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giovedì 25 marzo 2021

Alan Moore 2020: Intervista - Prima Parte

Alan Moore visto da David Hichcock
Lo scorso anno, come forse saprete,  ho curato la traduzione di un'intervista ad Alan Moore per il n. 116 di Scuola di Fumetto.
L'intervista, realizzata dal giornalista Peter Moerenhout era apparsa nel giugno 2020 sulla rivista belga Stripgids n.7. Entrambi i testi pubblicati, sia sul magazine belga che su quello nostrano, presentano una versione ridotta del testo inglese originale (domande di Peter & risposte di Moore), per comprensibili ragioni di foliazione. Per Scuola di Fumetto ho lavorato a partire dal testo integrale in inglese e su questo ho preso le decisioni di riduzione, anche in accordo con Peter.

A seguire, trovate quindi la Prima Parte della traduzione dell'intervista INTEGRALE. Un grazie a Peter per il permesso alla pubblicazione e per il suo supporto.
Le 12 domande sono state inviate da Moerenhout a fine 2019 e le risposte di Moore sono state ricevute a inizio gennaio 2020.  
 
Nota 1. Su Scuola di Fumetto è stato erroneamente indicato che Stripgids è una rivista olandese: si tratta di una pubblicazione belga. Mea culpa.
Nota 2. Tutti i ritratti mooriani a corredo di quest'articolo fanno parte della mia fumosa collezione: colgo ancora l'occasione per ringraziare tutti gli artisti che negli anni hanno contribuito a questa raccolta. Potete vedere la gallery, completa o quasi, QUI e QUI.
 
Un grazie agli amici Omar Martini, Angelo Secci e Giuseppe Pili per il supporto e per la supervisione.
Buona lettura!
 
La Seconda Parte dell'intervista è leggibile QUI.
Alan Moore visto da Giuseppe Palumbo
Alan Moore: Caro Peter,
grazie per delle domande davvero ben formulate, le risposte nel seguito:

Peter Moerenhout: 1. È uscito La Lega degli Straordinari Gentlemen: La Tempesta, il tuo ultimo fumetto. Circa tre anni fa avevi annunciato il ritiro dalle scene. Mi sono imbattuto in un passaggio di una tua intervista apparsa, a suo tempo, sul Guardian:

«Ho fatto tutto quello che potevo. Penso che se continuassi a scrivere per i comics, inevitabilmente le idee ne soffrirebbero, inevitabilmente i lettori inizierebbero a percepirmi come superato e penso che sia io che loro ci meritiamo, probabilmente, di meglio.»

Puoi dirci di più su questo tuo sentimento? Ovviamente hai ancora delle idee che intendi realizzare in altri media. Che cosa ti attrae nella prosa, nella televisione o nel cinema? In cosa sono differenti o più appaganti? Perché le tue nuove idee sono più adatte ad essere realizzate non a fumetti?

Alan Moore: Se il mondo dei fumetti di lingua inglese fosse stato diverso, dubito che sarei mai rimasto a corto di idee o che mi sarebbe mancato l’entusiasmo per realizzarle. Quando ho iniziato, i comics erano un settore ignorato che produceva albi economici in grande tiratura pensati prevalentemente per i bambini della classe operaia, ma con un numero crescente di teenager inclusi tra i lettori di riferimento. Questo, per me, li rendeva il mezzo ideale per una democratica diffusione di idee originali, radicali e, si spera, utili indirizzate a un vasto pubblico di giovani meno abbienti, in un’età in cui quelle erano esattamente le idee che cercavano.
In più c’erano le mie ambizioni personali riguardo il fumetto in sé: i comics erano, e lo sono ancora, un’espressione artistica relativamente giovane in cui, nonostante i grandi passi avanti fatti da autori come Harvey Kurtzman o Will Eisner, i territori inesplorati sono praticamente infiniti. Applicando, forse, un approccio più sofisticato o una maggiore sensibilità letteraria, sono riuscito, nel corso di circa quarant’anni, a proporre diversi avanzamenti tecnici che hanno avuto un grande successo e se mi fossi trovato più a mio agio in questo ambiente, ne avrei proposto con profitto qualche altro.
È accaduto che il mondo dei comics ha subito dei profondi cambiamenti dagli anni ‘80 in avanti, in parte come risultato dei progressi nel medium che io stesso ho ottenuto. Ho sperato che un approccio innovativo nel modo di raccontare avrebbe generato un nuovo rinascimento dei comics, dal punto di vista tecnico e creativo, ma non è quello che è successo. Invece, probabilmente perché quelle innovazioni erano troppo difficili da riprodurre, soltanto alcuni elementi superficiali dei miei lavori o del mio stile sono stati sfruttati col risultato che diversi personaggi a fumetti, che erano stati perfetti per un pubblico di bambini, sono stati improvvisamente trasformati per circa vent’anni in qualcosa di “oscuro”, “dark” o “distopico”.
Sul finire degli anni '80, in seguito al riscontro di Watchmen, la morente industria dei comics vide l'opportunità per farsi un restyling e rivendersi a un nuovo e più facoltoso pubblico. Titoli roboanti sui giornali ci rassicurarono che “Bam! Sock! Pow! I fumetti sono cresciuti!” Col senno di poi, comunque, mi sembra che sia più plausibile che piuttosto che esserci stata una crescita, i fumetti abbiano semplicemente incrociato lo sviluppo emotivo dei loro lettori che avanzava nell'altro senso.
Utilizzando Watchmen come una giustificazione, i comics sono diventati più violenti e sessualmente espliciti, non più diretti né a un pubblico di bambini né di teenager ma, specificatamente, ad adulti perennemente adolescenti che via via sono diventati, nel corso degli anni, predominanti.
Mentre io e il magnifico Kevin O'Neill stavamo lavorando a La Tempesta, il più importante e più venduto evento dei comics era un albo di Batman in cui il bat-pene del personaggio era appena visibile in qualche vignetta, facendoci capire che i lettori attuali non sono particolarmente interessati alle storie.
Il pubblico dei comics contemporanei, la cui età media è sui quarant’anni, non sta soltanto diminuendo ma letteralmente… morendo.
Le raccolte di mezza dozzina di normalissimi albi di Batman, pubblicizzati come “graphic novel”, hanno dato inizio alla gentrificazione dei comics, originariamente destinati ai figli della classe operaia: il graphic novel, in questa analogia, è l’equivalente di un loft monolocale. I fumetti sono stati sottratti dalla disponibilità economica del loro pubblico originario per cui attualmente il loro acquisto è alla portata soltanto del ceto medio.
(Penso che Superman, creato da Joe Shuster e Jerry Siegel, due giovani di Cleveland provenienti dalla classe operaia, come un immigrato extra-terrestre cresciuto nella povera America rurale, sia stato il primo e l'ultimo supereroe proletario, visto che i suoi successori sono stati dottori, avvocati, scienziati e miliardari insolitamente filantropi.)
Come risultato, abbiamo un settore dei comics che sta collassando, totalmente dipendente dalla sua utilità come terreno di coltura da cui far nascere redditizi franchise cinematografici e televisivi, in cui il termine “comics” è intercambiabile con “film di supereroi”: quello che avevo creduto essere un nuovo mezzo artistico con straordinarie potenzialità pare un nostalgico appagamento per appassionati abbastanza danarosi.
Uscendo fuori dai confini, al confronto irrilevanti, del mondo dei comics, credo che ci siano dei problemi più generali e più seri da considerare, sia su scala nazionale che su quella globale. Mi sembra che l’ascesa del concetto americano di supereroe (molto probabilmente derivato dalla stessa sensibilità dietro a Nascita di una nazione di D.W. Griffith) non ha soltanto segnato il mondo del cinema ma ha corroborato un certo infantilismo che, nel mondo reale, spesso sfocia in una sorta di fascismo. Nel 2016, l’anno in cui gli inglesi hanno votato per uscire dall’Unione Europea mentre gli americani eleggevano un mandarancio nazionalsocialista, nella classifica dei primi dodici maggiori incassi sei erano film di supereroi. Non sto suggerendo che ci sia una relazione causale tra questi due fatti ma piuttosto che la semplicistica narrazione dei supereroi funziona molto bene per l’attuale populismo di estrema destra.
I sostenitori di Donald Trump, già di per sé cartoonesco, lo chiamano 'The Donald' come se quella fosse la sua identità segreta da combattente contro il crimine. E la ragione per cui Alexandria Ocasio Cortez ha risposto su Internet a quei troll, resi spavaldi dall'anonimato, con una citazione dall'intento satirico di Rorschach, tratta da Watchmen, è che era abbastanza sicura che ognuno di loro, essendo dei fan dei comics, avrebbe colto il riferimento.
E questo, ovviamente, senza aggiungere che l’industria anglo-americana dei comics è sempre stata e sempre sarà una cleptocrazia, un sistema che si regge sullo sfruttamento di proprietà intellettuali sistematicamente rubate ai suoi autori di maggior talento, i vari Siegel, Shuster, Kirby e Ditko. Il fatto che fossero tutti artisti che provenivano dalla classe operaia e forse non avevano ricevuto la giusta educazione per capire appieno i contratti che gli venivano sottoposti deve essere, probabilmente, una coincidenza.
Alla luce di quanto esposto – unitamente all'articolo del Guardian che è stato un tale lacrimoso necrologio per la fanciullezza da fan dei supereroi dello scrittore tanto che i miei amici e parenti sono stati inondati da domande sul fatto se fossi davvero morto - credo che sia comprensibile perché non intenda più spendere le mie energie in un settore che mi pare sempre più allo sbando, senza alcuna genuina finalità creativa o sociale. Ho rinnegato circa il novanta per cento dei miei fumetti, non ne ho copie a casa e, in tutta sincerità, non li voglio più vedere. Ci tengo a precisare che la mia disaffezione è rivolta soltanto all’industria dei comics, e che il fumetto come mezzo espressivo è ancora una cornucopia di meraviglie da scoprire e rimane puro e senza colpa. Per cui, se in futuro ci sarà una valida causa e fare un fumetto mi sembrerà il migliore approccio, come è successo di recente per la storia breve che io e mia moglie Melinda Gebbie abbiamo realizzato per l’antologico dedicato alle vittime della Grenfell Tower, non esiterò a utilizzarlo.

Riguardo il mio interesse verso altri media, quello che li rende differenti o più appaganti, ed è anche il motivo per cui penso che siano più adatti per i miei attuali progetti, è che semplicemente non si tratta di fumetti e per questo posso lavorare con il massimo entusiasmo e creatività. Naturalmente questa non è la risposta completa: durante tutta la mia riconoscibile carriera fumettistica ho anche perseguito la tradizione di lavorare, piuttosto regolarmente, in altri media come romanziere, poeta, critico, saggista; come cantante, scrittore di canzoni e spoken word performer; come audace ma finanziariamente sprovveduto editore di riviste underground e come musicista. Riconosco che tutte queste forme di espressione hanno qualità e peculiarità specifiche e, come artista, accetto la splendida sfida che mi pongo per identificare queste possibilità e utilizzarle in modi originali e stimolanti.
Questo è l’approccio alla base delle mie innovazioni nel campo dei comics, alla base di La voce del fuoco e Jerusalem e spero anche alla base delle mie esplorazioni nel mondo del cinema. Alla mia età sento di avere forse dato troppo della mia vita a un campo che non è diventato affatto quello che avevo immaginato o desiderato mentre, dalla mia attuale prospettiva, questi altri media da me poco esplorati o del tutto inesplorati mi paiono invitanti e pieni di possibilità, con l’aspetto e il fascino di alture illuminate dal sole. 
Alan Moore visto da Simone Pace
2. Il seguito di Show Pieces è il film The Show. Puoi rivelarmi qualcosa? Di cosa parla? Quali sono le tematiche? A che punto si trova il progetto?

Riguardo la storia, i cinque cortometraggi che compongono il ciclo di Show Pieces si svolgono tutti nella notte di venerdì 2 novembre 2018 in una città, recentemente decaduta, delle Midlands. The Show riprende il racconto dal mattino seguente, sabato 3 novembre, con l’arrivo di un uomo con molti nomi, professioni dichiarate e passaporti. Sta cercando qualcuno, che troverà, e un gioiello dei Rosacroce, che non riuscirà a trovare. Il film racconta l’indagine dell’uomo su questa strana città e i suoi abitanti, insieme al suo crescente legame con il sinistro club che abbiamo già visto in Show Pieces, gestito da due ex comici radiofonici e televisivi, dove tutto sembra una eterna, terribile serata del 1973.
Il tema principale sono i sogni e la loro manipolazione, con l’ipotesi che il Tempo del Sogno aborigeno, quel sacro spazio dell’immaginazione in cui la nostra cultura conservava tutte le sue divinità, le meraviglie e i mostri, e in cui conduceva la sua vita fantastica o spirituale, sia stato rimpiazzato, nella nostra era moderna, da uno spazio mentale generato dai pervasivi media dell’intrattenimento. Questo Tempo del Sogno scandito dagli schermi dei nostri dispositivi è ancora popolato da mostri, leggende e da perenni morti viventi (Marilyn Monroe, Elvis, Jimmy Savile) e domina la nostra vita interiore ancor più in profondità e con maggiore efficienza di prima.
Se c’è una fondamentale lezione che dobbiamo imparare dalla nostra attuale epoca caotica e precaria è che se interferiamo con l’immaginario del territorio dei sogni della società allora interferiamo con la realtà, e che coloro che danno forma ai nostri sogni (che si tratti di Steve Bannon, Dominic Cummings o di Rupert Murdoch) danno forma anche al nostro mondo. Questo è il tema centrale di The Show, introdotto in modo allusivo, e che verrà sviluppato nell’imminente, si spera, serie televisiva, anch’essa intitolata, per pigrizia, The Show, di cui il film è sostanzialmente un episodio pilota piuttosto stravagante. Da molti punti di vista, si tratta di intrattenimento che… parla di intrattenimento.
Il film è ultimato, incluso il lavoro di post-produzione, e pensiamo sia riuscito benissimo sia dal punto di vista visivo che sonoro, tanto che nessuno crederebbe che sia costato soltanto novecentomila sterline. Io e Mitch [Jenkins, il regista, fotografo di fama internazionale. N.d.T.] deteniamo il totale controllo della nostra proprietà intellettuale e non c’è stata alcuna interferenza esterna durante l’intero processo: a parte alcuni tagli che abbiamo fatto per ragioni di budget, il film è esattamente come volevamo che fosse. Presto dovremmo annunciare una data per la première con una distribuzione nelle sale a seguire ma al momento, mi spiace, posso solo dire che tutto avverrà nel corso dell’anno.
[La prima del film, annunciata a marzo 2020 e annullata a causa dell’emergenza covid, si è tenuta ad ottobre nel corso del Sitges, il Festival internazionale del cinema fantastico della Catalogna, ospitato nell'omonima città spagnola. N.d.T.]

3. Qualche anno fa ci siamo sentiti al telefono, al tempo stavi lavorando alla rivista Dodgem Logic e stavi scrivendo Jerusalem. Northampton è stata al centro della tua opera per molto tempo e, in ogni nuovo progetto, sembra chiederti sempre più attenzione. Scherzando mi dicesti che il tuo primo romanzo era lungo un centinaio di pagine incentrate sulla storia della città, il tuo secondo conteneva più di un milione di parole su un chilometro quadrato di Northampton e il prossimo sarebbe stato di un miliardo di parole sul tuo soggiorno. Perché è così importante per te scrivere di cose così vicine alla tua città?
Non sono sicuro che questa domanda mi verrebbe fatta così spesso se scrivessi, ad esempio, di Londra, e suppongo che in questo risieda gran parte della risposta.
Nonostante, nel mondo, gran parte dei media sia focalizzato e interessato soltanto alle capitali nazionali, non è lì che la maggior parte delle persone vivono, abitano piuttosto in posti trascurati e culturalmente anonimi come, ad esempio, Northampton.
Nei miei infervorati scritti sull'importanza della città, sto cercando di insistere perché venga riconosciuta come un fenomeno geografico e storico con la stessa importanza di Londra o di Roma - qui è stato inventato il parlamento, l'industria e il libero mercato – e, per estensione, ad ogni luogo caro a qualcuno deve essere garantito lo stesso apprezzamento.
Scavando nella storia e mitologia, eccezionalmente ricche, di Northampton sto cercando di reinvestire la città di significato, e di suggerire una tecnica che può essere applicata da chiunque e ovunque. Se vogliamo rendere migliori e più ospitali i luoghi dove viviamo dobbiamo, in prima istanza, rinnovare e ristrutturare l'idea di quei posti.
Ovviamente, non scrivo unicamente di Northampton. In un racconto che ho finito di recente, Location, Location, Location, mi avventuro fino a Bedford che si trova a 40, 50 chilometri da qui. E mi spiace ma alla fine Jerusalem contiene soltanto 615mila parole, più dei due volumi di Guerra e Pace ma meno delle due parti della Bibbia o delle opere complete di Shakespeare. Per favore, non perdere la stima che avevi di me!

4. Northampton è presente anche in The Show? In che misura?
Nonostante le incredibili performance di alcuni tra i migliori attori nazionali, credo che Northampton - dove il film è ambientato e dove, dato l'attuale disperato stato di abbandono, ci è stato dato accesso a tutti i suoi luoghi più segreti - rubi la scena a tutti.
Northampton è uno dei più ricchi ed eccentrici collage di stili architettonici del Paese, dai suoi nightclub in stile baronale scozzese alle millenarie chiese gotiche fino allo sfarzoso municipio vittoriano. E sebbene, da un certo punto di vista, The Show sia un delirante fantasy urbano pieno di personaggi improbabili e stravaganti, chi tra gli abitanti ha visto il film sembra concordare sul fatto che siamo riusciti a catturare la reale atmosfera di Northampton che è effettivamente piena di personaggi improbabili e stravaganti.
Dal momento che Northampton - attraverso l'operato di James Hervey, teologo eloquentemente deprimente del Diciottesimo secolo - è la culla del movimento gotico e, di conseguenza, di tutti i generi letterari successivi, credo che abbiamo creato una storia gotica realmente moderna, un racconto che, per lo meno, presenta un gotico davvero moderno.
Il disperato entusiasmo del consiglio comunale di Northampton di supportare un film che ritraeva la città in precario equilibrio su un abisso di sogni in rovina e di persistenti incubi  - ci è stata concessa per i nostri uffici di produzione la vecchia sede del comune in stile KGB degli anni '50 – ci porta a un'altra ragione per la mia apparente ossessione per Northampton.
Nei primi mesi del 2018, Northampton è stata la prima città inglese a collassare sotto il duplice fardello dell'austerità e del continuo malgoverno dei Conservatori. L'effetto è stato che la città poteva garantire soltanto i servizi minimi per i suoi abitanti più vulnerabili.
È la città più grande d'Europa e perciò ci sono parecchie di queste persone vulnerabili. Ora sono sorte diverse “tendopoli” nelle zolle più disponibili di terra di nessuno con i loro confini che lambiscono gli ingressi, pieni di spifferi, delle strade riservate allo shopping. Numerose persone disabili si sono viste negare i sussidi di cui avevano bisogno, o sono state costrette a tornare al lavoro col risultato, a livello nazionale, che oltre un migliaio tra loro sono morte.
Di recente, a Northampton, almeno due bambini o neonati sono stati uccisi dai loro genitori dopo che i servizi sociali, sovraccaricati fino al punto di rottura, non sono riusciti a rendersi conto che i piccoli erano a rischio.
Ogni notte il pronto soccorso locale sembra in piena zona di guerra con gli uomini contati... mia cognata è stata lasciata agonizzante per diciannove ore in un corridoio in attesa di cure... e tutto questo ben prima dell'imminente uscita dall'Unione Europea e dell'incombente governo di quel grottesco politicante razzista di Boris Johnson.
Ho notato che diversi luoghi, sia a livello nazionale che mondiale, stavano avendo dei benefici dall'essere la principale location per serie TV o simili, così abbiamo fatto il massimo sforzo per raggiungere qualcosa di simile anche per Northampton: con la nostra opera di finzione speriamo di riuscire a lenire alcuni degli attuali mali della nostra città.
Lo ammetto, anche a me sembra una scommessa irragionevole ma al momento, in questa città, è tutto quello che ci è rimasto. 
Alan Moore visto da Alessio Spataro
5. Ho letto Jerusalem duranti i viaggi in aereo per l'Italia dove avevo una relazione sentimentale. Ho impiegato più tempo a leggere il libro che a mandare all'aria la mia storia. Che cosa ti ha spinto a scrivere un romanzo così colossale?

Beh, se il concetto centrale di Jerusalem, che è lo stesso della relatività generale di Einstein, è corretto, la ragione per cui ho realizzato un libro così lungo da essere praticamente ingestibile è la stessa che ti ha, con celerità, spinto a rovinare la tua relazione italiana: entrambi viviamo in un “universo blocco” predeterminato in cui l'idea di libero arbitrio è soltanto un'illusione prospettica della terza dimensione.
Una risposta meno tecnicamente corretta ed estremamente noiosa è che Jerusalem si è originato dalla collisione di almeno una mezza dozzina di idee per romanzi distinti e separati: volevo scrivere di Northampton con maggiore profondità e intensità rispetto a quanto ero riuscito a fare con La voce del fuoco; volevo dire la mia sul concetto fondamentale della morte, per me e per tutti quelli che hanno mai vissuto; volevo presentare la mia tesi su una tradizione visionaria o apocalittica in lingua inglese che ha inizio con la traduzione della Bibbia da parte di John Wycliffe e continua con Bunyan, Blake e John Clare fino ai moderni come Joyce e Beckett; volevo fornire alla classe operaia una propria grandiosa e incolta mitologia; volevo investigare la moltitudine di fattori, economici, sociali, psicologici e politici che giocano un ruolo nella povertà o che da essa vengono causati; volevo vantarmi della mia mostruosa e meravigliosa famiglia e tentare, retroattivamente, di salvare la cugina di mio padre, Audrey, dalla sua tragica fine; volevo scrivere un romanzo ambizioso sia come contenuto sia nella forma; e avevo, da tempo, un vago desiderio di scrivere un libro per ragazzi, tenendomi però ben lontano da quello che, attualmente, pare un genere popolare e redditizio in modo sospetto. La mia magistrale/rovinosa illusione è stata quella di immaginare che questa piccola biblioteca di progetti così estremamente disparati potesse essere condensata in modo coerente in un unico volume, presumibilmente stupefacente.
Qualcosa legato all’impossibile e schiacciante difficoltà e alla demente magnificenza di un simile progetto deve aver solleticato il mio inutilmente complicato ego così ho trascorso dieci anni della mia vita a cercare d’essere all’altezza del mio folle e inattuabile spunto iniziale mentre tu hai speso un po' meno tempo a mandare a rotoli quella che sembrava essere un'idilliaca relazione trans-europea: onestamente non so per chi, tra noi due, provare maggior pena.

6. Tu, naturalmente, non tratti i lettori con superiorità e scrivi quello che ti pare e come ti pare. Diverse persone mi hanno confessato d’essere intimidite all’idea di iniziare Jerusalem oppure d’essere rimaste esterrefatte da alcuni dei suoi contenuti. Uno dei miei amici era persino un po' contrariato dalla sensazione di non capire alcuni passaggi. Devo ammettere che anch’io ho avuto la stessa sensazione rispetto ad alcuni elementi del libro. L’ho presa come una sfida per imparare nuove cose, ma immagino che non tutti reagirebbero così. Quali sono le tue considerazioni in merito?
Penso d'essere d'accordo con David Foster Wallace rispetto al colossale fallimento dell'avanguardia, poiché l'avanguardia è vitale per il progresso culturale eppure troppo spesso è deliberatamente alienante e ostica, quasi come una indispensabile posa stilistica, e questo impedisce qualsiasi autentico effetto se non in una minima ed elitaria area.  
Ho sempre cercato di comunicare idee complesse o difficili nella maniera più semplice e piacevole possibile; parlando ai miei lettori in modo chiaro senza guardarli dall'alto in basso o annacquando le idee che intendo esporre. Sono sicuro che siamo d'accordo che si tratta di un esercizio di equilibrio spesso difficile e che non è detto che funzioni ogni volta per tutti i lettori. Ad ogni modo, se l'opera comunica abbastanza di se stessa ad un numero sufficientemente ampio di lettori mi sento d'avere, in qualche modo, raggiunto i miei obiettivi.
Con Jerusalem ho messo maggior impegno nel realizzare un lavoro più accessibile rispetto a quanto fatto per La voce del fuoco, lì il primo capitolo era quasi intenzionalmente una sorta di fossato insormontabile.
Dato che Jerusalem era quasi interamente incentrato sulla classe operaia, realizzare una romanzo impenetrabile che quelle stesse persone non avrebbero potuto comprendere né apprezzare sarebbe stato un enorme fallimento. Tra i riscontri davvero più gratificanti che ho ricevuto sul libro ci sono stati quelli dei miei amici e parenti, tutti di estrazione proletaria.
Mio fratello Mike, quello incline al soffocamento e che suppongo sia l'inadeguato eroe di Jerusalem, è, come descritto nel libro, un idiota che sa appena leggere e scrivere, pericolosamente goffo e che riesce a cavarsela per via della sua supposta bellezza, e non aveva mai letto un romanzo in vita sua, figuriamoci un tomo di 1200 pagine. Dal momento che il libro parlava di lui, sono riuscito a convincerlo a leggerlo e l'ha fatto: ha letto dalla prima all'ultima pagina incluso il capitolo su Lucia Joyce che ha fatto impazzire e respinto persone con un sistema nervoso più sensibile e sviluppato. Mi ha detto che dopo una dozzina di pagine aveva dimenticato che non fosse scritto in una qualche lingua conosciuta e così l'ha letto senza problemi, naturalmente. Il romanzo gli è piaciuto ed è piaciuto anche ai suoi amici, tutti di estrazione popolare, a cui l'ha consigliato.
Sin da quando ho visto l'entusiastica risposta del ceto proletario di fronte ad opere elaborate come Il Prigioniero di Patrick McGoohan, sono convinto che una classe sociale non viene esclusa dal contenuto intellettuale di un'opera ma dal modo in cui questo viene veicolato.
Inoltre, personalmente credo che l’arte si manifesti come interfaccia tra l’artista e i singoli membri del suo pubblico. Se entrambe le parti non sono coinvolte allora l’opera, per lo meno per quel singolo individuo, non funzionerà. Un’opera d’arte sarà sempre un’esperienza più potente ed emozionante se lo spettatore o il lettore viene spinto a dare un contributo, come con il semplice processo di interpretazione. In questo modo lo spettatore diventa un collaboratore e percepisce, direi giustamente, che quell’opera è per lui e che ne fa parte, e viceversa. Ma, come ho già detto, è un difficile esercizio di equilibrio e non funziona per tutti. L’ultima cosa che volevo era che Jerusalem intimidisse il lettore, al massimo gli altri scrittori, e se alcuni dettagli non sono di tuo interesse, non lascerei che rovinino il piacere del romanzo nel suo complesso. È un libro pieno zeppo di elementi e quelli che non sei riuscito a cogliere probabilmente non erano così importanti.
Il mio amico Stewart Lee, il comico, mi ha chiesto, ad esempio, se le due vecchie senza nome che  partecipano alla mostra nell'epilogo o “postludio” del romanzo fossero dei personaggi importanti che avrebbe dovuto riconoscere tra quelli presenti negli altri capitoli. Gli ho detto di sì ma che non era un grande problema: Stewart mi ha detto di non dirgli chi fossero e che stava pensando di leggere il romanzo un'altra volta.
La mia amica Emily, dell’Arts Lab, l’ha letto cinque volte di fila ma potrebbe trattarsi di una mania o di un esaurimento nervoso: non consiglierei questa strategia al lettore occasionale.
 
La Seconda Parte dell'intervista è leggibile QUI

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lunedì 4 maggio 2020

Alan Moore: l'Immaginazione, il Linguaggio, la Politica

Moore sulla copertina di Les Inrockuptibles. Foto di Hamish Stephenson.
Nel seguito, la traduzione di alcuni estratti da un'intervista ad ALAN MOORE pubblicata nell'agosto 2017 sul settimanale francese Les Inrockuptibles.
Il pezzo, apparso in occasione dell'uscita in Francia di Jerusalem, è stato realizzato dalla critica letteraria Nelly Kaprièlian ed è corredato dalle splendide fotografie di Hamish Stephenson.

Traduzione a cura di Giovanni Barbieri & smoky man. Ringrazio l'amico Giovanni Barbieri per la prontezza con cui ha risposto alla mia chiamata di soccorso e per il contributo essenziale. Grazie mille, Giovanni! :)
E... buona lettura a tutti!
Copertina dell'edizione francese di Jerusalem.
[...] Nelly Kaprièlian: Sei diventato famoso con Watchmen a metà degli anni '80. È stato per proteggerti che sei rimasto a Northampton?
Alan Moore: Quando ho iniziato ad attirare l'attenzione con i miei libri mi è stato chiesto: "Allora, ti trasferirai a Londra?" La domanda mi ha sorpreso. Dal momento che non avevo alcuna intenzione di farmi coinvolgere nella mondanità o in quel tipo di relazioni sociali, non vedevo motivo di lasciare Northampton. Quando sono diventato più famoso, mi hanno domandato: "Ti trasferirai in America?" Sì... perché rimanere a Northampton quando hai l'opportunità di sviluppare una dipendenza da cocaina a bordo piscina o quando puoi scrivere film per Hollywood? Questo purtroppo è il modo di pensare dei miei ex colleghi nell'industria del fumetto. Non appena il cinema si è interessato a noi, hanno messo da parte i fumetti per dedicarsi ai film.
Ho deciso di dedicarmi alla magia ed è stato un passo fondamentale. Certo, preoccupava i miei cari, ma non avevo scelta. La gente pensava che fosse pericoloso ma secondo me è l'opposto: ciò che è pericoloso non è fare magie. La magia è capire questo meraviglioso turbinio di significati, vivere la condizione umana e questo mi ha aiutato a riflettere.

[...] È vero che hai una grande immaginazione. Sai da dove viene?
Sì, perfettamente. È iniziato come compensazione. Ricordo, da bambino, di aver visto e desiderato dei pupazzetti di alcuni personaggi dei fumetti esposti nella vetrina di un negozio di giocattoli, ma i miei genitori non potevano permettersi di comprarmeli. Quindi, tornato a casa, presi i miei soldatini fingendo che fossero supereroi: uno era Medicine Man, viaggiava nel tempo e aveva poteri sciamanici; un altro l'avevo coperto con della plastica viola ed era il cattivo, e così via. Con un po' di immaginazione ho creato un mondo intero. Era il mio modo di allontanarmi dalla mia vita di tutti i giorni.
Se avessi avuto accesso a tutto, come succede ai bambini di oggi, sarei diventato il ricettacolo passivo delle idee degli altri piuttosto che il creatore delle mie. 

Una delle teorie di Jerusalem è che il libero arbitrio non esiste. Perché?
Anche se odiano questa idea, i fisici pensano che siamo in un universo predestinato. Tutto è già accaduto in questo solido blocco di tempo. Le nostre vite accadono solo una volta, ovviamente, ma le nostre esperienze ricorrono più volte. Quindi, se è così, significa che non abbiamo il libero arbitrio. Finché manteniamo l'illusione di scegliere le nostre parole e decidere in quale posacenere spegnere la sigaretta, allora tutto andrà bene, possiamo rimanere sani di mente. Ma se pensiamo che tutto ciò che facciamo, tutto in questa stanza, ogni particella, ogni secondo è scritto sin dai tempi del Big Bang... è pazzesco! Perché senza questa idea di libero arbitrio, le basi della religione e della morale crollerebbero. Se qualcuno fa una cosa atroce, lo odieremo, lo giudicheremo come se avesse agito secondo il suo libero arbitrio. Ma visto in modo diverso, probabilmente nessuno di noi può essere incolpato.
Nei prossimi vent'anni avremo "super-computer quantistici" che saranno in grado di inventare un intero universo fino all'ultima particella, con forme di vita simulate che non sapranno di esserlo. Se saremo in grado di farlo, possiamo quindi ipotizzare che probabilmente non si tratta neppure della prima volta. Potremmo già essere in una simulazione che simula l'invenzione di computer in grado di simulare un universo in grado di simulare un altro universo.
Non influisce sulla nostra situazione esistenziale, ma ciò significa che un libro (o un film) è già una buona metafora di ciò che queste nuove forme di vita saranno e di quello che è già la nostra vita.

[…] Sei passato alla scrittura di romanzi perché scrivere fumetti è frustrante?
Non mi sono sentito frustrato. Se non avessi lavorato così a lungo per i fumetti, Jerusalem non sarebbe stato un romanzo così visivo. Quando lavoro, guardo al mezzo espressivo che uso in negativo, lavoro su ciò che non è mai stato fatto, su ciò che manca. Questo è quello che ho fatto con i fumetti e la magia: utilizzarli per le loro caratteristiche specifiche. Ecco perché mi sono sempre rifiutato di guardare i film di Watchmen e V for Vendetta.
Ho pensato a queste storie per il fumetto: i primi piani di Watchmen possono essere realizzati solo a fumetti. Sono impossibili da rendere in un film.
Oggi, penso che il mezzo espressivo migliore sia la prosa.
Usando unicamente il linguaggio puoi descrivere tutto, non solo quello che appare, ma anche cosa ti fa sentire. Uno scrittore può portare la tua mente ovunque. È come la realtà virtuale.

[...] È ancora possibile una controcultura?
Sì e ne abbiamo bisogno. La controcultura è un organo della cultura attraverso cui essa si rinnova. I governi credono ancora che la controcultura sia un problema e cercano ogni volta di sbarazzarsene, ma senza di essa la cultura morirà. Come puoi vedere, dagli anni '90 ripetiamo ciò che è stato fatto in passato. Come se fossimo terrorizzati dall'idea di abbracciare il futuro e il nuovo secolo, stiamo solo riciclando i franchise del XX secolo, nella musica pop, nel cinema, ecc. Questo è ciò che accade quando non c'è una controcultura. E quando c'è un vuoto culturale è qui che può apparire un tiranno, persino un mostro. 

Quale visione politica hai?
Penso che dovremmo avere un mondo senza leader politici, perché non penso che siano necessari né che siano d'aiuto, anzi il contrario.
Abbiamo solo bisogno di un'amministrazione competente, non è necessario che ci siano delle persone che ci dicano che cosa fare, perché la democrazia non è questo. Democrazia significa che sono le persone a governare. Credo nella democrazia diretta. Ma le persone dovrebbero essere ben informate, non solo leggendo i titoli di alcuni siti. Il problema è che oggi tutto è una “piattaforma”. E gli artisti sono visti solo come generatori di contenuti per queste piattaforme.

lunedì 13 gennaio 2020

Alan Moore su El País

©1984, 2020 Stephen R. Bissette.
Nel seguito, la traduzione di alcuni estratti da un articolo apparso su El País il 12 gennaio, in occasione dell'uscita dell'edizione spagnola di Jerusalem.
Nel pezzo Moore ribadisce alcune dichiarazioni già note sulla Scrittura e sui rapporti con gli editori di comics. L'intervista completa può essere letta QUI, in spagnolo.
Alan Moore: [...] Scrivere può essere impegnativo ma i momenti di progresso lo compensano. Quando si crea sento che siamo a un solo millimetro dal divino. [...]

[Parlando della DC Comics] Sono come l'Inferno di Dante, mentre la scena indipendente sembra 1984. Sono stanco dell'industria dei comics. Hanno già preso troppo del mio tempo. Ho ripudiato l'80% del miei lavori in quell'ambito dal momento che non mi permettono di detenerne i diritti. Mi hanno completamente alienato. A casa mia non ho più copie di quei lavori e non li rileggerò più.

[...] Ho spesso trovato impossibile mantenere il controllo, l'autonomia sulle mie creazioni. E ho incontrato molte persone che hanno cercato di sfruttare il mio talento. Prenderei di nuovo tutte le decisioni che ho preso, nonostante il loro costo. Non ho rimpianti. L'unico, a volte, è il fatto stesso d'essermi dedicato al Fumetto.

[...] L'individuo medio è in grado di affrontare una narrazione complessa ma spesso non è quello che gli viene offerto. Nella cultura popolare, in primo luogo, si decide che il pubblico è composto principalmente da sempliciotti che non apprezzerebbero nulla di intelligente. Quindi vengono prodotte opere con questo approccio supponendo che sia ciò che la massa vuole. Questo processo, prolungato per decenni, genera un pubblico che difficilmente può riconoscere un lavoro intelligente, se lo vede.

sabato 13 febbraio 2016

Alan Moore: scrivere, Godzilla, Twin Peaks, Burroughs e la falena nella barba

Illustrazione (2015) di Matías Bergara, realizzata in occasione del 62esimo compleanno di Moore.
Lo scorso anno, nel mese di Ottobre, ALAN MOORE ha colto l'occasione per risponde a una serie di domande poste dagli utenti del sito Goodreads.com, in una sessione "Ask the Author". Il totale riporta 75 domande poste - su temi eterogenei, alcuni non strettamente legati all'autore inglese e alla sua opera - con alcune risposte, a quesiti (forse) simili, che risultano duplicate.

La chiacchierata e il dialogo con i lettori è una lettura interessante e, a tratti, anche divertente, con Moore che sfoggia il suo consueto eloquio e humour. 

Nel seguito potete leggere la traduzione di una selezione di 15 domande: buona lettura!
L'intera sessione di Q&A può essere letta in originale QUI.
1. Tra tutte le innumerevoli cose che hai scritto qual è il tuo lavoro più personale?
Per definizione Sacco Amniotico dovrebbe essere la mia opera più personale, tra quelle effettivamente disponibili per il pubblico. Ad ogni modo, mi aspetto che il prossimo anno [il 2016, N.d.T] venga sorpassata da Jerusalem, che rappresenta il mio massimo sforzo nel cercare di esporre la mia esperienza di vita e le mie radici in termini di fiction.

2. Pensi che essere consapevoli d’essere dentro una storia horror renda più semplice viverci?
In realtà solo i personaggi della fiction vivono dentro storie horror. La persone reali, anche quando sono soggette di speciali detenzioni illegali e ricevono scosse elettriche ai genitali da qualche parte in Egitto, non sono dentro una storia horror: sono nella stessa realtà ordinaria in cui viviamo io e te, sono parte di essa, di quella realtà che noi tutti contribuiamo a creare, con le nostre azioni e le nostre inazioni.
Credo che sarebbe meglio se ci trovassimo d’accordo nel dire che viviamo nel mondo reale e che se a volte sembra di leggere una storia horror, o peggio, allora siamo noi gli unici autori e siamo sempre noi l’unica autorità capace di sistemare o cambiare le cose.

3. Quale romanzo horror credi sia il più realistico? Ossia, la cosa più terrificante è che possa davvero accadere.
Per soddisfare il criterio di un evento che davvero potrebbe accadere, le opzioni di scelta sono molto limitate. Dovrebbe trattarsi di una qualche guerra nucleare o di una catastrofe ambientale, immagino… Per cui direi un romanzo come La strada di Cormac McCarthy oppure Ipotesi sopravvivenza, film realizzato per la televisione inglese che potrei descrivere come The day after per persone adulte.

4. [...] Quale sarebbe il modo più spaventoso di morire?
Il modo più spaventoso di morire, di sicuro, sarebbe dopo una vita non pienamente apprezzata, compresa o gustata. […]
Il nano di Twin Peaks.
5. Che cosa pensi renda una persona oppure un mostro davvero spaventoso, capace di generare paura?
Credo che la qualità più terrificante in un mostro – reale o fittizio, umano o meno – sia la sua distanza dal nostro mondo rispetto ai comuni parametri; la sensazione di essere di fronte ad una qualche forma di intelligenza completamente diversa dalla nostra, con processi interiori, percezioni e finalità che sono completamente aliene per il noi e, di conseguenza, incomprensibili. Da questo punto di vista cose come i lupi mannari, i vampiri o gli alieni di H.R. Giger non sono molto più inquietanti di un'auto impazzita che sta venendo nella tua direzione. Se un qualcosa con zanne o denti lunghi come la leva “a capo” di una macchina da scrivere avanza verso di te, probabilmente non ti porrai molte domande sulle sue motivazioni e neppure sulle tue: evidentemente sta cercando di ucciderti e tu, altrettanto evidentemente, preferiresti non essere ucciso.
Essere uccisi, che sia a causa di un tumore, di un camionista ubriaco e segaiolo oppure di una mummia ritornata in vita per compiere una vendicativa maledizione...  sono tutte cose a cui, come esseri umani, dovremmo probabilmente essere abituati. Qualcosa vuole ucciderci, spesso un qualcosa di mostruoso e terribile: è praticamente una nostra costante compagnia sin dal Paleolitico!
Molto più allarmante, a mio parere, è un'entità di cui non abbiamo la più pallida idea di cosa voglia:  ad esempio il nano danzante di Twin Peaks invece dei claudicanti cadaveri a caccia di cervelli dei film di zombie.
Una simile inconoscibile entità non deve neppure voler fare del male oppure essere consapevole della nostra esistenza per atterrire. Il solo fatto della sua natura totalmente aliena e insondabile è sufficiente a perseguitarci e ossessionarci per sempre al punto che potremmo finire col desiderare piuttosto di incontrare un bel classico sasquatch furioso.

6. Qual è il tuo romando preferito di sempre? Ti piace Dostoevsky?
Sì mi piace parecchio Dostoevsky anche se ho letto molto poco dei suoi lavori. Credo che fosse uno scrittore relativamente senza paura che, per il suo tempo, ha esplorato aspetti crudi e sgradevoli della condizione umana e alcuni gelidi recessi della nostra psiche e delle nostre emozioni. Riguardo il mio romanzo preferito di sempre, come detto in altre occasioni non penso affatto secondo simili categorie per cui qualsiasi scelta sarebbe arbitraria ed effimera. Detto ciò in questo esatto momento (le 10:30 di mercoledì 28 Ottobre), sono portato a consigliare, ancora una volta, Il Terzo Poliziotto di Flann O’Brien, un’opera che è più strana, divertente e molto meno russa di Dostoevsky ma che, a suo modo, tratta probabilmente le stesse tematiche.
Se invece state cercando qualcosa di strano, divertente e russo non cascate male con Il Maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov. La scelta è vostra; i nomi russi scritti probabilmente in modo errato sono colpa mia, invece.
William Burroughs. Foto di Kate Simon.
7. Quali autori o opere ti hanno maggiormente influenzato in campo letterario?
Se devo essere onesto quasi tutto quello che ho letto mi ha influenzato, sia in senso positivo che in quello negativi. Tra gli autori che mi hanno maggiormente segnato direi William Burroughs, per la decisa e sciamanica energia che metteva nella sua scrittura e nelle sue idee; il non-musicista Brian Eno semplicemente per il suo approccio alla creatività in sé, eternamente curioso e avventuroso; e, più di recente, lo straordinario Iain Sinclair per l'intensità dell'assalto e la crepitante forza che scaturisce dal suo furioso approccio al linguaggio.

8. Qual è la cosa più lovecraftiana o spaventosa che hai trovato nella tua barba? Grazie!!
Credo sia stata una enorme falena, ancora viva, che riuscì ad intrufolarsi nella mia barba durante una visita alla casa di Steve Moore, qualche anno fa. Sebbene comprenda che la cosa non lasci una impressione favorevole circa la mia attenzione per la cura del mio aspetto fisico, non ho la minima idea di come o quando la falena si sia cacciata in quella indesiderabile situazione e per quello che ne so potrebbe essersi schiusa e aver raggiunto la maturità senza conoscere altro mondo se non un labirinto impenetrabile di grovigli grigiastri. Ah!, un’altra cosa orribile oppure un portale per un regno oscuro che può nascondersi nella mia barba, secondo l’atlante The Onion’s Our Dumb World, è… la regione dell’Essex.

9. Una tua fantasia?
L'ultima volta che ho fantasticato avevo all'incirca quindici anni e tutto quello che mi sono immaginato si è poi avverato, fino al più piccolo dettaglio. Per cui puoi scommettere che non lo rifarò mai più.

10. Tra tutti gli straordinari personaggi che hai creato qual è quello che più ti assomiglia? Quello nel quale ti identifichi maggiormente?
Per molti versi sarebbe giusto dire che ogni personaggio che ho scritto - uomo, donna, umano, alieno, buono, cattivo o quant'altro -  è, in un certo senso, un'ipotetica estensione di me stesso, perché, stante la mia esperienza, è il solo modo per scrivere personaggi davvero convincenti: scopri un aspetto dimenticato o represso della tua personalità e lo gonfi fino a costruirci sopra una tipologia credibile di personaggio. Ad ogni modo, il personaggio in tutta la mia produzione che, per scelta consapevole, più si avvicina a me stesso è Alma Warren, un'irragionevole donna artista in post-menopausa che è la sorella maggiore del protagonista di Jerusalem, il mio romanzo di prossima pubblicazione. Lei, per quello che posso dire dalla limitata prospettiva di stare dentro me stesso, sono praticamente io... anche se nella vita reale sono molto più bello fisicamente, ovviamente, e molto meno vanesio.
Lucia Joyce.
11. Che cosa succede quando scrivi?
Probabilmente non dovrei fare favoritismi ma, a mio avviso, questa è forse la domanda più interessante che mi sia stata posta in tutto l’anno.
Non lo so. Non so cosa succede quando scrivo perché non sono certo che esista un linguaggio adeguato per descrivere, persino a se stessi, cosa significhi davvero usare la lingua con uno scopo ben preciso.
So che la mia coscienza, se sono immerso nella scrittura di qualcosa di impegnativo, si sposta in uno stato completamente diverso da quello in cui sono durante la maggior parte della mia vita da sveglio. Ma non è neppure come sognare poiché è molto più focalizzato e ho maggior controllo.
Se sto scrivendo, come spesso faccio, qualcosa che richiede la manipolazione della struttura o del vocabolario della lingua inglese, allora mi ritrovo davvero dentro spazi mentali piuttosto inusuali.
Scrivendo il capitolo su Lucia Joyce in Jerusalem, “Round the Bend” [“Fuori di Testa”, N.d.T.], mi sono ritrovato sotto una sorta di cascata sinaptica che mi ha indotto una delirante, felicità da espansione mentale. Invece, scrivendo nel collassato gergo del futuro di Crossed +100, mi sono un po’ depresso semplicemente dovendo utilizzare una lingua limitata e di conseguenza un numero limitato di cose che i personaggi potevano pensare, o sentire o concepire.
Quello che sospetto succeda è che tutta la nostra realtà neurologica può essere vista, al suo più immediato livello, come costituita da parole. Quando si scende a questo livello della nostra realtà - al “codice segreto” della nostra realtà, se preferisci chiamarlo così - allora che lo faccia consciamente o no, in modo deliberato o no, stai avendo a che fare con… la magia.
Per cui la risposta alla domanda su cosa succeda quando sto scrivendo, è la più banale e inutile delle risposte che mai riceverai da un autore: la magia accade.
Spero che il fatto che sia io a dire una cosa simile e che sia assolutamente convinto di quanto affermo, unitamente a tutte le potenziali terribili implicazioni, sia sufficiente per far sembrare una simile risposta un po’ meno stupida.

12. Che cosa pensi delle nuove generazioni? Stiamo migliorando o peggiorando?
Beh penso che, come per qualsiasi generazione, stiate facendo contemporaneamente meglio e peggio e, credo, che col passare del tempo, i miglioramenti siano superiori ai peggioramenti. Considerando che il mondo con cui avete a che fare è di esorbitante complessità credo ve la stiate cavando piuttosto bene. La mia unica preoccupazione - e non è una preoccupazione specificamente rivolta alla tua generazione - è che troppe persone possano evitare la complessità del mondo per ritirarsi in qualcosa di più semplice, confortante e sostanzialmente paralizzante come la nostalgia oppure il desiderio per una infanzia perduta e priva di complicazioni.
Affrontare il presente ha sempre richiesto una notevole dose di coraggio e audacia. Cercare d’essere all’altezza dei tempi in cui si vive è tutto quello che ciascuno di noi, qualsiasi sia la sua generazione, può sperare di fare.

13. Parlando di cinema mainstream, quale pensi sia il film horror più erotico?
Questa è una domanda un po’ infida. Se rispondessi, ad esempio, Godzilla, allora la gente potrebbe legittimamente interrogarsi sui miei gusti sessuali fino a quando continuerò a scrivere. A dire il vero non penso che i film horror siano particolarmente erotici, al contrario penso che molti film erotici siano... orribili.
Copertina di Providence N. 8. Illustrazione di Jacen Burrows.
14. Vedi la possibilità di un significativo spostamento a sinistra nei Paesi anglofoni stante i positivi riscontri di Corbyn/Trudeau/Sanders? Anche se non voglio dire che loro tre siano identici.
Fa certamente piacere sentire qualche voce di sinistra in un mondo dominato da avidi e spietati programmi di destra e la vittoria di Trudeau in Canada va, naturalmente, salutata come un modo di invertire la tendenza rispetto alle recenti suicide politiche ambientali di un Paese con un passato, in quel campo, esemplare.
Sanders è un caso interessante, che sta emergendo negli Stati Uniti, nazione che sembra essersi goduta finora la relazione fobica con qualsiasi proposta che avesse il più vago odore di socialismo. Auguro a tutti loro ogni bene e di sicuro l’auspicio è che possano prefigurare il ritorno a più basilari e dignitosi valori umani ma, credo, che nel lungo temine dovremmo accettare il fatto che il modello standard di un moderno governo democratico non è più (a) il lavoro, (b) l’interesse delle persone comuni rispetto ad un élite che appare immorale; (c) o persino, la democrazia. Ora abbiamo a disposizione alternative più intelligenti e democratiche e dovremmo incominciare a pianificare sfruttando questo fatto prima che la situazione peggiori ancor di più. Per quanto mi riguarda sarei interessato nel vedere la scienza moderna giocare un ruolo maggiore nei governi: una politica basata sulle evidenze sarebbe un approccio piuttosto inedito e gratificante alla governance.
Quello che voglio dire è che dovremmo sostenere quei pochi raggi di luce che si fanno strada tra la tossica copertura nuvolosa dei conservatori ma dovremmo anche pensare al futuro - che è qui, ora – e dovremmo davvero avere un Piano B che preveda un più ampio e radicale cambiamento.

15. In che modo usi la magia nel tuo lavoro? Quale procedimento o metodo segui?
L’utilizzo della magia nel mio lavoro è cambiato significativamente nei circa vent’anni che sono passati da quando ho iniziato. Se all’inizio prestavo molta attenzione ai rituali e agli esperimenti magici - sia perché era l’unico modo consigliato per trattare simili cose sia perché erano esperienze molto eccitanti e pirotecniche -  al giorno d’oggi ho interiorizzato le mie idee sulla magia al punto che percepisco qualsiasi attività creativa che faccio come un atto magico.
Metto lo stesso livello di magica consapevolezza, percezione e concentrazione in un capitolo di Jerusalem o di Providence di quella spesa nei rituali che sono alla base di Sacco Amniotico o Angel Passage. Sostanzialmente ho capito che Arte e Magia sono esattamente la stessa cosa.
Questo non è un modo per sminuire la Magia, non vuol dire che alla fine dei conti si tratta “solo” di Arte ma, invece vuol dire che l'Arte è un qualcosa di molto, molto più grande di quanto il suo attuale, degradato stato di merce o di semplice prodotto riempi-tempo potrebbe lasciarci supporre.
Se la tua visione del mondo presuppone che tutta la realtà che percepiamo è costituita da parole e credi che certe intense forme di linguaggio possano, di conseguenza, essere capaci di alterare questa percezione, allora prendere in mano una penna o sederti di fronte ad una tastiera assumeranno tutto un altro significato.

[L'intervista completa può essere letta in originale QUI.]

giovedì 7 gennaio 2016

Alan Moore presenta Jerusalem!

Foto di Mitch Jenkins.
Qualche giorno fa sul sito di Gosh! è apparso il blurb, una breve sinossi, scritto da Alan Moore per presentare il suo secondo, attesissimo romanzo intitolato Jerusalem.  
L'uscita del volume - di cui Moore realizzerà anche l'illustrazione di copertina - è attesa per Settembre mentre in Italia il tomo è stato annunciato, tempo fa, da Rizzoli Lizard
Segnalo inoltre che Moore parla a lungo di Jerusalem in quest'intervista, tradotta e proposta nel 2012 su questo stesso blog.

Il testo di "presentazione" di Moore è come al solito caratterizzato da una prosa iper-densa ed evocativa. Nel seguito "azzardo" una traduzione (un grazie all'amico Antonio Solinas per il prezioso supporto), col solo scopo di promuovere l'opera nell'attesa di potermi immergere, quanto prima, in un libro che promette d'essere davvero epocale: enjoy!

Testo originale © Alan Moore
Traduzione italiana: smoky man
Supervisione italiana: Antonio Solinas

Nel mezzo miglio quadrato di decadenza e demolizione che fu la capitale Sassone d'Inghilterra, l'eternità sta bighellonando tra i palazzoni, trappole in caso d'incendio. Incastonato nella sudicia ambra della narrazione del quartiere tra i suoi santi, re, prostitute e derelitti, un genere diverso di tempo si sta manifestando, una sudicia simultaneità che non fa differenze tra le pozzanghere color benzina e i sogni spezzati di chi si fa strada tra di esse. Demoni, menzionati l'ultima volta nel Libro di Tobia, aspettano in trombe delle scale che puzzando d'orina, gli spettri delinquenziali di bambini sfortunati erodono le fondamenta del secolo scavando tunnel, e nei salotti di sopra operai col sangue d'oro riducono il fato a un torneo di biliardo.

Viottoli scomparsi dispiegano la loro voce, composta da parole perdute e un dialetto dimenticato, per raccontare leggende spezzate e resoconti di incredibili genealogie, storie familiari di disonore, follia e meraviglia. C'è una conversazione nell'esterrefatta cupola della cattedrale di San Paolo, un parto sul selciato di Lambeth Walk, una coppia separata seduta per tutta la notte sui freddi gradini della facciata di una chiesa gotica, e un neonato che si sta strozzando a causa di una pastiglia per la tosse per undici capitoli. Una mostra è in via d’allestimento e, in cima al mondo, un vecchio nudo e un bellissimo bambino morto si sfidano correndo lungo gli Attici del Respiro verso la morte termica dell'universo.

Un'opulenta mitologia per coloro senza un soldo bucato, lungo le strade e le pagine labirintiche di Gerusalemme camminano fantasmi che cantano di ricchezza e povertà; d'Africa, d'inni e del nostro logoro millennio. Discutono dell'Inglese come lingua visionaria, da John Bunyan a James Joyce; parlano per ore dell'illusione della mortalità post-Einstein e insistono che il peggior slum è la sacra città eterna di Blake. Impetuosa nel suo immaginario e stupefacente per portata, questa è la storia di ogni cosa, raccontata da bassifondi scomparsi.
[Alan Moore]

Il testo originale  © Alan Moore può essere letto qui.

domenica 6 gennaio 2013

Romanzi, Magia, il Tempo, l'Arte e molto altro: un'intervista con ALAN MOORE

Alan Moore fotografato da Phil Fisk.
Arriva un Nuovo Anno (che non si sa bene dove ci porterà) e... con colpevole ritardo, ecco a voi la traduzione di un'interessante intervista al (solito) ALAN MOORE apparsa nel corso del 2012 su Paraphilia Magazine (pp. 71-80), condotta da D M Mitchell, che ringrazio sentitamente per il permesso accordatomi e per la paziente attesa.

Per maggiori informazioni consiglio di visitare il sito della rivista (QUI).
Il numero specifico può essere letto in originale scaricandolo da Issuu (QUI).
Buona lettura!

“Atavica rinascita” e l'animalesca coscienza primitiva: un'intervista con ALAN MOORE 
di D M Mitchell

Pensare a delle domande appropriate da porre ad Alan Moore può essere una faccenda da far tremare i polsi. Chi lo conosce, o quanto meno ha familiarità con i suoi  lavori, sa che Alan è in grado e disponibile a trattare di qualsiasi argomento. E spesso riesce a farlo con straordinaria intelligenza e senza alcuna auto-celebrazione, aspetti davvero rari (stante la mia esperienza) in uno scrittore. La sua mente possiede sia un’incredibile acume sia una capacità sconcertante nel memorizzare e assimilare informazioni.

Di persona ho sempre trovato che fosse oltremodo generoso. D'altra parte, le persone che hanno sconsideratamente fatto conoscenza con il suo lato sbagliato sanno troppo bene quanto possa essere fiero e inflessibile quando è arrabbiato. Quello che non viene solitamente percepito è che Alan ha anche un lato vulnerabile e fallibile che, allo stesso tempo, colpisce e sorprende in una persona che ha pianificato la struttura di opere monumentali come Watchmen e From Hell.

L’ “umano” Alan Moore è l’Alan Moore che ha dimenticato l’unica stesura (del fumetto perduto) Yuggoth Cultures sul sedile posteriore di un taxi; la stessa persona che ha anche smarrito il mio numero perché l'aveva scritto sul muro accanto al telefono e poi ci ha passato sopra una mano di vernice e che, una volta, mi ha lasciato dormire nel suo letto (perché lui stava dalla sua fidanzata Melinda!) dopo una serata alcolica a Northampton. La sera stessa ho anche vomitato copiosamente nel bagno di Alan, un evento che ho pensato di trasformare in uno slogan per una serie di T-shirt, ma non sono mai riuscito a trovare le parole giuste. Comunque… Posso personalmente testimoniare che non solo Alan Moore è umano, ma è anche un fottuto bravo ragazzo!

Alan Moore è un paradosso poiché è una persona saldamente ancorata al “carnale” e al “terrestre” (anche nei suoi scritti di carattere magico e Cabalistico) e, al contempo, sempre in contrasto con il piano fisico; o per lo meno, con quella parte di esso che vorrebbe la creatività asservita al commercio. Forse è semplicemente troppo “grande” per vivere in un solo mondo?

Sapendo quanto Alan fosse occupato con una moltitudine di progetti recenti (il suo romanzo Jerusalem, la  rivista Dodgem Logic e numerose serie a fumetti) ho mantenuto le mie domande al minimo, eppure Alan ha trovato il tempo per lunghe risposte. Ciò che più mi sorprende, rileggendo questa intervista, è quanto ricalchi l'intervista che gli feci a Northampton nel febbraio 1994, che è apparso in Rapid Eye N. 3 (Creation Books). Forse siamo tutti (come suggerito da Hofstadter) poco più che “strani loop”.
Alan Moore, grazie per il tuo tempo e per la tua disponibilità.
Copertina di Rapid Eye N. 3
Come procede il tuo nuovo romanzo? Quando pensi che sarà pronto?
Personalmente, penso che stia venendo abbastanza bene considerando che avevo dei forti dubbi quando l'ho iniziato. Al momento sto lavorando al capitolo 31… il romanzo avrà 35 capitoli e credo che questo non sia di grande aiuto per prevedere quando sarà finito. Questa incertezza si basa principalmente sul fatto che quando ho raggiunto la fine del capitolo 23 e quindi la fine del “secondo” libro, mi sono reso conto d’essere completamente esausto e che se non avessi fatto qualcosa di radicale con il terzo libro quel senso di svuotamento si sarebbe riflesso sulla scrittura, e sarebbe stato disastroso. La mia soluzione è stata quella di alzare la posta per il terzo atto, facendo sì che, in qualche modo, ciascuno degli ultimi undici capitoli fosse nuovo e sperimentale, rendendomi il lavoro molto più difficile ma garantendo che non potessi far altro che dare il meglio di me stesso per raggiungere l’obiettivo. Sai, ri-leggendo quelle ultime due frasi ho realizzato, con un certo ritardo, che questa è probabilmente una delle più risibili tattiche della mia strategicamente imperscrutabile vita, ma d'altra parte sembra stia dando dei risultati. Il Capitolo 29 è un’opera teatrale di due ore nello stile di Samuel Beckett in cui lo stesso Beckett è uno dei personaggi; il capitolo 30 è una sorta di omaggio alla New Wave della fantascienza inglese degli anni Sessanta e Settanta; mentre il capitolo che sto scrivendo è una performance resa come un flusso di coscienza da uno dei personaggi, in cui cerco di esplorare il nuovo atteggiamento di cui avremo bisogno verso questioni come il vizio, la virtù, il bene e il male, se, per caso, quello in cui viviamo si rivelasse essere un continuum spazio-temporale in cui qualsiasi possibilità di “libero arbitrio” - per come noi lo concepiamo - fosse escluso dalle leggi della fisica (e personalmente io credo sia così). Credo che potrei completarlo entro l'inizio del prossimo anno, e poi avrò bisogno di almeno un paio di mesi per revisioni o modifiche di altro tipo che andranno fatte, e dopo passerò a completare il disegno per la copertina. Quindi suppongo che la risposta breve alla tua domanda è che una tua previsione sarebbe buona quanto una fatta da me.

Ci sono delle connessioni col tuo precedente romanzo La Voce del Fuoco?
È ambientato a Northampton, come La Voce del Fuoco ma tratta di una zona molto più piccola della città. Detto questo, ci sono un sacco di capitoli del libro precedente ambientati entro i limiti della zona in cui vivo, Boroughs, e questa è la stessa ambientazione di Jerusalem, quindi suppongo che la gente possa ragionevolmente aspettarsi qualche sovrapposizione. Ma per come è andata, sono in numero minore rispetto a quanto si potesse aspettare. Quando ho iniziato a scrivere Jerusalem credo intendessi fare più di un riferimento a spettrali cani neri e parlanti teste su picche, ma, come il romanzo ha trovato la sua “voce” c’è stato via via sempre meno spazio per loro. Ci sono alcuni luoghi che ritornano, ed è ovviamente inevitabile, e ci sono un paio di soprannaturali scene di massa in cui un personaggio de La Voce del Fuoco potrebbe, nel caso, muoversi sullo sfondo ma, in generale, sto tenendo i due libri separati, in modo che non ci sia bisogno di leggerne uno per apprezzare l'altro. L’unico elemento per cui Jerusalem è un sequel de La Voce del Fuoco è il fatto che questo secondo romanzo utilizza la stessa materia di base del primo… vale a dire, i luoghi in cui sono cresciuto, la loro Storia e i miei legami personali con loro.. ma tratta questo materiale con una serie completamente diversa di tecniche narrative in modo da plasmarlo in una struttura molto più enciclopedica. Oh sì, e John Clare è presente sia nel capitolo 26, che è il capitolo su Lucia Joyce, e nel già citato pezzo in stile Beckett del capitolo 30. E naturalmente, in entrambi i romanzi anche io sono tra i personaggi ma in Jerusalem sono travestito e fingo d’essere una donna così a nessuno potrà venire in mente che possa essere io. 
Prima edizione di Finnegans Wake pubblicata nel 1939
Quali sono le differenze tra quello che stai facendo e quello che ha fatto Joyce nell’Ulisse, che è anch’esso ambientato in un singolo luogo?
Credo che la più grande differenza è che Joyce (per qualche ragione) non ha ritenuto di rendere la parte centrale dell’Ulisse un allucinogeno e impropriamente terrificante racconto per ragazzi. Oltre a questo, sto arrivando alla conclusione che in quella che, credo, viene chiamata la "Letteratura dei luoghi”, i posti sono forse più responsabili della scrittura di un libro dello stesso autore. È forse un’idea eccentrica ma credo che in qualche modo l’Ulisse facesse “parte” di Dublino e fosse solo in attesa che Joyce lo portasse alla luce. Lo stesso si potrebbe dire per gran parte delle storie di H.P. Lovecraft che erano “parte” del paesaggio del New England, oppure de La casa sull’abisso che era, in qualche modo, legata alle coste occidentali dell'Irlanda che Hodgson aveva visitato. (In realtà, l'ultimo esempio rappresenta la prova migliore per la mia teoria, onestamente, un po’ debole: Iain Sinclair mi diceva che, apparentemente, Iris Murdoch aveva visitato lo stesso tratto della costa irlandese e, senza aver mai letto né mai sentito parlare de La casa sull’abisso scrisse un romanzo che era stranamente simile a molti di quei temi e a molti dettagli della trama.) Curiosamente, al primo capitolo di Jerusalem, un prologo intitolato Work in progress, ho dato quel nome e l’ho scritto prima di rendermi conto che quello era il titolo di lavorazione che Joyce usò per Finnegans Wake.
Una volta fatto, in ritardo, il collegamento, l’ho rafforzato rendendo la luminosa figlia di Joyce, Lucia (che ha trascorso più di trenta anni nel manicomio accanto al liceo che ho brevemente frequentato negli anni Sessanta), la protagonista del capitolo 26, che avevo già provvisoriamente intitolato Round the Bend [espressione inglese che significa “pazzo”, N.d.T.]. Oltre a questo, non so quanto più chiaramente possa indicare delle differenze profonde con l’Ulisse se non affermando un’ovvietà e rimarcando che Joyce è stato uno scrittore di gran lunga migliore di me.

Pensi che qualsiasi evento storico documentato possa essere visto come un palinsesto?
Certamente potrebbe essere visto come un palinsesto, anche se, considerando che una parte consistente di Jerusalem è una disquisizione contro il concetto che esistano dei momenti “discreti” nel tempo… o persino che il tempo stesso esista realmente… allora, al momento, direi che tendo più a vedere il processo storico non tanto come un palinsesto ma più come una forma o una struttura d’accumulo come risulterebbe, ad esempio, dall’uso dell’attuale tecnica di stampa 3D. D’altra parte, personalmente mi piace molto la parola “palinsesto” perciò non avrei comunque molto da lamentarmi. Di sicuro non inizierei una lite per questo.

Il concetto di “tempo” inteso come qualcosa di diverso rispetto a come lo percepiamo (o come siamo stati condizionati a percepirlo) nelle nostre vite di tutti i giorni, è un concetto prevalente in molte delle tue opere. A parte i tuoi romanzi, ci sono La Lega degli Straordinari Gentlemen, Promethea, From Hell e non dimentichiamo il Dr. Manhattan. Come sei arrivato a questa tua percezione del “tempo”?
In realtà, se la mia visione del tempo - come un solido eterno composto da almeno quattro dimensioni in cui il movimento e il cambiamento sono solo una illusione prospettica originata esclusivamente dalla limitata consapevolezza dell’uomo - è vera, allora diventa problematico parlare di come sia arrivato a questa percezione, visto che un arrivo implica un tragitto lineare e di conseguenza, una concezione lineare del tempo. Nella mia personalissima visione delle cose, sebbene fossi già incappato in idee che prendevano in considerazione concezioni diverse del tempo e del suo passare ed aver persino usato quelle idee nei miei primi fumetti, direi di non aver mai “posseduto” un concetto “profondo” fino alla mia prima esperienza magica il 7 Gennaio 1994, come brevemente descritto nel racconto Unearthing che scrissi per City of Disappearences, l’ottima antologia curata da Iain Sinclair e che poi è stato sviluppato nell’album e nel box-set pubblicato da Lex Records.
In pratica, durante quell’esperienza mi sono reso conto di quello che implicasse il concetto di spazio-tempo visto come un solido a quattro dimensioni, e ho realizzato tutto questo in un modo molto potente e personalmente pieno di significato. Ho capito, a quel punto, che i modi in cui avevo in precedenza trattato l’argomento - in Watchmen, From Hell e in vari episodi di Futuri Incredibili - potevano essere visti, forse romanticamente o forse letteralmente, come una sorta di pre-memoria che viaggiava come un onda attraverso il tempo in entrambe le direzioni a partire da quel momento di “realizzazione”. In sostanza, l’uso di quell’idea prima di quel momento dovrebbe essere vista come degli intuitivi “spari nel buio”, mentre quanto fatto in Promethea o dopo è il risultato di una esplorazione più consapevole e diretta di quel concetto.

William Blake è, senza dubbio, una figura importante per te. Lo stesso titolo Jerusalem è un ovvio riferimento. Quanto dei contenuti del romanzo sono legati alla visione e alla filosofia di Blake?
Sebbene William Blake sia, certamente, in cima alla lista, ci sono in realtà diverse ragioni per cui il romanzo si intitola Jerusalem. Almeno un paio delle prime crociate partirono dal castello di Re Giovanni che si trova all’angolo della strada in cui sono nato, inclusa la famosa spedizione di Riccardo Cuor di Leone. Il Barone reggente di Northampton, Simon de Senlis, costruì l’ancora esistente Chiesa del Santo Sepolcro in Sheep Street sul controverso modello del tempio di Salomone a Gerusalemme. Da un punto di vista metaforico, l’idea di Gerusalemme come uno stato spirituale dell’essere che un giorno si sarebbe realizzato sulla Terra era preminente nella visione di John Bunyan di Bedford che combatté al seguito del New Model Army di Cromwell e passò spesso per Northampton durante le campagne di predicazione. La moltitudine di dissidenti credi religiosi che trovò casa nella Northampton del XVII secolo e supportò Cromwell nella battaglia decisiva di Naseby credeva fermamente che una Gerusalemme materiale sarebbe stata fondata nel corso della loro vita, e i rifugiati che salparono alla volta del Nuovo Mondo scappando dall’orribile Northampton del periodo, come le famiglie Washington e Franklin, speravano tutti che lo stesso potesse avvenire nella loro nuova Patria. Jerusalem come inno è un altro dei temi ricorrenti del romanzo, visto che esamina come gli inni Inglesi furono inizialmente cantati nelle cappelle ribelli (con probabili infiltrazioni Lollarde) di Northampton durante il regno di Elisabetta I e prende in considerazione altri inni, rilevanti a livello locale, come Hark, the Glad Sound di Phillip Doddrige e Amazing Grace del Pastore John Newton.
Comunque, come ho detto, William Blake è di gran lunga il principale riferimento. Una delle idee principali del romanzo è l’implicazione dell’inno di Blake e Parry che “fra questi oscuri mulini satanici” sia forse l’unico posto possibile in cui Gerusalemme possa essere fondata: in strade e spazi piacevoli non hanno davvero bisogno di Gerusalemme e non la stanno cercando. Considerando il concetto di tempo a cui ho accennato in risposta alla domanda precedente, potrebbe implicare che tutto e tutti contenuti in un eterno spazio-tempo solido sono anche loro eterni, e questo comporterebbe che i nostri più miseri e indigenti distretti sono potenzialmente delle città eterne popolate da ignari immortali. Ci sono inoltre degli altri temi che legano Jerusalem a Blake, tra questi il fatto che alcuni antenati dei miei genitori arrivarono nel Boroughs a Northampton dopo aver vissuto a Lambeth, che è anche il luogo natale di un altro dei personaggi del romanzo, ossia Charles Chaplin. Tutti questi differenti fili siano stati messi insieme in Jerusalem ma, se siano stati messi insieme come un cangiante arazzo oppure come uno sgraziato gomitolo di filato ingarbugliato, spetterà al lettore deciderlo. 
Iain Sinclair (sx) e Norton (dx), nella versione apparsa su La Lega.
Quanto sei stato influenzato da Iain Sinclair? Ha fatto anche un’apparizione (come Norton) nel fumetto de La Lega.
Direi che la scrittura di Iain Sinclair è probabilmente tra i maggiori incantesimi in cui sia caduto durante la mia carriera. Essere in grado di scrivere in maniera così splendida e originale con un incredibile livello di densità intellettuale è stato per molti anni tutto quello che ambivo di poter fare. Credo che si possa vedere l’influenza di Iain in From Hell e nell’ultimo capitolo de La Voce del Fuoco, e anche nelle performance-reading legate alle produzioni Moon & Serpent, fino ad Unearthing. Nel caso di Jerusalem, credo di star facendo uno sforzo concertato per scrivere in modi diversi e espandere il racconto in altre aree, anche se questo non deve essere certamente considerato come un rifiuto di tutte le cose incredibili che ho imparato dalla scrittura di Iain, piuttosto è un tentativo di esplorare da solo, in modo più approfondito, qualche altro territorio usando ancora il lavoro di Iain come standard di riferimento riguardo al livello di intensità, intelligenza e di concentrazione che uno scrittore dovrebbe mettere nel suo lavoro. Riguardo l’apparizione di Iain come Norton nella recente continuity de La Lega, penso che gli sia piaciuta anche se ha avuto da ridire sul fatto che gli abbiamo dato l’aspetto di uno scheletrico dentista nazista. In effetti, ho utilizzato quella sua lamentela nei dialoghi di Norton nel capitolo ambientato nel 2009, dal momento che credo fermamente che si debba garantire alle persone il diritto di replica.

Al momento sembra stiamo vivendo “tempi interessanti” su scala globale. Hai la sensazione che sia un periodo migliore o peggiore se rapportato a precedenti epoche storiche?
Davvero non so come qualcuno potrebbe valutare se il nostro attuale momento storico sia migliore o peggiore di quelli che l’hanno preceduto, ma credo che sarebbe corretto dire che è, ovviamente, un periodo molto differente. Il principale elemento di differenza è la quantità di informazione, di gran lunga superiore, a cui la nostra specie ha accesso, e la conseguente maggiore complessità che ha accompagnato questo ininterrotto accumulo. Ovviamente, da un certo punto di vista tutto questo potrebbe essere considerato come una cosa positiva in quanto, tra tutta questa massa di informazioni, ci potrebbero essere, molto probabilmente, le soluzioni a tutte le varie, attuali crisi globali. Dall’altro canto, con gli individui e il loro senso d’identità sul punto di crollare e di collassare sotto il peso di una complessità per la cui gestione non hanno mai acquisito gli strumenti psicologici, potrebbe essere una cosa davvero brutta. Da un lato abbiamo i fondamentalisti religiosi e i nazionalisti d’estrema destra che reagiscono all’inarrestabile onda del cambiamento puntando aggressivamente i piedi nel tentativo di difendere le loro visioni del mondo che collassano, a volte in maniera violenta. Dall’altro lato ci stiamo sempre più avvicinando a una compressione migliore e più sofisticata del nostro mondo e del nostro universo e siamo, a denti stretti, spinti a tirar fuori nuovi e ingegnosi modi per gestire sia l’aumento della popolazione che la diminuzione delle risorse.  Direi che la crescita esponenziale della complessità non è né una buona cosa né una brutta cosa: è semplicemente… una cosa; una condizione dello scenario in evoluzione dell’umanità, e spetta solo a noi rapportarci e confrontarci con esso se vogliamo sopravvivere alle prossime decadi con le nostre vite e personalità intatte.  
Copertina della prima edizione di 1984.
Pensi che l’Arte, la Letteratura, etc. abbiano ancora una voce capace di fare la differenza? Può essere udita anche al giorno d’oggi?
Naturalmente l’Arte e la Letteratura fanno la differenza. Sempre di più, in un mondo dominato da un crescente aumento di dichiarazioni da parte di governi e di corporation, le voce dei singoli sono la sola cosa che possa fare la differenza. Solo per fare un esempio che è a portata di mano, qualsiasi sia il motivo per cui movimenti come Occupy o Anonymous abbiano deciso di adattare la maschera di V for Vendetta e la sua etica di base, si può comunque evincere che abbiano preso un po’ d’ispirazione dall’opera originale. E naturalmente, l’Arte e la Letteratura hanno fatto la differenza in aspetti che sono evidenti solamente in quello che non possiamo vedere: quanto sarebbe stato più semplice architettare un regime totalitario in questo Paese se Orwell e Huxley non avessero scritto 1984 e Il Nuovo Mondo?
Penso che il punto cruciale della tua domanda sia se l’Arte e la Letteratura possano ancora essere udite nel clamore della società contemporanea o, per lo meno, se possano essere udite chiaramente e senza distorsione. Il problema, per come lo vedo io, sta nell’idea contemporanea dell’Arte come semplice categoria dell’intrattenimento. Con questa classificazione, è inevitabile che quasi tutta l’arte che è commercialmente di successo (e di questi tempi, se si parla di successo, è da intendersi nel senso di successo commerciale) verrà gestita da un’industria dell’intrattenimento. L’indizio qui è nella parola “industria”, nel senso che un’impresa metterà sempre al primo posto le considerazioni commerciali e, col tempo, condizionerà le persone interessate a lavorare in quel campo a fare lo stesso. Che gusto ci sarebbe, dopo tutto, nel creare qualcosa di eccellente e che riflette perfettamente i sentimenti più intimi di una persona se non ci fosse un modo di mostrare la propria creazione ad un pubblico, qualunque esso sia? Penso che questo sia un approccio profondamente deleterio e ne deploro la sua evidente, facile accettazione da parte di quella che si suppone essere oggi la comunità degli autori. Stante i miei studi su Blake, Bunyan e John Clare, se sei stato così fortunato da aver ricevuto delle doti artistiche allora, esprimerle in modo lucido e chiaro senza alcun compromesso, non è la tua carriera ma è il tuo compito e la tua responsabilità. Se sei un artista, in qualsiasi campo operi, ti dico che è più probabile che tu possa trovare soddisfazione e significato nella tua vita rimanendo fedele a te stesso e all’integrità del tuo processo creativo piuttosto che far prostituire la tua musa col primo cliente all’apparenza benestante che passa per strada. L’Arte e la Letteratura possono fare un’enorme differenza in opposizione alle fanfare supportate dalle corporation che non fanno altro che aggiungere al già assordante livello del rumore culturale.

Tornando a parlare del concetto di “storicità”. In che modo pensi che i cambiamenti epocali possono influire su un’opera d’Arte? Pensi che un’opera d’Arte possegga qualcosa di “essenziale” che è immodificabile e che possa essere apprezzato a prescindere dalla situazione politica oppure è soggetta a cambiare se vista da un vantaggioso punto d’osservazione sia esso in senso spaziale o temporale?
Così come un valido scultore creerà un’opera che potrà essere ammirata, girandoci intorno, da diverse angolazioni nello spazio, allo stesso modo, credo, un autore autentico crea dei lavori intorno ai quali si può girare e guardarli da angolazioni diverse… nel tempo. Se pensi al caso di Shakespeare… che credo sia una persona singola di origine modeste, semplicemente interessata a molti e differenti argomenti, e non un aristocratico o un gruppo di aristocratici e credo bisognerebbe finirla con questa storia… allora, un’opera come La Tempesta, per esempio, sarà percepita come un lavoro completamente diverso a seconda del periodo storico a cui apparterrà il pubblico che la vedrà. Il pubblico le attribuirà dei significati e delle sfumature in relazione al periodo storico, sfumature che non potevano essere incluse tra gli intenti dell’autore ma che, in larga parte, sono generate dal pubblico stesso. Come per qualsiasi opera d’arte, il momento dell’Arte si realizza solo nella connessione tra l’artista e il suo pubblico, con entrambe le parti che contribuiscono ad almeno metà dell’esperienza. Se un’opera riesce a toccare in profondità un’emozione o una verità fondamentale per l’essere umano allora, probabilmente, manterrà la sua importanza a prescindere da quanti anni o secoli saranno trascorsi dalla sua creazione. L’opera d’Arte come oggetto fisico in sé non cambia, naturalmente. Invece è la prospettiva di chi ne fruirà a cambiare e, di conseguenza, cambierà la percezione dell’Arte. Una valida opera d’arte, così come una scultura di valore, presenterà aspetti interessanti da qualsiasi angolo o periodo storico la si guarderà.

Evitando l’argomento del valore o meno degli adattamenti cinematografici dei tuoi fumetti, quello che trovo più irritante è che un’intera generazione di giovani probabilmente entrerà per la prima volta in contatto con le tue idee attraverso cose come il film su Watchmen. Questo come ti fa sentire?
Ad essere onesto, non posso dire d’essere troppo preoccupato. Se uno di quei film… che non hanno davvero nulla a che fare con i miei fumetti… dovesse portarli a dare un’occhiata all’opera originale, allora, se tutto andasse bene, potrebbero trovarla un’esperienza abbastanza soddisfacente da voler provare, forse, qualche altro dei miei lavori. Se preferiscono gli adattamenti cinematografici alle opere originali, allora questo è affar loro. Allo stesso modo, se per alcuni la visione, ad esempio, del film di Watchmen fosse l’unico momento di contatto con le mie idee, allora probabilmente non si sarebbero comunque trovati bene col mio tipo di pubblico. Se una persona è davvero in cerca del tipo di idee che di solito si trovano nei miei fumetti, allora probabilmente finirà con l’imbattersi nei miei lavori, in un modo o nell’altro, ma quello che ne conseguirà dipenderà tutto da lui.

C’è un fenomeno simile che sta avvenendo in ambito socio-economico, ossia i ragazzi che stanno raggiungendo la maggiore età sono cresciuti in un clima tale da accettare acriticamente come perfettamente normali delle cose che trovo politicamente e eticamente ripugnati. Che ne pensi?
Concordo sul fatto che ci siano state parecchie sgradevoli “agende” che sono state seguite e imposte alla gente in queste ultime decadi, ma c’erano delle sgradevoli “agende” che circolavano anche nel dopo guerra, il periodo in cui io sono cresciuto, in cui l’Inghilterra era ancora sotto shock per la perdita dell’Impero. Considerando che sono stato coinvolto in una forma o in un’altra di Radicalismo sin dai tardi anni ’60, devo dire che gli attuali movimenti di protesta sono molto più estesi, molto più consapevoli e molto più socialmente eterogenei di qualsiasi altro movimento che io abbia conosciuto nel XX secolo.
Certo, gli idioti o le vittime di ipnotismo saranno sempre pronti ad accettare acriticamente qualsiasi cosa verrà propinata loro dai loro leader ma, da quello che vedo, la realtà dei fatti sembra indicare che, al giorno d’oggi, si sono sempre meno persone tra i ranghi degli stupidi e degli ipnotizzati rispetto a quanti ce ne fossero durante i miei anni di formazione, o se per quello, durante i tuoi. Inoltre, gli individui singoli sono molto più resistenti di quanto appaiano. Senza eccezioni, le persone più radicali che ho conosciuto hanno avuto, in larga maggioranza, un’educazione ordinaria e sono stati soggetti alla stesse trafila di oppressioni e agli stessi tentativi di lavaggio del cervello di chiunque altro, ma sembra che, su di loro, non abbiano avuto alcun effetto. Al contrario, un simile trattamento sembra aver solo acuito la loro determinazione rendendoli più creativi e intraprendenti… se possibile, più creativi e intraprendenti a quanto lo sarebbero stati se fossero stati allevati in modo più idilliaco e progressista. Sebbene non sono d’accordo con Karl Marx su moltissime questioni, bisogna dargli ragione quando dice che, a volte, “peggio è meglio”. 
Mitch Jenkins e Alan Moore sul set di Jimmy's End.
Prima di abbandonare il tema “film”, che cosa ci puoi dire su Jimmy’s End?
In questo preciso momento è ancora un po’ campato in aria, soprattutto per via dell’approccio che io e Mitch Jenkins abbiamo deciso d’avere sul finanziamento del progetto. Poiché stiamo evitando  i canali tradizionali dell’industria cinematografica e vogliamo restare in possesso dei diritti sull’opera, abbiamo parlato con diverse società del mondo high-tech che avevano mostrato un grande interesse ma circostanze esterne hanno impedito il loro coinvolgimento, come nel caso di un’importante azienda di computer che ha scoperto all’ultimo momento dei problemi nel suo hardware, ossia è saltato fuori che il loro tablet non era in grado di fare molte delle cose che avrebbe dovuto. Al momento c’è un’altra grossa società del settore che sembrerebbe davvero ansiosa di raggiungere un accordo, ma non stiamo certo trattenendo il fiato. Nel frattempo, piuttosto che stare a girarci i pollici, Mitch ed io abbiamo realizzato un corto di 15 minuti, intitolato Act of Faith, che pur essendo una storia auto-conclusiva, funge anche da trailer per Jimmy’s End, che pensiamo sarà lungo sui 40 minuti. Jimmy’s End è pronto a partire, in termini di cast, location, costumi e troupe, non appena qualcuno ci darà quella somma, relativamente minima, di cui abbiamo bisogno. Una volta completato Jimmy’s End, il progetto potrebbe andare avanti in diversi modi ma tutti quanti dovrebbero puntare verso una produzione molto più grande, intitolata The Show, da cui potrebbero derivare, si spera e sarebbe logico accadesse, altri progetti in media diversi. Guardando quello che Mitch ha fatto con Act of Faith, un piccolo esempio di cinema davvero coinvolgente e disturbante, non riesco ad immaginare qualcuno che non voglia vedere Jimmy’s End per sapere come la storia andrà avanti. Ma, come sempre, vedremo quel che succederà.
[Act of Faith e Jimmy’s End sono stati diffusi nel Novembre 2012 sul sito dedicato al progetto (qui), N.dT]

Che cosa sta succedendo alla splendida Dodgem Logic?
Per il momento Dodgem Logic è sospesa, soprattutto perché la politica di non avere pubblicità, di ospitare materiali di qualità e pagare le persone coinvolte si stava rivelando in perdita nonostante i numeri della rivista, in termini di vendite, fossero discreti. Inoltre alla fine della prima stagione, col numero otto, sono sopraggiunti altri impegni. Idealmente, se e quando riuscirò a tirarmi fuori da questi impegni, ci piacerebbe ri-lanciare Dodgem Logic rivedendone la struttura in modo da mantenere la stessa qualità della rivista originale e, al contempo, facendo in modo che sia davvero economicamente sostenibile. Ho ancora tutto il gruppo di Dodgem Logic pronto al minimo cenno e Joe Brown ha fatto un ottimo lavoro nel ripensare la rivista nell’eventualità che le cose girino nel modo giusto e che si torni a pubblicarla. Più guardo a dove mi sembra sia diretta la cultura contemporanea e più penso che Dodgem Logic sia una proposta non solo opportuna ma, sopratutto, necessaria e so che tutte le persone incredibili che hanno contribuito alla rivista la pensano nello stesso modo. La volontà di tornare a pubblicarla è di certo presente, ci rimane solo da pianificare le giuste circostanze. “Spera che tutto finisca bene ma non trattenere il respiro”… credo sia questo il messaggio che sto cercando di dare.

Quando ti ho intervistato per Rapid Eye N.3 (e sembra sia stato una vita fa) avevi appena dichiarato pubblicamente d’essere diventato “un mago”. [1993, in occasione del suo quarantesimo compleanno, N.d.T.] In questi anni come sono cambiate le cose al riguardo? Quando credi sia importante la magia ai giorni nostri?
Per chiunque sotto i vent’anni, l'intervista su Rapid Eye era davvero “una vita fa”, ma so cosa vuoi dire. Il mio uso della magia ha acquisto sempre maggiore significato nel corso degli anni successivi, fino a che - come per l’uso linguaggio, ad esempio - ha pervaso tutta la mia personalità e esistenza al punto che, a volte, ne sono a malapena consapevole. Riguardo quanto la Magia sia importante per me, dato che attualmente sento che la Magia è  una condizione fondamentale della coscienza umana quanto il linguaggio, mi spingerei a dire che la Magia, che comprende in sé la totalità dell'essere e della coscienza, è l'unica cosa importante. La Magia, in sostanza, è ciò che conferisce all'universo il suo significato e ci risparmia da un cosmo inflessibilmente razionalista, in cui abbiamo capito quasi tutti i meccanismi fisici del nostro continuum solo per affermare che l’intero spazio-tempo non ha significato alcuno. L'esistenza, credo, ha il senso e il significato che noi, come coscienti e senzienti prodotti dell’esistenza stessa, scegliamo di attribuirle.
Di sicuro, c’è il mondo concreto e inamovibile, con i sui processi logici ma c’è anche il mutevole e fluido fenomeno delle nostre percezioni individuali e attraverso esse noi animiamo mentalmente l’inerte “argilla” dell’ambiente che ci circonda. Per me la Magia è semplicemente la più ricca, la più utile e gratificante visione del mondo in cui mi sia imbattuto e mi appare oggi più vera e più importante di quanto non fosse diciotto anni fa. Se sei alla ricerca di una visione del mondo che non sia restrittiva, che è intellettualmente soddisfacente e contribuisce alla felicità e all'equilibrio, se non all'estasi vera e propria, a mio parere la Magia è ancora l’unica scelta.
Le interviste precedenti: