione, o un tratto di carattere, oppure un gene per la nostalgia... non lo so. Però sono cosciente che non posso scrivere una storia in cui non ci sia nulla di tutto questo. A volte le storie sono un po’ cupe o piene di pentimento. Forse dipende dal fatto che sto invecchiando ma, se ci penso, mi sono sempre sentito così: provavo amore per l’isolamento ma paura per la solitudine. Il desiderio di essere nel mondo ma di non farne parte. Opinioni mutevoli nei confronti delle cose che scompaiono. Uno spirito in controtendenza che mi trattiene dall’unirmi alla cultura prevalente.

E per rispondere alla tua seconda domanda: questo tipo di piacevole tristezza non mi impedisce in alcun modo di lavorare. Infatti è un beneficio perché mi trattiene nel mio studio. In quel luogo cerco di creare una specie di bolla emotiva che rotola in questa serie di emozioni. Tengo il broncio e mi gingillo con un progetto o l’altro.... cercando di tenere sotto controllo il tempo.
Koom: Penso che tu abbia ragione: c’è senz’altro una dolcezza nella nostalgia malinconica. Meditare quando si è tristi può essere molto piacevole. Quando non ti conoscevo bene alla fine degli anni Novanta, sembravi essere un gran chiacchierone cocciuto, un po’ un signor so tutto io, per nulla depresso. Però i tuoi fumetti “autobiografici” non avevano la stessa allegria. Mi ci sarebbero voluti degli anni prima di capire che la tua autobiografica “ricerca del disegnatore dimenticato Kalo” era completamente inventata. Era quello l’elemento vivace mancante - la finzione - camuffato da autobiografia! Mi domando se la tua posa da nostalgico possa essere semplicemente un modo per costruire una visione che non è mai esistita. Stai forse costruendo una tua ideale mitologia canadese che è più utopistica, e per questo più focalizzata sul presente piuttosto che sul passato? Il libro The Great Northern Brotherhood of Canadian Cartoonists è un altro esempio di questa malinconica riflessione, che alla fine è fittizia, sulla mitologia canadese.

Sono contento che questo sia il periodo più felice della tua vita. Se tutti i momenti della vita in cui ci troviamo fossero quelli più felici! Che effetto ha la felicità sulla tua produttività? Smussa la pietra abrasiva su cui affili le tue idee o rende semplicemente più gioiosa la produzione?
Seth: Hai proprio ragione, nel senso che non sono uno di quei tipi nostalgici che idealizzano il passato. Non ho illusioni sul passato (beh, non troppe). Non desidero vivere negli anni Venti, Trenta o in un periodo precedente. Molta della cultura contemporanea mi ripugna, ma non mi prendo in giro pensando che un tempo le cose fossero migliori. Ogni periodo è carico di problemi, ingiustizia e volgarità.
Quello che mi interessa fare è costruire i miei mondi personali. A volte sono un diretto desiderio di appagamento (come la mia città Dominion) e a volte sono più delle fantasie (come la finta mitologia canadese di The Great Northern Brotherhood). Hai capito perfettamente la mia relazione con il  Canada. Desidero reinventarlo a seconda delle mie esigenze. Prendo e scelgo quello che mi piace e costruisco la mia accurata immagine. Il mio Canada è fondamentalmente un Canada che non è mai esistito. È un rompicapo in cui ho lasciato fuori molti pezzi. Non sono uno storico, né mi interessa approfondire la storia. Quello che mi interessa è il “senso del luogo”, ciò che crea identità. Iconografia. Atmosfera. Spesso, delle cose vaghe. Ma questa roba è ottima per la costruzione di un mondo. Dominion è un luogo formato interamente da tutto quello che mi colpiva perché mi sembrava evocativo. Non è un luogo ideale dove ogni cosa è "perfetta". Al contrario, è composto da tutto quello che cattura la mia attenzione. Spesso sono le cose tristi, come il degrado, la dissoluzione... il dipanarsi di quei periodi nel passato a cui sono esteticamente affezionato. È un luogo completamente dedicato alla costruzione dell’atmosfera (molti di questi dettagli sono presenti nei miei taccuini o nella mia testa). I mondi che costruisco sono idealizzati nel senso che non contengono elementi del mondo “reale” che non mi interessano. Di conseguenza, sembrano fuori dal tempo perché non mi occupo molto del periodo contemporaneo. Con il passare degli anni, perfeziono la mia estetica. Comprendo molto più chiaramente quello che mi interessa. Saresti sorpreso di sapere quanto ci vuole per identificare realmente che cosa c’è al centro dei tuoi obiettivi artistici. Io devo ancora capirlo. Infatti, la prossima storia che inizierò (ora che Il commesso viaggiatore è fondamentalmente finito) sarà quasi interamente ideata con l’intenzione di non scrivere NULLA che possa pacificare il lettore con la storia: cercherò di adattarla completamente al mio gusto personale. In altre parole, scriverò la storia che voglio leggere PIÙ DI OGNI ALTRA COSA al mondo. Più facile a dirsi che a farsi.
Per quello che riguarda la seconda parte della tua domanda: la felicità migliora la mia attività e mi fa lavorare più duramente. Non mi sono mai alimentato di ira o depressione. Infatti, quei sentimenti più oscuri mi impediscono di lavorare. Il mio lavoro dipende soprattutto dall’indulgenza verso me stesso. Da un desiderio infantile di giocare.
Koom: Mmm… mi piacerebbe replicare a molte cose. Prima di tutto, congratulazioni per essere vicino alla conclusione del Commesso viaggiatore. Ricordo che quando l’hai iniziato negli anni Novanta, eri determinato a tenere un ritmo più lento, a non essere legato alle limitazioni editoriali dell’albo a uscita regolare. Cosa pensi del progetto, arrivato a questo punto? Come mantieni, dopo decenni, la fedeltà a un progetto a cui sei particolarmente legato?
Seth: Sono sorprendentemente (piuttosto) soddisfatto del risultato. Il libro alla fine è molto fedele alla mia idea originale. Si conclude esattamente come pianificato, ma adesso sono percorso dai dubbi. Il disegno non è di qualità uniforme dato che è stato prodotto in un lunghissimo periodo di tempo. Le mie capacità di narrazione migliorano man mano che il libro procede… ma, detto questo, sono abbastanza soddisfatto del risultato. Devo ancora rivedere qualcosa, disegnare qualche nuova pagina ed espandere alcune sequenze… ma l’opera finita è molto fedele alla mia visione originale. Penso sia dovuto al fatto che, sebbene abbia sempre saputo quali fossero tutte le scene che sarebbero apparse nel libro, non ho scritto la sceneggiatura anni prima. Ho pazientemente lavorato avanzando all’interno della storia pagina dopo pagina. In questo modo rimaneva sempre nuova per me, era sempre il mio lavoro di quel momento e non un vecchio progetto che dovevo “concludere”. 

Koom: Sembra che il tuo prossimo libro si adatti ancora di più ai tuoi bisogni ed è destinato a penetrare ancora più profondamente nelle cose che ami e nella tua sensibilità. Puoi dirmi qualcosa sull’ambito e la natura del progetto? Ti preoccupa la possibilità di diventare troppo benevolo o di tagliare i ponti con i tuoi lettori perché ti stai inoltrando eccessivamente in territori inesplorati? (Mi rendo conto che è piuttosto improbabile, dato che attualmente hai un seguito di appassionati tra i più solidi nell’ambito del fumetto indie)
Seth: Non entrerò nei particolari della nuova storia perché è sempre un errore. I piani cambiano mentre ci lavori e i primi commenti possono tornare a perseguitarti. Inoltre, se parli di una storia prima di iniziarla rischi di avere delle reazioni tiepide e questo può minare il tuo entusiasmo. È meglio tenere il becco chiuso. Dirò solo che sarà un libro molto più corto del Commesso viaggiatore: credo che una foliazione tra le 150 e le 200 pagine sia molto più ragionevole per quello che mi riguarda. Vedremo dove andrà. Non mi preoccupo mai molto che i lettori mi seguano. È un gioco pericoloso. Cercare di capire che cosa piace leggere a tutti è semplicemente impossibile ed è probabile che ti si spappoli il cervello. Quello che devi fare, al contrario, è continuare a sostenere la tua convinzione di avere sempre ragione. Può sembrare strano e aggressivo, ma quello che voglio dire è che devi avere una fiducia assoluta sul fatto che quello che pensi sia interessante si concretizzerà poi nell’interesse di qualcun altro. Solitamente trovo riscontri a questa idea; per esempio, quando abbiamo pubblicato Wimbledon Green, ero molto dubbioso sul fatto che sarebbe potuto interessare a qualcuno: era un progetto così assurdo e personale. Eppure, con il passare degli anni, ho notato che il libro è diventato sempre più popolare: spesso erano le persone a cui non piaceva il mio lavoro che vi si appassionavano. Non ero nemmeno sicuro, all’epoca, se volevo pubblicarlo: mi piaceva, ma pensavo che era palesemente orientato verso i miei gusti personali. Non puoi saperlo mai. La mia unica preoccupazione per il lettore è che cerco sempre di rendere la mia opera chiara e comprensibile.
Confido che i lettori mi seguiranno. Confido che sto migliorando come artista. Confido che l’opera migliore debba ancora arrivare. La soddisfazione è l’unico sentiero chiaro per l’artista.
Koom: Sono curioso di sapere qualcosa sull’esercizio fisico della tua tecnica di disegno e cartooning. Negli ultimi anni il tuo lavoro, visivamente, presenta più tratteggi e vignette, per mancanza di una terminologia migliore: vignette più piccole, griglie complesse, un alto grado di orchestrazione. Guardare semplicemente alcune tavole prima di leggerle è un’esperienza singolare, in sé e per sé, a causa della grafica metronomica simile al mosaico. Penso in particolare al Commesso viaggiatore, ma si adatta anche alle altre tue opere. La narrazione/trama/elemento del tempo segue, mentre il tuo senso della grafica guida il tutto. È diventato un allontanamento voluto rispetto ai tuoi primi fumetti che avevano una narrazione e un ritmo più tradizionale? Se ho ragione, a cosa è dovuta questa scelta?
Seth: Nel mio disegno e nel mio storytelling mi sto allontanando, poco a poco, dalle preoccupazioni del cartooning tradizionale. A essere onesto, il disegno non mi interessa molto, mentre mi interessa molto la grafica e la composizione, ed è per questo motivo che il disegno diventa sempre più minimalista. Presumo che nel mio prossimo libro cercherò di sintetizzare tutto utilizzando i dettagli il meno possibile: forme nette e molti neri. All’interno di un’opera c’è sempre il desiderio di tirar fuori dei disegni complicati solo per fare colpo... e sono certo che ogni tanto ho ceduto a questo impulso (a volte è necessario per dare impatto anche alla storia), ma normalmente noto che il mio lavoro sta diventando sempre più semplice. Quello che ora mi entusiasma davvero è come questo processo di semplificazione si amalgami bene con il tipo di narrazione che cerco di fare (per esempio, una maggiore presenza della voce fuori campo). È interessante anche che più il disegno si semplifica, più complicata diventa la pagina (ci sono soprattutto più vignette). Per cui questa direzione è un’evoluzione che prende le distanze dalla narrazione più naturalistica del Commesso viaggiatore. 

Koom: Sono anche curioso di sapere qualcosa sul tuo tratto, che è estremamente controllato e forte. Possiede quasi una curva pesantemente meravigliosa nel suo andamento. Come mantieni un controllo così forte sul tuo segno? Soprattutto in vignette così piccole e fortemente strutturate? Non è più difficile ora che diventi più vecchio e inizi a sentire la rigidità delle membra?
Seth: A dire il vero, sto gradualmente abbandonando anche le mie meravigliose pennellate per un approccio molto più semplice e freddo. Ho iniziato a usare molte penne e righelli. Oppure negli schizzi che compongono l’opera Nothing Lasts, la maggior parte del disegno è fatto con dei semplici evidenziatori. È piuttosto sorprendente (anche per me) perché per anni ho lavorato duramente per sviluppare una struttura con il pennello. Da giovane amavo profondamente i disegnatori più talentuosi con il pennello, ora non lo so. Per certi versi, c’è qualcosa che ti porta a distrarti quando vedi in un fumetto un segno con il pennello. Voglio che l’opera sia semplice e diretta. A volte significa sacrificare parte della bellezza esteriore, però questa potrebbe essere una razionalizzazione. Segui certi sentieri semplicemente perché è lì che ti conduce il tuo interesse, e poi in seguito ti crei delle motivazioni che suonano plausibili. Tutto quello che so è che il mio disegno sta diventando più compatto e più meccanico. Molto più piatto e meno evocativo. Potrebbe essere un errore… le persone rispondono alla sensuale pennellata. Chi lo sa?

Koom:  Sono un po’ triste a sentire che il tuo stile diventerà più compatto e meccanico. Mi viene in mente che lo stile di Jaime Hernandez ha preso quella strada negli anni Novanta, sebbene non possa dire che sia diventato meccanico. Anche quello di Adrian Tomine si è spostato verso una sensibilità molto più iper-grafica, sebbene entrambi fossero interessati alla grafica fin dagli inizi. In tutti questi casi, spezza il cuore guardare alla maturità precedente, quasi realistica a confronto, e non sentire una fitta per quel periodo. Anche i registi spesso diventano più scarni e controllati mentre vanno avanti. Oltre alla crescente sensibilità grafica, sento che in qualche modo sei diventato più espressivo nelle espressioni e nei tratti dei volti. Forse le opere precedenti avevano più dettagli ma sento che ora hai sviluppato la capacità di trasmettere l’espressione in modo veramente compatto e deciso. Le gocce di sudore sono esattamente nel posto giusto. I muscoli facciali fanno venire esattamente il giusto ghigno. Con questa pennellata decisa, lo stile dei tuoi lavori precedenti è più potente di quanto mi ricordassi. Comunque, stavo parlando con Jaime per un’altra delle interviste di questo gruppo e, rileggendo alcune delle sue opere dell’ultimo decennio, mi piaceva proprio il suo lessico del cartooning per quanto fosse delizioso e perfettamente ritmato. Evita le rotondità, il tratteggio e il dettaglio per ottenere una sintassi che è in grado di riverberare!
La mia ultima domanda riguarda il Canada e l’essere canadese. Nel bene e nel male, sei un’icona del fumetto canadese. Come ti senti? Con quali aspetti della psiche/identità canadese ti identifichi? Dopo tutto, è il nostro 150simo anniversario. Inoltre, quando ho letto The Great Northern Brotherhood una battuta mi è proprio rimasta dentro: qualcosa sul lieve dondolio del paesaggio dell’Ontario meridionale. L’hai descritto come un personaggio decisamente indefinibile, e solo le persone che sono cresciute in quel luogo sono in grado di riconoscerlo o provare quella sensazione... o almeno quella sembrava fosse la suggestione. Ho vissuto qui per trent’anni e solo ora inizio a percepirlo. Puoi dire qualcosa di più su questo senso dell’Ontario meridionale: che cos'è e come cerchi di trasmetterlo nella tua opera?
Seth: Mi identifico profondamente nell’essere un canadese. Amo il Canada e sebbene abbia visitato diversi luoghi bellissimi in giro per il mondo, mi sento molto legato a questa terra e non riesco nemmeno a pensare di lasciarlo. Sono collegato all’Ontario in modo speciale. Soprattutto, ovviamente, perché è qui che sono cresciuto e dove ho vissuto tutta la mia vita. Ci sono dei posti bellissimi dove vivere in Canada (senza dubbio), ma l’intimità è una qualità sottovalutata. Mi piacciono le cose conosciute. Hai accennato al mio commento sulle “colline ondeggianti dell’Ontario”. È un ottimo esempio. La “trama” di un luogo ti penetra sotto la pelle. A volte è così tanto dentro di te… così familiare… che non lo noti nemmeno. La forma della terra. Il colore del cielo notturno: bianco perlaceo contro le silhouette degli alberi e dei granai. I piloni della luce che “marciano” stagliati sul paesaggio. C’è qualcosa di meravigliosamente familiare in ogni paesino dell’Ontario in cui mi reco. Quelle strade principali hanno un aspetto dimesso che tocca profondamente la mia estetica.
Infatti penso che la mia estetica sia formata quasi interamente dall’Ontario della metà dell’Ottocento (con una buona dose di Art déco americana). Quando ero più giovane non credo capissi che quella era la fonte della mia “musa” artistica, ma anno dopo anno diventa sempre più evidente. Ora, quando guardo indietro al mio primo graphic novel, La vita non è male malgrado tutto, vedo proprio che fin dall’inizio stavo cercando di articolare qualcosa sull’Ontario. E su Toronto, naturalmente. Forse il mio lavoro sta diventando meno urbano da quando me ne sono andato da Toronto circa diciassette anni fa (cosa a cui faccio fatica a credere). Quando ritorno a Toronto, mi sento in qualche modo un estraneo. È cambiata molto. Sa troppo di estetica moderna per me… ma continuo a vedere spuntare qua e là molto della vecchio Toronto. Mi piaceva quella vecchia Toronto. Quando mi trasferii lì nel 1980, aveva ancora un forte spirito da metà del Ventesimo secolo. Ora non tanto.
Sintetizzando, credo che quello che voglio dire sul Canada sia che mi sento emotivamente legato e che voglio permeare la mia opera con quelle caratteristiche analoghe a quello che si prova a vivere qui. C’è qualcosa di intrinsecamente canadese nel mio lavoro e mi concentro su quelle qualità. Cerco di metterle in evidenza. Ma ovviamente questo è vero di molti artisti in molti luoghi differenti. Il luogo dove vivi permea quello che fai e il tuo pensiero. La campagna, i paesi e le città dell’Ontario sud-occidentale sono al centro di quello che faccio e del mio pensiero.
A proposito, anche a me piace il modo in cui Jaime ha asciugato il suo approccio nel corso degli anni. Nessuno è in grado di disegnare le figure in modo così abile e comprendere la gestualità in modo così perfetto. Migliora ogni anno. E anche Adrian.

Stammi bene e grazie per le domande attente e intelligenti! 

Koom: Il piacere è stato tutto mio! E per favore non esitare a chiamarmi se avrai mai bisogno di aiuto con quelle nuvole!

mercoledì 22 febbraio 2017

La Musica di Alan Moore (nel 2002)

L'aspetto negativo e frustrante di disporre di un enorme (disorganizzato) archivio - sia cartaceo che digitale - riguardante Alan Moore è che, spesso, diventa quantomeno problematico rintracciare quello che si vorrebbe. Al contrario, il risolto positivo è che, a volte, può saltare fuori un articolo, un'intervista, una fotocopia di un fumetto misconosciuto che non ti aspetti!
Quest'ultima, benedetta eventualità si è presentata proprio qualche giorno fa quando mi sono ritrovato tra le mani una stampa di un'intervista a tema musicale datata 2002. 
Si tratta di un set standard di domande proposte a celebrità di diversa estrazione dalla rivista britannica Mojo. L'intervista con Alan Moore (che viene presentato come "Scrittore, mago, genio del Fumetto") è stata pubblicata nel N.99 del periodico musicale, apparso nel Febbraio 2002.
Nel seguito potete leggere la mia traduzione.
Buona lettura e... buon ascolto! ♪ ♫ ♩ ♬
Brian Eno.
Mojo: Che groove ti stai godendo ultimamente?
Alan Moore: È da un po’ di tempo che ascolto pochissima musica. Un “groove” (è così che voi lo chiamate) per me costante è… Brian Eno. Ascolto molta ambient perché è un tipo di musica che non mi disturba mentre scrivo. I Basement Jaxx sono bravi. Ho ascoltato qualcosa degli Eels l’altro giorno, Daisies of the Galaxy

Se fossi costretto a scegliere, quale è il tuo disco preferito di sempre?
The Humors of... di Lewis Furey. È un artista americano che ha fatto un paio di album, Lewis Furey e The Humors of Lewis Furey. È stato ovviamente influenzato da Bowie e dalla scena glam, dalla disco e dai lavori di Bretch. 
Qual è stato il primo disco che hai comprato e dove?
Sono abbastanza sicuro che sia stato The Intro and the Outro della Bonzo Dog Doo Dah Band. L’ho preso in un negozio di dischi chiamato “Scott’s” in Fish Street a Northampton. Avevano un sacco di dischi psichedelici come Forever Changes dei Love. Era un posto pieno di mistero. Avrò avuto 13, 14 anni.

Quale musicista avresti volute essere?
Non ho mai voluto essere qualcun altro perché, beh accidenti, sono già abbastanza meraviglioso così come sono! Se dovessi dire un nome… Brian Eno perché il suo pensiero va oltre la musica. 
Che cosa canti sotto la doccia?
Gran parte della mia casa è una stamberga ma nel mio bagno anche Alessandro il Grande vorrebbe sguazzarci. Ieri cantavo How soon is now? degli Smiths. Tendo anche a fare Elvis Costello, Warren Zevon… Qualche giorno fa ho fatto Roland the Headless Thompson Gunner.

Qual è il tuo disco preferito del sabato notte?
Vado molto di rado alle feste. Sono troppo misantropo per quelle cose. Ma... Tom Waits. Suppongo perché ha fatto un pezzo che si intitola proprio The Heart of Saturday Night ma gran parte dei suoi primi lavori sono musica da sabato notte: storie di gente che vaga ubriaca o a cui manca la ragazza, di sabato notte.
I suoi primi dischi catturano il torbido fascino del sabato notte. 
E il disco della domenica mattina?
Goldfrapp. Ho sentito gente dire che è un po’ piatto ma non penso lo sia. Alison Goldfrapp ha una voce davvero interessante. Stavo per rispondere qualcosa dei Velvet Underground ma probabilmente soltanto perché hanno fatto una canzone che si intitola Sunday Morning. Un pezzo piuttosto paranoico:  "Watch out, the world’s behind you." [Attento, il mondo è dietro di te]. Ma sono sicuro che chiunque tra noi ha avuto delle domeniche mattina così.
I Velvet Underground.

giovedì 16 febbraio 2017

Il genio discreto di CHESTER BROWN

Chester Brown (foto: Sook-Yin Lee da The Comics Alternative)
Tornano le interviste su smokyland.
E si riparte, direi, alla grande con... CHESTER BROWN, autore canadese (vive attualmente a Toronto), tra le voci più rilevanti e originali del Fumetto contemporaneo, noto in Italia per graphic novel come Louis Riel, Non mi sei mai piaciuto, Il Playboy e Io le pago.
L'intervista originale è stata condotta dall'amico, scrittore e gentleman Koom Kankesan. Koom è nato nello Sri Lanka ed è immigrato in Canada con la sua famiglia nel 1987. Dopo aver condotto studi di Letteratura e Cinema attualmente insegna Inglese in una scuola superiore ed è autore di tre libri, il più recente dei quali, Tamil dream, è uscito lo scorso anno.
Ringrazio sentitamente Koom per l'autorizzazione alla traduzione e il sempre disponibile Omar Martini per la supervisione del testo da me tradotto.
L'intervista può essere letta in originale qui.
E ora lascio la parola a Koom e... Chester Brown! Buona lettura!

Vi perdono se pensaste che CHESTER BROWN sia immigrato a Toronto dal Lothlórien di Tolkien.
La sua persona ha qualcosa di enigmatico ed etereo. Pensatore profondo e paziente, Chester in realtà è emigrato dal sobborgo leggermente meno fantastico di Chateauguay, vicino a Montreal. Vive a Toronto da molto tempo e quando Seth, nell’intervista di ieri, ha detto che Toronto “puzza troppo di estetica moderna” (corporativa, noiosa, banale), ho pensato a Chester come a un antidoto, un’incarnazione della Toronto del passato che manca a noi tutti.  
La Toronto con i palazzi di mattoni dei The Kids in the Hall,  la Toronto rionale in cui Queen West e Annex non erano stati ancora gentrificati, quella Toronto popolata da negozi di libri usati e bar malfamati.
I suoi disegni, tratteggiati con la passione di un miniaturista, eseguiti col segno di un pennello ruvido appartenente a un’epoca passata, utilizzano una struttura e una matericità che colpiscono l’osservatore in modo singolare. Sono mattoni e librerie, rocce e alberi decisamente vivi. Il suo "Louis Riel" ha fatto clamore in tutto il Paese. Il successivo e coraggioso Io le pago non ha letteralmente eguali. Non c’è nulla di simile nel panorama dei graphic novel. Se non ne avete mai sentito parlare, correte ad acquistarne una copia: le mie osservazioni non gli renderanno giustizia.
Quest’uomo è un vero monumento nazionale. Per favore, per favore... si può togliere la regina della banconote da 20 dollari e mettere Chester al suo posto? Su un lato Chester e sull’altro Louis Riel: quella sì che sarebbe una banconota che alla gente piacerebbe maneggiare, tastare e… spendere! L’economia si impennerebbe.
I fumetti di Chester sono cambiati nel corso degli anni. Amo i suoi primi lavori come "Non mi sei mai piaciuto", "Il Playboy" e soprattutto "Ed the Happy Clown". I suoi libri più recenti sono diventati sempre più colti, controversi e hanno assunto una consistenza filosofica e persino politica. Percorsi dal suo costante bisogno di leggere e riflettere, il disegno, il ritmo e la composizione comunicano il sentire ultraterreno di Chester.
L’ho incontrato per parlare della sua vita e delle sue opere.
   
Koom Kankesan: Nell’ultima fase della tua carriera (Louis Riel, Io le pago, Mary Wept at the Feet of Jesus) sei sempre più attratto da una “forma accademica” per i tuoi fumetti. Ossia, fai sempre più affidamento alle note testuali finali che aggiungono commenti e informazioni sulle tue vignette e tavole al fumetti. È stata una scelta consapevole?
Chester Brown: Ho inserito delle annotazioni finali già nel mio adattamento del Vangelo di Marco del 1987, per cui non è una novità per me. Il cambio di formato dagli albetti al libro mi ha probabilmente fatto capire che, se avessi voluto, avrei potuto approfondire maggiormente i temi trattati utilizzando delle note scritte.

Qual è l’obiettivo nell’utilizzo delle note di chiusura?
Per quanto ne so, uso le note proprio come gli altri autori: per indicare le fonti o per approfondire temi che non avrebbero funzionato se inseriti nel “testo”.

Che riscontri hai avuto? Sei soddisfatto dei risultati?
Tendenzialmente, ai “puristi” del fumetto non piacciono mentre agli altri sì. Credo che i puristi pensino che col fumetto si possa raccontare e trattare qualsiasi argomento per cui un graphic novel dovrebbe contenere soltanto… fumetto. Personalmente credo che ci siano cose che funzionano meglio a fumetti e altre in prosa per cui… perché non utilizzare entrambi gli strumenti?
Sono molto soddisfatto dai risultati. Non mi aspetto che tutti leggano le note ma sono lì per i lettori che desiderino un ulteriore approfondimento. 

Come vedi le tue opera di un tempo come Il Playboy o persino Ed the Happy Clown, in relazione a questa tua fase più recente?
Beh, ho aggiunto le note anche a quei lavori più vecchi e preferisco le edizioni con le note a quelle senza.
Non è certo la prima volta che fai qualcosa di nuovo in ambito fumettistico, per questo trovo interessante la tua nuova direzione (sebbene come tu stesso hai detto risalga già a qualche decennio fa). Con Io le pago hai ricevuto molta attenzione per via dell’argomento del libro, ossia la prostituzione, e, in un certo senso, per il tuo controverso sostegno alla sua legalizzazione.  Nel tuo ultimo lavoro, Mary Wept at the Feet of Jesus, esamini il vasto tema della prostituzione in relazione con i racconti della Bibbia. Quando ne abbiamo parlato mi sei sempre sembrato sinceramente interessato alla Bibbia e alla Cristianità, per questo una simile convergenza tematica (Bibbia e prostituzione) potrebbe sembrare atipica e bizzarra. Ci sono delle ragioni politiche? C’è un messaggio che vuoi comunicare? 
I tre punti principali del libro sono che la madre di Gesù era una prostituta, che Gesù fu consacrato come Cristo da una prostituta e che Gesù sosteneva che la prostituzione fosse di giovamento per la società. Se la mia interpretazione degli antichi testi è corretta, credo sia interessante a prescindere dalla situazione politica. Ma, visto che pago per fare sesso, ho un interesse politico sul tema del lavoro sessuale e quei tre punti sono rilevanti rispetto a come la legge tratta gli operatori sessuali e i loro clienti. In primis perché la prostituzione è stata originariamente criminalizzata come risultato della sua condanna nelle scritture giudaico-cristiane. In secondo luogo perché le organizzazioni cristiane si adoperano tuttora pubblicamente, senza tregua, per criminalizzare il lavoro sessuale. Le ragioni terrene della criminalizzazione della prostituzione sono così stupide da essere immediatamente riconosciute come fesserie se non ci fossero dietro delle motivazioni religiose. 

Il tuo storytelling è piuttosto sobrio e misurato (per lo meno rispetto alla scrittura; dal punto di vista visivo è invece piuttosto stratificato). Come vorresti che i lettori si approcciassero a Mary Wept At the Feet of Jesus?
Spero sia di loro gradimento. Se si ignorano la postfazione e le note, si può leggere come una semplice rivisitazione di alcune storie bibliche e per me non c’è alcun problema se un lettore si approccia al libro soltanto in questo modo. Per quelli che invece vogliono maggiore approfondimento c’è una postfazione di 15 pagine. E per quelli che voglio DAVVERO immergersi nell’argomento ci sono le note finali. 

Come hai detto, tu paghi per fare sesso e credo che tu abbia ancora una relazione / “accordo esclusivo” con una “operatrice sessuale” in particolare?
Sì. La pago per fare sesso da circa quattordici anni.
Questo ti rende una sorta di outsider per la società. Persino Crumb è sposato e ha una figlia! Mi rendo conto che il termine “outsider” non sia perfettamente calzante (non sei certo un tipo come Hunter S. Thompson o William S. Burroughs… i nostri occasionali incontri per un the si sono spesso rivelati occasioni speciali grazie alla tua natura gentile e introspettiva), ma sei consapevole di questo fatto?
Non sono sicuro di esser d’accordo col ragionamento che tutti gli outsider siano come Hunter S. Thompson o William S. Burroughs. A ogni modo, capisco che io possa apparire come uno che sta “fuori” da questo tipo di società. I miei interessi e preoccupazioni non sono “mainstream”. Non guardo la televisione, non ho un cellulare, non sono su Facebook né su Twitter o su nessun altro social. E non ho alcun interesse nell’avere una relazione sentimentale o dei figli. Rifiuto molte delle convinzioni che ha la maggior parte delle persone che mi circondano. Detto ciò, non mi considero un outsider. Sono figlio di questa cultura, la comprendo e in generale la apprezzo così come apprezzo le persone intorno a me. E non penso che pagare per fare sesso mi renda un outsider: TANTISSIME persone pagano per fare sesso. È soltanto inusuale PARLARNE.
Aggiungerei che la relazione con l’operatrice sessuale con cui sto non è poi così strana. La amo e se ci vedessi interagire dubito che noteresti differenze rispetto a una qualsiasi altra coppia che sta insieme da quattordici anni. Beh, probabilmente ci trattiamo meglio l’un l’altro rispetto alla maggior parte delle coppie che stanno insieme da quattordici anni. 
Ovviamente pagare per fare sesso ha influenzato il tuo interesse per il tema e i tuoi lavori di questi anni, ma pensi che abbia influito sul tuo modo di disegnare e/o di scrivere in maniera più sottile?
Sto cercando di pensare a quali possano essere queste sottili influenze. Mi viene in mente che mi piace moltissimo disegnare e creare. Suppongo che più sono felice più questo, in generale, si riflette sul mio lavoro e condurre una buona vita sessuale tende a incrementare la felicità delle persone. E grazie alla splendida operatrice del sesso che frequento la mia vita sessuale è DAVVERO soddisfacente. 

Avresti potuto fare fumetti senza rivelare questo aspetto di te. Ti senti più libero ora come autore? Oppure, al contrario, hai sentito il bisogno di giustificare queste scelte della tua vita?
Mi è sembrata una scelta ovvia: più si parla apertamente di qualsiasi argomento più si è liberi. Forse sto semplicemente giustificando le mie decisioni ma la cosa non mi preoccupa comunque. Altri potrebbero preoccuparsi. Io sono troppo occupato a godermi la mia vita. 

Poco fa hai fatto una battuta sulle coppie che dopo una relazione di quattordici anni insieme non sono poi così carine tra di loro. Pensi che le storie d’amore convenzionali in generale portino all’infelicità? Quali pensi sia la ragione?
Il problema principale in una relazione sentimentale convenzionale e monogama è la sua natura esclusiva. Una persona dev’essere il partner ideale. Se fosse culturalmente accettato che una persona possa avere diverse relazioni amorose allo stesso tempo, allora nessuno si aspetterebbe che il proprio partner sia perfetto. La monogamia ingigantisce i difetti del partner. 
Volevo chiudere chiedendoti di quando ti sei candidato per le elezioni con il Libertarian Party. Concorrevi per il tuo distretto?
Sì, ero candidato per quello che all’epoca era il distretto di Trinity-Spadina, nel centro di Toronto. Da allora il distretto è stato diviso in due. 

Immagina se avessi vinto: come avresti conciliato i tuoi doveri di deputato con gli impegni quotidiani di fare ricerca, scrivere, disegnare? Non sarebbe stato un continuo scontro?
Se avessi vinto, suppongo che avrei dovuto mettere da parte la mia carriera artistica per un po’ di anni ma non è mai stato un vero problema dal momento che sapevo che non sarei stato eletto. 

Inoltre, considerando che sei una persona piuttosto introversa, mi risulta difficile immaginarti in politica. Che cosa speravi di ottenere con quel tentativo?
Sono un personaggio pubblico che gode di una qualche notorietà e volevo usarla per dare maggiore visibilità alle idee libertarie.

venerdì 10 febbraio 2017

SHITTY WATCHMEN!

Shitty Watchmen! LOL!
Mentre la DC Comics cerca in tutti i modi di "sfruttare" Watchmen - al di là di qualsiasi logica sia creativa che artistica e persino, forse, di business in sé - giungo a conoscenza di questa divertentissima e, probabilmente, necessaria iniziativa... SHITTY WATCHMEN! 

Shitty Watchmen [letteralmente, Watchmen di merda, N.d.T.] è un esercizio formalista che analizza il linguaggio del Fumetto così come è stato utilizzato da Alan Moore e, ancor di più, da Dave Gibbons.

Creato da Dave Baker, Nicole Goux, Rachel Dukes, Malachi Ward, Nick Diaz, Emilie Vo, Sam Ancona, Chuck Kerr, Colby Bluth, Robert Negrete e Sabrina Deigert, Shitty Watchmen cerca di esaminare il magistrale uso della composizione della tavola e della scansione in vignette di quello che è, senza alcun dubbio, il più complesso comic book mai creato. 
Con quali strumenti questi sbalorditivi traguardi artistici vengono decostruiti? Con dei disegni davvero di merda!

E quindi...Shitty Watchmen.

Da qualche parte sento Rorschach che se la ride. Hurm... LOL!
Nel seguito alcune pagine del progetto (QUI l'archivio): acquistabile QUI.
 
 
Shitty Watchmen.

sabato 31 dicembre 2016

1984. Autobiografia Mooriana

Nel seguito le note autobiografiche scritte da Moore e pubblicate nelle pagine della posta di The Saga Of Swamp Thing N. 25 nell'estate 1984: prima o poi gli amici di Fumettologica dovrebbero dedicare un bel pezzo dei loro - di approfondimento critico - sugli elementi comici, ironici e satirici della produzione e scrittura dell'autore di Nortampthon! ;)

Alan Moore
Nato nel novembre del 1953, le sue prime parole documentate, rivolte al dottore che gli aveva appena fatto respirare la vita a furia di schiaffi sul penzolante corpo d'infante, furono: «Sei nella lista nera, bastardo». Per i successivi venticinque anni non successe nient'altro.

Nel 1979 si ritrovò con preoccupazione a lavorare come cartoonist e illustratore per delle riviste musicali inglesi, senza ricordare come fosse finito in quella sconcertante situazione. Ancora più inquietante, venne a sapere di essere sposato, con una moglie e una bambina piccola a carico, e che le sue abilità di disegnatore erano pari a quelle di un comune lombrico. Pian piano, le cose peggiorarono.

Disperato, divenne uno sceneggiatore di fumetti, lavorando per pubblicazioni britanniche quali «Dr. Who Monthly», «2000AD» e «Warrior». Fece la sua comparsa un'altra figlia. Il gatto di famiglia sparì e non fu rivisto mai più. Nel 1982 la Society of Strip Illustrators lo premiò come “Miglior sceneggiatore” e fece lo stesso nel 1983, probabilmente a causa di un errore del computer. Nel 1982 ricevette anche l'Eagle Award come “Miglior sceneggiatore” e per il “Miglior fumetto”, ma fu profondamente amareggiato nell'apprendere che un "Eagle" era in realtà un attestato blu di discreto formato e non una grossa e pericolosa specie di uccelli selvatici capace di sollevare e portare via un bimbo. Il tempo passò.

All'inizio del 1983, in un futile tentativo di riappropriarsi della propria giovinezza perduta, adottò lo pseudonimo di Translucia Baboon e insieme ai Sinister Ducks, punk rocker influenzati dal duo Gilbert e Sullivan, pubblicò il suo primo singolo per l’etichetta  Situation Two. In poco tempo il disco si guadagnò quel genere di status che alla gente del mondo dello spettacolo piace definire come "un fallimento completo e penoso". Colpito dalle dure critiche riguardo le sue doti vocali, rispose come suo solito dichiarando: «Mi ritiro. Non rivedrete più in giro Translucia Baboon».
 
Attualmente vive a Northampton, in Inghilterra. Per rilassarsi gli piace guardare per ore un punto fisso posto a una distanza media, perdendo contatto con la realtà e parlando di se stesso in terza persona. Quando diventerà vecchio avrà l'aspetto del gemello cattivo di Babbo Natale. 

Trad.: smoky man & Omar Martini

martedì 20 dicembre 2016

Arriva il Mandrillo!!!

Alan Moore è... IL Mandrillo!
Alan Moore: Tutti noi abbiamo la nostra apocalisse in mente, giusto? E in un periodo di vuoto della politica, ecco che emergono i mostri. Tiranni. Dittatori. Per cui se si trattasse di un vuoto della cultura, forse potrebbe emergere un totalitario fascista dell’arte. E probabilmente sarebbe un mandrillo. Il mandrillo è la cosa più bella e terribile del creato: un babbuino con una maschera da demone. Ho visto il filmato di un leopardo a caccia nell’erba alta, che si avvicina silenzioso a un mandrillo seduto, che dà le spalle alla telecamera. Il leopardo deve aver fatto un rumore. Il mandrillo si gira di scatto e si può vedere il momento in cui il leopardo si rende conto di aver commesso un errore bello grosso. Il mandrillo gli è addosso con quegli splendidi bagliori blu sul volto, i denti allo scoperto. 
Per cui il dittatore che ho immaginato sarebbe un mandrillo. Alla fine dell'esibizione, il presentatore sta per introdurre il prossimo numero quando un gruppo di paramilitari vestiti di nero fa irruzione sul palco, taglia la gola al presentatore e annuncia che ora vige la legge del mandrillo. A questo punto si sente il suono di una sirena, le luci lampeggiano e faccio il mio ingresso – sono stato nascosto di sopra per tutto il tempo – indossando un meraviglioso redingote di raso, lungo fino al ginocchio con stivali dorati e ali sui tacchi. Il mio piano era di avere diversi costumi e alla fine mettere insieme uno sfavillante guardaroba.
Così sono salito sul palco come un mandrillo. Tutto truccato. 
Ha funzionato abbastanza bene.
Sono stato davvero un ottimo mandrillo

Il 23 Giugno scorso, il giorno in cui il Regno Unito votava per la Brexit, il Northampton Arts Lab, co-fondato da Moore, metteva in scena il suo primo spettacolo - intitolato Artmageddon - che si concludeva con lo scrittore di Northampton sul palco, in versione scimmiesca, a proclamare... la Legge del Mandrillo: qui il video e qui il testo del Mandrillifesto
Buona visione e lettura, in Inglese (mica posso fare tutto io, eh! :D )

Il testo sopra e molto altro saranno contenuti in un'intervista di imminente pubblicazione (Gennaio 2017) per i tipi di Post-Nearly Press: per maggiori informazioni e/o prenotare una copia, vedere qui.

(Ringrazio l'amico Omar Martini per il supporto alla traduzione.)

giovedì 15 dicembre 2016

recensioni in 4 parole [47]

Dacci l'Apocalisse quotidiana.
Grandi e sorprendenti incontri.
Soltanto il primo tempo.
Boselli, Bacilieri, Bauer: bello!
*********
Abbiamo detto 4 parole su:
di Gipi
Editore: Fandago/Coconino
Formato: cartonato, 288 pagine, bianco e nero
Prezzo: €19,50
Anno di pubblicazione: 2016
Per qualche parola in più: QUI 
di Akab, Onofrio Catacchio, Brian Freschi, Christian Marra, Gaetano Matruglio e Tommy Moretti
Editore: Passenger Press
Formato: brossurato, 112 pagine, bianco e nero
Prezzo: € 7
Anno di pubblicazione: 2016
Per qualche parola in più: QUI 
 
Monolith - Primo Tempo
Roberto Recchioni (soggetto e sceneggiatura), Mauro Uzzeo (sceneggiatura), LRNZ  (disegni)
Editore: Sergio Bonelli
Formato: cartonato, 98 pagine, colore
Prezzo: €16
Anno di pubblicazione: 2016 (anteprima Lucca Comics; disponibile da Gennaio 2017)
Per qualche parola in più: QUI

Dampyr Magazine 2016
di Mauro Boselli, Maurizio Colombo (testi); P. Bacilieri, Nicola Genzianella, Corrado Roi (disegni)
Editore: Sergio Bonelli
Formato: brossurato, 176 pagine, bianco e nero & colore
Prezzo:  € 6,30
Anno di pubblicazione: 2016
Per qualche parola in più: QUI

giovedì 8 dicembre 2016

Frank Miller 2001: The Dark Author Returns

Rovistando nell'hard disk m'imbatto in materiali di cui avevo del tutto perso la memoria. 
Ecco così che salta fuori, da quella miniera che fu Ultrazine.org, la traduzione di un'intervista datatata 2002 a FRANK MILLER, pubblicata originariamente a Dicembre 2001 su The Onion A.V. Club, in occasione dell'uscita di The Dark Knight Strikes Back. 
Credo che, in considerazione della pubblicazione di The Dark Knight III: The Master Race, iniziata nel 2015 e tutt'ora in corso, e della recente visita di Miller all'ultimo Lucca Comics & Games sia una interessante lettura (o ri-lettura).
L'intervista in Inglese è disponibile qui.
Intervista a FRANK MILLER
di Tasha Robinson
Traduzione: smoky man

Intervista apparsa a Dicembre 2001 su The Onion A.V. Club.
Pubblicata in Italiano su Ultrazine.org a Gennaio 2002

A 15 anni dall'uscita di The Dark Knight Returns (Il Ritorno del Cavaliere Oscuro), datata 1986, opera seminale e innovativa destinata a rivoluzionare l'icona Batman e lo stesso concetto di supereroe, FRANK MILLER pubblica il seguito del suo capolavoro. Esce così sul finire del 2001 negli Stati Uniti, il primo numero (di 3) di The Dark Knight Strikes Back.
In questa intervista Miller parla del sequel, dei suoi progetti, delle cattive abitudini dell'industria fumettistica e della sua carriera cinematografica.

Tasha Robinson: Perché un seguito di Dark Knight Returns dopo tutti questi anni?
Frank Miller: È piuttosto semplice: avevo una storia. Inoltre, ho sempre amato i supereroi - solo che non pensavo che fossero la sola cosa su cui fare fumetti - e avevo desiderio di farlo.
Quindici anni di lontananza mi hanno dato una nuova prospettiva. Ora sono di nuovo in grado di avvicinarmi al genere come quando avevo 7 anni… molto più di quanto ero solito fare.

Scrivere Dark Knight Strikes Back è stato più facile?
Solo nel fatto che ho imparato a fare meglio il mio lavoro. Tendo a spendere meno tempo in vicoli ciechi quando sto mettendo insieme la storia. Ma, in molti casi, è stato molto più piacevole. Perché quando ho fatto il primo, era una sorta di ribellione contro lavori precedenti, come la vecchia serie televisiva. Su come tutto era diventato così ridicolo. Questa volta, mi trovo a giocare con l'intero pantheon di personaggi DC e a cercare di mostrarli in modo da evidenziare ciò d'importante che li sostiene. Non mi interessa per nulla il matrimonio di Flash. Voglio vederlo muoversi veloce.

Si tratta di riportare i personaggi al "cuore" di quello che li rendeva interessanti all'inizio?
Si, si tratta di quello ma anche di aggiornali. Ci sono alcuni temi politici che si possono definire quanto meno "curiosi". Mi piace mettere un po' di satira politica nei fumetti di supereroi. So che può sembrare strano, ma mi viene naturale farlo.

Le prime pagine del primo numero suonano stranamente forti alla luce degli eventi dell'11 Settembre.
E diventano ancora più strane. Ho ultimato il secondo numero il 12 Settembre. E ci sono eventi nell'albo che… la gente penserà che ho fatto tutto dopo gli attacchi. Ma è troppo.

Vista la tendenza dopo gli attacchi di rivedere la cultura popolare e di togliere le immagini del World Trade Center e di terrorismo da qualunque tipo di opera d'intrattenimento, che ne pensi?
[Ride] Beh, è quanto si legge sui giornali.
Quando hai mostrato per la prima volta il lato violento e ossessivo di Batman nel primo Dark Knight, sentivi che stavi facendo qualcosa di nuovo sul personaggio, o pensavi di star semplicemente accentuando quello che già c'era?
Quello che cercavo era il sentimento che avevo provato quando a 6 anni lessi il primo fumetto di Batman. Quel ricordo è molto più vivido del resto della mia vita da bambino. Ma è per questo che alla gente piace farmi fare dei lavori così stupidi [ride]. Ricordo che aprii quel fumetto di Batman e mi ritrovai completamente catturato. Non so dirti quale numero fosse o altro, ma mi ricordo solo che il modo in cui la città era disegnata, e il fatto di un tizio vestito da pipistrello, mi lasciarono senza fiato. Quando stavo facendo il Dark Knight stavo essenzialmente cercando di evocare quello stesso sentimento, ma per un pubblico più maturo e sofisticato. Naturalmente, il tipo indossa un vestito da pipistrello - che genere di persona lo farebbe? Deve essere uno bello strano.

Intendevi fare qualcosa da cui l'industria fumettistica avrebbe imparato e che avrebbe imitato, o lo facevi solo per te stesso e per il tuo pubblico?
Stavo solo facendo del mio meglio, davvero. Voglio dire, al tempo in cui lo stavo disegnando, si trattava di un progetto che rendeva la gente un po' nervosa. Dico sempre a chi sta entrando nel business, se stanno facendo supereroi, di rivolgere l'attenzione a quei personaggi che non vanno bene. Così avrai un sacco di libertà in più. Perciò, stavo semplicemente facendo del mio meglio per mostrare quello che secondo me Batman avrebbe dovuto essere.

Ti è passato per la mente allora che stavi facendo qualcosa che gli altri avrebbero considerato rivoluzionario?
Devi essere un vero "egomaniaco" per pensare una cosa simile, ma credo che dovrei dire di sì. Perché è quello che mi dico sempre [ride].

Così sei partito consciamente per cambiare le cose nell'industria fumettistica?
Beh, sono partito per far notare delle cose. Vedendo come tutti quegli eroi erano stati castrati sin dagli anni '50, e come sembravano essere senza scopo. In quel mondo perfetto mostrato nei fumetti di quel periodo, perché la gente avrebbe dovuto indossare un costume per combattere il crimine?

Perché non c'era niente di così malvagio in quel periodo per giustificare un simile estremismo?
C'era solo un branco di cattivi da strapazzo. Fu nel 1985 che iniziai a lavorare su questo, e pensai, "Che genere di mondo sarebbe sufficientemente spaventoso per Batman?". E guardavo fuori dalla mia finestra.

Pensi che uno come Batman funzionerebbe davvero nel mondo reale?
Hmmm. No, penso che verrebbe ucciso molto in fretta.

Come descriveresti il tuo impatto sul fumetto?
Non sono io a doverlo fare.

Neanche considerando il tuo essere "egomaniaco"?
Beh, è quello che voglio dire [ride]. Voglio dire, devi pensare che quello che stai facendo sia, in qualche modo, importante in modo da farlo. Se non è importante, almeno ne valga la pena. "Importante" è una parola troppo impegnativa. Perché penso sia qualcosa di cui sei veramente contento, per spararla così grossa. E questo generalmente è la mia ambizione. Ma al tempo stesso penso: "Non credo che qualcuno l'abbia fatto prima d'ora", e incomincio a darmi pacche sulle spalle finché non mi faccio male.
Nel migliore dei mondi possibili, qual è l'effetto che ti piacerebbe avere sull'industria fumettistica?
Beh, mi piacerebbe che tutti leggessero fumetti [ride]. Mi piacerebbe vedere, in primo luogo, all'interno dell'ambiente fumettistico, meno reverenza per lavori che non erano poi così buoni. I comics sono in giro da più di 60 anni, e come accade in molti campi, è stata prodotta un sacco di roba orribile. Nel mondo dei fumetti si tende ad avere un eccessivo attaccamento alla tradizione. Le cattive abitudini sono dure a morire. Penso che il medium [fumettistico] potrebbe funzionare più efficacemente se perdessimo le cattive abitudini che sono state create prima che noi nascessimo.

Ti riferisci a qualcosa in particolare?
Beh, sì. L'eccessivo uso di parole. Si è finito con usarne troppe. E poi, l'accettazione da parte dei lettori in cose che sono assurde. Per esempio, che la gente possa volare. La magia di una cosa simile deve essere spiegata. Invece, prendi un qualsiasi fumetto, e nella prima pagina, c'è uno che vola. E non c'è alcun commento per questo. Dovrebbe essere un momento di meraviglia e sbigottimento.
Inoltre, mi piacerebbe cambiare le cose per allargare il campo un po' di più, così da ridefinire cosa intendiamo per fumetto commerciale. Ora, il fumetto commerciale indica tizi in costume che si pestano l'un l'altro. Mi piacerebbe almeno arrivare ad essere abituati all'idea di fumetti western, crime stories, di satira politica, autobiografici … tutte queste cose sono state fatte, ma il mondo sembra essere focalizzato sui supereroi.

Pensi che sia necessaria un'etichetta? È importante che una cosa sia chiamata "commerciale" e un'altra "alternativa", se la gente ha accesso ad entrambe?
Rappresenta una categoria mentale. Nella testa della gente "Fumetto" ha assunto il significato di un genere specifico, non di una forma di narrazione. Per questo qualcuno chiamerà Die Hard "cinema fumetto" mentre non ha nulla a che fare con il fumetto. Piuttosto il fumetto dovrebbe essere il mezzo con cui una storia viene raccontata.

È vero che originariamente volevi fare dei crime comics quando hai iniziato la tua carriera, ma che sei stato dirottato sui supereroi in quanto erano la sola forma legittima di fumetto commerciale?
Assolutamente sì. Chiamami stupido ma mi sono presentato con un sacco di schizzi di tizi in impermeabile e vecchie macchine e cose simile, e mi hanno guardato come se fossi pazzo. Ho dovuto imparare a disegnare i muscoli.

Che tipo di educazione artistica hai avuto?
Nessuna.

Sei del tutto autodidatta?
Sì.

Hai delle specifiche influenze a cui ti rifai?
Beh, sì. Praticamente qualsiasi cosa mi finisca per le mani. Pian piano che imparavo, uno dei miei insegnanti non ufficiali fu Neal Adams, che mi prese da parte quando ho iniziato a far veder i miei lavori nel suo studio. Mi faceva vedere come comporre meglio una pagina, ma in genere mi diceva di lasciar perdere e di tornare a casa. Ma io ritornavo finché non sono stato in grado di ottenere un lavoro.

Ti diceva quelle cose in un modo amichevole?
È un newyorkese [ride].

Voleva che lasciassi perdere ma ti ha comunque aiutato?
È un newyorkese molto generoso. Ma riguardo ciò che mi influenza, guardo un sacco di fumetti, soprattutto roba vecchia perché ci sono diversi splendidi disegni e alcune storie molto buone. Guardo un sacco di film e leggo molti libri. Ho sempre odiato questa domanda perché non so mai come rispondere, e mi è sempre parsa una domanda un po' stupida [ride].

Avendo raggiunto il decimo anniversario di Sin City, guardando indietro che cosa pensi di questa serie?
È stata una grande esperienza. Sono ansioso di tornare a lavorarci, questo è sicuro.

Sei riuscito a fare quello che volevi nella serie?
Penso di sì. Davvero. Voglio dire, amo mettere cose come la politica nelle mie storie, perché credo sia un buon argomento, sebbene sia difficile tenere il passo di questi tempi con tutti gli idioti che ci sono. Ma voglio solo che la gente legga le storie e le apprezzi.

C'è un significato metaforico nell'uso inusuale del bianco e nero, senza alcun tono di grigio?
In verità, è stato perché Lynn Varley non se la sentiva di colorare fumetti in quel periodo. Ed inoltre, volevo vedere se ero in grado di fare un fumetto tutto da solo. Ecco perché ho fatto anche il lettering. E si adattava davvero bene al genere. In un certo senso, Sin City è stato pensato per essere un qualcosa a metà tra un fumetto americano e un manga giapponese. Lavorando in bianco e nero, ho capito che l'occhio è meno paziente, e devi fare il punto, e qualche volta ripeterlo. Rallentare le cose è più difficile in bianco e nero, perché non c'è molto per l'occhio di cui godere. Un sacco del lavoro che faccio è per rallentare la tua lettura. Questo è quello che deve fare un fumetto. Trovare dei modi per attrarre o intrattenere l'occhio per far si che ti soffermi a guardare. Perché, diversamente da un film, io non ho alcun controllo sul tuo occhio. Tecnicamente, potresti impiegare dei secondi per leggere un mio lavoro, ma io voglio che ci impieghi dei minuti.

Il bianco e nero dei disegni tende a suggerire una semplicità morale che si rispecchia nella scala eroica dei tuoi personaggi - personaggi epici, larger than life, in particolare.
L'aspetto larger than life è quello che più mi interessa. Ho sempre disegnato storie dark. Occasionalmente, ho provato con un eroe perfetto, ma è un po' una forzatura per me. Mi piacciono invece un po' stronzi, ossessivi e strambi. Nessuna meraviglia che il supereroe a cui sono maggiormente associato sia vestito come un pipistrello.
In una delle più vecchie storie di Sin City facevi riferimento a Re Leonida e alla battaglia delle Termopili, e questo implica che stavi pensando a quella storia anni prima di fare 300. Per quanto hai pianificato di fare un fumetto su un tema simile?
Sapevo a malapena che sarei diventato un autore di fumetti. Penso d'aver avuto 7 anni, e i miei genitori portarono me e mio fratello a vedere un film dal titolo The 300 Spartans. Rimasi seduto lì sbalordito per il finale, in cui i buoni muoiono. Ero posseduto da quella storia. E sapevo che volevo fare fumetti, ma non ho messo le due cose in relazione per molti decenni. Ma ho sempre … quel film, sebbene sia una vecchia pellicola piuttosto goffa, beh quando hai 7 anni, certe cose non sono goffe. Quella storia ha dato spunto a molte delle storie che ho fatto, perché la nozione del sacrificio come gesto eroico è cosi efficace. [La nozione] che l'eroe fa quello che fa perché è nel giusto, e non perché alla fine prende una medaglia.

Come hanno reagito alla Dark Horse quando hai detto loro che volevi fare un fumetto su una battaglia dell'antica Grecia?
Con grande entusiasmo. Significa che sono stati degli ottimi editori. In primo luogo, morivano dalla voglia di sapere come sarebbe stato il fumetto. E lo ero anch'io, perché ero davvero in soggezione di fronte ad un tema simile. Ma alla fine ho deciso che avevo speso troppo tempo a parlare della storia, e se se non l'avessi fatta, mi sarei solo reso ridicolo. Ero preoccupato nel fare 300.

Deve essere piuttosto piacevole sapere che sei abbastanza affermato nel campo da poter lanciare un progetto così anticonvenzionale e avere un editore importante che ti appoggia?
È davvero un lusso che gradisco, ma che mi mette in tentazione di dire, "Oh, e ora che altro posso combinare?"

Sei tentato dal rompere le convenzioni solo perché puoi, o per vedere quanto puoi spingerti oltre?
Perché voglio rompere le convenzioni, e perché ho un'inusuale libertà. Persino quando lavoro con i supereroi. E mi piace farne uso, perché porta ulteriore libertà e le cose diventano meno ripetitive.

Hai mai avuto interesse nel fare dei film basati su Sin City?
Lo sono stato per un po'. Ho scritto una sceneggiatura e tutto il resto. Poi ho deciso che almeno per il momento lo avrei fatto solo se avessi avuto un controllo quasi totale. Non volevo cedere nessuno dei diritti. Il tempo non era ancora giunto, e avrei piuttosto continuato a fare altri fumetti.

Hai verificato come fama e licenza creativa in un medium artistico non si traducono in eguale fama e licenza creativa in un altro medium?
Non so. Voglio dire … Si, sicuramente è così, stavo tuffandomi in una vasca molto più grande che era piena di squali. Ma per me, è stata tutta una questione di controllo. Come sceneggiatore cinematografico, il lavoro mi piace. È un gran divertimento. Il cinema è un business davvero attraente, ci sono un sacco di soldi, e tutto il resto. Ma è un medium collaborativo, e vorrei avere molto controllo per fare Sin City.

Inizialmente, come sei stato coinvolto a fare sceneggiature per il cinema?
Il telefono ha squillato. L'ha fatto davvero. Avevo un agente per Hollywood da prima per via di un contatto con la televisione. Avevo appena finito Dark Knight da un paio di mesi e incominciamo a prendermi troppo sul serio. Grazie a dio non ho lasciato che qualcuno dei lavori che avevo fatto al tempo venissero pubblicati. Visto che avevo fatto io l'errore, credo sia colpa mia. E non mi stavo affatto divertendo. Il mio agente mi chiamò, e Joe Davison [il produttore esecutivo di Robocop] voleva sapere se ero interessato a scrivere Robocop 2. Per cui l'ho incontrato, e sono stato coinvolto nel processo produttivo dall'inizio alla fine.

Che ne pensi del prodotto finito?
È difficile per me dare un giudizio, perché ero sul set, ma penso che sia finito un po' fuori controllo. Non so, è difficile, perché quando lo guardo mi ricordo di come mi sentivo sul set con tutta la troupe e la gente intorno. Per questo mi è difficile giudicarlo.

Quanto il film è vicino alla sua sceneggiatura?
A quale? Ci devono essere state almeno una mezza dozzina di versioni di Robocop 2. E c'erano molte mani che si aggiungevano mentre si andava avanti.

C'è una significativa differenza tra il livello del tuo coinvolgimento in Robocop 2 e Robocop 3?
Sì. Quando ho fatto il primo, avevo l'aspirazione di regia, e pensavo davvero di poter controllare la cosa. Nel secondo, mi sono incontrato con il regista diverse volte, ho proposto delle idee, lui ne ha proposto altre, ho scritto una versione della sceneggiatura, lui ne ha scritto un'altra, e così via. Ma ho capito che era un lavoro su commissione, e la cosa era molto più divertente perché così non ero possessivo. Ho capito a quel punto che quello che mi appartiene sono i miei fumetti.

Sei rimasto contento dell'episodio della serie animata di Batman in cui viene usato il character design del tuo Dark Knight?
Oh, era meraviglioso [ride]! Si, era divertente. Bruce Timm, il responsabile dell'animazione, mi ha chiamato e mi ha chiesto se ero d'accordo che mettesse un po' di Dark Knight nello show. E ho risposto. "Sicuro, tu sei Bruce Timm!!!". E lui: "Vuoi vedere il soggetto?". E io: "No, sei Bruce Timm, mandami direttamente la cassetta!!!". La videocassetta è arrivata, e l'ho guardata per tre volte di seguito, ridendo a crepapelle. È uno spettacolo. È riuscito persino a rendere bene il mio Robin.

Questo indica che un cartone di Sin City nel tuo stile potrebbe funzionare?
Si, se fosse Bruce Timm a farlo. Ha fatto un lavoro davvero notevole. Sì, penso che sarebbe un bel divertimento. E solo che … un progetto alla volta, no?

Hai considerato di coinvolgere Bruce Timm e il suo team per un eventuale adattamento?
Oh, sì. Ne abbiamo parlato. Ma al momento non c'è alcun progetto.

Hai scritto qualche altra sceneggiatura per il cinema, a parte la sceneggiatura preliminare di Sin City e i due film che sono stati prodotti?
Si, ne ho fatto un paio che hanno fatto una fine terribile in alte pile su scaffali pieni di sceneggiature. Ce n'è una, che non so che fine abbia fatto ora, basandomi sul mio fumetto Ronin e che fu sviluppata insieme a Darren Aronofski [regista di Pi e Requiem for a dreamer]. Darren ed io stiamo attualmente lavorando a Batman: Year One some co-sceneggiatori. Gli ho passato una versione della sceneggiatura giusto l'altro giorno.

Come è lavorare con lui?
È un vulcano. Le idee gli escono dalle orecchie. Tendenzialmente ci divertiamo un sacco insieme. È buffo perché in molti casi penso d'essere quello più solare tra i due, e non è una cosa che mi capita di solito.

Non mi sembra che lui sia un tipo da fumetti. Sembra una scelta strana per dirigere il nuovo film su Batman. Qual è la sua visione del personaggio?
Tende a dare grande importanza ai fumetti. Comunque, non posso davvero dire cosa ci sia nel film, perché credo che quelli della Warner Bros manderebbe qualcuno a darmi una bella lezione. E chiedere allo sceneggiatore come sarà il suo film è come chiedere a un portiere quale palazzo debba essere espropriato.
Con JESUS! che sta succedendo?
Per il momento è fermo. Se mi mettessi a farlo, mi porterebbe via un sacco di tempo in ricerche, perciò bisognerebbe attendere comunque anni. E le vicende dell'11 Settembre mi hanno reso un po' meno interessato alla religione di questi tempi.

Eri interessato a fare delle ricerche in Medio Oriente, e anche questo non sembra certo una cosa fattibile ora.
[Ride] Anche quello dovrò aspettare.

Hai un background religioso?
Non proprio. Beh, credo di sì. Padre cattolico, madre quacchera. Ma non ero obbligato ad andare in chiesa. Sono andato ad una scuola domenicale di catechismo, ma non sono stato educato in una scuola cattolica o simili.

Sei interessato in ri-immaginare o ricostruire la figura di Cristo da una nuova prospettiva?
Non vorrei parlarne ora. Quello che ho in mente è inusuale, ma se inizio a parlarne, credo che mi sentirei poi in imbarazzo nel fare la storia.

Ci sono altri eventi storici o periodi, o personaggi che ti interessano?
Sì, ci sono. Mi sembra che ogni volta che guardo un evento storico, è come se fosse una storia che aspetta d'essere raccontata. Ce ne sono così tante. Prima o poi sarei interessato a fare qualcosa sull'Irlanda.

Hai in mente un evento o un periodo particolare, o sarebbe semplicemente un posto dove ambientare la storia?
Penso ai primi periodi dell'IRA. Il genere di cose su cui sono state scritte tutte quelle splendide ballate. Ma la Storia prende un sacco di tempo per fare ricerche, e ora sono più interessato a fare un altro episodio di Sin City, anche se penso che non lo farò più in albetti. Credo che uscirò direttamente in volume. La gente che legge Sin City ha una lunga durata d'attenzione, e prenderebbe il volume comunque. E mi sono divertito un sacco facendo Family Values, stando 5 mesi a fare un'unica grande storia. Con gli albetti, mi sento come se avessi una palla al piede. Essendo vincolato a fare solo 26 pagine alla volta … qualche volta voglio fare una singola scena che è più lunga di quelle pagine.

Una caratteristica particolarmente interessante del tuo lavoro è il linguaggio che usano i tuoi personaggi, specialmente nei due Dark Knight e negli albi di Martha Washington. Come sviluppi una parlata che suona così realistica?
Posso risponderti per quella in Dark Knight. Per gli altri lavori, è solo roba che ho sentito per caso o che ho inventato. Ma nel Dark Knight ha tutto a che fare con la città dove mia moglie e colorista Lynn Varley è cresciuta. I suoi fratelli - Don e Rob, a proposito - facevano parte di un gruppo di ragazzi che parlavano in un modo davvero particolare. Quando li ho sentiti, sono uscito di testa perché mi piaceva moltissimo. Era un modo di parlare davvero sarcastico. Una volta sono stato nel Michigan a far visita alla famiglia, e ho fatto sedere i due ragazzi e li ho registrati mentre parlavano, poi sono andato via e ho studiato il nastro. Poi ho scritto le mie storie, e dovevo sempre mostrare quelle parti a Lynn prima di letterare e lei mi diceva dove stavo sbagliando.

Così i membri della gang Don e Rob nelle due serie del Dark Knight stavano in realtà parlando in uno slang che esiste davvero?
Era il modo in cui alcuni ragazzi parlavano negli anni '80 in uno dei sobborghi di Detroit.

Hai intenzione di dare un seguito a qualche altra delle tue ideazioni, come Martha Washington?
Voglio fare altre storie di Martha e ho anche delle idee in merito, ma questo dipende dagli impegni del disegnatore Dave Gibbons. Prende molto più tempo disegnare queste storie che scriverle. Riguardo Hard Boiled non abbiamo alcun piano per un sequel.

Rolling Stone scrisse poco dopo l'uscita di Dark Knight: "Nelle mani di Miller, Batman è più grande di un'icona fumettistica. È il simbolo violento della dissoluzione e dell'idealismo americano". Come ti colpisce un'affermazione simile?
Qualsiasi cosa detta con passione, devo dire che mi piace. Devo anche dire che Batman era una metafora di tutto quello, soprattutto nella prima serie, nella seconda, non è poi così di cattivo umore. Infatti è di buon umore, e questo mette davvero paura.

In un certo senso, i volumi del Dark Knight sostengono un approccio da vigilante per affrontare la violenza e l'apatia della nostra società, e come tu stesso hai detto, eventi della nuova serie vanno in stretto parallelo con i fatti recenti. Pensi che la cosa potrebbe funzionare anche nel senso inverso? Ossia la gente potrebbe ispirarsi al Dark Knight per agire come un vigilante?
Non conosco molta gente che prenda ispirazione per le proprie idee politiche dai fumetti. Una simile idea mi spaventa da sempre. Sono solo uno che getta la propria roba contro un muro per vedere che cosa succede. Penso che nessuna cosa faccia sia in grado di influire sulla cose ad un livello simile. Penso che nessuno che faccia fiction possa farlo. Mi sembra che non sia questo lo scopo della fiction. In rari casi uno può scrivere un lavoro di fiction come Uncle Tom's Cabin [La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe, N.d.T.) o To Kill a Mockingbird [Il buio oltre la siepe di Harper Lee, N.d.T.], che è così potente o popolare da cambiare le cose. Ma penso che se uno cercasse di farlo di proposito per avere quell'effetto sulla società avrebbe un effetto negativo sul proprio lavoro. Finirebbe con lo scrivere un trattato.

Intervista apparsa a Dicembre 2001 su The Onion A.V. Club.
Pubblicata in Italiano su Ultrazine.org a Gennaio 2002

giovedì 1 dicembre 2016

Mese Mooriano: bilanci & ringraziamenti

Ieri si è concluso il mese Mooriano: tutto Novembre con (almeno) un post giornaliero dedicato allo Scrittore di Northampton!

Non sono certo che l' "esperimento" verrà ripetuto l'anno prossimo ma di sicuro stavolta è stato un successo, per lo meno rispetto all'obiettivo che mi ero dato, anche un po' inconsapevolmente, di proporre ogni giorno un "qualcosa" di relativo al Mago Barbuto.

In tutti questi anni tante cose sono cambiate - e anche questo mese di Novembre, personalmente (e non solo), ha riservato diverse sorprese (più o meno gradite; "that's how it goes, smokey!", direbbe il buon Alan) - ma la passione e l'interesse per Moore sono rimaste sempre una costante capace di rinnovarsi continuamente senza perdere mai vigore.

Per questo mese Mooriano non posso però non rivolgere un pensiero speciale agli amici artisti che hanno contribuito con la loro arte realizzando appositamente per l'occasione 9 splendidi ritratti dell'Autore inglese: un caloroso GRAZIE quindi (in ordine di apparizione) a Teresa Ennas, Onofrio Catacchio, Manuelle Z. Mureddu, Massimo Perissinotto, Dany&Dany, Armando Rossi, Antonio Nonnato, Sudario Brando e Piallo.

E... grazie a TE che passi a farmi visita su queste pagine!