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domenica 8 settembre 2019

ALAN MOORE: 5 INTERVISTE

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Era da diverso tempo che ci lavoravo (direi qualche annetto!) ma ora finalmente posso annunciarlo: il volume Alan Moore: 5 interviste (A5 brossurato, 112 pagine, b/n) è un oggetto reale e disponibile per chi fosse interessato!!!

Trattasi di una piccola auto-produzione realizzata in collaborazione con l'amico Angelo Secci (e la sua DIART DIGITAL ART), autore anche della psichedelica copertina.

Il libro può essere acquistato via PayPal al prezzo di 11 euro (9 per il volume + 2 per la spedizione come piego di libri, packaging incluso).

Al momento sono disponibili un centinaio di copie. Se occorrono ulteriori informazioni o dettagli, scrivete a info (at) diartdigitalart.com o al solito smoky_man (at) yahoo.com

Il volume include 5 interviste: 3 del tutto inedite in Italia; 2 oramai di difficile reperimento, ossia l'intervista inclusa nel volume Alan Moore: biografia, testi, fotografie (2002, Black Velvet) e quella apparsa nel 2008, in due parti, sulle riviste Scuola di Fumetto e Blue (Coniglio Editore).

Le interviste, pubblicate tra il 2000 e il 2017, sono firmate da Koom Kankesan, George Khoury, Omar Martini, Raphael Sassaki e da Antonio Solinas (con la mia collaborazione). 
Queste edizione è inoltre impreziosita dall'introduzione di Adriano Ercolani e dalle illustrazioni di Tiziano Angri, Onofrio Catacchio, Massimiliano Leomacs Leonardo, Gianluca Pagliarani e Armando Rossi, senza dimenticare il blurb in quarta di copertina firmato da Paul Gravett.
Grazie a tutti per il loro inestimabile contributo e consenso alla pubblicazione! In particolar modo è stato difficile scegliere i ritratti, in pratica una scelta pressoché "casuale" tra gli amati pezzi della mia collezione; per l'inevitabile esclusione mi scuso quindi con gli amici artisti che negli anni hanno per me realizzato la loro versione del barbuto di Northampton: che Glicone sia con voi (e spero ci siano altre occasioni in futuro)!

Che altro aggiungere? Beh... aspettiamo i vostri ordini e successivi pareri sul volume! ;)
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Ricordo ancora che il libro può essere acquistato QUI al prezzo di 11 euro (spedizione inclusa).

martedì 4 ottobre 2016

Vedi Treviso e poi godi!

Si potrebbe iniziare con un "C'era una volta un tizio fumoso, una ragazza dai capelli rossi e un baldo riccioluto che allegri se ne andavano in giro per Treviso...", ma sarebbe riduttivo sia per il cast dei personaggi sia per il fiabesco approccio. Per cui andiamo dritti al resoconto caotico ed emozionale, senza alcun intendimento d'essere minimamente esaustivo.
Il TCBF 2016 (22-25 Settembre) è stato per me, per noi, probabilmente per tutti quello che c'erano... un'autentica F-I-G-A-T-A! 
Ops, scusate l'entusiasmo che chiarisce definitivamente l'assenza di qualsiasi distacco critico.
Ah!, ovviamente dimenticherò di citare qualcuno: non vogliatemene. ;)
L'omaggio di Lorenzo Palloni sul suo Esatto. Palloni, vincitore del Boscarato (mica pizza e fichi!).
Dopo un'iniziale incertezza, la decisione d'essere a Treviso quest'anno - la prima volta in assoluto per me -  è stata presa soprattutto per via dell'annunciata presenza al TCBF di diversi autori inglesi per la mostra "Land Escapes", artisti a cui sono particolarmente legato - in primis Gary Spencer Millidge, amico e compagno di mille avventurosi progetti, spesso legati all'amato Zio Barbuto - che non vedevo da un decennio circa! [Potete leggere il resoconto di Gary qui, se volete: in Inglese, of course!]
Una veduta di Treviso in una splendida giornata di sole d'inizio autunno.
Prima tappa, il 23 Settembre, per l'inaugurazione al Museo Bailo della mostra "Da Caffi a Fior": un'occasione unica per vedere le tavole del nuovo lavoro, ancora work-in-progress, dell'autore de L'intervista dialogare con i dipinti e i colori di Ippolito Caffi, importante pittore veneto del XIX secolo. Impeccabile l'allestimento in una location d'eccezione, ben calibrata l'introduzione del curatore Carlo Sala, folla delle grandi occasioni e visitatori curiosi (tra cui moltissimi "addetti ai lavori"): di più che si può chiedere? Un originale di Fior? :D
 
Fior in mostra!
E dopo le raffinatezze museali si prosegue, sempre il 23, con l'energia sanguigna di "40 anni di punk" dedicata al rumoroso fenomeno del no future! Tantissimi omaggi appesi alle pareti della Sala d'Arme di Porta Santi Quaranta e prestigiosa, essenziale presenza di John Holmstrom.
Opere di John Holmstrom.
Davide Toffolo omaggia i Ramones.
Omaggi assortiti di qualità!
L'intesa giornata prosegue con le autentiche (giovani e meno giovani) star di Mammaiuto e il loro show, "Un vecchio parte per un viaggio. Ferisce qualcuno. Non torna più a casa.", realizzato appositamente per il TCBF (ai Mammaiuti piace fare le cose in grande! ;)). Alcol, tanti amici e conoscenti intorno ("hey, quanto tempo senza vederci!"), bella gente e alla fine... balletti assortiti a ritmo di rock'n'roll o quel che era!
Ammirando Mammaiuto!
Let's rock, gente! :D
E il 23 si chiude con l'inaugurazione alla mezzanotte, preso la splendida Casa dei Carraresi, della mostra "Nobrowhood", dedicata a cinque artisti della casa editrice inglese Nobrow. Un pizzico abbondante di hipsterismo, libri dal package attraente, tatuaggi, cose belline e pettinate, musichina trendy con dj set a fare da sottofondo a un allestimento curato e allineato con l'estetica dell'editore.
Non sono del tutto convinto dalle loro proposte, lo ammetto. Poco prima durante il momento Mammaiuto mi intrattenevo a chiacchierare con l'immenso Paul Gravett e - forse per via di qualche bicchiere di vino rosso di troppo - coniavo (coniavamo?) per Nobrow la definizione "Artsy Image". Mi è parso che Gravett confermasse, mi è parso. Sarà stato il vinello? :D
 
L'inaugurazione della mostra "Nobrowhood". Foto tratte dalla pagina Facebook del TCBF.
E arriva il 24: si parte con il talk "Manuale non illustrato per illustratori", presentazione dell'omonimo libro, coordinato da Ale Giorgini e con la partecipazione di Riccardo Guasco, Jacopo Rosati e Francesco Poroli. Talk interessantissimo condotto con brio e competenza da Giorgini ottimamente coadiuvato da Guasco, Rosati e Poroli con diversi momenti davvero esilaranti. E l'importante (seppure scontata, direi) indicazione, al di là degli aspetti tecnici toccati nel libro: "Quello che importa, più dello stile, più della tecnica è... avere qualcosa da dire."
Illustratori alla ribalta!
Ma è soprattutto il grande giorno dell'inaugurazione di "Land Escapes", incentrata sui fumettisti britannici, curata dall'amico Alberto Corradi & da Paul Gravett presso gli Spazi Bomben Fondazione Benetton e alla presenza - oltre che dello stesso Gravett - di alcuni degli autori in mostra: Dave McKean (senza voler sminuire gli altri artisti presenti, la "star" dell'evento), Tula Lotay, Chris Reynolds, Hunt Emerson e Gary Spencer Millidge. Splendida mostra, in un allestimento prezioso e curato: che dire? Un applauso a tutti. E... God save the Queen!
Ah, a Dave McKean sono rimasti impressi... i pesci di Treviso (!!!): "li disegno sempre..."! :D
L'ingresso della mostra "Land Escapes".
Da sinistra a destra: H. Emerson, G. Spencer Millidge, A.Polita, N. Ferrarese,
D. McKean, A. Corradi, P. Gravett, L. Lotay, C. Reynolds.
Si ammira la mostra: che gioia per gli occhi!
La giornata prosegue con la presentazione di Palla, il nuovo, sorprendente lavoro "indie" (pubblicato dagli  adorabili tipi di Hollow Press) dell'amato Paolo Bacilieri, sempre elegantissimo e disponibile con tutti. Molto buono l'allestimento della Galleria Papermedia (e il rinfresco a tema dominato dal colore rosa e dalla forma cerchio) nonostante gli spazi ristretti (peccato per la copertina del volume nascosta dietro la porta d'ingresso); impagabile la possibilità di ammirare dal vivo le tavole originali di una storia completa di Bacilieri!
"Il fumetto stampato è diverso dalle tavole originali. Oltre ai retini e alla pulizia, ci sono cambiamenti nell'ordine delle vignette, ribaltamenti... lo faccio sempre. Per me i designi su carta sono una sorta di materia prima su cui lavorare per costruire la storia che poi verrà stampata e che il lettore finale leggerà."
Nicola Ferrarese introduce Paolo Bacilieri e il suo Palla.
Il 24 si conclude con il ritrovarsi inaspettatamente a cena (grazie Alberto Corradi! SMACK!) con alcuni degli autori inglesi invitai al festival e alcuni italiani, tra chiacchiere sul fumetto e sulla manifestazione ma soprattutto... tanto buon cibo, salumi e formaggi assortiti, vino di qualità e un tiramisù divino. Non si vive di solo Fumetto, eh! :)
Ehmmm... durante la cena ho colpevolmente estorto qualche sketch: sotto potete ammirare il magistrale e generoso Lee Bermejo (su sfondo alcolico!) mentre, con la sola matita, evoca magie sul foglio bianco!
Il 25, ultimo giorno di TCBF! Ci si fionda con un poco di ritardo alla conferenza di "Land Escapes" a sentire gli autori inglesi parlare della loro esperienza, del fumetto in UK e degli influssi del fumetto europeo. Il talk è un po' compresso perché a seguire - negli stessi spazi dell'Auditorium Fondazione Benetton - si tiene la premiazione del Boscarato a cui, colpevolmente, non partecipo (mi perdonate?): qui però provate la lista dei vincitori.
Ci si precipita per l'ora di pranzo all'inaugurazione delle mostre a Casa Robegan: "Il colore di Chaykin", "Lee Bermejo", "Viva Valentina" e "Tupac Shakur". Non vorrei sminuire le altre esposizioni ma gli originali a colori, di grande formato, del Maestro Howard Chaykin sono un'emozione indescrivibile e le tavole di Bermejo un'incredibile esibizione di classe ed eleganza. Poi... tutti sul prato a mangiare cuscus e bere buon vino, il tutto gentilmente offerto dall'inappuntabile organizzazione: olé! 
Chaykin in mostra!
Dulcis in fundo, praticamente quasi al limite del tempo massimo consentito, doverosa visita alla Mostra Mercato, presso l'I.S.R.A.A, che chiude per le ore 19: chiacchiere e saluti volanti con autori e amici vari (incluso abbraccione con Gary!), qualche acquisto di fumetti praticamente strappati dalle scatole che già fanno capolino per sgombrare gli stand... e quasi troppo in fretta, si chiude, sipario (spritz, almeno una volta bisogna dirlo, eh! U_u)! 
Il tempo di una pizza con i reduci dell'organizzazione, di accettare felice l'omaggio di una maglietta targata TCBF (sì quella con il disegno di Martoz, altro talento che ho solo fugacemente incrociato !), di dedicare un sonoro e calorosissimo applausi a tutti, TUTTI, quelli che hanno contribuito concretamente alla manifestazione ed è già tempo di andare e... pensare al 2017!

Ci si rivede, Treviso. E grazie per tutto il pesce! :)

[Ho dimenticato di citare tanti, troppi nomi di amici e conoscenti che ho incontrato in questa frenetica 3 giorni: siete tutti nel mio cuore fumoso, sappiatelo!]
Ciao ciao Treviso! Forse ci si rivede per BACON o per il prossimo TBCF!
PS.1: Vi risparmio la manciata di sketch raccolti e di fumetti acquistati: vi voglio bene, lo sapete? :D
PS.2: Se guardate bene e aguzzate la vista, magari, in giro per la notte di Treviso vi potrebbe capitare d'incontrare un tizio fumoso, una ragazza dai capelli rossi e un baldo riccioluto. Forse.

venerdì 16 gennaio 2015

Dylan Horrocks e la magia del Fumetto

DYLAN HORROCKS è un autore neozelandese che ho sempre seguito con grande attenzione sin dai tempi del suo splendido Hicksville (edito nel 2003 dalla mai troppo lodata Black Velvet dell'amico Omar Martini) e che ho avuto il piacere e l'onore di coinvolgere, anni fa, per il "mio" Alan Moore: Ritratto di Uno Straordinario Gentleman.
Dopo una lunga assenza e una "dolorosa" parentesi come sceneggiatore per testate edite dalle major americane, Horrocks fa il suo ritorno, come autore completo, con Sam Zebel e La Penna Magica, annunciato in uscita il prossimo Febbraio per Bao Publishing. Un'anteprima del volume è disponibile qui.

Nel seguito potete leggere un'intervista all'autore condotta da Paul Gravett, uno dei massimi esperti mondiali di Fumetto, e pubblicata sul suo sito qualche giorno fa.

L'intervista è stata tradotta e appare su questo blog con il permesso di Gravett e Horrocks che ringrazio.

L'intervista completa, unitamente a un'interessante introduzione, in Inglese, può essere letta qui.
Il sito ufficiale di Dylan Horrocks: qui.
Dylan Horrocks
Intervista a cura di Paul Gravett. 

Paul Gravett: In Hicksville hai immaginato un’incantevole, sobria, remota e probabilmente inottenibile utopia per il Fumetto, in Sam Zabel e La Penna Magica, invece, hai utilizzato un avatar per esplorare la realtà, meno idilliaca, di fare fumetti, più o meno, per soldi. Quali sono stati gli ostacoli e i dilemmi che hai dovuto affrontare per ritrovare la strada e tornare a fare fumetti? Come sei stato in grado di superare le difficoltà?
Dylan Horrocks: Dopo Hicksville ho trascorso diversi anni a scrivere fumetti commerciali per la Vertigo e la DC [ad esempio su testate come Batgirl dal N. 39 al N. 57, una run di 19 episodi, e su Hunter: The Age of Magic per una miniserie e venticinque albi, N.d.T.]: è stata un’esperienza affascinante (e mi ha permesso di pagare un sacco di bollette!) ma mi ha quasi ucciso come autore. Scrivevo in una voce che non era la mia e spendevo un sacco di tempo sentendomi intrappolato nelle fantasie altrui. Alla fine avevo quasi perso la mia voce autoriale e anche la mia fede, che mi aveva sostenuto per tutta la vita, nelle storie e nell’arte. Non riuscivo più a fidarmi delle storie. Sam Zabel e La Penna Magica è stato il mio tentativo di trovare una via d’uscita.

Il mondo e i fumetti sono cambiati tantissimo da quanto serializzasti Hicksville, in bianco e nero, su Pickle. Ora Sam Zabel è stato proposto a puntate sul web, a colori, per poi essere pubblicato in contemporanea in volume da editori di tutto il mondo. Qual è il tuo parere su questi cambiamenti, in meglio e in peggio?
Mi ricordo quando, negli anni '80, le fotocopiatrici si diffusero e divennero accessibili a tutti portando alla nascita dell'editoria indipendente, dei mini-comics e delle fanzine. Sembrava una rivoluzione. Ma Internet ha portato la cosa su un livello completamente diverso. Non sorprende che molti editori e rivenditori abbiano problemi ad adattarsi ma l'aspetto per me più importante è l'esplosione di nuovi autori, completamente diversi tra loro, che hanno scelto il fumetto e lo stanno portando, online, in tantissime nuove direzioni. Vivendo in una minuscola nazione, praticamente alla fine del mondo, sono particolarmente consapevole delle possibilità offerte da Internet nel dare visibilità a disegnatori e scrittori prima marginalizzati, non solo per via della nazionalità, ma anche di genere, identità sessuale, appartenenza etnica e quant'altro.
Ovviamente non è tutto rose e fiori. I governi e le multinazionali stanno facendo del loro meglio per mettere Internet sotto il loro controllo, e le cose stanno cambiando rapidamente. Sono tempi interessanti... L'altro grande cambiamento nel mondo del Fumetto sin dai tempi di Pickle è stata l'ascesa del graphic novel. Vent'anni fa l’idea che i fumetti sarebbero stati recensiti regolarmente su riviste importanti e nominati nei principali premi letterari sembrava un’utopia quanto Hicksville. Fatico ancora a crederci. E mi piace ancora scoprire qualche strano fumetto auto-prodotto e pinzato a mano andando in giro per le mostre dedicate all’editoria indipendente…
Osamu Tezuka, il “Dio” del Manga, una volta disse che viviamo in un’epoca in cui il fumetto è come l’aria. In parte era un ammonimento sui potenziali effetti inquinanti sul fumetto stesso. Che cosa ne pensi di questa sua preoccupazione?
Non mi preoccupo dell’effetto sui fumetti piuttosto mi preoccupo per le storie e l’arte in generale. Noi viviamo e respiriamo queste cose (e per questo la metafora di Tezuka è meravigliosa): danno forma e filtrano le nostre esperienze, pensieri ed emozioni, la nostra visione politica ed etica, la religione e la scienza. Non riesco a capire gli scrittori e i disegnatori che non provano un’ansia vertiginosa per via del potere che hanno le immagini e le storie. È una cosa che mi spaventa da morire. Ma, cielo, amo così tanto le storie…

Parlando di anedonia, una parte di me vorrebbe ancora riuscire ad apprezzare i miei supereroi preferiti. Personalmente il grande problema morale è l’ingiustizia perpetrata dalla Disney e dalla Time-Warner-AOL nei confronti dei (co-)creatori di questi personaggi tanto da macchiare indelebilmente le loro saghe senza fine. Gli accordi extra-giudiziari oppure le cause legali respinte non sono di alcun aiuto. Potremmo mai davvero far ritorno a quei territori della fantasia?
Nello stesso periodo in cui ho iniziato a scrivere Sam Zabel e La Penna Magica, ho tenuto una conferenza a Christchurch sul futuro della letteratura in Nuova Zelanda. Ero nel pieno della mia crisi creativa e così, invece di concentrarmi su fumetti o romanzi, ho parlato di Dungeons and Dragons e di altri giochi di ruolo fantasy, della creazione di mondi immaginari come una vera e propria forma d’arte e di come fossero un modo per sfuggire alle seduzioni del racconto strutturato. Successivamente, una persona del pubblico disse che da aveva giocato ossessivamente a D&D ma che un giorno improvvisamente capì che non si divertiva più. Non riusciva più a sospendere l’incredulità e improvvisamente gli sembrò tutto così stupido. Con tono triste disse: “A volte vorrei che potessimo accendere e spegnere la nostra post-modernità a comando.” Non so se sia un problema di post-modernità o semplicemente il fatto che si diventa vecchi, ma capisco quello che intendeva dire. Ci sono giorni in cui farei di tutto per poter tornare indietro. Ma poi inizio a disegnare e, in un certo senso, lo faccio.

Mi preoccupa e mi interrogo sul lavaggio del cervello che i bambini, al giorno d’oggi, subiscono da Spider-Man, Batman e compagnia bella, sin dalla culla o dal passeggino e dai vestitini che indossano. Sono uno stupido?
Saresti stupido a non preoccuparti e interrogarti. Ma questo non significa che sia davvero un problema. Forse è una cosa meravigliosa? Eppure… eppure…  

Soltanto in America ci sono due multinazionali globali determinate a diffondere un limitato numero di marchi in tutto il mondo. È vero che ci sono altre realtà di lunga durata, con brand importanti da altre parti come Monica in Brazil, i Pokemon in Giappone, Blake & Mortimer in Francia e Belgio, Tex, Diabolik e Dylan Dog in Italia… suppongo Beano e Judge Dredd in Inghilterra… ma questi non sono stati imposti in tutto il mondo né dominano completamente il mercato locale in cui si rivolgono. Dovremmo preoccuparci di questa tendenza? Le cose cambieranno o queste storie interminabili non avranno mai fine?
Quello che trovo più difficile da capire è il fatto che questi personaggi che dominano il nostro immaginario collettivo sono tutti dei brand. Mi sentirei meglio se Batman e Capitan America fossero nel pubblico dominio. Una paio di secoli fa, le principali icone culturali erano patrimonio di tutti. Le icone odierne sono trattate come delle proprietà private non dai loro creatori né dagli innumerevoli fan che hanno investito così tanto in loro ma da enormi aziende. Mi piace quando i fan invertono questa relazione e prendono il possesso creativo attraverso il cosplay o la fanfiction. E spesso è proprio lì che si trovano le versioni più interessanti dei più popolari supereroi. Un esempio è Steve Rogers, American Captain, splendido webcomic del neozelandese Robyn Kenealy.  
Né tu né Zabel potete costringere voi stessi ad affermare, nel libro, che “siamo moralmente responsabili per le nostre fantasie” ma ovviamente, grazie alla magia dei fumetti, quella inespressa possibilità tuttavia si mostra direttamente sulla pagina. Inoltre usi il fumetto per mostrare le fantasie erotiche di Sam e allo stesso tempo per confrontarti con esse e metterle in discussione.
Non ho mai voluto che La Penna Magica presentasse una risposta semplicistica a quella domanda. Il libro si apre con due citazioni contraddittorie: una di Yeats, l'altra dell'attrice pornografica (e autrice) Nina Hartley. Queste due frasi, messe insieme, danno inizio a un dialogo, un dibattito.  E il libro porta avanti quella conversazione: espandendola, proponendo punti di vista diversi e complicandola, sollevando nuove domande. Non voglio che il lettore scopra le mie risposte, voglio che esplori quelle domande da sé. Per provare il piacere e il potere della fantasia, anche domandandosi che cosa sia veramente. Non mi fido delle risposte semplici. Penso semplicemente sia una discussione importante da affrontare.

Sei contrario alla censura nei fumetti da parte dello stato o da sistemi di autoregolamentazione? E all'auto-censura? Ti sei censurato su La Penna Magica?
Credo che i pericoli della censura di stato o di sistemi di autoregolamentazione sui fumetti siano superiori a qualsiasi beneficio.
L'auto-censura è un aspetto più complesso. Ci sono pagine in La Penna Magica che ho ridisegnato diverse volte perché, nella prima versione, sentivo d'essermi spinto troppo in là. Volevo trovare il giusto equilibrio, il giusto tono.
Ma ho anche permesso che la storia mi portasse in direzioni che mi hanno fanno sentire a disagio perché sentivo l’esigenza di essere sincero. Sono affascinato dagli artisti che si concedono d’essere indulgenti perché si immergono in profondità nelle loro fantasie e desideri. Sono come speleologi che esplorano le profondità della nostra mente e del nostro corpo come se fossero delle grotte. Ma mi preoccupa quello che scopriremo laggiù in fondo? Credo che dobbiamo sempre riportarlo in superficie e condividerlo con tutti? Questi sono aspetti più complicati.

Mi chiedo se la libertà di fantasticare non scada facilmente in triti cliché e non rafforzi gli stereotipi. Si tratta di aspetti condivisi, populisti e profondamente instillati nelle nostre culture che forse è difficile smuovere o abbattere, no? È inevitabilmente più semplice attenersi a prospettive appaganti piuttosto che metterle in discussione o contraddirle?
Non credo che sia necessariamente un problema. La ripetizione di tropi e cliché familiari è un elemento chiave dell’arte e del racconto popolare; è parte di come esploriamo la nostra cultura e noi stessi, facendo ritorno sugli spessi percorsi ancora e ancora, conoscendone intimamente ogni più piccola sfumatura. Questi luoghi noti possono essere interessanti e rivelatori, e anche curativi e dare conferme. Naturalmente, metterli in discussione è altrettanto rivelatorio ma non credo neghi il loro valore.   
Per me, la cosa più importante è il fatto che una specifica fantasia sia sincera. Anche se uno scrittore, un fumettista o un pornografo non fa nient’altro che ripetere i soliti cliché, se lo fa perché è quello che arriva dal suo io più profondo, allora credo che probabilmente sarà interessante e potente. Ma se invece si tira in ballo soltanto quello che pensa voglia il mercato, o quello che il suo editor gli chiede, suppongo d’essere meno interessato alla cosa. Se mi stai dando in pasto una fantasia che soddisfa un desiderio, allora è meglio che sia qualcosa che l’artista desidera, altrimenti non sembrerà autentica. È molto difficile mentire sul desiderio. Intendiamoci, le persone si ingannano continuamente fingendo falsi orgasmi. Per cui… chi può dirlo? 
Credo che tu stia lavorando anche a un graphic novel erotico. Qual è la “bussola morale” che stai seguendo? Qual è la tua opinione su fumetti erotici/pronografici come quelli, ad esempio, di Manara o Lost Girls di Moore e Gebbie e sul potenziale inesplorato dell’argomento in ambito fumettistico?
Lost Girls mi piace molto. Su Manara il giudizio è più complicato ma non posso negare la sua ossessiva risolutezza. C’è una lunga tradizione di fumetti erotici, che risale fino alle origini del Fumetto stesso, ma sono ancora dell’opinione che l’argomento abbia enormi potenzialità.
La sessualità è così complicata, così importante, così affascinante, così piacevole e disturbante – e la nostra ambivalenza nell’esplorarla così estrema – che mi stupisce come tutti non ne scrivano.
Qual è la mia “bussola morale”? Scrivere e disegnare è come muoversi su territori inesplorati. Se non sai dove stai andando, una bussola può solo aiutarti tantissimo. È importante tenere gli occhi sul terreno…

[Dylan Horrocks sarà tra gli ospiti dell’Australian & New Zealand Festival of Arts che si terrà a Londra dal 28 al 31 Maggio.]

Tutte le illustrazioni usate in questo post sono opera di Dylan Horrocks.
L'intervista può essere letta, in Inglese, sul sito di Paul Gravett: qui.


Le interviste precedenti:

venerdì 21 dicembre 2012

Glyn Dillon: ritorno al Fumetto

Qualche tempo fa avevo parlato di The Nao of Brown, l'ottimo graphic novel di Glyn Dillon (edito da SelfMadeHero) che segna il ritorno al Fumetto di questo straordinario talento made in UK dopo anni d'assenza dalle scene.
Proprio in questi giorni, Conversazioni sul Fumetto ha annunciato che Bao pubblicherà, il prossimo anno, l'edizione italiana di questo splendido lavoro. Siete avvisati: non perdetevelo!

Considerato che le coincidenze non esistono, ecco che, proprio in questi giorni, lavoravo, con colpevole ritardo, alla traduzione di un ottimo articolo-intervista a Glyn Dillon firmato Paul Gravett (pubblicato il 30 Agosto scorso sul suo sito), tra i massimi esperti mondiali di Fumetto.

Un ringraziamento speciale a Gravett per il permesso accordatomi per la traduzione e la pubblicazione su questo blog. L'articolo originale può essere letto sul sito di Gravett: QUI.
Glyn Dillon: The Nao of Brown
di Paul Gravett

Un po’ di fantasia può essere una cosa pericolosa. Che cosa accadrebbe se spezzassi il collo al tassista? E se piantassi una penna sulla giugulare dell’istruttore di meditazione? Se falciassi con la moto un ragazzino? Oppure, se aprissi il portellone di sicurezza su un aereo lasciando che tutti i passeggeri vengano risucchiati verso la morte?
Nao (pronunciato come “Now”, “ora, adesso” in Italiano) è un “Hafu”', la figlia di una madre inglese e di un assente padre giapponese, e… ha un segreto: idee violente spuntano improvvisamente nella sua mente. Lei stessa confessa: "Ho pensieri terribili… che mi colpiscono… in testa come un martello, cazzo." Per proteggere se stessa e gli altri, dal suo Disturbo Ossessivo-Compulsivo Puro (POCD), Nao si nasconde dietro rituali come ripetere il mantra "Mamma mi ama" o chiudere a chiave il cassetto delle posate. Ci prova anche con la meditazione, anche se è sempre molto dura nel giudicare se stessa mentre idealizza i suoi insegnanti e compagni di studio come persone completamente buone.
Abbagliante e ardito “graphic novel” di oltre 200 pagine, The Nao di Brown segna il ritorno al fumetto di Glyn Dillon dopo 15 anni trascorsi, soprattutto, a realizzare storyboard e concept design, e a lottare per portare sullo schermo progetti per il cinema e proposte per la TV. Questo è anche il suo primo lavoro a fumetti come autore completo. Quello che era iniziato nel 2008 come un’idea da realizzare nel tempo libero si è trasformato nell’ossessione di un anno, riempiendo quasi ogni ora di veglia e richiedendo uno sforzo così intenso che Dillon è finito in ospedale due settimane dopo il completamento del libro.
Dillon non soffre di DOC, ma sua moglie ne ha sofferto da bambina e nella tarda adolescenza. "I rituali mentali che usava per cercare di contrastare i suoi pensieri negativi erano molto simili a quelli di Nao. Mia moglie è stata una formidabile fonte di ascolto e confronto per comprendere un qualcosa che è molto difficile da afferrare. Volevo fare un libro per chi soffre di DOC e non ha bisogno che gli si spieghi che cosa sia."
Per il lettore, così come per Nao stessa, un’idea morbosa può nascere dal nulla, trasmessa da un salto netto tra una vignetta e la successiva, dalla normalità all’incubo, a volte girando pagina, altre volte segnalata da un indizio grafico, come quando, ad esempio, il colore rosso ricopre Nao e poi diventa tutto bianco quando lei letteralmente perde contatto con la realtà. "I suoi vestiti, il viso, i capelli, tutto diventa incolore, per dare quella sensazione che lei non c’è davvero più, che si è ritirata in se stessa."
L’Arte offre qualche conforto a Nao, che si tratti di qualcosa legato alla cultura pop giapponese o le sue stesse illustrazioni. Tutto cambia quando incontra un massiccio e barbuto tecnico riparatore di lavatrici al Peoploids, il negozio di giocattoli di tendenza presso Soho dove Nao lavora. Gregory diventa la sua nuova ossessione, perché assomiglia al personaggio preferito di Nao, The Nothing (il Nulla) da Ichi, il manga e l’anime inventato Dillon. Tra loro si sviluppa uno strano legame, scosso da tensioni poiché entrambi nascondono dei segreti.
Parallelamente a questa trama principale, resa con un segno maggiormente libero e acquerellato, Dillon intreccia una allegorica storia fantasy allegorica, resa con un’inchiostrazione netta e colori piatti dal suo fittizio alter ego artistico, Gil Ichiyama, un altro “Hafu”, metà Moebius, metà Hayao Miyazaki. Usando questi due stili, Charles & Maureen, la storia breve realizzata per Art Review (QUI), offre un altro intrigante sguardo ai salti sinaptici che la mente iperattiva di Nao è in grado di fare.

Ed eccoci all’intervista che Glyn Dillon ha gentilmente concesso di accordarmi, in cui spero gli eventuali spoiler siano ridotti al minimo.
Paul Gravett: Perché il Giappone? So che questa è una domanda piuttosto generale ma in questo libro ci sono moltissimi elementi giapponesi…
Glyn Dillon: Molto semplicemente Nao, il nome della protagonista ... Un mio amico mi ha presentato la sua nuova ragazza giapponese, si chiamava Nao (pronuncia come “now; in Italiano, “ora”) e ho pensato che era un nome splendido, un gran bel gioco di parole, un ottimo nome per un personaggio.
Io amo il Giappone, qualche tempo fa ci sono stato con mia moglie, quando lei stava lavorando lì, ci sono sempre voluto andare. L’ho trovato affascinante e sono un grande fan dell’Arte e del design giapponese. E poi, dopo aver iniziato a scrivere il libro mi sono immerso nella lettura di qualche manga, una cosa che avevo in mente di fare da tempo. Avevo letto Akira e Appleseed nei primi anni Novanta, ma sapevo poco altro sul fumetto giapponese. L'artista Tonci Zonjic mi ha passato una lista di titoli e piano piano li ho letti: tutti degli ottimi lavori.

Nao è un “Hafu” : hai pensato di parlare di più del padre giapponese o di farlo apparire di più nella storia?
È soprattutto un padre assente e credo che la dinamica che Nao ha con lui, in qualche modo, spieghi le sue difficoltà nelle relazioni interpersonali. Inoltre non essendo io giapponese, ho voluto che Nao si sentisse più inglese che giapponese, così sarei stato capace di comprendere e rappresentare il suo personaggio con maggiore credibilità ... ovviamente avrebbe avuto quest’altra metà di lei con cui lottare nel tentativo di conoscerla… e come me, lei è molto attratta dall'estetica giapponese.

Quali ricerche hai fatto sul tipo di Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) di cui Nao soffre?
Ho letto tre libri sull'argomento, ho visto tutti i film che ho trovato che parlavano in qualche modo di DOC (non molti). Ci sono un sacco di validi forum su internet e sono andato ad un incontro di persone e delle loro famiglie che soffrono o hanno sofferto di DOC. E ho anche  E ho anche scoperto lo straordinaria artista/scrittore Justin Green [autore, nel 1972, di Binky Brown Meets the Holy Virgin Mary].

Hai avuto dei legami con qualcuno affetto da questo disturbo?
Mia moglie ne ha sofferto da bambina e poi in tarda adolescenza. Non le stesse ossessioni del personaggio di Nao, ma i rituali mentali che usava per cercare di contrastare i suoi pensieri negativi erano molto simili a quelli di Nao. Mia moglie è stata una formidabile fonte di ascolto e confronto per comprendere un qualcosa che è molto difficile da afferrare. A quanto pare, una persona su cento soffre di un qualche tipo di DOC, ma questa cifra potrebbe essere più elevata, perché molti malati non lo sanno oppure non sono disposti ad ammetterlo.

Perché hai deciso di non spiegare in modo troppo esplicito il tipo di DOC di cui soffre Nao?
Nao soffre di Disturbo Ossessivo-Compulsivo Puro ed è comune per i malati essere molto reticenti a riguardo, credo soprattutto perché si ha paura e vergogna. E, naturalmente, visto che non hanno degli atteggiamenti ossessivi visibili (come il lavarsi le mani, la mania dell’ordine o di contare, ecc) è molto più facile tenerli nascosti. Quindi, fin dall'inizio ho voluto che Nao rivelasse il meno possibile, anche se questo avrebbe potuto causare che il lettore medio non capisse subito quello che stava succedendo nella storia. Nao è in terapia, fai i suoi "compiti a casa"... ma non volevo comunque svelare troppo. Non volevo che il libro fosse tutto incentrato sul DOC. Uno dei film che ho visto per documentarmi, Filthy Dirty Love interpretato da Michael Sheen e la splendida Shirley Henderson, ha fatto un ottimo lavoro nello spiegare cosa sia il DOC e i suoi effetti sui malati - ma ha anche fatto capire non volevo fare un libro analogo ossia che spiegasse il DOC. Volevo fare un libro per chi soffre di DOC e non ha bisogno che gli si spieghi che cosa sia. 
Pensi che il tuo libro possa essere d’aiuto per le persone che soffrono di DOC o per le persone che li curano/assistono?
Sarebbe bellissimo se fosse d’aiuto o desse un qualsiasi tipo di conforto a qualche malato, o ad un suo familiare o a chi assiste una persona affetta da DOC. Era di certo una mia speranza quando ho iniziato a lavorare al fumetto.

Mi piace il fatto che non avverti il lettore quando Nao ha delle fantasie morbose, nessun bordo traballante delle vignette o cambiamento dello stile di disegno. Avviene senza stacchi e all’improvviso in modo analogo a quello che capita a lei.  Era questa la tua strategia per svelare al lettore quelle improvvise idee morbose?
C'è una frase quando Nao sta spiegando a Gregory come ci si sente... qualcosa del tipo… "semplicemente mi spuntano in testa, cazzo." Per questo dovevano saltar fuori dal nulla, a volte senza alcun preavviso, spesso girando pagina se l’impaginazione lo consentiva. Altre volte ci può essere qualche indicazione di una sensazione di disagio, appena prima.

Ho notato che c'è un momento in cui lei diventa tutta rossa come un campanello d'allarme, e poi l'incubo che segue, i suoi vestiti diventano bianchi.
Non solo il suo vestito, ma il suo viso, i capelli, tutto diventa incolore. È il mio tentativo di dare la sensazione che lei non è davvero lì, lei non è più con Gregory in quel momento: si è ritirata in se stessa (e nel bagno) per cercare di restare “scollegata”.

Il rosso rimanda al sangue e alla perdita di controllo… un po’, forse, come in A Venezia... un dicembre rosso shocking (titolo originale, Don’t Look Now) di Nic Roeg?
Nicolas Roeg è uno dei miei registi preferiti. 
Che cosa si nasconde dietro la scelta dei due approcci molto diversi ma che corrono in parallelo, sia dal punto di vista grafico che narrativo, nel volume: il segno molto “umano”, presumibilmente reso a matita e poi acquerellato (magari con un po’ di Photoshop per rinforzare le linee?) per la vita e i pensieri di Nao, e invece i contorni netti, le linee precise e i colori piatti realizzati digitalmente per l’allegorica favola di Pictor? Che sentimenti contrastanti volevi trasmettere? Mi è piaciuto il modo in cui le due storie convergono a pagina 152, il punto più basso per Nao, che vede se stessa come un mostro, con la testa che è per metà albero e per metà umana, con le fattezze di Pictor.
Fondamentalmente, la storia Pictor doveva sembrare realizzata da un disegnatore diverso, anche lui un “hafu”, metà francese e metà giapponese: il “fittizio” Gil Ichiyama, mangaka e regista di anime. Ichiyama è stato ispirato dai miei due artisti preferiti, Jean Giraud (Moebius) e Hayao Miyazaki. Gil Ichiyama era il mo tentativo di “unirli” insieme e di imitare, in qualche modo, il loro lavoro. Inoltre volevo fare la maggior parte del libro usando uno stile “più libero” a cui ero abituato a quello dopo 15 anni a fare storyboard. Quando facevo professionalmente non mi sono mai sentito a mio agio con il mio stile d’inchiostrazione, mi è sempre sembrato che la mia inchiostrazione inaridisse la vitalità del disegno originale. Ora, con l'aiuto di Photoshop non ho più bisogno di inchiostrare e mi sento davvero meglio per questa libertà. Spero che in questo modo il mio segno mantenga un po’ di spontaneità e freschezza.

Ho appena letto sul tuo blog il post sulla meditazione: molto interessante. Mi chiedo come hai capito che ti era d’aiuto nella creazione di The Nao di Brown? E come abbia influito sulla storia e dei personaggi? Certamente è d’aiuto per Nao, piuttosto che utilizzare farmaci o altre cure?
Da tempo ero interessato alla meditazione, ne avevo sempre letto ma non ero mai arrivato al punto di praticarla. Alla fine sono andato in un centro buddista e ho fatto un corso. Il tempo che ho passato lì ha ispirato molti momenti della storia e alcuni dei personaggi. La mia pratica della meditazione è variata mentre lavoravo al libro e verso la fine, negli ultimi sei mesi, ho smesso del tutto: non c’era tempo. Sono appena tornare a una volta al giorno per 15 minuti ora.

Pensi che i fumetti siano troppo serrati e necessitino di un lasso d’attenzione breve per essere mediativi? O per essere strumenti di meditazione? Forse si potrebbe meditare concentrando la mente su un disegno di una specifica sequenza di Moebius, per esempio?
Su questa questione credo dovremo riparlarne. Come artista di sicuro guardo e riguardo certi autori e certe opere e rimiro pagine e pagine, ma non sono sicuro che questo sia il comportamento tipico di un lettore che legger un fumetto. Il “dato certo”di cui ho sentito parlare in giro molte volte è che il lettore medio spenderà un solo secondo a guardare una singola vignetta. Se dovessi meditare su questo fatto troppo a lungo potrebbe diventare una cosa piuttosto deprimente.

Cosa si nasconde dietro il boom dei toy o degli oggetti di design (ho riconosciuto il negozio Playlounge di Londra)? Sono simili ai giapponesi yokai? Pensi che il loro fascino sia essere dei talismani, dei famigli, dei tulpa oppure sono semplicemente degli oggetti da collezione di moda?
Penso che la loro caratteristica migliore è che possono essere cose diverse per persone diverse, ma mi piace l'idea che alcuni avere un senso al di là della loro apparenza. Mi piace che li abbia paragonati agli yokai o ai tulpa. E la somiglianza tra loro e le popolari riproduzioni a buon mercato di icone religiose è un altro aspetto che mi interessa. Sul mio scaffale ho un piccolo Ganesh seduto accanto ad un giocattolo della Amos e stanno davvero bene insieme. 
Il problema con l'alcol di Gregory e la rivelazione successiva della sua “vergogna repressa”, fanno crescere l’empatia nei suoi confronti, ma chiamano anche in causa la posizione di vantaggio che un maestro ha sull’allievo. Eri intenzionato a mostrare la vulnerabilità di chi è alla ricerca d’illuminazione spirituale e la realtà che non ci si può fidare di qualsiasi scuola o maestro?
Sì, per Nao il centro buddista rimane un santuario, nel suo modo di pensare in termini di “bianco e nero” vede tutti quelli del centro come “buoni” o per lo meno come delle persone che cercano d’essere buone e questo è un aspetto molto importante per lei. Anche se la meditazione è una buona cosa per chi soffre di DOC, la frequentazione del centro è parte del suo DOC: Nao è alla ricerca di rassicurazione, è una delle sue compulsioni. Suppongo che non volessi toglierlo a Nao ma avevo bisogno di mostrare che, ovviamente, le cose non sono mai così semplici, quindi sì, era un elemento sensato per il passato di Gregory. In qualsiasi luogo in cui ci sono giochi di potere, non importa di quale scala, vi è sempre la possibilità di abusi.

Le ultime parole di Gregory, dopo la discussione con Nao, sono un po’ criptiche: “Ea se vidit”. Il mio latino arrugginito mi è stato d’aiuto: significa “Lei vide se stessa”, giusto? Che cosa c’è dietro questa frase?
Beh, so quello che penso Gregory volesse dire… ma preferisco che il lettore dia la propria versione, perché ci potrebbe essere più di una interpretazione. Ma la tua traduzione è sicuramente corretta. Non so, potrei spiegarlo, sono tentato, ma penso che forse alcune cose è meglio che sia il lettore a deciderle/interpretarle.

Che cosa ti ha spinto a tornare al Fumetto? Che cosa ti piace - e che cosa non ti piace – del fare fumetti rispetto alla tua esperienza di illustratore e storyboarder per cinema/tv e pubblicità?
Ho iniziato a fare storyboard perché avevo ambizioni di regia, cosa che un po’ ho fatto. Ma come per molte cose che ci si sforza di realizzare, una volta ottenute, spesso ci si rende conto che non erano come ci si aspettava. Ho provato moltissima frustrazione cercando di realizzare dei progetti per il cinema o per la TV, anche quando ho collaborato con un talento riconosciuto, per il suo appeal commerciale, come Jamie Hewlett. Se si vuole fare un fumetto non hai bisogno di una grande squadra di persone e di un mucchio di soldi, basta un’idea, una matita, della carta e un po’ di tempo. Così è stata questa semplicità che mi ha fatto tornare al fumetto e ho iniziato a lavorare a Nao senza avere un contratto con un editore, era solo una cosa che volevo fare nel mio tempo libero.

La cosa buona del fare storyboard era che si trattava di un vero e proprio “centro d’addestramento” per il disegno. Ammetto d’aver disegnato molto di più di quanto avrei fatto se avessi continuato con i fumetti. E la cosa davvero bella, la cosa che mi ha liberato da tutto, è che quasi nessuno ha visto i miei disegni, giusto il regista, il direttore della fotografia, alcuni membri della troupe, e poi venivano cestinati. Ero solo un ingranaggio nella grande macchina del cinema. In questo modo non c’era alcun problema di ego o la preoccupazione d’essere all’altezza, ero concentrato sul disegno e sullo storytelling senza la preoccupazione di venire giudicato. Penso che sia stato a causa di questa mancanza di ego che ho sviluppato uno “stile” di cui sono, per la prima volta in assoluto, contento. Quindi sono molto consapevole del fatto che tornare a fare fumetti è un “gioco” diverso, soprattutto non avendo mai scritto niente prima... quindi sto cercando di fare del mio meglio e di godermi l’esperienza. Ormai è fatta. 
Hai scoperto dei rituali che funzionano? E, prego, sei riuscito a far sì che fosse finanziariamente sostenibile, dovendo dire “no” ad altre offerte economicamente più importanti?
Lavorare per il cinema, per la TV e per la pubblicità garantisce dei compensi che il fumetto purtroppo non può garantire. Ho dovuto lavorare al libro e al contempo fare storyboard, tranne gli ultimi quattro mesi in cui ho lavorato solo al fumetto. Non ho iniziato Nao per diventare ricco. Anche se voglio dire che la mai collaborazione con SelfMadeHero è stata ottima. Quando ho firmato con loro non erano ancora l’importante editore indipendente che sono diventati nel corso degli ultimi anni, per cui credo d’essere stato davvero fortunato. La casa editrice non è composta da molte persone ma compensano con la loro passione. Mi sono stati vicino durante la lavorazione e mi hanno coinvolto in tutti gli aspetti della produzione, in modo che il libro, come oggetto, è davvero come volevo che fosse.

Quando hai iniziato e quando hai completare il libro?
L'idea è nata nel 2008, ma ho firmato con SMH dopo aver fatto le prime undici tavole e una o due sinossi. Ho firmato il contratto circa a maggio 2010. E ho finito il 7 di Maggio di quest’anno. Ma in quel periodo ho comunque continuato a fare storyboard.

Hai lavorato al fumetto consecutivamente, pagina per pagina, o senza seguire un ordine? Hai scritto una sceneggiatura dettagliata prima di iniziare a disegnarlo? Quali sono i pro e i contro del tuo metodo?
Inizialmente l’ho scritto come una sceneggiatura per il cinema, in parte perché era quello a cui ero abituato per fare gli storyboard partendo da uno script di terzi, in parte perché avevo Final Draft con cui avevo scritto una sceneggiatura per il cinema (ancora ferma lì). Ma anche perché volevo avere la prima bozza il più rapidamente possibile. Non mi considero uno sceneggiatore, per cui non ero per nulla sicuro e quella prima bozza mi era costata molta fatica, mi sembrava una cosa troppo grande e difficile da gestire. Ma come dicono tutti, una volta fatta la prima stesura, il lavoro diventa molto più facile. Dopo aver firmato per SMH credo aver avuto tre mesi per consegnare la sceneggiatura. Ho fatto circa sei stesure, la settima è quella relativa alle modifiche che ho fatto nella fase di lettering sui disegni finali. Essere in grado di modificare e spostare i balloon in vignette diverse è una libertà a cui non mi piacerebbe rinunciare facilmente.

Credo che per un’opera lunga come Nao, con una scadenza prefissata, scrivere la sceneggiatura sia stato il metodo migliore, ma su progetti più brevi penso abbia più senso una scrittura più “grafica”, usando i thumbnail e poi finalizzarli, fare i dialoghi, ecc. Ho scelto di disegnare le tavole in ordine, ho voluto vedere di persona come le cose possano cambiare in un periodo di tempo così lungo. Così ho disegnato tutto in sequenza poi, una volta finito, sono tornato indietro e dipinto tutto, ancora in ordine, tavola dopo tavola. Infine, sono tornato all’inizio e ho messo i balloon e le didascalie. Il lettering era stato fatto in fase di layout ma c’era bisogno di editing e di spostare qualcosa di qua e là in quell’ultimo passaggio. Dal punto di vista del disegno, sono tornato indietro e ho cambiato poche cose, al massimo cinque vignette che non riuscivo più a guardare. Ma nel complesso è stato disegnato nello stesso ordine in cui il lettore lo leggerà. 
C'è poi la grande sfida della vita di ritagliarsi il tempo per creare in solitaria un’opera simile e al contempo essere presente come compagno, come padre e come persona. Come ci sei riuscito?
Beh, negli ultimi 5-6 mesi ho lavorato sette giorni su sette, dalle nove del mattino alle tre di notte, fermandomi solo per mangiare e mettere a letto i miei figli. Prima, ci lavoravo sei giorni a settimana, ma non tutte le sere. Per cui, di certo, si son fatti dei sacrifici: mia moglie e la famiglia sono stati molto, molto pazienti e mi hanno sostenuto. È stato bello poter passare di nuovo i fine settimana insieme a loro. Poi, circa due settimane dopo aver terminato il libro, sono finito in ospedale per cinque giorni per un problema alla colonna vertebrale e un senso di stanchezza di cui tutti erano un po’ preoccupati, a cui subito dopo è seguito un brutto ascesso. Quindi penso di non sbagliare se dico d'aver richiesto molto al mio fisico per completare il fumetto e poi ho dovuto pagarne le conseguenze. Sarò un po’ più attento in futuro.

Tutti i disegni © Glyn Dillon
Un ringraziamento ancora a Paul Gravett.

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