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domenica 8 settembre 2019

ALAN MOORE: 5 INTERVISTE

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Era da diverso tempo che ci lavoravo (direi qualche annetto!) ma ora finalmente posso annunciarlo: il volume Alan Moore: 5 interviste (A5 brossurato, 112 pagine, b/n) è un oggetto reale e disponibile per chi fosse interessato!!!

Trattasi di una piccola auto-produzione realizzata in collaborazione con l'amico Angelo Secci (e la sua DIART DIGITAL ART), autore anche della psichedelica copertina.

Il libro può essere acquistato via PayPal al prezzo di 11 euro (9 per il volume + 2 per la spedizione come piego di libri, packaging incluso).

Al momento sono disponibili un centinaio di copie. Se occorrono ulteriori informazioni o dettagli, scrivete a info (at) diartdigitalart.com o al solito smoky_man (at) yahoo.com

Il volume include 5 interviste: 3 del tutto inedite in Italia; 2 oramai di difficile reperimento, ossia l'intervista inclusa nel volume Alan Moore: biografia, testi, fotografie (2002, Black Velvet) e quella apparsa nel 2008, in due parti, sulle riviste Scuola di Fumetto e Blue (Coniglio Editore).

Le interviste, pubblicate tra il 2000 e il 2017, sono firmate da Koom Kankesan, George Khoury, Omar Martini, Raphael Sassaki e da Antonio Solinas (con la mia collaborazione). 
Queste edizione è inoltre impreziosita dall'introduzione di Adriano Ercolani e dalle illustrazioni di Tiziano Angri, Onofrio Catacchio, Massimiliano Leomacs Leonardo, Gianluca Pagliarani e Armando Rossi, senza dimenticare il blurb in quarta di copertina firmato da Paul Gravett.
Grazie a tutti per il loro inestimabile contributo e consenso alla pubblicazione! In particolar modo è stato difficile scegliere i ritratti, in pratica una scelta pressoché "casuale" tra gli amati pezzi della mia collezione; per l'inevitabile esclusione mi scuso quindi con gli amici artisti che negli anni hanno per me realizzato la loro versione del barbuto di Northampton: che Glicone sia con voi (e spero ci siano altre occasioni in futuro)!

Che altro aggiungere? Beh... aspettiamo i vostri ordini e successivi pareri sul volume! ;)
ORDINA QUI!
Ricordo ancora che il libro può essere acquistato QUI al prezzo di 11 euro (spedizione inclusa).

giovedì 14 dicembre 2017

Dave Gibbons 2002: Watchmen e Alex Toth

Dai rutilanti archivi di Ultrazine.org emerge un'intervista a DAVE GIBBONS, reperto di una missione in terra d'Albione, in compagnia dell'amico Antonio Solinas, di ben 15 anni fa! 
Buona lettura!
INTERVISTA A DAVE GIBBONS
a cura di Antonio Solinas & smoky man
traduzione: Antonio Solinas
   
L'intervista è stata condotta il 2 giugno 2002 a Bristol durante l'annuale Comics Fair. Una versione ridotta è stata precedentemente pubblicata su Rorschach n. 100.

Puoi dirci qualcosa sull'idea originaria di Rorschach? Quale era l'interpretazione del personaggio da parte di Alan Moore e quale invece la tua?
Dave Gibbons: Il personaggio di Rorschach è essenzialmente l'equivalente di The Question, il personaggio di Steve Ditko per la Charlton Comics. E credo inoltre che sia una sorta di mix con un altro personaggio di Ditko, Mr. A. Tutti questi personaggi, infatti, rappresentano la figura dell'outsider, l'eroe solitario che vede le cose in bianco e nero e non accetta compromessi. Se si cerca di approfondire un personaggio che pensa in tale maniera si arriva ad una descrizione invero sgradevole, perché non esiste un mondo in bianco e nero.
Dal punto di vista grafico il personaggio è molto interessante. L'uso delle macchie di Rorschach nella maschera è stata un'idea di Alan, come l'uso di un materiale sensibile al calore. E' stato divertente da disegnare, ogni volta cambiare pattern e cercare in qualche maniera di suggerire altre immagini.
Una volta ho parlato con un tizio vestito da Rorschach, che aveva una maschera statica. Lasciati dire che è stata un'esperienza veramente snervante, parlare a qualcuno del quale non puoi vedere il volto. E' come conversare con persone che indossano gli occhiali da sole, ti senti a disagio perché non puoi vedere i loro occhi. Uno con una maschera che nasconde tutta la faccia è un'esperienza veramente macabra. Penso che se la maschera avesse cambiato apparenza in maniera dinamica, mi sarei sentito veramente molto a disagio.

Credo che Watchmen sia stato indirettamente responsabile di molti brutti fumetti, perché la gente non ha ben capito la vera essenza dell'opera. Qual è la tua opinione in merito?

La gente tende a pensare che Watchmen sia un fumetto oscuro e disperato ("grim and gritty" nell'originale, N.d.T.), ma quella non era la nostra idea, noi volevamo essere realistici. Sfortunatamente, quel tipo di approccio è diventato una moda, e ci sono stati fumetti come Capitan Marvel, essenzialmente un personaggio da fiaba, al quale venne affibbiato lo stesso tipo di trattamento, cosa assolutamente atroce. Se io e Alan fossimo stati interessati a lavorare su un altro fumetto (non creato da noi), dopo Watchmen, quello sarebbe stato Capitan Marvel. Ma noi avremmo voluto affrontarlo nella maniera giusta, come un divertissement sulla magia.
Penso che la gente abbia preso Watchmen per qualcosa che non era affatto: considera ad esempio Night Owl, un personaggio che incarna l'essenza romantica dei fumetti. E' come il sogno segreto di ogni comic fan: avere una Owl Caverna, una Owl Ship e tutti quei gadget fantastici. Si becca pure la ragazza, alla fine… C'era molto di più del grim and gritty, in Watchmen, ma molti, nel campo dei fumetti, hanno visto solo questo aspetto, accogliendolo come un nuovo trend. In realtà Watchmen era uno sguardo onesto, accurato e realistico su quello che sono i supereroi.

Parliamo della tua carriera. Lavorare a Watchmen sicuramente sarà stata una grandissima esperienza, ma probabilmente è un po' penalizzante per te essere identificato con un singolo lavoro, data la vastità e diversità della tua produzione. Quanto ti irrita questo fatto?
Non sono per nulla irritato dal successo di Watchmen, perché è ovviamente un'opera grandiosa alla quale essere associati. Fondamentalmente, io sono sempre stato un fan dei fumetti, e avrei sempre voluto lavorare nel campo dei comics. Il fatto di avere disegnato una serie che ha assunto lo status leggendario che ha raggiunto Watchmen, che sarà sempre menzionato, nel corso della storia del fumetto, un fumetto seminale che ha fatto si che molta gente iniziasse a leggere fumetti, è bellissimo. Parlavo con Joe Quesada, e mi ha detto che è stata la lettura di Watchmen a farlo tornare a interessarsi dei fumetti, e guarda che cosa gli è successo poi! Questo lo trovo ancora eccitante.
Inoltre, guadagno ancora dei soldi dall'opera, prendiamo sempre delle royalties. Se fossimo stati un pochino più furbetti, all'epoca, avremmo potuto fare un po' più di soldi, ma quando abbiamo firmato il contratto, pensavamo che fosse un buon accordo.
Sono sempre felice di parlare di Watchmen, anche se preferisco parlare del mio nuovo lavoro.
Ho un nuovo progetto che uscirà per la Vertigo (The Originals, N.d.R.), che sarà scritto e disegnato da me, ed è quello su cui mi vorrei concentrare ora, e spero che appena vado negli States riuscirò a generare un po' di interesse verso il progetto.
Per quanto riguarda me e Alan, lavoreremo insieme ad un'altra serie, nel futuro, e non sarà Watchmen 2…

Grazie a Dio!
… Sappiamo quello che facciamo meglio, e quello che ci interessa. Penso che sarà un progetto molto interessante, io e Moore siamo bravi nella complessità. Il fumetto sarà molto complesso, e le persone che amano i dettagli e le cose nascoste, come in Watchmen, penso che adoreranno quello che abbiamo in mente io e Alan.

Come è stato lavorare con Alan Moore, con uno scrittore così concentrato su quello che fa? So che hai usato un evidenziatore per estrapolare dalla sceneggiatura i dettagli che potevi effettivamente disegnare in una tavola…
Lavorare con Alan è una vera gioia. Conosco Alan da una ventina d'anni, e siamo amici. Lui è molto professionale: produce sempre meravigliose sceneggiature, e sempre in orario.
Alan tende a scriver sceneggiature come se stesse parlando, un sacco di descrizioni di vignette sono come conversazioni, nella stessa maniera in cui sto parlando io adesso. Ci possono essere un po' di divagazioni. Mi piaceva leggere ciò che Alan mette nelle sceneggiature, perché ciò che lui scrive è sempre molto valido, però, per quanto riguarda ciò che dovevo disegnare, mi sentivo obbligato ad isolare le descrizioni che mi servivano veramente, in ogni vignetta.
Mi piace comunque il modo in cui focalizza i concetti, e adoro avere a che fare con sceneggiature che mettono bene a fuoco le idee.
Gli unici problemi che ho mai avuto con gli scrittori sono proprio quelli di sceneggiature non bene focalizzate. Quelle scritte in maniera frettolosa e approssimativa, quando invece io devo poi passare mesi a disegnare le cose…
Ripeto, lavorare con Alan è una vera gioia e spero di avere la possibilità di fare altri fumetti con lui in futuro.

Oggi sembra esserci una sorta di rinascimento per i comics. Quale pensi sarà il tuo contributo nei prossimi cinque anni e come ti vedi nel futuro?
Io amo il medium fumetto, e in particolare da quando ho iniziato a scrivere un po' di più. Quando ho iniziato, volevo scrivere e disegnare fumetti, non sospettavo neanche che lo sceneggiatore e il disegnatore fossero due persone spesso distinte, pensavo che un solo autore facesse tutto.
Oggi come oggi, traggo un sacco di soddisfazione dal puro scrivere, e la nuova serie che farò per la Vertigo, che si chiama The Originals, sarà scritta e disegnata da me. The Originals è un fumetto molto personale, la mia visione di certi argomenti, ed è un pochino autobiografico. Anche se alcune cose non sono accadute a me, molti fatti sono veramente avvenuti.
Voglio dare la mia visione delle cose, ora penso di avere raggiunto il punto in cui posso dire di padroneggiare la tecnica (o di muovermi verso la padronanza della tecnica) necessaria per raccontare storie personali con una certa convinzione e passione, e questo è ciò che vorrei fare in futuro.
Penso che la direzione che il mondo dei fumetti prenderà nel futuro si allontanerà dai fumetti mensili, per abbracciare i fumetti da libreria. Ovviamente i fumetti mensili sono quelli che ti fanno pagare le bollette, e che generano pubblicità, ma penso che la meta finale sarà quella di produrre volumi da libreria. The Originals, ad esempio, sarà direttamente raccolto in volume, non sarà un fumetto mensile classico. Questa è la direzione per il futuro, come ho detto.
I fumetti sono un modo veramente valido per raccontare delle storie, e vorrei che fossero accettati dal grande pubblico nella stessa maniera dei film o gli sceneggiati radiofonici, o la spoken word. Ma c'è bisogno di fare storie che interessino non solo i fan dei fumetti, cercare di connettersi con il pubblico generale che legge (interessando chiaramente anche i fan dei fumetti). Ovviamente non mi voglio atteggiare, io stesso sono un fan dei fumetti e lo sarò per sempre. Ma se vogliamo che ci sia un futuro per i fumetti, dal punto di vista economico, bisogna interessare anche chi non legge normalmente fumetti.

Una domanda sul tuo stile. Quando disegni hai un tratto molto pulito, classico ma sembra che sia anche interessato alle nuove tecniche computerizzate come nel volume che hai realizzato, The Dome, e penso anche alla colorazione di Angus McKie sul tuo Martha Washington. Come concili queste due apparenti contraddizioni?
L'approccio che preferisco al disegno è quello esposto da Alex Toth: "riduci ogni cosa all'essenziale e poi disegna tutto al massimo".
Sono convinto che la funzione del disegno in un fumetto sia quella di raccontare la storia, e che esso non esista come un qualcosa di separato, da essere studiato. Credo che molti fumetti, disegnati in maniera più complessa, non siano dei fumetti che raggiungono il loro scopo, perché ti astraggono dalla lettura, facendoti fermare a guardare la vignetta quando dovresti leggere. A meno che non si tratti di una vignetta che abbia la funzione di farti fermare a guardare.
Voglio essere in grado di disegnare sufficientemente bene per raccontare la storia, non sono interessato al disegno fine a sé stesso. C'è un sacco di lavoro dietro, ovviamente, perché per ridurre un disegno all'essenziale, c'è bisogno di fare un sacco di sforzi che rimangono nascosti, e molto è nelle matite.
Per quanto riguarda la colorazione, con l'avvento dei computer eravamo tutti eccitati riguardo le potenzialità che potevano avere. La colorazione di Angus su Martha Washington, e penso che lui sia d'accordo con me, credo che sia un po' eccessiva e squillante ("flashy" nell'originale, N.d.T.). Un lavoro molto ben fatto, perché Angus è un esperto, e ha buon gusto e talento, però forse un approccio leggermente più semplice sarebbe stato più adatto.
Ora l'eccitazione di usare il nuovo giocattolo è un po' passata. Non voglio dire che non sono interessato ai nuovi strumenti, mi piace sperimentare nuove matite, nuovi pennelli: per The Originals non sto usando il computer per disegnarlo, faccio tutto a mano. Ma in certi passaggi devi magari usare il computer. Ad esempio, puoi scansionare i tuoi disegni preparatori, disegnati col pennarello o con l'inchiostro nero, e poi stamparli sul cartoncino da disegno in blu, in modo che non venga poi riprodotto, e poi inchiostrare il tutto. Questo è molto interessante, ti lascia molta più libertà di sperimentare col tuo stile di disegno.
Un altro aspetto interessante è che sarò in grado di consegnare il lavoro (The Originals, N.d.T.) alla DC in un paio di CD Rom, invece di spedire le mie tavole. Anche il riempimento dei neri è molto più semplice. Ecco, questa è la funzione della tecnologia, aiutare a passare dalle idee che hai in testa al risultato finito nella maniera più semplice possibile.

Hai scritto storie per altri disegnatori, Alien per Mike Mignola e World's Finest per Steve Rude... Quando scrivi per un te hai un approccio diverso, scrivi un plot, fai degli schizzi per l'organizzazione della pagina, scrivi una sceneggiatura completa?
L'approccio che ho quando scrivo qualcosa per me o per un altro è più o meno lo stesso, questo perché credo molto nell'uso di un metodo. In altre parole, se segui una routine che hai messo a punto, riesci ad essere continuo, sia nella periodicità, che nella qualità del lavoro, direi. Per cui, anche quando scrivo cose che disegnerò io, butto giù una sceneggiatura, con descrizioni delle vignette, non lunghissime, ma quasi come memorandum per me stesso. Con The Originals, per esempio, ho scritto tutta la sceneggiatura, circa 650 vignette, che corrispondono a 150 pagine, più o meno. Ora che ho finito, sto facendo dei thumbnail, come se fosse la sceneggiatura di qualcun altro, cambiando un po' di cose e spostandone altre. Appena finiti i thumbnail, passerò alla tavola vera e propria.
Ho sempre lo stesso approccio, non mi prendo in giro dicendo: "Ora disegno questo, poi tirerò fuori la storia". Si parte dalla storia, dall'idea principale, che viene scandita in scene, le scene vengono divise in tavole, le tavole in vignette, e le vignette in parole e immagini. E poi si disegna. Se devii da questa via, è come costruire una casa senza fondamenta. Suona meccanico, ma non lo è affatto. Ti libera la creatività, perché sai che c'è dietro una base. Quando scrivo i dialoghi, ad esempio, posso essere molto libero, perché so quale voglio che sia il succo. Non mi devo preoccupare di come fare andare tutti i pezzi a posto, perché so già che lo faranno. Sono un convinto assertore del metodo, sia nel disegno che nella scrittura.

[Pubblicata originariamente su Ultrazine.org nel luglio 2002]

mercoledì 23 novembre 2016

Alan Moore, Fashion Beast e Malcolm McLaren

Copertina del volume Fashion Beast illustrata da Facundo Percio.
Nel seguito un breve estratto dalla lunga introduzione scritta da Alan Moore (datata Northampton, 14 giugno 2013) inclusa nel volume Fashion Beast, di recente pubblicato in Italia da Panini Comics che in precedenza aveva proposto la serie in albi. L'ottima traduzione è dell'amico Antonio Solinas.

Fashion Beast nasce originariamente a metà degli anni '80 come sceneggiatura per il cinema scritta da Moore su commissione e idea di base di Malcolm McLaren.
Il film non fu mai realizzato e lo script rimase inutilizzato fino a che la Avatar Press non ne acquisì i diritti per un adattamento a fumetti affidato ad Antony Johnston (testi) e Facundo Percio (disegni), con la supervisione dello stesso Moore: il primo numero (della maxiserie di dieci albi) uscì nel corso del 2012 per il mercato americano.   
Malcolm McLaren (a sinistra) e i Sex Pistols.
Alan Moore: [...] Sulla base del ragionamento che un creatore di fumetti capace potrebbe forse contribuire con freschezza a una sceneggiatura cinematografica, [Malcolm McLaren] si era insediato in una vivace e affollata fumetteria a Saint Mark’s Place e aveva chiesto al tredicenne dall’aspetto più cool che era riuscito a trovare chi fosse il suo scrittore di fumetti preferito. Secondo Malcolm, questo giovane insolitamente profondo e intelligente aveva risposto, senza esitare, “Alan Moore: la mano sinistra di Dio”.
Nel caso improbabile che io scriva mai un’autobiografia, tipicamente modesto e riservato come sono, questo ne sarà quasi certamente il titolo. Il sovversivo impresario mi invitò a incontrarlo a Londra per discutere alcune sue idee cinematografiche, e chiedermi se mi facesse piacere essere coinvolto nella sceneggiatura di qualcuna di esse. Anche se confesso che non avevo ambizioni o genuino interesse creativo nei confronti del mondo del cinema, mi ero sempre pigramente chiesto come sarebbe stato scrivere per un tale medium. In maniera più persuasiva, ero ansioso di incontrare Malcolm McLaren e, se possibile, lavorarci insieme: a mio avviso, resta uno dei più effervescenti intelletti della cultura pop del XX secolo. Fu così che, circa una settimana dopo, mi capitò di incontrarmi con tale figura consciamente mefistofelica, nella hall dell’hotel di Londra in cui alloggiava. Arrivato con qualche minuto d’anticipo, per caso potei assistere agli ultimi scatti di un servizio fotografico per il quotidiano (dichiaratamente) sensazionalistico Sun. [...] Quando il fotografo se ne andò parlammo, e fui in grado di vederlo lontano dai riflettori, tra le performance pubbliche come Malcolm McLaren, l’amabile cattivo da cartone animato, consapevolmente dickensiano, che lui stesso aveva progettato per il consumo popolare. Alto almeno quanto me e notevolmente meglio vestito, aveva una qualità da uccello... probabilmente rapace, come accennato in precedenza, ma certamente un tipo di corvide ingegnoso... e quando stava in piedi non assomigliava ad altro che a una candela antropomorfa, con una fiamma arancione di combustione cerebrale che si originava dalla cera umana. [...]

giovedì 26 novembre 2015

Thought Bubble 2015: reportage d'Albione

Nelle stesse date dello scorso anno, si è svolto a Leeds, UK, il Thought Bubble Festival.
Anche stavolta l'evento fumettistico si è concentrato nei giorni 14 e 15 Novembre e, come per il 2014, nel seguito potete leggere il reportage dell'amico ed inviato d'eccezione... Antonio Solinas!
Buona lettura e... buona visione! (E grazie Antonio!)
Qualcuno ha detto "cavallo"?
È il secondo anno che vado a Leeds per assistere al Thought Bubble, ormai da qualche anno considerata la manifestazione fumettistica “pura” più importante del Regno Unito. E a ragione: la fiera dello Yorkshire punta tutto sul fumetto, eliminando ogni associazione forzata con altre branche dell’entertainment, e la scelta si sta rivelando vincente, come testimonia la costante crescita di pubblico nel corso degli anni e l’espansione fisica dei luoghi della fiera. Del resto, la qualità degli ospiti presenti parla da sola: a parte molta della “crema” del fumetto UK, il TBF sembra aver forgiato un solidissimo legame con la Image, ospitando alcuni dei più interessanti autori d’oltreoceano del momento.
Il festival ruota attorno a una serie di eventi che si svolgono durante tutto il mese di novembre, ma la mostra mercato è stata aperta durante il fine settimana del 14-15 novembre con una serie di talk che, come ogni anno, complice la ressa del pubblico, mi sono perso interamente. Peccato perché sulla carta alcuni erano molto interessanti, ma la prospettiva di fare lunghe file non mi attrae più. "Life is too short" (come diceva il maestro di vita Todd Shaw)!

Anche quest’anno la location è stata la stessa, i Leeds Dock, nei pressi del fiume, e si sviluppata in tre ambienti principali: il Marquee, una tensostruttura che conteneva grossa parte degli ospiti americani, la sala New Dock Hall in cui erano ospitati alcuni autori ed editori in massima parte britannici e la sala Royal Armories Hall, accanto all’interessante museo delle armi, che era dedicata soprattutto alla small press.
Una caratteristica molto interessante della fiera è che riesce a bilanciare in maniera perfetta le varie anime del “consumo” fumettistico da parte dei fan: infatti, all’aspetto “collezionistico” legato alle firme e alle commission, che riguarda soprattutto gli autori americani, impiegati in batteria ad accontentare i fan con disegni a pagamento e dediche, si affianca quello più informale dell’incontro fra autori e appassionati, che hanno la possibilità di chiacchierare con i propri beniamini in luoghi più rilassati.

Ma Leeds è anche il posto dove “le cose succedono”, evidentemente. Ciò sembra confermato dalla visita di Shelly Bond, boss della Vertigo, vista da lontano in un elegante completino mod a pallini neri che fa pendant col caschetto (negli anni scorsi, in pratica fino al 2010, era stata Bristol a essere il tradizionale feudo della DC nel Regno Unito).

Ma le fiere, almeno per me, sono fatte soprattutto delle persone che le frequentano, e quindi vado a elencare quello che ho trovato più interessante quest’anno:
1) David Aja assediato dai fan per due giorni di fila (ci ho scambiato due parole mentre cercava dei regalini per i figli piccoli);
2) Rick Remender inavvicinabile, con file spaventose (il più gettonato in assoluto, quest’anno);
3) il simpatico Wes Craig, disegnatore del “mio” Deadly Class (messaggio pubblicitario: se non lo avete ancora letto, l’edizione italiana è in ristampa e merita);
4) Sean Phillips e Ducan Fegredo, sempre più in simbiosi e rilassati dopo aver evidentemente incassato bene al tavolo, quest’anno;
5) l’elegante Rian Hughes e una discussione su Serge Clerc e sul fumetto europeo;
6) gli affabili Peter Doherty (grande disegnatore e colorista), Rob Williams, Frazer Irving e Si Spurrier e signora;
7) Chris Weston e la sua maglietta di The Filth, l’unico acquisto che mi sono permesso quest’anno;
8) il bravissimo JAKe, che mi presenta sempre come “questo è il tizio che mi segnala sempre la roba rap migliore”;
9) il rapper DMC, con cui abbiamo discusso di batterie elettroniche (“all our beats were made on the DMX, that drum machine went hard!”) e di Larry Smith, uno dei più sottovalutati produttori di sempre, autore di album storici dei Run DMC e dei Whodini;
10) Jason Latour, con cui è solo rimandata una discussione sul Memphis rap e su Ric Flair (per i fumetti abbiamo dato);
12) il nostro Antonio Fuso e il gentleman Matteo Scalera, che ha portato nel Regno Unito i precetti del Gentlemen’s Club;
13) dulcis in fundo, la gang con cui ho passato la maggior parte del tempo quest’anno, cioè Jay Gunn (autore dell’ottimo Surface Tension) e signora, Dave Taylor (al momento al lavoro su Nowhere Men della Image), l’amico Mark (che il padrone di casa smoky man ben conosce) e Leomacs e signora in trasferta.

Il tempo atmosferico non era dei migliori, ma il calore umano ha ampiamente compensato.
Al prossimo anno!
[il reportage del 2014: qui]
Alex Paknadel vigila.
Ben Templesmith sforna piccoli capolavori.
D'Israeli dispensa saggezza.
Il magico Farel Dalrymple.
David Aja firma e disegna.
Ducan Fegredo saluta.
Emma Rios disegna mentre la... Dottoressa Strange esamina le tavole!
Folla ma con misura, direi.
Un hipster impegnato in discussioni di... spessore!
Jerome Opeña: ad un fan non si dice mai di no!
Rick Remender impegnatissimo.
Matteo Scalera concentrato sul da farsi.
Il sempre ottimo Sean Phillips.
Wes Craig: è tempo di sketch!
Cosplayers go home!!!

sabato 11 luglio 2015

UltraComics: SUNBLOCK di Andi Watson

Vista l'afa che caratterizza queste giornate d'estate, SUNBLOCK di ANDI WATSON mi pare un recupero azzeccato e in tema, direttamente dalla sezione UltraComics (ri-denominata successivamente UZ-Exclusives) di Ultrazine.

Il fumetto fu pubblicato originariamente nel 2002 su Artbomb.net (dove è ancora disponibile: qui) e, su autorizzazione dell'autore, presentato su Ultrazine lo stesso anno nella traduzione dell'amico Antonio Solinas (responsabile anche del lettering).

Andi Watson è un autore inglese conosciuto, anche in Italia, per fumetti "indie" come  Breakfast After Noon, Skeleton Key e Love Fights.
In qualità di sceneggiatore ha lavorato per le principali case editrici mainstream e tra i suoi lavori si segnalano una run di 2 anni sulla serie di Buffy per la Dark Horse Comics e una maxi-serie su Namor per la Marvel.
Negli ultimi anni si è dedicato alla serie di libri per ragazzi Gum Girl; nel 2015 è uscito il suo ultimo lavoro Princess Decomposia and Count Spatula.

Per maggiori informazioni su ANDI WATSON, visitate il suo sito: qui.

Buona lettura!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
SUNBLOCK copyright © Andi Watson

giovedì 20 novembre 2014

reportage dal Thought Bubble Festival 2014

Dal 9 al 16 Novembre a Leeds, UK, si è svolto il settimo Thought Bubble Festival, tra le manifestazioni più interessanti di questi anni in terra d'Albione.
L'evento fumettistico vero e proprio, il Comic Con, si è tenuto nei giorni 14 e 15 Novembre con la partecipazione di numerosi autori di rilievo tra cui, per fare qualche nome, Scott Snyder, Jeff Lemire, Jason Aaron, Charlie Adlard, Mark Buckingham, Cliff Chiang, Becky Cloonan, Andy Diggle, Duncan Fegredo, Adi Granov, Matt Kindt, David Lloyd, Sean Phillips, Eric Powell, Tim Sale (qui l'elenco completo).

A seguire potete leggere un agile reportage dell'amico Antonio Solinas che, evitato di "godersi" Lucca Comics, ha preferito fare una capatina a Leeds.
Le foto a corredo di questo pezzo sono anch'esse opera di Antonio che ringrazio caldamente per la testimonianza.
Buona lettura e... buona visione!
Ci sono delle similarità ricorrenti nelle convention britanniche e Leeds non fa eccezione: per prima cosa, in pratica, a parte la 2000AD-Rebellion, è tutta piccola (o al massimo media) editoria, quindi è tutto un fiorire di editori indie accanto alle classiche proposte editoriali mainstream americane vendute negli stand delle fumetterie. In secundis, le dimensioni sono sempre piccole, quantomeno rispetto ai numeri importanti delle nostre fiere di punta (parliamo sempre di qualche migliaio di persone, un po' i numeri delle nostre convention "piccole").

Quello che differenzia Leeds dalle altre fiere cui sono stato, in primis Bristol e il (defunto?) Ka-Pow, è il gemellaggio più o meno ufficiale con la Image (che pubblica l'antologia della manifestazione), il focus meno preciso sul settore supereroistico, che invece era il cardine di altre manifestazioni (Bristol era storicamente un feudo della DC Comics, ma nel corso degli anni ha ospitato anche colonne Marvel come Joe Quesada e il duo Morrison-Quitely quando erano su X-Men, mentre la londinese Ka-Pow era il vanity project di Mark Millar), e un'attenzione dovuta e intelligente anche alle autrici, in un mondo da sempre dominato dagli uomini.
A Leeds, a parte i nomi grossi, quasi tutti in forza alla Image Comics (e ce n'erano tantissimi, dal nostro Matteo Scalera a Scott Snyder, da Jason Aaron a Jason Latour, da Matt Kindt a Sean Phillips, da Tim Sale al team di Elephantmen, dalla coppia McKelvie-Gillen a Cameron Stewart, solo per citarne alcuni) c'erano anche un bel numero di invitate, da Vanesa R. del Rey a Emma Rios, da Emma Vieceli a Natasha Allegri e molte altre, alcune più conosciute, altre meno (Hope Larson, Yishan Li, Danielle Corsetto etc.). Un' iniziativa meritoria, senza dubbio. Com'è meritoria la capacità di affiancare ai "soliti" autori britannici un nutrito gruppo di star che gravitano nell'ambito del mercato americano.


Le dimensioni, dicevamo. Ridotte, certo, ma in espansione (per capirci, in totale lo spazio espositivo era circa quanto due padiglioni grossi di Lucca). Ma soprattutto appannaggio, in massima parte, di appassionati di fumetto. In UK, il fenomeno cosplay non ha ancora raggiunto le dimensioni italiane (forse anche a causa del fatto che Leeds non è proprio dietro l'angolo: per esempio, non c’era la solita invasione di franciosi che caratterizza le convention del sud Inghilterra) e quindi negli stand gironzolano soprattutto curiosi di fumetto.
In questo senso, sembra avere grande rilevanza l'aspetto collezionistico (le code per le firme e gli sketch a pagamento/commission sono state davvero enormi per tutta la durata della fiera, e i prezzi richiesti spesso abbastanza altini, se non decisamente da ricchi), ma anche la possibilità di parlare con gli autori rimane un aspetto da non sottovalutare, soprattutto perché, a dispetto degli stereotipi, i creatori britannici sono, nei confronti dei fan, quanto di più distante ci sia dall’immagine fredda e altera da cliché. Di solito, è davvero semplice parlare con loro, molto più semplice di quanto accada nel nostro paese, in generale (per varie ragioni non sempre necessariamente imputabili agli autori, sia chiaro).


In questa atmosfera rilassata e "friendly", l'unica nota un po’ stonata è stata quella del party a metà convention, sabato, che si è tenuto in un palazzo comunale alquanto “freddo”. Questo, unito al fatto che era in collaborazione con il Leeds International Film Festival, ha dissuaso gli autori, molti dei quali hanno abbandonato il luogo subito, disperdendosi in città senza integrarsi al bar come accade di solito, mancando un bar ufficiale della manifestazione. È quindi mancata quella bella atmosfera che si crea di solito in un locale pieno di fumettisti e alcool. Un peccato, visto che questo è sempre stato uno degli aspetti che ho sempre apprezzato di più di queste convention, ma compensato dal profilo degli autori e da qualche libro abbastanza valido, come alcune proposte dei “soliti sospetti” Self Made Hero e Nobrow ma non solo (alcuni libri della Soaring Penguin Press e della microeditoria sembrano particolarmente validi).

Come sempre, abbiamo raccolto qualche pettegolezzo interessante, ma ne parleremo una prossima volta, forse... A seguire, alcune foto della convention.


Antonio Solinas
Gary Spencer Millidge.
Dave Taylor.
Chris Weston.
Rob Davis.
Esad Ribic.
Cameron Stewart.
Matt Kindt e Jeff Lemire.
Tim Sale.
David Lloyd.
Jason Aaron.
Eric Powell e Brian Hurtt.
Emma Rios.
Matteo Scalera.
Declan Shalvey.
Tula Lotay.
Altre informazioni e reportage sul TBF2014 su Bleeding Cool (qui; qui e qui, ad esempio) e Forbidden Planet Blog (qui e qui).