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lunedì 1 giugno 2020

[Oldies but goldies] IGORT 2001

Tavola tratta da 5 è il numero perfetto.
Quest'anno Coconino Press festeggia il suo ventennale: un traguardo prestigioso per una casa editrice che ha fatto, e continua a fare, la storia del Fumetto e del graphic novel in Italia.
Come piccolo omaggio ripesco e ripropongo un'intervista a IGORT, co-fondatore nel 2000 di Coconino insieme a Carlo Barbieri e direttore editoriale fino al 2017, pubblicata a giugno 2001 su Ultrazine. Buona lettura!

IGORT: RACCONTARE A FUMETTI

EVOLUZIONI

smoky man: Mi sembra di capire che sei arrivato ad un punto della tua carriera in cui ti interessa arrivare al cuore del racconto per immagini, sottraendo piuttosto che aggiungendo, cercando il silenzio piuttosto che il clamore, anche a costo di un disegno essenziale e rigoroso che non indulge a spettacolarismi. È solo una mia impressione?  
IGORT: Quando cominciai il mio lavoro ho tracciato e in seguito disegnato una storia lunga, Goodbye Baobab: erano ottanta pagine, il mio primo romanzo a fumetti. Era il 1982. E all'epoca non si lavorava più di tanto in quella direzione. C'erano dei racconti che sviluppavano una cinquantina di pagine, poco meno, quella era la norma. A questa norma facevano eccezione Pratt e Tardi, e Crepax, beninteso. Ma quelli erano dei maestri consacrati, e rappresentavano più che altro l'eccezione.

In quel periodo il racconto era un racconto legato al genere avventuroso. A me interessava il frammento, l'introspezione. Molti anni dopo, quando cominciai a lavorare per il mercato giapponese fui invitato a più riprese a lavorare sulle pause. Bisogna capire che il manga è un linguaggio differente dal fumetto come noi lo abbiamo concepito per tanti anni in Europa. Un linguaggio che ha sviluppato proprie regole che hanno fatto presa nel pubblico orientale. Per un autore europeo essere invitato a lavorare in un mercato così sviluppato rappresenta un occasione unica. Si tratta di aprire la propria testa e avere voglia di mettersi in discussione. Alcuni amici, come Baru, per esempio, hanno voluto cimentarsi in questa sfida (non è una cosa comoda quando si è autori affermati e un editor straniero comincia a mettere in discussione certe parti che tu ritieni la base del tuo modo di procedere) altri invece, come il mio amico Loustal non sono stati forse sufficientemente curiosi o disponibili, così la loro collaborazione si è chiusa quasi subito.

Questa esperienza è durata dieci anni. Io sono il solo che ancora collabora con Kodansha e con il mercato giapponese in generale. Eravamo quasi duecento da tutto il mondo e sono restato solo io.

Stiamo varando una serie che ho concepito (personaggi e trama generale) e che verrà disegnata e scritta da autori giapponesi. Sto disegnando anche una storia breve che verrà pubblicata sul prossimo numero di Brutus.

La dilatazione dunque è un elemento del lavoro che è venuto fuori in maniera spontanea. Una eredità dell'approccio giapponese che ho portato con me nel mio modo di guardare in generale. Siamo permeabili, si dice che siamo fatti di cosa mangiamo e io amo molto il fumetto giapponese, quello americano e il nostro, quello europeo. Quindi è chiaro che il mio approccio, come quello di un caro amico con cui abbiamo esperienze simili, David Mazzucchelli, sia il frutto dell'incrocio di questi diverse visioni.

A proposito del lavoro che stai facendo per la Kodansha puoi darci qualche anticipazione sulla storia e sui disegnatori coinvolti. Il loro stile sarà fedele al tuo? Quale sarà il tuo grado di coinvolgimento nell’effettiva realizzazione? Supervisionerai tutto o quello lo farà l’editor, figura molto importante nel meccanismo produttivo dei manga?
Il lavoro della serie che si chiamerà COMPARE è un lavoro di cui ho dato lo spunto generale, ho scritto una sceneggiatura di sessanta pagine che doveva essere disegnata da un disegnatore orientale. Poi Tamiya San, l'editor che ha lanciato Akira e che è un amico con cui parliamo di cinema tutte le volte che ci incontriamo a Tokyo o in Italia, mi ha detto che era entusiasta del soggetto e mi ha chiesto"possiamo trarne una serie?". Io ero molto occupato con i miei nuovi progetti, tra cui l'animazione, che richiede un lavoro lunghissimo e ho dato il permesso di utilizzare il soggetto e tutti i personaggi per farne una serie di più volumi. Un pochino, se vogliamo trovare una esperienza simile, a come Lynch a fatto con Twin Peaks, la serie televisiva.

E' un modo che non ho mai utilizzato; in genere se scrivo qualcosa la disegno personalmente o la sceneggio in maniera dettagliata. in questo caso si utilizza il plot. Io non ho nessun interesse ad avere "il controllo". Ho piena fiducia, sarò il primo lettore in un certo senso. Sono molto curioso io stesso.
Tavola tratta da 5 è il numero perfetto.
Di cosa tratta Compare? È ancora un noir – come le tue ultime produzioni - o qualcosa di completamente diverso?
Si tratta della storia di una amicizia tra un aspirante mafioso e uno Yakuza giapponese, entrambi innamorati della stessa donna. Una storia che amo molto e di cui è possibile, un giorno forse, che ne disegni io stesso una versione europea. Scriverlo è stata una esperienza particolare perché, per la prima volta, sapendo che non lo avrei disegnato personalmente non ho visualizzato le fisionomie dei personaggi. A parte, forse, la donna, che mi è apparsa chiaramente mentre ne scrivevo i dialoghi. In genere quando lavoro alla stesura di una storia capita che certe caratteristiche e certi atteggiamenti appaiano spontaneamente.

Parlavi del fatto che tra i tuoi nuovi progetti c'è l’animazione. Tempo fa mi dicevi di che ti sarebbe piaciuto mettere in piedi una scuola d’animazione per fare dei cartoni diversi e innovativi. Può dirci qualcosa su questi progetti e sulla tua fascinazione per i cartoni?
Per quanto riguarda l’animazione in questo periodo, da un anno e più sto lavorando a due progetti. E’ un tipo di lavoro diverso, con una dimensione che riguarda il disegno in sequenza e il rapporto con i suoni, che essendo anche musicista, è per me piuttosto importante. Il cartone animato è il linguaggio che unisce, nel vero senso del termine, il fumetto e il cinema. Lavoro con persone che stimo molto e che mi aiutano a capire come possiamo rendere questa o quella situazione e il tipo di tensione narrativa che viene suggerita nello storyboard o nel fumetto da cui si parte. Uno dei due progetti riguarda Sinatra, il mio ultimo libro ambientato a New york. Con Maurizio de Bellis, Roberto Baldassari e Michele Bernardi stiamo lavorando per reinventare la materia del libro in film. Per ora il risultato mi ha sorpreso, un cartone animato con una serie di dialoghi drammatici acquista la tensione di un film vero e proprio. Questo uso "non per bambini" del linguaggio dell’animazione è qualcosa che i giapponesi conoscono bene. Una dimensione preziosa e meravigliosa che nessuno, o quasi, in Europa, si preoccupa di esplorare. E non sto parlando di uno sperimentare fine a sé stesso perché si tratta di una semplice strada del raccontare. Una strada che ha già portato a dei risultati profondi e davvero impareggiabili (Jin Roh, o Otaru no haka, Una tomba per le lucciole, tanto per fare due titoli.) 

AVVENTURE 

Con la tua avventura editoriale della Coconino Press, in un certo senso, ti proponi con un ruolo di "ambasciatore" del fumetto: ci sono ottime storie a fumetti, capolavori forse, che bisognava pubblicare e far conoscere al pubblico italiano. Un atto d'amore per il Fumetto?
Faccio questo lavoro perché mi piace. Ho avuto diverse altre occasioni, una carriera possibile nel mondo dell'arte visiva (anche in seguito alla mie mostra alla biennale di Venezia o a New York) ma ho preferito privilegiare lo storytelling e il fumetto in generale. Amo il fumetto e le sue possibilità, anche se la stragrande maggioranza delle opere pubblicate non mi interessa per nulla. Le mie scelte come direttore artistico della Coconino Press sono una logica conseguenza di quello che mi affascina e che scopro durante i miei viaggi. Si trattava di portare in Italia, con un programma coerente, se possibile, ciò che in Italia, per un motivo o per un altro, non arriva. Ora sono passati degli anni e il lavoro di Taniguchi è stato pubblicato, ma quando ho conosciuto Jiro, a Tokyo nei primi anni novanta questo autore non lo aveva pubblicato nessuno in occidente. Mi sembrava incredibile, data la sua qualità.

Ne parlai con la Feltrinelli, per cui facevo delle copertine. E loro, che volevano aprire una collana di fumetti, sembravano disponibili, lo sono ancora probabilmente, ma le cose sono cambiate, non si può essere così lenti. Non è accaduto nulla per degli anni. Poi qualcosa si è mosso. La Marvel Italia ha pubblicato L'uomo che cammina, anche se trovo che la confezione e il lettering lascino a desiderare. Era una apertura interessante e qualcuno, tra lettori e addetti ai lavori si è accorto che il mondo dei manga era vario e che non esistevano solamente i classici titoli che ci vengono in mente. Ci sono ancora tantissimi autori del tutto sconosciuti in occidente che varrebbe la pena di leggere. E spero di riuscire a introdurre queste perle nel nostro panorama. Quanto prima.

Un po' di tempo fa chiacchierando di fumetti, un amico mi diceva che nonostante riconoscesse la qualità delle proposte Coconino sia per le scelte che per la confezione, si meravigliava di come un artista come te si fosse trasformato in editore, soprattutto di materiale estero, mentre secondo lui sarebbe stato meglio se ti fossi impegnato – bilanciando in un certo modo le tribolazioni che all’inizio della tua avventura nel fumetto hai inevitabilmente avuto prima di pubblicare – dando spazio a giovani e validi autori italiani. Si parla tanto di crisi del mercato italiano e poi chi può fare non fa, concludeva.
La Coconino è una piccola casa editrice. Ha una sua linea di proposta. Si muove in un mercato composto da regole e pregiudizi molteplici. Fare libri purtroppo è una pratica appassionante ma molto costosa. E nel nostro mercato si vendono sopratutto i prodotti stranieri. Inoltre ci sono moltissimi libri di alta qualità che a me interessa vedere pubblicati. Pubblichiamo anche autori italiani, consiglia al tuo amico l'acquisto di Black. Troverà molto materiale in cantiere per una collana di volumi Made in Italy.

Il problema è, se permetti, il contrario, non riesco a trovare dei racconti italiani di pari livello. E gli italiani poi, sono molto bravi a lamentarsi.
Secondo te quindi i nuovi autori italiani mancano e hanno poco da dire? O poco coraggio? Oppure, non trovano chi offra loro uno spazio per pubblicare le loro storie?
Ho ricevuto molte proposte di autori italiani. E diversi di questi sono impegnati attivamente alla produzione di storie per la Coconino. Quindi ci sono cose belle, nuove e interessanti. Ma la difficoltà sussiste, inutile negarlo. Quello che cerco sono storie e non scimmiottature di quello che viene dall’estero. Ricevo perlopiù materiale pretenzioso e senza una direzione precisa. Storie che non fanno che ripetere le solite due o tre idee già viste e consumate. Ci sono incomprensibili difficoltà a raccontare storie con personaggi che somiglino alle persone come noi le vediamo nella nostra vita, con una minima complessità, delle contraddizioni, per dirne una.

E non parlo di realismo, dico qualcosa che permetta di uscire dalla bidimensionalità narrativa. Un personaggio è qualcosa di diverso da una macchietta. Oppure, quando sono autori che credono di avere capito, la proposta grafica sovrasta la narrazione e le storie diventano un mero pretesto per il narcisismo del disegnatore. E allora dico, sarebbe meglio darsi all’illustrazione, il fumetto (Moore docet) è racconto. A me interessa moltissimo anche il racconto fatto di silenzi, ma che sia racconto. Invece in italia credo che si sia perso il senso del narrare in profondità.

Quando ho cominciato a disegnare dei fumetti sono passato, anche io, per la strada dell'autoproduzione. Questa è pratica notevolmente poco cara rispetto a venti anni fa grazie alle nuove tecnologie. Quello che mi interessava era l’opportunità di misurarsi con il pubblico, per meglio capire cosa rimaneva, piaceva o dispiaceva a chi si dava la pena di trascorrere qualche manciata di minuti sui miei racconti. Oggi i miei amici Seth o Tomine mi mandano delle pubblicazioni fatte con fotocopie spillate a mano da loro stessi. È una cosa che trovo meravigliosa e umile: degli autori pubblicati in diverse nazioni che, per amore del fare e farsi leggere usano i mezzi, anche i più poveri. Questa umiltà qui da noi latita. Siamo il paese dalla chiacchiera facile. In cui ognuno di noi si sveglia al mattino e schiudendo gli occhietti si scopre esperto di calcio, navigazione o editoria (a piacere). Misurarsi con le cose, con la pratica del fare è altra cosa. In Giappone, per esempio ho imparato molte delle cose più belle di questi ultimi anni. Ho imparato che pulire un’idea per portarla alla luce del sole aiuta anche a disegnarla meglio: a questo serve il lavoro degli editor che lavorano fianco a fianco dei mangaka.

Visto che lo conosci, dici un po’ che paradiso per il fumetto è la Francia...
In Francia c'è una attenzione molto forte a una proposta autoctona. Il contrario esatto, come abitudine, della nostra tradizione. Da noi quello che è italiano è già svalutato e quello che è straniero è "bello per definizione". Un atteggiamento provinciale e penoso che determina la migrazione dei talenti. In Francia inoltre la tradizione del fumetto è legata alla libreria mentre da noi il fumetto ha avuto una storia gloriosa sopratutto nelle edicole. Questo spiega anche molte differenze di "peso" da un punto di vista dell'idea culturale che ci si è fatti del linguaggio fumetto.

E in Giappone, come va?
Sarebbe molto complessa una indagine di un mercato tanto vasto. Comunque in Giappone c'è una tradizione diversa e di dimensioni gigantesche. in comune con la Francia c'è l'abitudine a valorizzare i fumetti prodotti in casa loro. L'Italia, da questo punto di vista è una eccezione. una piccola, piccola, colonia culturale.

IMMERSIONI

Tornando a parlare di aspetti artistici: qual è secondo Igort la qualità più importante che un autore di fumetto deve avere?
Parlare di cose (intendo di cose vere, di cose che interessino un essere vivente). Uscire dalle autostrade della banalità, come ho già detto. Ma gli autori di fumetti li leggono i giornali? Per esempio una cosa tipica del mondo dei manga è che gli editor giapponesi hanno l’obbligo, all’interno del loro orario di lavoro, di leggere i quotidiani. Da una lettura attenta dei quotidiani nascono molte proposte per le storie che vediamo pubblicate. Il sorgere di numerosi manga a carattere sportivo? E’ il risultato del crescente successo dello sport presso la società giapponese. Nuove storie a carattere noir o poliziesco? E’ il risultato della crescente criminalità e delinquenza minorile. E via dicendo. Non parlo di cronaca, ma è un fatto che se i fumetti da noi sono considerati come un linguaggio per adolescenti è perché piuttosto di rado ci si occupa di cose che affondano le loro radici nella società. E’ un pianeta Otaku (il pianeta degli ultrafan).

Mi stupisce sempre vedere che molti aspiranti fumettisti ambientano le loro storie in un luogo che non esiste e che è il frutto di suggestioni, fumetti amati, idee astratte. Manca una osservazione diretta del reale e l'incapacità di rendere mitico ciò che si ha sotto gli occhi, pratica che invece i francesi, gli americani o i giapponesi, per esempio hanno sviluppato sino a divenire dei maestri.
Tavola tratta da Sinatra.
Da autore completo, le tue storie nascono prima come immagini o come racconto? Ossia butti giù degli schizzi o parti diretto con una sceneggiatura minuziosa, o che altro? Sono sempre stato interessato ai meccanismi creativi...
E' un processo che si basa su metodi diversi, di volta in volta. Mi piace cambiare. Comunque di solito accade così. Prendo degli appunti, schizzi e annotazioni. Poi comincio a lavorare sulla documentazione e scrivo una sceneggiatura. La sceneggiatura ha dialoghi precisi che definiscono un ritmo. Stendo uno storyboard, poi un altro più preciso. Disegno le tavole e riscrivo i dialoghi. A volte la sceneggiatura ha più stesure e quindi l'ultima riscrittura può essere la quarta, la quinta. Dipende...

Quando lavori quanto c’è di improvvisazione, ossia quanto la storia si scrive da sé e i personaggi parlano da soli e tu li stai solo ad ascoltare?
Questa per me non è improvvisazione ma il semplice processo di creazione. Avviene così più o meno per tutti. L'improvvisazione è qualcosa che mi interessa molto, anche da un punto di vista grafico. Il lavoro legato a Sinatra e a 5 è il numero perfetto contiene una serie di elementi di questo tipo. molte scene sono disegnate direttamente a penna e pennello senza traccia di matita.

Alan Moore dice che nello scrivere c'è qualcosa di magico e che la scrittura crea sempre una nuova realtà, le da vita.
Concordo perfettamente e sottoscrivo.

Spesso parli di fumetto come "forma contemporanea di romanzo", che cosa intendi esattamente? Molti pensano al fumetto come più vicino al cinema, invece secondo me è più vicino alla letteratura. Che ne pensi?
Io penso che il fumetto abbia una grammatica propria. Quello che constato e che ci sono molti autori che stanno lavorando su una forma di racconto lungo. Questo da più parti, Asia, America, Europa. Non si sono passati la voce, sembra essere una esigenza comune, uno spirito generalizzato che io apprezzo particolarmente. Per questo la definizione romanzo. Ma non intendo affermare che esista una sudditanza intellettuale del fumetto con il romanzo né con il cinema. D'altra parte ti potrei raccontare un aneddoto giapponese. Alcuni autori occidentali parlavano con Tsutsumi, l'editor con cui lavoro io e Tanaka o Taniguchi, e gli dicevano delle parentele del fumetto con il cinema. lui scuote la testa e spiega che, a suo avviso, il manga ha a che fare sopratutto con il teatro più che con il cinema. E sai perché? perché segue le regole auree del teatro: unità di tempo, luogo e azione. In effetti se andiamo a vedere la maggior parte dei manga applicano, per essere più semplici da seguire, questa regola.

Secondo te c’è ancora spazio per sperimentare con i fumetti?
Secondo me c’è spazio per dire qualcosa di personale. Non mi interessa lo sperimentare fine a sé stesso come non mi interessa il computer in quanto computer. Il linguaggio serve per dire e l’autore può cominciare a porsi la prima domanda: cosa voglio raccontare? Basta questo per essere al centro del mestiere di affabulatore. Però occorre una cosa che Chandler chiamava "atteggiamento onesto". Vale a dire mettersi nella condizione di dire cose che si conoscono per potere il più possibile allontanarsi dalla superficie. Naturalmente è necessario leggere, essere curiosi, e conoscere le cose che vanno oltre allo strato banale dei successi da classifica. È perfino inutile dirlo però chi non possiede questa spinta è meglio che smetta. Sarebbe come un navigatore che soffre il mal di mare o un cuoco cui da fastidio l’odore del cibo. 

domenica 29 marzo 2020

[Oldies but goldies] Igort intervista SUEHIRO MARUO

Sempre dagli archivi di Ultrazine.org, recupero un'intervista pubblicata nei primi anni del nuovo Millennio, probabilmente 2001, poco dopo la pubblicazione da parte di Coconino de Il vampiro che ride, la prima opera del maestro giapponese ad apparire in Italia nel 2000.
L'intervista, realizzata da Igort e apparsa su Ultrazine per sua concessione, è una chiacchierata, non priva di profondità, con, ovviamente, il Maestro SUEHIRO MARUO.

Igort intervista Suehiro Maruo

Suehiro Maruo è nato nel 1956 a Kyusshu. Mangaka di culto, ha collaborato per lungo tempo con l'innovativa rivista Garo. Da anni i suoi manga, da cui sono stati tratti anche cd rom e cartoni animati, sono pubblicati dalla casa editrice Seirindoh. Il suo stile non lascia indifferenti: surreale, eccentrico ed efferato, sono solo alcuni aggettivi per definire l'opera di un autore anomalo e dalla poetica personalissima. Con segno elegante e distaccato elabora su carta visioni di violenza e di sogno, e riporta le bizzarre mutazioni della società giapponese. Maruo ritrae per esempio la pratica dell'enjokosai, in cui le studentesse dei college si prostituiscono per poter comprare vestiti o accessori d'alta moda, oppure la dilagante criminalità giovanile.

Il Vampiro che ride, edito in Italia dalla Coconino Press di cui Igort è direttore artistico, presenta ai lettori italiani un grande autore con una storia che unisce l'osservazione spietata della reale sociale giapponese al mito intramontabile del vampiro.
IGORT: Puoi dirci su cosa stai lavorando adesso? 
MARUO: Sto lavorando sul secondo volume della storia Il vampiro che ride. Anche se per me è un po' strano. Lavorare a un sequel non è una cosa che faccio spesso. In genere per me raccontare a fumetti significa fare storie brevi. 

Come è stato accolto il tuo modo di fare fumetti?
Nel 1983 hanno cominciato a capire questo modo di fare fumetti. Ma per i primi anni è stata dura, il lavoro era considerato strano e scandaloso. Comunque anomalo. Non si trattava di un grande scandalo perché in Giappone c'erano fortunatamente altri autori che facevano questo tipo di manga.

Se al principio non avessi trovato gli editori indipendenti che ti pubblicavano avresti ammorbidito il tuo modo di fare?
Io volevo lavorare con una grande casa editrice poi, quasi per caso, è nato il mio rapporto con le case editrici underground, come Seirindoh. E' stato tutto molto casuale. Al principio, quando avevo diciotto o diciannove anni, ho portato le mie storie a Shonen Jump. Era una grande rivista e mi sembrava adatta al mio lavoro, ma mi hanno rifiutato.

Dopo che Shonen Jump mi ha rifiutato per un certo periodo ho smesso di scrivere e disegnare. Poi ho conosciuto un editor di manga pornografici e così ho cominciato. Era facile tutto sommato.

Perché questo legame con la nostalgia? La tua casa è piena di manifesti, videocassette, fumetti, pupazzi e gadget che sembrano provenire dal passato.
Sono i fumetti che leggevo da bambino.
Concepiresti una storia, magari sulla tua infanzia, senza elementi sanguinari?
Sì, mi piacerebbe fare un manga sulla mia infanzia ma credi che interesserebbe qualcuno? 

Nelle tue storie sono molto spesso presenti delle immagini della guerra. Che cosa rappresenta per te?
I miei genitori raccontavano sempre le storie del periodo della guerra. Di come era la vita allora. Una cosa che per me è ancora oggi molto presente. Per scrivere le mie storie è importante il ricordo. 
Nelle tue storie compaiono le ossessioni legate a figure infantili. Puoi parlarcene?
A me interessano i bambini, non voglio raccontare storie di adulti. Gli adulti fanno sempre le stesse cose, lavorano, tornano a casa e dormono. I bambini per esempio giocano… questo apre molte prospettive narrative. 

Se pensi alla tua infanzia cosa ti viene in mente?
La strada che percorrevo in bicicletta tornando dalla scuola. 

La violenza è una delle leggi magiche del mondo?
Non so, a me sembra molto reale ma forse ha anche una parte magica. Attraverso la violenza comunque riusciamo a conoscere meglio il mondo. Soprattutto nella sua componente criminale. 

Questa violenza non ti spaventa? 
No, perché quelli che faccio sono manga, non la realtà. Io disegno queste storie come fossero dei sogni. Qualche volta mi è capitato di fare una scena e di ridisegnarla più violenta. Ma altre volte anche esattamente il contrario. Dipende.

Hai paura del grottesco?
Sì, lo temo. Però lo disegno ugualmente. Il circo, per esempio, mi fa pensare alla nostalgia; alla festa, un pochino all'elemento magico. Come in un vecchio film di Fellini. Anche i mostri mi portano a pensare in termini di nostalgia. I mostri sono il trait d'union tra il circo e i film horror. Come d'altra parte l'anormalità in genere. Tanti anni fa, forse, in Giappone si temevano queste cose ma oggi molto è cambiato.

I personaggi del circo come tu li rappresenti assumono aspetti pericolosi, minacciosi…
Sì. Vorrei mostrare la paura nella vita quotidiana, per esprimere questo elemento devo usare un certo genere di personaggi. Naturalmente non ho alcuna esperienza diretta di tipo negativo legata al circo. Ma ci sono delle figure che secondo la tradizione di un tempo incarnano l'idea del male. Il direttore del circo, per esempio, era il cattivo per eccellenza. Colui che maltrattava i mostri.

E poi, sicuramente, l'immagine del circo è per me legata all'idea di paura, di magia, di nostalgia. 
Come pensi che verrà accolto il tuo mondo dai lettori italiani?
Gli italiani hanno il senso dell'umorismo, no? Il mio lavoro è pieno di humour.

Quando mi capita di parlare del tuo lavoro con gli editor giapponesi non posso fare a meno di notare un senso di rispetto misto a un certo timore…
In Giappone d'altra parte il mio lavoro adesso non potrebbe essere pubblicato da una grande casa editrice come Kodansha o Shuesha. Qui ora sta crescendo la criminalità infantile e per questo si sta cercando di controllare l'influenza dei manga o dei media in genere. Anche se penso che dire di qualcuno che è diventato criminale a causa dei manga che ha letto sia una semplificazione eccessiva. Comoda magari ma davvero eccessiva.

Il tuo modo di raffigurare le cose però sembra provocatorio; è spesso calcato, iperbolico.
Mostro le cose in maniera estrema perché mi interessa il contrasto che si viene a determinare. Da questo contrasto può nascere una visione ironica.

Se disegno un patriota, però non significa che anche io sia un patriota. Io non sono come il mio lavoro, sono altra cosa. 
I tuoi fumetti sono popolati da insetti…
Mi piacciono; in Giappone sono il simbolo dell'uomo.

Non sono legati all'idea della morte?
Penso che possano essere considerati un elemento vicino alla morte però quello che mi interessava è piuttosto il senso di repulsione che gli insetti provocano in noi. 

Hai paura della morte? 
Molto.

lunedì 9 marzo 2020

[Oldies but goldies] 1997: Igort e... HAYAO MIYAZAKI

Hayao Miyazaki, a destra, durante un incontro promozionale per Mononoke nel 1997.
Per i più audaci, rari frequentatori di queste lande fumose, ecco (direi) un recupero super: un'intervista al Mito HAYAO MIYAZAKI realizzata sul finire dell'altro millennio da... IGORT.

L'intervista è tratta dalla rivista-libro Due. Tenerezza e complessità pubblicata da Phoenix Enterprise nel gennaio 2000. L'intervista, raccolta da Francesco Conversano e Nene Grignaffini, tradotta dal giapponese da Marta Fogato, fu riproposta su Ultrazine.org a giugno 2001 con l’autorizzazione degli autori. Un ultra-ringraziamento allora e ora... a Igort.
INTRODUZIONE DI IGORT

Quando incontrai Hayao Miyazaki, nel maggio del 1997, il mondo dell’animazione in Giappone godeva di notevole fortuna. Cartoni animati dell’ultima generazione come Evangelion stabilivano nuovi record di incassi. I giovani autori, pur dichiarando di ispirarsi alle opere dei maestri classici del cartoon — tra i quali lo stesso Miyazaki — di fatto presentavano un universo narrativo ben più violento. In questo scenario il lavoro Miyazaki rischiava di essere considerato dal pubblico come qualcosa di irrimediabilmente legato al passato. Miyazaki vantava un’esperienza di oltre trent’anni ed era stato l’artefice di titoli passati alla storia dell’animazione giapponese. Nelle sue storie la natura è osservata con uno sguardo ingenuo. I misteri che nasconde sono pacifici, fonte di meraviglia più che di spavento.

Da Nausicaa a Laputa a Kiki a Totoro per poi arrivare a Porco Rosso, in tutti i suoi titoli più noti Miyazaki riesce a raccontare storie credibili, i cui i personaggi, quale che sia la loro stazze, riescono a superare i limiti della forza di gravità. La principessa Mononoke, che Miyazaki stava ultimando altepoca dell’intervista, rappresenta una svolta.

Quando arrivai a Higashi Koganei, alla periferia est di Tokyo, pioveva. Mi aspettavo di trovare un imponente gruppo di edifici come quelli degli studios hollywoodiani e invece gli Studi Ghibli, la casa di produzione di Miyazaki, altro non era che una palazzina a tre piani. Lo spazio sembrava quasi disabitato, solo in un secondo momento mi resi conto che c’erano molti animatori che lavoravano immersi nel silenzio. Ci condussero in un ufficio dalle pareti interamente ricoperte di libri. Su un grande tavolo in legno erano ammucchiati pupazzi in peluche di varia dimensione. C’era un maialone con il casco in pelle da aviatore, era Porco Rosso, e altri pupazzi di tutte le dimensioni. Quando comparve, in quell’uomo minuto e dai capelli bianchi cui si appannavano gli occhiali per il caldo, feci fatica a riconoscere il gigante dell’animazione che tutti noi disegnatori ammiravamo. Ci fu subito un equivoco, che lì per lì non manco di creare una certa tensione: "leggerezza" in giapponese ha una connotazione più negativa che in italiano, e per la sbadataggine della traduttrice in pratica stavamo dando a Miyazaki del superficiale. I lineamenti del maestro si indurirono. Dico questo perché in Giappone, nonostante la cortesia, sembra sempre che una certa dose di violenza sia li, pronta a esplodere quando se ne presenti l’occasione.

Erano i giorni di una scommessa cruciale per Miyazaki: dimostrare al pubblico giapponese che la maniera di raccontare per la quale era diventato celebre non si era appannata, anzi aveva saputo rinnovarsi. Si trattava di dare un vero e proprio colpo di reni, di creare una visione nuova, totalmente differente da quelli che erano stati i motivi del successo, per esempio di Totoro.

Niente più delicatezza o tenerezza. Il nuovo pubblico apprezzava un linguaggio diretto, fatto di metallo, sangue, catastrofi nucleari e violenza. Era possibile interessare questo pubblico con una storia del 1400? Era possibile inserire la violenza nel mondo di Miyazaki senza tradirne le premesse che lo avevano reso celebre e amato dalle generazioni precedenti? Oggi sappiamo che La principessa Mononoke ha vinto la sfida. È stato il film più visto della storia del cinema giapponese. In tutte le categorie, superando anche i film con attori in carne e ossa. Ma all’epoca su tutto questo gravava un gigantesco punto interrogativo.
Incontro con HAYAO MIYAZAKI

Igort: All’interno delle sue opere, che importanza ha il fatto di volare o di restare sospesi nell’aria?
Hayao Miyazaki: Nel film a cui sto lavorando ora (N.d.T.: si sta riferendo a Mononoke Hime uscito in Giappone nell’ormai lontano 1997!) non si vola per niente... (Miyazaki ride) ...eppure ho l’impressione che questo film diventerà l’opera più importante di tutta la mia produzione. Perciò, si vola solo quando è necessario. 

Nelle sue opere precedenti che importanza ha il fluttuare nell’aria?
Be’... sì, ovviamente è un aspetto importante. Penso che rappresenti per me una specie di liberazione. Liberarsi dalla forza di gravità credo comporti anche una liberazione mentale.

La leggerezza, per esempio il movimento delle penne e delle piume degli uccelli, il "volare lieve come un uccello" se vogliamo dirlo con le parole di Paul Valery, per lei, che significato ha?
Più che la leggerezza a me preme riuscire a descrivere l’aria, cioè l’esistenza di un qualcosa che non si può percepire con la semplice vista.

Qual è la sua definizione di "leggerezza"?
Con "leggerezza" intendo l’essere sballottati. È per questo motivo che la parola, almeno dal mio punto di vista, non ha una connotazione particolarmente positiva.

In Europa la leggerezza, le piume sono viste in modo positivo...
Per me la parola "leggerezza" è insufficiente, da sola, a esprimere tutto questo.

E allora, il senso di liberazione a cui si riferiva prima?
In giapponese non sempre la leggerezza corrisponde a una liberazione. Tutte le parole non sono mai del tutto positive o del tutto negative e ciò vale anche per concetti come il volare e la leggerezza.
Nelle sue opere precedenti perché ha sempre fatto sì che i suoi personaggi volassero?
In giapponese abbiamo anche l’espressione "gli scemi e il fumo amano andare in alto". E io, non essendo fumo... (Miyazaki ride). Per me il mondo non è soltanto la terra, il luogo in cui vivono gli esseri umani. Nel creare le mie opere ho voluto sfruttare tutti i mondi esistenti e liberare gli esseri umani dalla forza di gravità è stata una delle tecniche che ho adottato per raggiungere questo scopo. Il film a cui sto lavorando ora è ambientato in Giappone nel XV secolo, per cui non presenta scene di volo. Usando la magia forse i miei personaggi sarebbero riusciti a volare ma non l’hanno usata così... L’azione si sviluppa con la protagonista e gli altri personaggi che girovagano nella foresta.

Le riformulo la domanda di prima. Che significato ha la leggerezza all’interno di un programma di difesa della natura?
Nel pensiero umano, la leggerezza ha significato anche libertà. Con questa accezione, vale la pena di diventare leggeri. Penso che se gli esseri umani insisteranno a portare avanti il concetto di civiltà materialista creata su questa terra, essi non arriveranno a vedere la nuova era.

La maggior parte dei cartoni animati giapponesi presenta una forte componente di violenza. Le sue opere invece presentano un’atmosfera sognante, "soft". Sarà così anche per il futuro?
La mia prossima opera (N.d.T.: vi riferisce sempre a Mononoke Hime) sarà infarcita di violenza.

Davvero?
Si. Penso che il mondo sia fatto di violenza e di gentilezza, e quando ne vale la pena è bene saper esprimere anche entrambe la cose nella stessa opera senza farsi troppi problemi.

Questa violenza è fisica o mentale?
Quest’opera parla di un’antica foresta del Giappone, degli antichi dei che la abitavano (un gigantesco cinghiale e un enorme lupo) e della loro lotta contro gli esseri umani. La lotta è tra la foresta e gli esseri umani che vorrebbero appropriarsi di essa ad è una lotta inevitabile. Prima di riflettere sul loro rapporto con la natura e raggiungere la conclusione che dovrebbero rispettarla, gli uomini la sfruttano totalmente. Si è verificato in passato e deve essere ammesso oggi affinché gli uomini ritornino a dialogare con la natura. Ho deciso di fare quest’ultimo film con questo intento. Ecco perché le parti violente sono inevitabili: violenza da parte degli esseri umani e violenza da parte della foresta.

Parliamo ora di ricordi. Che importanza hanno nella sua vita e nelle sue opere?
Non do molta importanza al passato. Ho dimenticato quasi tutto dalla mia infanzia. I miei vent’anni sono stati orribili. Nello sforzo di cancellarli dalla mia memoria ho finito per dimenticare quasi tutto. (Miyazaki ride). Anche se me ne ricordassi, più che provare nostalgia di quel periodo, ne risentirei l’amarezza e la sofferenza. So che ci sono ricordi che non si devono dimenticare, ma io non amo dare loro molto spazio. Non do nemmeno importanza ai miei oggetti e alle mie foto, alle cose che ho disegnato. Sono un uomo senza ricordi. Mi sono già dimenticato di ciò che ho fatto e non guardo mai una mia creazione dopo averla terminata. (Miyazaki ride).
Come determina gli scenari dei suoi film?
Un tempo pensavo che avrai dovuto ambientare la mia opera solo in Giappone ma dopo averne create alcune sono arrivato alla conclusione che l’ambientazione non era così importante, che le persone, gli esseri umani vivevano ovunque e che avrai fatto meglio ad ambientare le mie storie dove ritenevo fosse più necessario. E anche dal punto di vista temporale, e cioè presente, passato e futuro non mi sono parsi più così importanti. Un’opera fantastica a cui sto lavorando ora è ambientata in Giappone nel XV secolo ma la prossima opera vorrei che fosse legata all’oggi. Per andare avanti qualche volta bisogna liberarsi del passato. (Miyazaki ride.) Ho l’impressione di non essere riuscito a soddisfare appieno la vostra curiosità. Avrò risposto in modo adeguato alla vostre domande? Ho voluto creare questo film senza scena di volo perché tutti ormai continuavano a dire che mi piaceva far volare le cosa e per mettere un freno a tutta le domanda che mi fanno sulla leggerezza. Ma a metà del film mi era venuta una gran voglia di far volare qualcuno o qualcosa... beh, alla fine ho visto che non era possibile a mi sono arreso.

Allora, alla fin fine le piace volare, eh?!
Sì, è logico! Dal punto di vista degli esseri umani, il mondo è piccolo. Dal punto di vista delle creature minuscole però il mondo appare enorme. Gli uomini pensano che il mondo sia piccolo ma in realtà questo mondo è molto grande, profondo, vario, gigantesco. Per gli uomini un’altezza di 100 metri è notevole eppure ci sono anche esseri viventi per cui 1 solo metro è un’altezza impressionante. Queste creature condividono il mondo. Quando ne avrò l’occasione mi piacerebbe riuscire a mostrare questi mondi diversi. Per esempio, quando piove, una goccia d’acqua è tutto o niente: vorrei riuscire a rendere questa differenza di punti di vista in un nuovo film.

mercoledì 23 maggio 2018

recensioni in 4 parole [55]

La morte dei cartoon.
L'apocalisse di vivere.
La rivista: il ritorno!
I sogni. Il denaro.
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Abbiamo detto 4 parole su:
Dylan Dog Color Fest N. 25 - I conigli rosa muoiono
di  Luigi Mignacco (soggetto e sceneggiatura), Cesare Valeri (disegni), S. Algozzino (colore)
Copertina:  Lorenzo De Felici
Editore: Sergio Bonelli Editore
Formato: brossurato, 96 pagine, colore
Prezzo: € 4,90
Anno di pubblicazione: 2018
Per qualche parola in più: QUI

Èpos
di Marco Galli (testi & disegni)
Editore: Stigma
Formato: brossurato, 130 pagine, b/n + colore
Prezzo: € 17
Anno di pubblicazione: 2018
Per qualche parola in più: QUI

Linus - Anno LIV - N.5

di AA.VV.
Copertina: Art Spiegelman
Editore: Baldini & Castoldi
Formato: brossurato, 120 pagine, colore
Prezzo: € 6
Anno di pubblicazione: 2018
Per qualche parola in più: QUI
 
Joe Shuster
di Julian Voloj (testi) e Thomas Campi (disegni)
Editore: Bao Publishing
Formato: cartonato, 168, colore
Prezzo: € 21
Anno di pubblicazione: 2018
Per qualche parola in più: QUI

venerdì 29 dicembre 2017

recensioni in 4 parole [53]

Si partoriscono strambe storie.
Lisergici colori per DD.
 I segreti del Giallo. 
Vagabondar m'è dolce.
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Abbiamo detto 4 parole su:
Fortezza Pterodattilo
di Ratigher (testi & disegni)
Editore: Coconino
Formato: brossurato, 128 pagine,colore
Prezzo: € 17
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI

Dylan Dog Color Fest N. 23 - Il convento del vuoto
di G. Barbieri (soggetto e sceneggiatura), G. Freghieri (disegni), S. Algozzino (colore)
Copertina: Grzegorz Rosinski
Editore: Sergio Bonelli Editore
Formato: brossurato, 96 pagine, colore
Prezzo: € 4,90
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI

Mercurio Loi N.8 - Il colore giallo

di A. Bilotta (soggetto e sceneggiatura), M. Mosca (disegni), F. Piscitelli (colore)
Copertina: Manuele Fior
Editore: Sergio Bonelli Editore
Formato: brossurato, 96 pagine, colore
Prezzo: € 4,90
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI

Quaderni giapponesi Vol. 2
Storia e disegni: Igort
Editore: Oblomov
Formato: brossurato, 184 pagine, colore
Prezzo: € 20
Anno di pubblicazione: 2017
Per qualche parola in più: QUI

lunedì 26 ottobre 2015

recensioni in 4 parole [35]

Tanti ingredienti. Forse troppi.
Biliardino
Prima regola: non rullare.
Quaderni giapponesi
Illuminante zibaldone di vite.
Little Nemo: Return to Slumberland Vol. 1
Si ricade nel Sogno.
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Abbiamo detto 4 parole su:
Morgan Lost N.1- L'uomo dell'ultima notte
Soggetto e sceneggiatura: Claudio Chiaverotti
Disegni: Michele Rubini
Copertina: Fabrizio De Tommaso
Editore: Sergio Bonelli Editore;
Formato: brossurato, 98 pagine, colore
Prezzo: € 3,50
Anno di pubblicazione: 2015
Per qualche parola in più: QUI e QUI

Biliardino
Storia e disegni: Alessio Spataro
Editore: Bao Publishing
Formato: brossurato, 296 pagine, colore
Prezzo: €21
Anno di pubblicazione: 2015
Per qualche parola in più: QUI

Quaderni giapponesi
Storia e disegni: Igort
Editore: Coconino Press
Formato: brossurato, 184 pagine, colore
Prezzo: €19
Anno di pubblicazione: 2015
Per qualche parola in più: QUI

Little Nemo: Return to Slumberland Vol. 1 (in Inglese)
di Eric Shanower (testi), Gabriel Rodriguez (disegni), Nelson Daniel (colori)
Editore: IDW
Formato: brossurato, 88 pagine, colore
Prezzo: $9,99
Anno di pubblicazione: 2015
Per qualche parola in più: QUI

sabato 28 dicembre 2013

Igort e i tempi di Valvoline Motorcomics

Igort negli anni '80.
Nel seguito potete leggere un resoconto dell'incontro con IGORT tenutosi lo scorso 23 Novembre nell'ambito della tre-giorni "Pazza Idea. Pensiero Creativo".
L'incontro, condotto dal regista e documentarista Renato Chiocca, è stato l'occasione per Igort di ricordare - con grande ironia e trasporto - gli anni di Valvoline Motorcomics (e non solo), nel trentennale del gruppo, e presentare la nuova edizione di Sinfonia a Bombay.

Segnalo che al termine è stato proiettato il docufilm Mattotti, opera del 2006 di Chiocca, incentrato sul lavoro di Lorenzo Mattotti: un eccellente medio-metraggio, della durata di 50 minuti, che vi invito a recuperare, se potete. In rete è possibile vedere un trailer: qui.
Foto di gruppo con... Valvolinici!
Eravamo fondamentalmente degli "stronzetti", convinti d’avere in mano le chiavi per rivoluzionare un po’ tutto quanto.

Igort: Al tempo noi eravamo annoiati da quello che succedeva, anche se c’erano dei grandi talenti che stavano facendo delle storie meravigliose. Ma noi che avevamo poco più di vent’anni - e anche se Mattotti non vuole che lo dica - eravamo fondamentalmente degli "stronzetti", molto presuntuosi e convinti d’avere in mano le chiavi per rivoluzionare un po’ tutto quanto. L’idea quindi fu semplice: andare con faccia di tolla e dire “dateci metà del giornale [Linus, NdR] e la gestiamo noi.”
Progettavamo tutto: dalla grafica agli articoli, alle storie a fumetti… con l’idea un po’ futurista, costruttivista di utilizzare un mezzo potente - ossia una rivista pubblicata mensilmente e con un grande seguito da una casa editrice importante come Rizzoli  - per impadronircene e poter parlare di altro, rispetto a quella che era la cultura imperante dei vari mostri sacri del Fumetto dell’epoca che erano Pratt, Crepax, Micheluzzi… anche Magnus. Ma Magnus era un nostro fiancheggiatore: simpatizzò immediatamente con noi e ci appoggiò pubblicamente.
Noi avevamo quel fare un po’ altezzoso dei gruppi d’avanguardia. Non dico che ci fossero delle risse durante gli incontri ma quasi. A Torino ci fu un convegno sulle Avanguardie ed io uscii scortato dal servizio d’ordine perché mi volevano prendere… a calci in culo! [risate] E a noi questo ci divertiva molto perché volevamo ridimensionare e mettere sotto altre coordinante il Racconto, il Grande Racconto. E lo facevamo perché fondamentalmente non avevamo fatto la Guerra, eravamo di una generazione che era cresciuta... io e Carpinteri che avevamo sui vent’anni, Mattotti - che ci tiene a sottolinearlo - era di qualche anno più grande e a quell’età la differenza era sostanziale, lui era più su Nick Drake… noi eravamo cresciuti con i Sex Pistols!
Nel ‘77 li vidi a Giugno e... a Settembre ero a Londra a vedere di persona che cosa fosse davvero il movimento punk.
Per cui la nostra idea era che si dovesse parlare di certe cose con uno spirito più vicino… era anche un qualcosa che sarebbe poi deflagrato nella new wave, nel nuovo cinema tedesco, nel rilancio degli scrittori pop… oggi Pynchon è stato riesumato ma al tempo lo leggevamo soltanto noi in remainder perché i suoi libri erano introvabili. C’era ad esempio L’incanto del lotto 49, che era un piccolo capolavoro, e uno dei personaggi era un certo Baby Igor, e ovviamente io ne ero fierissimo.
Metà delle lettere erano di lettori che ci adoravano, l’altra metà di persone che ci avrebbero immediatamente fucilato sulla pubblica piazza.

Questo è stato l’inizio. Il punto fu che ci diedero retta. Perché quando andammo a proporre quest’idea ci dissero “va bene”. E così ci ritrovammo a doverlo fare per davvero. All’inizio c’è la spinta iniziale, il “cambiamo tutto”, ma poi ti dicono “okay” e… ti danno le chiavi e tu dici “merda, e adesso?”
Quindi iniziarono le riunioni a casa mia… c’era Mattotti, che è sempre stato un po’ lo stakanov del gruppo, poi c’ero io che ero l’ingegnere, mi ero auto-definito “l’Ingegnere dei Media”, per far capire quanto ero stronzetto all’epoca [risate]… ero quello che organizzava, architettava, montava il timone del supplemento, faceva i loghi, impaginava…
Per capire anche il livello di consapevolezza di queste persone che ci avevano affidato la rivista, dietro casa mia c’era un garage e io vedevo sempre questo logo Valvoline, che era la Valvoline Motor Oil ed allora proposi “facciamo Valvoline Motorcomics”. E loro, ed erano la Rizzoli, non sapevano minimamente cosa fosse e ci dissero “okay, va bene” [risate]. Poi ad un certo punto la direttrice ci chiamò, dopo che era uscito il primo numero: “ma siete impazziti, quella è una multinazionale… ho visto un tabellone di o-t-t-o metri con la scritta..”, ed io “ma il logo è diverso”, infatti l’avevo ridisegnato… [risate] loro temevano una denuncia, erano molto preoccupati… essendo la Rizzoli potevano essere soggetti a questo genere di cose. Se lavori per un editore piccolo nessuno ci bada, con Rizzoli invece…
C’era una specie di comitato futurista in cui noi facevamo le cose e la redazione che… ci odiava, loro ci odiavano! Noi arrivavamo e… “basta con questa grafica bruttissima, neppure negli anni ’60!!!”… e noi portavamo delle cose tutte storte…
C’era un’atmosfera tremenda… e io mi domandavo “ma sono così tutte le case editrici?”, non rendendomi conto che era il nostro atteggiamento a generare quella profonda antipatia. E poi c’erano le lettere che arrivavano in redazione. Ad esempio nel caso di Breccia: un genio, un autore eccezionale che amavamo, che aveva portato l’astrattismo nel mondo del Fumetto. Il semplice fatto che noi l’ammirassimo causava l’arrivo di lettere di insulti nei suoi confronti. Mi ricordo una lettera che diceva: “Breccia e le sue macchie? Dovrebbe vedere le mattonelle del mio cesso…” E le signore “bonaccione” che dirigevano la rivista nascondevano queste lettere e non le pubblicavano. Quando le lessi, io ero entusiasta e dissi “pubblichiamole subito!” [risate] Metà delle lettere erano di lettori che ci adoravano, l’altra metà di persone che ci avrebbero immediatamente fucilato sulla pubblica piazza. Ed erano proprio questi pareri negativi che mi convincevano del nostro progetto: “se ci vogliono così male”, mi dicevo, “allora dobbiamo andare avanti.”
Così abbiamo continuato a fare danni un po’ dappertutto. Siamo entrati un po’ in televisione, nel mondo della moda con Vanity scombussolando completamente la rivista, nel design…
Era un periodo in cui era possibile fare molte cose… bastava parlare molto seri con sguardo sgranato alla Baudelaire e… ti prendevano sul serio!

Ho ritrovato da poco una cassetta musicale che avevo fatto: mi ero finto russo… ovviamente chiamandomi Igor era normale [risate]… e avevamo fondato un gruppo, gli Slava Trudu, che in russo significa Gloria al Lavoro. E avevamo convinto quelli della Phonogram Germany - quindi una multinazionale, una major - a produrre il nostro disco… in finto-russo, scritto da me [risate]. Quindi nel 1985 spesero circa 500 milioni di lire, mezzo miliardo, per questa idea. Fu fatto un disco, girammo due video… E il disco fu mandato a Gorbaciov dicendogli che noi eravamo dei fuggiaschi russi. Facemmo un finto numero della Pravda che conteneva la “vera” storia degli Slava Trudu, da me totalmente inventata. [risate] E a Berlino, la casa discografica… a ripensarci erano davvero dei deficenti… ci portarono in un ristorante afgano - ve l’immaginate, con l’Afganistan che era stata invasa dai russi? [risate] -  con noi con i testa i colbacchi: uscimmo missilisticamente perché ci volevano prendere a colpi di scimitarre che erano appese alle pareti del locale. [risate]
Era un periodo in cui era possibile fare molte cose… bastava parlare molto seri con sguardo sgranato alla Baudelaire e… ti prendevano sul serio! E poi ti davano la possibilità di fare le storie, gli impaginati, gli articoli… C’era Daniele Brolli, un mio amico sceneggiatore, che era figlio di un "esoterista" e aveva letto i libri del padre e scriveva reinventando tutto. Noi non lo sapevamo - me l’ha confessato dopo trent’anni che i suoi saggi erano delle bufale - ma riscriveva inventandosi dei sincretismi [risate], delle scoperte storico-scientifiche sensazionali, prive totalmente di fondamento, che lui collegava tra loro semplicemente facendo arrivare personaggi come Pitagora in luoghi dove non era mai stato in vita e indicandolo come fondatore... dei Rosa Croce, ad esempio. [risate] Dopo questa sua attività di falsario si sviluppò ulteriormente quando per Frigidaire incominciò a pubblicare degli inediti di grandi scrittori come Philip K. Dick, Vonnegut che, casualmente, aveva solo lui nel suo cassetto [risate]… scriveva in stile. E quindi incominciammo a prendere in giro anche quelli di Frigidaire. E questo ci ha portato bene…
Mattotti invece era più serio, ed era totalmente all’oscuro di queste nostre contro-operazioni. [risate]

Chiocca: È un racconto molto divertente, anche per capire il tipo di operazione editoriale… Sappiamo che ci sono le reunion di tante rock band degli anni ‘70 e ‘80, ci sono le riedizioni di vecchi dischi con inediti e quant’altro. A un certo punto, approfittando della tua attuale figura di editore attraverso la Coconino Press, hai ricontattato tutti i componenti di Valvoline per ripensare un’edizione di quelle passate pubblicazioni. Qual è la necessità, a distanza di 30 anni, di rendere di nuovo pubblica questa parte della tua vita? Qual è l’esigenza di pubblicare quel materiale oggi?
Igort: Semplice: per fare il punto. Per capire, visto che noi il Fumetto l’avevamo smontato, che cosa di quell’operazione, dopo 30 anni, fosse rimasto. È anche una questione importante che riguarda la memoria, un esame di che cosa era quella stagione. Per me quell’epoca è stata la fine di una certa Italia: è morta l’ingenuità ed è nato il cinismo. Il cinismo diventa una specie di manifesto teorico del post-punk e poi si trasforma in un abito mentale che è deflagrato ed ha devastato l’Italia fino a oggi. Noi, secondo me, viviamo ancora in una stagione del cinismo ed è anche un atto politico riconsiderare quell’epoca, rileggerla… ed è per questo che ho chiesto a tutti gli autori - se non di mettere le mani nel loro lavoro, perché questo è soggettivo – di scrivere un’introduzione che descrivesse che cosa fu esattamente quel periodo e quell’esperienza.
Noi lavoravamo e vivevamo in un’epoca in cui si credeva nella Cultura, non si facevano battute…. C’era un diverso tipo di nemici, di avversari intellettuali o pseudo-intellettuali… ad esempio c’era Andreotti che pensava che non si potessero lavare i panni sporchi in pubblico, per cui era contrario ai film di Pasolini ed hanno osteggiato moltissima produzione culturale di quell’epoca. Lo stesso Fellini era considerato un “criminale”… a Venezia per la Dolce Vita gli sputarono addosso... Adesso c’è un altro tipo di pericolo e il pericolo è che questo tipo di lavori non arrivi neppure. Ci sono battute del tipo “fatevi un panino con la Cultura”, battute dette da un ministro… questa è veramente una stagione diversamente pericolosa.
Queste riedizioni servono per fare il punto su un’epoca diversa, quando c’erano le riviste, c’era Oreste Del Buono, quando c’era una diversa percezione della Cultura, quando era possibile intervenire... c’era un travaso tra “alto” e “basso”.
Oggi si pensa che non ci sia più differenza tra “alto” e “basso” ma è un’ipocrisia, non è vero. In realtà se Tarkovskij e Pasolini avessero davvero attecchito non sarebbero stati santificati ipocritamente come guru della cultura e così facendo vengono imbalsamati, non ti “attraversano più”. In quel momento invece quel travaso era possibile.
La mia sfida è questa: capire se dopo trent’anni abbiamo ancora delle cose da dirci. Già nel gioco delle copertine delle riedizioni si è scatenata una sorta di sfida tra noi. Il punto era che i miei “amichetti” erano bravissimi, erano dei mostri di bravura. Mentre realizzavamo quelle storie sono successe delle cose pazzeschi: Art Spiegelman ci ha invitati in America, eravamo la Nazionale Italiana del Fumetto… quando la Swatch ha fatto Swatch Street Art Painting ed ha chiamato i più grandi autori europei l’Italia... è stata rappresentata dagli autori di Fumetto!
Per cui al di là del fatto che fossimo smargiassi, in quel periodo veniva registrato un certo tipo d’interesse per noi… fu anche pubblicato un libro sul nostro lavoro, Valvoforme e Valvocolori, - in italiano, inglese e francese - a cura di Daniele Barbieri.
E in qualche modo tutto questo stava scomparendo in questa specie di calderone di nuovi media. Per questo stiamo progettando cose nuove, usando i nuovi media. Ora ad esempio puoi inserire la musica, prima io facevo i dischi - mi chiamavo Igor Gagarin - e poi facevo i fumetti, ed erano due cose separate. Adesso è possibile arrivare direttamente, è una stagione che è più "teatro". Prima noi stavamo chiusi in studio a produrre poi quando il lavoro era finito non sapevi mai come fosse accolto, c’erano le lettere ma arrivavano in redazione e a volte non te le facevano leggere. Adesso c’è Internet, c’è Facebook: fai una cosa e… ti insultano in diretta! È incredibile…[risate]
Noi stiamo per fare Abracadabra Motorcomics, ve lo dico in anteprima!

Chiocca: In Valvoline c’era anche una dimensione collettiva, uno stimolarsi reciprocamente…
Igort: Sì, fu un incontro molto fortunato. A dieci anni incontro Carpinteri, sta nella mia stessa scuola, nel banco davanti a me… e incominciamo a disegnare. A volte, ripensandoci, un po’ la cosa mi preoccupa perché per me lui è davvero è come un fratello, siamo cresciuti insieme… Lui a Lucca, nel ’78 mi disse: “ ce n’è un altro bravo”, perché eravamo convinti di essere noi gli unici due. “E chi è?”, “Mattotti, si chiama Mattotti”. E allora andai a vedere e mi sembrò bravo. Ma non mi fidavo. Così mi avvicinai e gli dissi: “Ciao Mattotti, ce lo fai un disegno?”, e gli stesi subito un foglio davanti. Lui mi fece un disegno in diretta ed io: “merda, è bravo davvero.” [risate] E così abbiamo iniziato a frequentarci e c’era uno scambio molto forte nei confronti di alcuni autori, eravamo “attraversati” dalle loro opere. Vedevi Herzog ed era uno di noi, era lì. Non lo guardavamo come un mito… lo stesso per Wenders. Ci telefonavamo, andavamo a vedere i film e quegli autori entravano direttamente nelle nostre tavole. Per me il riferimento era Kluge perché ero il teorico del gruppo… “griglia a sei” e noi dovevamo avere sei vignette a tavola perché era il metodo… Mondrian! C’era uno scambio fortissimo tra noi: vedevo le tavole realizzate dagli altri che erano mostruosi e mi spaventavo… c’era una competizione pazzesca tra di noi. C’era la triade - io, Mattotti e Carpinteri - che eravamo quelli con lo stile più sparato in assoluto. Per Carpinteri arrivò una critica incredibile che definiva il suo stile “cubo-futurista”. Ed io non sapevo neppure cosa fosse, e andavo a studiare. L’aveva fatto Carpinteri… ed io? Di conseguenza alzavo il tiro… Fu un momento credo irripetibile.
Avevamo un editore d’arte che poteva farci la rivista come un libro d’Arte appunto, con copertine in plexiglass… io avevo l’idea di fare dei pop-up, non per bambini ma per adulti, che dovevano creare una sorta di città futurista… poi invece si decise: “niente Arte, ma Pop!” E finimmo in Rizzoli. Ci dettero l’ok e “tra due mesi dobbiamo avere il primo numero.” A me dopo il primo mi venne la tachicardia. Non potevamo certo sbagliarci, ci eravamo presentati lì come degli gradassi, non potevamo fallire. Era un po’ come essere i Sex Pistols e poi esce il disco ed è una cosettina sgonfia… sarebbero stati rovinati per tutta la vita. In quel periodo poi era una stagione pazzesca…. Brian Eno stava producendo il mondo, con dischi uno più bello dell’altro. In Italia c’era Battiato che fece una rivoluzione totale. Quando uscì L’era del cinghiale bianco io caddi dalla sedia… C’erano i Devo, i Talking Heads, i Contortions… Eno produsse No New York con quattro gruppi diversi: un disco pazzesco, rivoluzionario. I D.N.A, Arto Linsday che faceva praticamente rumore con la chitarra… I Residents: un gruppo di cui non si conoscono i componenti, hanno inventato la cryptic corporation, il gioco nella maschera…
Era una stagione meravigliosa, pazzesca per l’intero pianeta che io non vivo con nostalgia ma… dobbiamo riprendercela, riportarla qui… quell’intelligenza, quella curiosità, quella voglia.
Vivere con nostalgia non ha sento e per questo che l’idea di una reunion è orribile. Io voglio fare delle cose nuove, non ristampare cose vecchi… Noi stiamo per fare Abracadabra Motorcomics, ve lo dico in anteprima! [applausi]
Chiocca: Parlano dei tuoi ultimi lavori, i Quaderni ucraini e i Quaderni russi, devo dire che mi sono trovato di fronte un Igort diverso, nonostante ti seguissi da tempo. Una immersione profonda di un artista in una realtà spinto anche delle proprie emozioni e trasformarla grazie alla riflessioni ed a un lavoro molto preciso e attento al linguaggio. Credo che sia una grande lezione di verità nella… creatività. Verità sia in quelli che sono gli artifici dell’Arte, attraverso le tecniche grafiche… come il segno che si spoglia per servire il racconto. Nel corso della sua carriera Igort è riuscito a far convivere le sue due anime: quella più pirotecnica, più squisitamente grafica e quella più sintetica che riesce a raccontare la vita in punta di penna. La domanda è… è indispensabile vivere certe esperienze in prima persona per poterle raccontare con “qualità”? È indispensabile?
Igort: Assolutamente. Se vogliamo darci, bisogna essere onesti… e può essere doloroso. Occorre mettersi in pericolo, mettere in pericolo il proprio linguaggio, la propria conoscenza… e non è mai una questione tecnica ma di onestà. Tra la prima storia e le ultime sono passati trentacinque anni della mia vita. I quaderni sono tra le mie pubblicazioni più recenti. Spogliarsi è un qualcosa che si può fare quando già possiedi qualcosa. Sono due aspetti differenti: i primi sono lavori di narrativa, i quaderni sono dei documentari. Come ispirazione sono come i documentari di Herzog o di Wnders, sono un altro tipo di osservazione, due sguardi compatibili. In un caso vieni visitato dalla storie: è la tua memoria che lavora, filtra, rilegge delle cose che hai amato, visto, vissuto. Nell’altro caso vai on the road, come gli Impressionisti: esci e non hai più protezione, esci e incontri delle persone, non sai cosa succederà… sono le storie che ti vengono addosso, in qualche modo. Io questo lo dico, in modo forse smargiasso - dopo tanti anni - anche agli autori: siamo pieni di storie, è impossibile non avere delle storie da raccontare ma, in questo momento storico, in questa stagione, è importante riprendersi l’impegno. È importante non soltanto capire lo spessore della Cultura e della stratificazione del reale perché spesso ci troviamo di fronte ad una sua lettura semplifica, ma è anche importante l’impegno… quindi anche il “che cosa” raccontiamo. In questo momento storico credo sia molto importante. Anche i Quaderni mistici, a cui sto lavorando, sono un documentario incentrato su tre figure. Uno di questi è Pavel Florenskij, una delle figure più importanti della mistica del ‘900, un monaco russo che era anche un fisico e un matematico, ucciso con un colpo alla nuca nel 1937, durante le famigerate purghe staliniane. Viene chiamato il Leonardo da Vinci russo, in realtà secondo me era piuttosto il Pitagora russo perché credeva in una mistica matematica e in una matematica spirituale. Un uomo di un talento e di una umanità impressionanti, che scriveva di musica, letteratura. Era un fisico straordinario, del livello di Einstein, ed è stato ucciso perché non ha mai voluto rinunciare all’abito talare. Sempre parlando del “fetente”, Stalin diceva che “milioni di morti sono una statistica, ma un morto visto da vicino è una tragedia.” Questo è un qualcosa che io ho scolpito nella mia testa.
E sempre restando nell’ambito del discorso delle storie che ti vengono addosso quando sei on the road per documentarti, sono stato convocato a Parigi da Galia Ackerman, l’amica di Anna Politkovskaja, con cui sono stato in contatto per via dei Quaderni russi e che mi ha affiancato in diverse occasioni in incontri pubblici, e mi ha detto: “ho un libro per lei.” E mi ha consegnato un volume sui dossier dei servizi segreti sugli intellettuali e gli scrittori russi, che adesso sono stati nuovamente secretati da Putin. Io l’ho letto e davvero non è pensabile, non è concepibile quello che è stato fatto a questi intellettuali… quando leggo orrori simili perdo fiducia nell’umanità, non riesco a pensare che l’uomo sia questo arco splendido verso il sublime.
Azioni di una ferocia spaventosa però… il risultato che ottengono in uno che ha la testa dura come la mia è che mi caricano e vado da Gallimard a dire “io faccio i Quaderni mistici” e mi guardano terrorizzati...
Io non lo so perché. Sto lavorando per cercare di capirlo. 

Chiocca: Dopo però te li fanno fare...
Igort: Sì, me li fanno fare. Ma anche se non me li facessero fare li pubblicherei lo stesso. È su questo che non bisogna cedere. Nella mia vita ho lavato i camion, ho fatto il cameriere per mantenermi… non c’è nessun problema. Ho imparato delle cose importanti da questo: si possono fare anche dei lavori umili, ma non si può cedere su quest’altra cosa. È su questo che non si può cedere, non sul tipo di lavoro.
Se leggerete gli scritti di Florenskij… lui scriveva alla famiglia dal gulag in cui era prigioniero e nelle sue lettere sembrava che fosse in vacanza alle Bahamas… e riusciva a confortare la moglie ed i figli e ad occuparsi della loro educazione, quando anche loro erano puniti perché familiari di un deportato, non potevano studiare, non erano ammessi nelle scuole…
Questo è importante perché anche la lastra di marmo che ti arriva sopra, che ti polverizza gli ideali… se la sai usare diventa una piattaforma per rilanciare… Ecco questo certo di fare, nel mio piccolo…

Noi dobbiamo far bene quello che facciamo, qualunque cosa. Io non credo alla A maiuscola dell’Arte contrapposta all’artigiano, non mi porta. Mi importa poter seguire le cose che ritengo corrette, giuste. Si può vendere palloncini in modo sublime. Io racconto, ho avuto fortuna, ho sempre raccontato e ho sempre saputo di volere raccontare… non lo so perché. È una domanda che ci siamo fatti quando ci siamo rincontrati dopo vent’anni, nel caso specifico di Carpinteri che non vedeva Mattotti da 20 anni. “Perché noi?” “Perché noi ci siamo trovati e abbiamo deciso di crescere insieme?” Anche se non ci sentiamo, con Brolli, Carpinteri, Mattotti… loro sono stati dei compagni di strada, c’è stato un misurarsi forte.
Io non lo so perché. Sto lavorando per cercare di capirlo.