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venerdì 19 luglio 2019

[Oldies but goldies] Bilotta intervista Pinocchio, 2001

Di recente Star Comics ha annunciato la riedizione di Povero Pinocchio - Storia di un bambino di legno, graphic novel (diremo oggi) con cui Alessandro Bilotta e Emiliano Mammucari esordivano insieme nel lontano 1999. A 20 anni di distanza uscirà quindi una nuova edizione, "riveduta e corretta" e con contenuti extra, che verrà presentata in occasione della prossima edizione di Lucca Comics & Games (dal 30 ottobre al 3 novembre). Qui potete vedere un'anteprima.

Per serendipità mi sono imbattuto, nei giorni scorsi, in uno dei materiali dello "Speciale Montego" che presentammo su Ultrazine.org nell'ottobre 2001: un'intervista a Pinocchio dello stesso Bilotta!
In linea con questo clima di riproposte, potete (ri-)leggerla nel seguito.

Tutte le immagini qui presenti sono, ovviamente, opera di Emiliano Mammucari.
LE BUGIE HANNO IL NASO CORTO
INTERVISTA A PINOCCHIO
a cura di Alessandro Bilotta

Rischiamo di ammazzarci per salire la scaletta di corda che porta in cima a una quercia secolare tra le cui fronde è nascosta una piccola, ma bellissima casetta di legno. Siamo in un bosco nei pressi di Manciano, un comune vicino a Grosseto. Il nostro ospite ci attende all'entrata. Appena dentro, ci aspettiamo di trovare qualche strano oggetto proveniente da un luogo lontano o qualche cosa che ricordi letture fatte da bambini. Ma le nostre aspettative vengono deluse. L'interno è pulito e ordinato e nulla appartiene a storie già raccontate. Quello che ci interessa è il protagonista e ce l'abbiamo davanti. Pinocchio. Con una grossa testa rotonda e gli occhioni grandi sembra più un bambino di legno che un burattino e, soprattutto, non ha quel lungo naso a punta che gli viene attribuito. Ci accoglie gentile e ci fa accomodare su delle poltroncine che per noi sono piccole, ma non lo diamo troppo a vedere. Abbassiamo la testa e ci sediamo per terra. Qua e là attirano la mia attenzione alcuni manufatti di legno che il burattino si diverte a costruire e intagliare da qualche tempo a questa parte. Forse lui stesso ha costruito la casetta, sicuramente è figlio d'arte. Sono banale, ma non riesco ad evitare la prima, scontata domanda…

[Pinocchio è stato fabbricato nel 1881 a Firenze. Da lì ha poi viaggiato molto e si è ora stabilito in un bosco a Manciano, vicino a Grosseto.] 

Girava voce che fossi diventato un bel bambino "perbene". Era leggenda oppure sei ritornato burattino?
Pinocchio: Se ne dicono tante di panzane sul mio conto. E questa mi sa che è la più grossa. Io neanche lo so se ci sono mai voluto diventare un bambino.

Vuoi dire che tutte quelle storie sul fatto che facendo il buono e l'ubbidiente saresti diventato un ragazzo in carne e ossa non sono vere?
Pinocchio: Se ciái creduto sei proprio un grullo. Ma secondo te è possibile che uno deve fare lo sforzo di essere buono e in cambio ciá pure la sciagura di farsi trasformare in bambino? A me non me ne importa proprio niente di diventare paffuto e boccoluto e poi di cominciare pure a invecchiare. E poi scusa… mica tutti quelli che sono bambini sono così buoni come credi, anzi, forse crescendo diventano pure peggio.

Diventando "grandi" si vivono alcune esperienze importanti che non ci sarebbe modo di sperimentare altrimenti. Non hai il rimpianto di essere escluso da queste?

Pinocchio: E rimanendo burattino, invece, si fanno tante altre esperienze che i grandi giammai si sognano. Diventare grandi è una cosa seria. I grandi fanno cose brutte che neanche voglio pensare, tu le sai di sicuro meglio di me. In fondo noi burattini non si dà fastidio a nessuno, io poi ció la fortuna che mi muovo senza fili.

Questo è un punto che mi ha sempre interessato molto. Come fai a muoverti senza fili?
Pinocchio: Ecchennesò? Ti hanno mai chiesto a te come fai a camminare, a muoverti o a far di conto? In fondo sei pieno di ciccia e tutto quello che c'è dentro. Sei un sacco e una sporta più pesante di me. A te, invece che dei fili, ti ci vorrebbero delle funi belle bitorzolute. Eppure non ti domandi come fai a muoverti e lo domandi a me. Io non lo so. So solo che ero un bel pezzo di legno da catasta e che mio babbo Geppetto ha fatto il resto.

[Il padre di Pinocchio si chiamava Geppetto, detto "Polendina", e faceva il falegname. Forse da lui il burattino ha imparato a lavorare il legno, vista la graziosa casetta sull'albero nella quale vive.] 

D'accordo, allora diciamo che, escluso il fatto che sei di legno e che non cresci, sei proprio come tutti gli altri bambini. Ma allora come te lo spieghi che quando dici una bugia il naso ti si allunga a dismisura?
Pinocchio: CHECCOSA? Eppoi sarei io il malanno che passa le giornate a bighellonare invece di leggere libri? Non mi dire che hai creduto anche a questa fanfaluca?

Vuoi dire che non è vero?
Pinocchio: Il mio bel naso non si è mai allungato più di come lo vedi. Sono di legno io, mica di gomma. Io le bugie le dico quando e quante mi pare. Queste storie che si allunga il naso o che arriva l'uomo buio, le hanno inventate per spaventare i bambini che così, anche se diventano bravi e buoni, la notte non chiudono occhio per la paura. Non sono queste pure bugie? Bugie che i grandi si inventano per non far dire le bugie ai bambini. Io dico che questo è proprio buffo.

Non ti fidi degli adulti? Eppure loro hanno più esperienza. Cercano solo di trasmetterla a chi non ne ha, per evitare che i più piccoli facciano i loro stessi sbagli.
Pinocchio: Curiosa razza i grandi. Dicono più bugie dei bambini, anche se hanno meno fantasia, e poi pretendono sempre di dare consigli, convinti che loro hanno trovato la strada giusta. Ma i consigli dei grandi servono solo a disimparare, perché se uno vuole imparare davvero qualcosa mi sa che è molto meglio che la vive di persona. Così trova la sua strada senza che deve andare a scuola a sentire tante noiose lezioni di qualche maestro, buono solo ad alzare la voce e a menar di bacchetta.

Ma tu che ne sai? A scuola non ci sei mai andato.
Pinocchio: Ci sono stato quel tanto che basta per capire che è tutta una buffoneria. Come ti ho detto, io delle spiegazioni degli altri non ne ho bisogno. Le cose le imparo da me. Se gli altri vogliono andare a scuola, contenti loro. Io me ne guardo bene. E poi ció la fortuna che io non ho bisogno di andarci. Sono burattino. Per me è sempre festa. A me i maestri non mi picchieranno mai perché io non ho bisogno di loro. Per me non esistono. Non ho bisogno di nessun pezzo di carta che dice quanto sono bravo.

[Testa grossa e rotonda, occhioni grandi e attenti. La cosa che più stupisce di Pinocchio è il naso grosso, ma corto. Da quello che ci dice, non si è mai allungato più di così.] 
Quello che salta agli occhi di un tuo ospite, guardandosi intorno, è la particolarità dei pupazzi di legno che riempiono la tua casa. Ne vedo un paio ancora "in lavorazione" su un vecchio tavolo da falegname. Come ti è nata questa passione? In fondo sei "figlio d'arte", non trovi?
Pinocchio: Infatti è una voglia che mi è nata proprio vedendo il mio babbo lavorar di scalpello. Per me è come fare una foto. Mi fermo vicino a un ruscello o a un vecchio ponte e con un pezzo di legno cerco di ricopiare la forma di qualche animaletto o alberello. Altre volte mi invento io una figura, una maschera oppure anche qualche marionetta. Mi vorrei magari costruire un bel teatrino di burattini. Poi stando in un così bel bosco, c'è sempre tanta legna in giro e se sei il figlio di un bravo falegname, com'era il mio babbo, ti viene proprio voglia di divertirti. Anche gli animali mi aiutano. Magari qualche coniglietto vanitoso si mette in posa per farsi più bello. Una lince una volta mi ha chiesto se le potevo fare una bella scultura e gli alberi rinverdiscono i rami quando voglio scolpire un bel paesaggio.

Sembra che tu stia parlando di un bosco magico, incantato…
Pinocchio: Perché io lo vedo così. Magari se ci passi di fretta, senza guardarlo con attenzione, ti può sembrare un bosco come tutti gli altri. Con gli alberi, le foglie, il laghetto, il fiumiciattolo, gli uccellini e tutti i crismi che gli si confanno. Ma se ti diverti a fissarlo bene, cercando di non guardarlo proprio con gli occhi, scopri un sacco e una sporta di cose che nemmeno te le immagini.

Prima di stabilirti qui, a Manciano, hai viaggiato molto. Ci racconti dove sei stato e quando hai deciso di fermarti?
Pinocchio: Io non è che mi sono fermato qui. Ogni tanto ci vengo a stare. Mi piace sempre andare in giro e non fermarmi mai e poi magari mi accorgo che sono troppo lontano o che ho perso la strada e allora mi diverto a ritovarla. Oppure lascio che si ritrova da sé. Ho girato talmente tanto che non mi ricordo tutti i posti e i personaggi buffi che ho conosciuto. Che se poi vado a vedere, ho girato solo una regione. Che per uno grande come voi basta prendere la macchina e se la gira in poco meno di una settimana, ma poi non si accorge di quello che c'è dentro. E' come il fatto del bosco che ci passi in fretta, lo stesso discorso.

Quindi potresti ripartire da un momento all'altro? Dove vorresti andare?
Pinocchio: Boh! Se mi prende il ghiribizzo me ne vo in giro oggi stesso. Ma se ti devo dire dove, non lo so neppure io. A me la cosa che più mi piace è andarmene per diritto, pigliare una strada e non sapere dove mi porta. Io penso che è proprio quello il bello. Andare dove non sai. Incontrare gente buffa che nemmeno te lo immaginavi. E' proprio così che a me mi è capitato di finire in tante avventure strambe, che se le racconto, nemmeno la gente ci crede. Non ci crede perché non va mai a prendere le strade per diritto. Chi lo sa, magari, su una di queste, un giorno di questi, ci si rincontra.

Articolo apparso originariamente su Ultrazine.org nell'ottobre 2001.

martedì 15 ottobre 2013

Orfani? No, grazie. Meglio Occhio di Falco!

Pagina da Hawkeye N. 2 (Marvel). Disegni di David Aja, colori di Matt Hollingsworth. Storia: Matt Fraction.
Di certo non sono il "lettore medio" (esiste?) né, probabilmente, il "target" obiettivo (esiste?) di Orfani, la nuova produzione Bonelli di cui da tempo si fa un gran parlare e che, in un certo qual modo, è attesa come una sorta di "salvatore della Patria" o comunque come un evento di svolta per i meccanismi produttivi e per il "rinnovamento" della casa editrice milanese e, naturale conseguenza, del Fumetto Italiano popolare. 
Probabilmente le mie sono solo sensazioni, un parere "a pelle" e certo senza crismi di infallibilità da parte di chi qualche fumetto lo legge e l'ha letto. Senza alcun intento polemico (meglio mettere le mani avanti che flame e troll sono sempre dietro l'angolo! LOL!), cercando di focalizzarmi sopratutto sulla storia, sul fumetto in sé che è quello che, personalmente, conta. Un approccio, direi, lievemente più approfondito del mio solito omeopatico (LOL).

Orfani, dicevamo. (Mini? Maxi?) serie mensile a colori di genere sci-fi ideata (e scritta) da  Roberto Recchioni insieme a Emiliano Mammucari, a cui si deve l'impostazione grafica, in uscita il 16 Ottobre in tutte le italiche fumetterie (ma da qualche parte, pare, già disponibile da giorni). Copertinista d'eccezione: Massimo Carnevale. Per una serie di fortunati eventi ho potuto leggere in anteprima la versione in pdf. E sì, vi rispondo subito... difficilmente comprerò l'albo cartaceo, che poi c'è sempre tempo per cambiare idea e prendersi i volumi targati Bao che seguiranno.

Sin d'ora, per un'analisi più ragionata, argomentata e "d'insieme", rimando all'articolo firmato da Guglielmo Nigro per Lo Spazio Bianco

Avviso ai lettori: ATTENZIONE SPOILER, continuate a vostro rischio e pericolo!!!
Vignetta da Orfani N.1. Disegni di E. Mammucari.
Parlando di Orfani, non si può non fare una distinzione: c’è Orfani operazione di marketing, e c’è Orfani fumetto.
L'operazione marketing è stata gestita validamente e, oltre ai canonici spazi tipici della promozione fumettistica, si è spinta e ha raggiunto canali solitamente "banditi" come riviste e portali "generalisti" quali Tiscali e La Gazzetta dello Sport, per fare qualche esempio. Non a caso la "mente" è Recchioni, autore che conosce bene alcune "tecniche" per aumentare il proprio profilo e visibilità e le usa egregiamente da tempo (vedasi il suo frequentatissimo blog). In questa campagna promozionale spiccano i "martellamenti" su alcuni punti chiave: il più grande investimento mai fatto dalla Bonelli, il colore con “funzione narrativa”, il possibile punto di svolta per il fumetto italiano, i 4 anni di preparazione, la ricerca di un altro pubblico “giovane”, e via dicendo.
Tutto perfetto a tal punto che il rischio è che quegli stessi punti diventino una sorta di vademecum del recensore perdendo di vista il fumetto.
Ah, ecco il fumetto, l'albo o meglio il pdf... insomma la storia.
Marketing o meno (anzi forse l'hype in alcuni casi ha "gonfiato" le aspettative?) Orfani è un fumetto disegnato "benino" (nella media o poco sopra la media dei migliori albi Bonelli) e colorato altrettanto benino (nella media o poco sopra la media dei migliori albi del DD Color Fest, per dire), con un impianto sempre piuttosto classico e sostanzialmente in linea con la più recente tradizione Bonelli (diciamo da Dylan Dog in poi?) e... con qualche "problema" di sceneggiatura.
Il paragone sembrerà forzato e improponibile - e facciamo per questo tutti i distinguo del caso - ma sempre di fumetto mainstream si parla, sempre di colossi editoriali si parla... e devo dire che se si prende Occhio di Falco, prodotto Marvel, nella recente incarnazione scritta da Matt Fraction e disegnata da David Aja (e altri), a livello di freschezza narrativa, di trovate e di disegni... siamo lontani anni luce. E, ad essere pignoli, poi Occhio di Falco riporta in auge e "modernizza" la run di Steranko su Nick Fury degli anni... '60!!!
Da Orfani N.1. Disegni di E. Mammucari.
Riguardo la storia di Orfani... Beh, la sensazione generale è di forte déjà vu, di una vicenda carente di trovate (avrò visto e letto troppa sci-fi???) o di slanci. Forse la ragione risiede anche nel... marketing e nelle preview diffuse: le premesse della vicenda erano ben note per cui la lettura è stata inevitabilmente falsata. Sarà.
Direte "è un numero uno, ci sarà tempo". Non so. Il numero uno deve incuriosire, prendere e convincerti a continuare. Mentre leggevo mi veniva in mente Caravan (o quel che mi ricordavo di Caravan), dai temi simili... e quel "datato" esperimento, per lo meno il numero uno, nel ricordo mi pareva più riuscito... nonostante l'assenza del colore... Magari la memoria fa brutti scherzi...
La caratterizzazione dei piccoli Orfani non mi è parsa particolarmente riuscita, semplificata oltre ogni necessità: i bambini (che, lo ricordiamo, hanno sugli 8-10 anni, hanno appena subito la perdita dei genitori in un drammatico attacco alieno e sono stati raggruppati in maniera coatta e lasciati allo sbando), si comportano subito da soldati, senza mostrare il minimo dubbio. Oltretutto, decidono subito di abbracciare la causa militare e di tornare alla base (come gruppo), come che questa sia la scelta più naturale per un bambino di dieci anni. A latere, i bambini portoghesi e spagnoli comunicano naturalmente in un linguaggio comune. E c'è pure una ragazzina americana con madre spagnola...
Eccessivamente stereotipati e al limite della "credibilità" i personaggi "adulti", il generale e la professoressa. Anche qui la semplificazione pare eccessiva e controproducente. Così come pare poco "credibile" la scena dell’orso e del bambino che si sacrifica attaccandolo con... uno "stecchino"!
Vignetta da Orfani N.1. Disegni di E. Mammucari.
Passiamo invece alla linea temporale adulta. Siamo in presenza di una civiltà (quella degli Orfani) in grado di fare “salti quantici” (qualunque cosa ciò voglia dire). Ci sta: sospensione dell’incredulità. Ma è possibile che i soldati arrivino sul pianeta degli alieni senza che prima siano state effettuate altre missioni con umani di carattere esplorativo? Non solo: parrebbe che non sia mai stata mandata nemmeno una sonda! Il fatto che l’aria del pianeta degli alieni sia respirabile sia scoperta per caso (“le analisi preliminari degli scanner ci dicono che possiamo ritenerci fortunati”) non è un bel segnale.
Un’altra prova? La tecnologia in possesso della Terra permette i salti quantici ma... per combattere le radiazioni del pianeta alieno, gli Orfani devono ricorrere a un vaccino (vaccino?) che non può essere assunto se non a siringate, ogni due giorni...
Ancora. Risulta difficile credere che una corazza, come quella aliena, impermeabile ai colpi di fucile sia facile da tagliare a colpi di... coltello (!), anche considerando la necessità di una scena d’azione “cool”. Ma soprattutto, nella stessa sequenza, lascia interdetti quella manciata di pagine in cui la ragazzina si mette il mantello stealth e va a combattere. Il caposquadra si getta in azione, evita l’attacco del mostro e lo uccide. Gli altri gli danno manforte. La ragazzina torna. Quanto può essere passato, in quella scena d’azione? Tre minuti? Cinque? Ecco, nel corso di cinque minuti il mantello si è scaricato... al di là dell’aspetto scenografico, narrativamente, come si può giustificare una cosa del genere? Forse la ragazzina era sempre "nascosta"... Mah!
Lo so lo so... sono fumetti, e poi si corre il rischio di fare cose come questa. (LOL!)
Da Orfani N.1. Disegni di E. Mammucari.
Orfani N. 1, dal punto di vista narrativo, è una personale "delusione totale". Al di là dei buchi logici, non c’è anima. Tutti i personaggi sono stereotipi già visti e usati nella stessa maniera, e non c’è empatia: tutto succede perché deve succedere. E non bastano il lavoro del disegnatore e dei coloristi a salvare una storia che lascia poco.
Ma forse le mie aspettative erano troppo alte? Troppo marketing... Torno a leggere Occhio di Falco.
Pagina da Hawkeye N. 2 (Marvel). Disegni di David Aja, colori di Matt Hollingsworth. Storia: Matt Fraction.
PS.: E mi sorge una domanda: a ruoli invertiti Roberto Recchioni che farebbe su Occhio di Falco? E Matt Fraction su Orfani?