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sabato 10 ottobre 2020

Alan Moore: lo Show è servito!

THE SHOW
Dopo una lunga attesa (e una prima saltata a marzo a causa della pandemia), in questi giorni sarà finalmente possibile vedere THE SHOW (qui il trailer), il lungometraggio scritto da Alan Moore per la regia di Mitch Jenkins.
Sfortunatamente l'opportunità sarà riservata ai fortunati che parteciperanno fisicamente al Sitges Film Festival, il giorno 12 Ottobre, e in streaming online dall'8 al 18 Ottobre soltanto ai residenti in Spagna. Maggiori informazioni QUI.
Il film, naturale proseguimento (seppur del tutto godibile a sé) dei corti del ciclo Show Pieces, racconta una storia dai toni gotici, tra realtà e surrealtà, ambientata in una versione oscura e nottura di Northampton, la città natale di Moore. La pellicola vede protagonista Fletcher Dennis (interpretato dall’attore Tom Burke), un uomo dalle molte identità, che, ingaggiato per ritrovare un antico gioiello, si ritroverà immerso in un mondo bizzarro e onirico, tra vampiri, bellezze addormentate, detective privati, riti voodoo e vendicatori mascherati.
Speriamo di aver presto la possibilità di una visione anche per gli appassionati italiani! 
THE SHOW
Nel seguito la traduzione di alcuni passaggi da un'intervista apparsa il 9 Ottobre su Deadline.com. L'intervista completa è disponibile QUI

DEADLINE: Salve Alan, come hai vissuto l'esperienza del lockdown a Northampton?
ALAN MOORE: Io e Melinda stiamo vivendo come se fossimo ancora a fine Febbraio... la temperatura esterna è la stessa. Stiamo ignorando tutte le indicazioni date dal governo poiché non crediamo che abbiamo minimamente a cuore i nostri interessi. Stiamo facendo quello che pensiamo sia la cosa migliore da fare: stiamo mantenendo il distanziamento sociale, ci facciamo consegnare a casa quello di cui abbiamo bisogno. Non abbiamo visto o toccato nessuno in questi ultimi sei mesi. 
Da un certo punto di vista, ci sentiamo più vicini ai nostri amici anche se non li vediamo di persona da secoli. Stiamo trascorrendo un sacco di tempo al telefono a leggere storie ai nostri nipoti... è un gran divertimento. Sono cose che non avevamo il tempo di fare quando il mondo girava normalmente.
Sì ci mancano un po' tutti ma allo stesso tempo vedo come si stiano formando altri tipi di legami.
Noi continuiamo a tenerci informati ascoltando i dottori e gli scienziati, quelli autentici.

Ti sei ritirato dal mondo dei comics dopo aver finito La Lega degli Straordinari Gentlemen nel 2018. Pensi di ritornare in sella? 
Non sono più interessato al mondo dei comics. Non voglio più averci nulla a che fare... [...]

Qual è la tua opinione sull'industria al momento?
Penso che i grandi editori usciranno a pezzi dal lockdown. [...] La situazione non era certo delle migliori neppure prima del COVID.
[...] Forse è presto per fare delle previsioni ottimistiche ma si può sperare che le grandi corporation si troveranno in difficoltà a manovrare in questo nuovo scenario dove i piccoli potrebbero essere più agevolati ad adattarsi. Questi tempi difficili potrebbero essere un'opportunità perché nuove voci originali e radicali vengano allo scoperto riempiendo il vuoto del tempo che fu.

Che cosa ti aspetti dal film?
Spero che incontri i favori del pubblico e che ci sia abbastanza interesse per vedere come la storia si evolverà in una serie TV. Spero che tutti quelli che hanno lavorato al film, inclusi gli eccezionali attori, abbiamo il riconoscimento che meritano. Ma tutto questo è nelle mani degli dei.
 
L'intervista completa è disponibile QUI. (In inglese, of course!)

martedì 11 dicembre 2018

The Show... must go on!

Qualche ora fa sulla pagina Facebook ufficiale di Alan Moore (ebbene sì ne esiste una! E in data 11 ottobre 2018 recitava: "[la pagina] ospita post di diverse persone in sua vece e con il suo permesso") è apparso il seguente "annuncio" che rimanda alla lavorazione del film The Show scritto da Moore per la regia di Mitch Jenkins.

Sebbene questo sia il mio primo serio tentativo in ambito cinematografico, il pubblico potrebbe voler sapere come si colleghi alla mia carriera, recentemente giunta a conclusione, nel campo dei fumetti. La risposta, da parte mia, è "nessun collegamento": è qualcosa di completamente nuovo con incredibili possibilità di mesmerismo e narrazione immersiva.
D'altro canto chi si aspetta cupe distopie nei miei lavori sarà sollevato nell'apprendere che questa storia, essendo ambientata in una Northampton di recente implosa, ne è un ottimo esempio, con una gran quantità di personaggi spettrali, in linea con le attese.
E sì, c'è anche un supereroe, ma non è quello che pensi.

Non si tratta dell'adattamento di un'opera che non doveva diventare un film; si tratta di me e dei fantastici talenti con cui sto lavorando che cercano di realizzare la più sbalorditiva pellicola che il cinema britannico ricordi da molti anni a questa parte.

Questo è The Show e lo stiamo facendo proprio qui e ora!

Alan Moore

Il sito Screen Daily aggiunge: "Il film racconta di un uomo dalle molteplici identità che arriva in città e scopre un mondo di donnaioli, belle addormentate, gangster e avventure".

giovedì 7 gennaio 2016

Alan Moore presenta Jerusalem!

Foto di Mitch Jenkins.
Qualche giorno fa sul sito di Gosh! è apparso il blurb, una breve sinossi, scritto da Alan Moore per presentare il suo secondo, attesissimo romanzo intitolato Jerusalem.  
L'uscita del volume - di cui Moore realizzerà anche l'illustrazione di copertina - è attesa per Settembre mentre in Italia il tomo è stato annunciato, tempo fa, da Rizzoli Lizard
Segnalo inoltre che Moore parla a lungo di Jerusalem in quest'intervista, tradotta e proposta nel 2012 su questo stesso blog.

Il testo di "presentazione" di Moore è come al solito caratterizzato da una prosa iper-densa ed evocativa. Nel seguito "azzardo" una traduzione (un grazie all'amico Antonio Solinas per il prezioso supporto), col solo scopo di promuovere l'opera nell'attesa di potermi immergere, quanto prima, in un libro che promette d'essere davvero epocale: enjoy!

Testo originale © Alan Moore
Traduzione italiana: smoky man
Supervisione italiana: Antonio Solinas

Nel mezzo miglio quadrato di decadenza e demolizione che fu la capitale Sassone d'Inghilterra, l'eternità sta bighellonando tra i palazzoni, trappole in caso d'incendio. Incastonato nella sudicia ambra della narrazione del quartiere tra i suoi santi, re, prostitute e derelitti, un genere diverso di tempo si sta manifestando, una sudicia simultaneità che non fa differenze tra le pozzanghere color benzina e i sogni spezzati di chi si fa strada tra di esse. Demoni, menzionati l'ultima volta nel Libro di Tobia, aspettano in trombe delle scale che puzzando d'orina, gli spettri delinquenziali di bambini sfortunati erodono le fondamenta del secolo scavando tunnel, e nei salotti di sopra operai col sangue d'oro riducono il fato a un torneo di biliardo.

Viottoli scomparsi dispiegano la loro voce, composta da parole perdute e un dialetto dimenticato, per raccontare leggende spezzate e resoconti di incredibili genealogie, storie familiari di disonore, follia e meraviglia. C'è una conversazione nell'esterrefatta cupola della cattedrale di San Paolo, un parto sul selciato di Lambeth Walk, una coppia separata seduta per tutta la notte sui freddi gradini della facciata di una chiesa gotica, e un neonato che si sta strozzando a causa di una pastiglia per la tosse per undici capitoli. Una mostra è in via d’allestimento e, in cima al mondo, un vecchio nudo e un bellissimo bambino morto si sfidano correndo lungo gli Attici del Respiro verso la morte termica dell'universo.

Un'opulenta mitologia per coloro senza un soldo bucato, lungo le strade e le pagine labirintiche di Gerusalemme camminano fantasmi che cantano di ricchezza e povertà; d'Africa, d'inni e del nostro logoro millennio. Discutono dell'Inglese come lingua visionaria, da John Bunyan a James Joyce; parlano per ore dell'illusione della mortalità post-Einstein e insistono che il peggior slum è la sacra città eterna di Blake. Impetuosa nel suo immaginario e stupefacente per portata, questa è la storia di ogni cosa, raccontata da bassifondi scomparsi.
[Alan Moore]

Il testo originale  © Alan Moore può essere letto qui.

giovedì 20 agosto 2015

Alan Moore: "Fellini ai prezzi di Ed Wood!"

Alan Moore ritratto da Michael Hacker.
Nel seguito potete leggere la traduzione della "Dichiarazione d'intenti", scritta da Alan Moore, per Orphans of the Storm, la società creata insieme al fotografo Mitch Jenkins con la quale ha realizzato Show Pieces, cinque cortometraggi parte di un progetto cinematografico più ampio, in lavorazione con il titolo The Show.
Orphans of the Storm è anche "coinvolta" nel progetto Electricomics, su cui magari torneremo a parlare prossimamente.
Buona lettura.

La traduzione è stata realizzata per solo scopo divulgativo.
Tutti i diritti originali sono © Orphans of the Storm & Alan Moore.
Che Glicone sia con voi.
Gli attori Andrew Buckley e Darrell D’Silva, Alan Moore, Mitch Jenkins e l'attrice Khandie Khisses.
LA NOSTRA PROMESSA PER VOI
(Un manifesto scritto con il ribollente inchiostro della sanità mentale sopra un milione di cuori delusi)

Un brunito pomeriggio di circa cinquant'anni fa, due perspicaci scolari, i sogni ancora incontaminati da un mondo che prende a calci i castelli di sabbia, stavano distesi all'interno della botte arrugginita di una betoniera nell'incustodito e deprimente cantiere di Northampton che era diventato il loro unico campo giochi, guardando le nuvole vagare senza meta attraverso la circolare apertura del loro scomodo rifugio. Il più giovane dei due, un commovente occhialuto bambino albino che giocava compulsivamente con la nuova macchina fotografica Fischer-Price che gli era stata regalata dal padre per il suo compleanno, parlò con distante tono sognante condividendo le proprie più intime e preziose speranze con il suo più grande, intelligente, bello e adorabile piccolo compagno di giochi.

            “Sai cosa ti dico? Quando saremo grandi ho la strana sensazione che, in qualche modo, ti convincerò a lavorare a un breve film di dieci minuti con me, nonostante tu, a quel tempo, sarai una specie di misteriosa apparizione tipo Ben Gunn che urla la sua condanna contro qualsiasi cosa le persone normali apprezzino, specialmente il cinema contemporaneo.”

           Il suo decenne carismatico compagno, un giovane di una bellezza soprannaturale che era tragicamente afflitto da iperpelosità come quei ragazzi-lupo messicani di cui si legge in giro, mise da parte con cura il quaderno sul quale stava scrivendo i suoi appunti su tutte le grandiose idee per il successivo mezzo secolo che al tempo erano conosciute, ed è bizzarro, come “Compendi Pittografici via Nuvolette Labiali” e replicò al suo anemico collega con un accecante sguardo di rimprovero.
   
            “Se lo farai, renderò la cosa così diabolicamente complicata e la creerò in modo che si espanda in una mostruosità tentacolare che si prenderà la tua vita e infetterà la Cultura stessa come una sorta di ideologico patogeno che nessuno capirà o da cui potrà difendersi.”

            Ora non è importante sapere i nomi di questi due bambini. Il motivo per cui non importa è perché accadde che il tamburo miscelatore contenesse ancora un residuo di cemento fresco che asciugandosi durante la loro conversazione immobilizzò i due che finirono grottescamente affogati durante l'improvviso nubifragio notturno che sopraggiunse. Il fatto rimarca ancora una volta i pericoli posti dai cantieri lasciati incustoditi.

                                                            *****

            Fu così, che per mera coincidenza, circa cinque decadi dopo gli eventi sopra narrati, Mitch Jenkins, fotografo di Northampton, si ritrovò tra le mani una proposta per un film da parte di Alan Moore, scrittore di Northampton. Inclusi nell'onnicomprensiva trama c'erano diversi elementi che rimandavano a nuovi media, ognuno dei quali col potenziale di espandersi in un'entità altrettanto stupefacente ed esauriente quanto il film stesso. Aggrottando la pallida fronte, il celebre maestro delle lenti pensò che una simile varietà di progetti avrebbe necessitato di una qualche “società ombrello” che ne gestisse la complessità, anche se riguardo al nome da dare a una simile impresa si trovò completamente perso. Fu a questo punto che l'imprevedibilmente aggressivo ma abile cesellatore di parole si espresse nel suo tono da medium in trance. 

            “Chiamiamoci Orphans of the Storm, che la gente ci conosca per la nostra mancanza di parenti e per l'aspetto inzuppato di chi è stato colpito da un fulmine.”

            E sebbene avesse capito soltanto una parola ogni dieci di quello che aveva udito, l'abile manipolatore della luce, dell'ombra e dei bagni di sviluppo accettò la proposta, nonostante che per alcuni mesi credette che la loro società avesse preso il nome da una canzone dei Doors.

                                                           *****

            A questo punto dovrebbe essere chiaro che “Orphans of the Storm” non è una canzone dei Doors. Quella era “Riders on the Storm’, un titolo che con la nostra organizzazione ha in comune solo le parole “the” e “Storm”. Andrebbe inoltre chiarito che, nonostante i malinformati pettegolezzi del Web, “Orphans of the Storm” non ha alcun legame con l'antico e misterioso culto babilonese che domina Hollywood descritto in Flicker, il romanzo di Theodor Roczak, che dopotutto è un'opera di finzione e non riflette la realtà. L'idea di una qualche tradizione mistica, sopravvissuta in chissà quale modo, intenzionata a imporre sul mondo una forma di cinema magico capace di alterare le menti è troppo assurda per doverla smentire. E se anche una simile cospirazione esistesse, di sicuro Mitch Jenkins e Alan Moore sarebbero le ultime persone che uno collegherebbe a un piano basato sul cinema magico. Alan Moore non sa nulla di cinema e Mitch Jenkins non sa nulla di magia, per cui come potrebbe funzionare? No, mi dispiace, il solo pensarci è ridicolo. Perché persino parlarne?

                                                         *****

            Ritornando al nostro racconto, avendo concordato sul sopracitato nome come termine collettivo per il loro nidificato insieme di progetti multimediali e incominciando a credere che Orphans of the Storm potesse essere una valida e persino redditizia impresa creativa, il biondo ritrattista di Hugh Laurie si ritrovò ad essere ancora preoccupato su alcuni dei più sconcertanti aspetti del loro piano.

           “Allora, come si collega a tutto questo il burro dietetico? E l'energy drink o la rivista per supermarket? Inoltre, hai messo una soap opera sulla filosofia tedesca. E un social network e un socialmente irresponsabile videogioco e un brand immaginario di t-shirt e un partito politico razzista. Sono sicuro che in qualche modo tutto andrà al suo posto, ma mi piacerebbe capire bene perché lo stiamo facendo.”

    Non era una richiesta irragionevole. Il suo partner annuì con indulgenza.

    “Lo facciamo perché mi sono spinto nella sala macchine della cultura solo per scoprire che non c'è nessuno al posto di guida. La società stava per scivolare sullo spartitraffico centrale di sogni traditi, verso l'imminente furia devastante di un collasso psicologico, per questo ho preso una decisione esecutiva e ho fatto quello che dovevo fare. Gli Orphans of the Storm sono qui per prendere in mano il joystick della civiltà e, dipende dal fatto che se ci siamo ricordati in quale direzione spostarlo, condurla verso una nuova eterea stratosfera oppure, mal che vada, togliere il disturbo in una devastante e gloriosa palla di fuoco.”

            E l'abile levigatore di pixel scrutò a lungo il palese visionario a cui aveva affidato le proprie fortune e quella della sua famiglia. E pensò: “Oh Cristo!”

                                                              *****
    Non vorrei insistere sulla questione ma tornando al culto babilonese di Flicker, ci sono un sacco di ragioni per cui uno scenario del genere sarebbe del tutto irrealizzabile. In tutta franchezza, se esistesse un'antica religione basata sullo stato di trance indotto da una sorta di proto-strobo realizzato con un cerchio rotante e luce naturale - cosa che non è - e se un simile culto fosse persino alla base del cinema moderno - e non è così - allora come la mettiamo con elementi di Orphans of the Storm come i fumetti digitali, il videogioco e i finiti siti pornografici  Big Black Lego Studs? Non hanno nulla a che fare col cinema, no? O con Babilonia, a dirla tutta. Non riesco davvero a capire come la gente s'inventi queste cose. Voglio dire, ma per favore! Siete molto meglio di così.
   
                                                             *****

    Comunque sia, ecco in poche parole la storia di Orphans of the Storm.
Intitolata come un film di DW Griffith con Lillian Gish che nessuno dei responsabili di questa società ha mai visto, Orphans of the Storm vuol essere un'autentica impresa del 21esimo secolo, con un modo di pensare che sia flessibile fino al punto da potersi quasi spezzare. Vi promettiamo estensioni di un'idea, argomentate e ponderate con cura, piuttosto che franchise sfruttati senza pudore. Vi promettiamo Fellini ai prezzi di Ed Wood. Vi promettiamo concept originali che siano all'altezza del loro tempo e non meri cadaveri rianimati tratti dall'intrattenimento leggero del passato, anche se abbiamo pure qualcuno di questi. Vi promettiamo un antidoto ai divertimenti tossici che avete già sconsideratamente ingerito e speriamo in Dio che non sia troppo tardi. E se non possiamo promettervi un mondo migliore di quello in cui vivete, possiamo almeno promettere che sarà più spassoso, più meravigliosamente terribile e meglio congegnato. Gioite, popoli del mondo dai neuroni randellati. Una terrificante utopia è almeno a portata di mano.

                                                           *****

            E non abbiamo nulla a che fare con la Confraternita di Tlön, nemmeno con loro.


[Il testo originale può essere letto sul sito di Orphans of the Storm: qui.]

lunedì 16 dicembre 2013

Alan & Kev: consigli e proposte indecenti

In un recente post sul suo blog il regista e fotografo Mitch Jenkins ha diffuso un divertente e, per certi versi, illuminante video con la partecipazione di Alan Moore in cui il duo, all'opera insieme su diversi progetti, elenca le "10 regole d'oro" della (loro) collaborazione.
Tra i passaggi del filmato mi ha particolarmente colpito l'affermazione seguente, che (in parte) riassume e chiarisce la carriera di Moore:
"Se stai facendo qualcosa e ti trovi perfettamente a tuo agio è probabile che questo sia dovuto al fatto che l'hai già fatto in passato, o che qualcun altro l'ha già fatto prima di te. Per cui ha poco senso rifarlo di nuovo. 
Affronta sempre progetti incredibilmente difficili e complessi che probabilmente saranno la tua rovina." [Alan Moore]

Ah... "la prima regola è: Non parlare mai del Fight Club."
Se Moore ci regala dei consigli, il suo "compare" d'avventura su La Lega degli Straordinari Gentlemen, Kevin O'Neill, invece osa fare una proposta... indecente.
Presso la galleria Champaka, fino al 7 gennaio prossimo, è infatti  visitabile la mostra virtuale delle sue tavole realizzate per Nemo: Cuore di Ghiaccio ed è possibile... acquistarle! Prezzi a partire da 1500 euro, a salire! Insomma, rompete i vostri salvadanai di terracotta! Se potete... 
Sarebbe un regalo di Natale piuttosto apprezzato, immagino. 
 
Illustrazioni di Kevin O'Neill.
Tutto questo mentre si attende l'uscita del nuovo episodio de La Lega, The Roses of Berlin, prevista per Marzo 2014.
See you later alligator!

venerdì 5 luglio 2013

ALAN MOORE HA BISOGNO DI TE!!!

Da qualche settimana è partita la campagna Kickstarter lanciata da Alan Moore e dal regista e fotografo Mitch Jenkins per la realizzazione del cortometraggio His Heavy Heart, scritto dallo sceneggiatore di Northampton, facente parte di un progetto cinematografico di più ampio respiro (due corti sono già circolati e altri due sono stati realizzati; ne avevamo parlato anche qui).
Inutile dire che il progetto è di grande interesse e la cura e la qualità di quel che si è visto finora, unita ai nomi degli autori coinvolti, è assoluta garanzia.

Per cui, il mio invito è di sostenere la realizzazione del video contribuendo al finanziamento via Kickstarter: QUI. Le opzioni disponibili sono tutte intriganti. Che fate? Siete ancora qui???

Al momento la raccolta fondi viaggia verso le 25mila sterline sulle 45mila fissate come obbiettivo da raggiungere entro il 17 Luglio

Intanto, in un mondo alternativo Mr. Moore ringrazia già i suoi fan per aver reso il suo sogno realtà! 
Da parte mia aggiungo una piccola chiosa: le cose belle si pagano!
In una recentissima intervista apparsa su Bleeding Cool, Moore ha dichiarato: "Questi film verranno realizzati come Mitch ed io intendiamo farli oppure... non verranno fatti. Abbiamo un approccio piuttosto intransigente e potrebbe comportare il fatto che non riusciremo a farli ma siamo contenti di quello che abbiamo fatto finora. Tutti quelli che hanno partecipato al progetto hanno fatto un lavoro eccellente e speriamo che quando le persone avranno sentito le musiche, visto i film... capiranno che stiamo offrendo un qualcosa di diverso e un tocco artistico inusuale ma rimane, speriamo, davvero accessibile. Voglio dire che non penso che Jimmy's End dia l'impressione di un film sperimentale. Piuttosto direi che è "weird mainstream cinema".
Mettete mano al portafoglio e puntate su una "vincita sicura": QUI!!!
Sopra, mock-up del cofanetto - DVD e libretto - del progetto His Heavy Heart.

domenica 6 gennaio 2013

Romanzi, Magia, il Tempo, l'Arte e molto altro: un'intervista con ALAN MOORE

Alan Moore fotografato da Phil Fisk.
Arriva un Nuovo Anno (che non si sa bene dove ci porterà) e... con colpevole ritardo, ecco a voi la traduzione di un'interessante intervista al (solito) ALAN MOORE apparsa nel corso del 2012 su Paraphilia Magazine (pp. 71-80), condotta da D M Mitchell, che ringrazio sentitamente per il permesso accordatomi e per la paziente attesa.

Per maggiori informazioni consiglio di visitare il sito della rivista (QUI).
Il numero specifico può essere letto in originale scaricandolo da Issuu (QUI).
Buona lettura!

“Atavica rinascita” e l'animalesca coscienza primitiva: un'intervista con ALAN MOORE 
di D M Mitchell

Pensare a delle domande appropriate da porre ad Alan Moore può essere una faccenda da far tremare i polsi. Chi lo conosce, o quanto meno ha familiarità con i suoi  lavori, sa che Alan è in grado e disponibile a trattare di qualsiasi argomento. E spesso riesce a farlo con straordinaria intelligenza e senza alcuna auto-celebrazione, aspetti davvero rari (stante la mia esperienza) in uno scrittore. La sua mente possiede sia un’incredibile acume sia una capacità sconcertante nel memorizzare e assimilare informazioni.

Di persona ho sempre trovato che fosse oltremodo generoso. D'altra parte, le persone che hanno sconsideratamente fatto conoscenza con il suo lato sbagliato sanno troppo bene quanto possa essere fiero e inflessibile quando è arrabbiato. Quello che non viene solitamente percepito è che Alan ha anche un lato vulnerabile e fallibile che, allo stesso tempo, colpisce e sorprende in una persona che ha pianificato la struttura di opere monumentali come Watchmen e From Hell.

L’ “umano” Alan Moore è l’Alan Moore che ha dimenticato l’unica stesura (del fumetto perduto) Yuggoth Cultures sul sedile posteriore di un taxi; la stessa persona che ha anche smarrito il mio numero perché l'aveva scritto sul muro accanto al telefono e poi ci ha passato sopra una mano di vernice e che, una volta, mi ha lasciato dormire nel suo letto (perché lui stava dalla sua fidanzata Melinda!) dopo una serata alcolica a Northampton. La sera stessa ho anche vomitato copiosamente nel bagno di Alan, un evento che ho pensato di trasformare in uno slogan per una serie di T-shirt, ma non sono mai riuscito a trovare le parole giuste. Comunque… Posso personalmente testimoniare che non solo Alan Moore è umano, ma è anche un fottuto bravo ragazzo!

Alan Moore è un paradosso poiché è una persona saldamente ancorata al “carnale” e al “terrestre” (anche nei suoi scritti di carattere magico e Cabalistico) e, al contempo, sempre in contrasto con il piano fisico; o per lo meno, con quella parte di esso che vorrebbe la creatività asservita al commercio. Forse è semplicemente troppo “grande” per vivere in un solo mondo?

Sapendo quanto Alan fosse occupato con una moltitudine di progetti recenti (il suo romanzo Jerusalem, la  rivista Dodgem Logic e numerose serie a fumetti) ho mantenuto le mie domande al minimo, eppure Alan ha trovato il tempo per lunghe risposte. Ciò che più mi sorprende, rileggendo questa intervista, è quanto ricalchi l'intervista che gli feci a Northampton nel febbraio 1994, che è apparso in Rapid Eye N. 3 (Creation Books). Forse siamo tutti (come suggerito da Hofstadter) poco più che “strani loop”.
Alan Moore, grazie per il tuo tempo e per la tua disponibilità.
Copertina di Rapid Eye N. 3
Come procede il tuo nuovo romanzo? Quando pensi che sarà pronto?
Personalmente, penso che stia venendo abbastanza bene considerando che avevo dei forti dubbi quando l'ho iniziato. Al momento sto lavorando al capitolo 31… il romanzo avrà 35 capitoli e credo che questo non sia di grande aiuto per prevedere quando sarà finito. Questa incertezza si basa principalmente sul fatto che quando ho raggiunto la fine del capitolo 23 e quindi la fine del “secondo” libro, mi sono reso conto d’essere completamente esausto e che se non avessi fatto qualcosa di radicale con il terzo libro quel senso di svuotamento si sarebbe riflesso sulla scrittura, e sarebbe stato disastroso. La mia soluzione è stata quella di alzare la posta per il terzo atto, facendo sì che, in qualche modo, ciascuno degli ultimi undici capitoli fosse nuovo e sperimentale, rendendomi il lavoro molto più difficile ma garantendo che non potessi far altro che dare il meglio di me stesso per raggiungere l’obiettivo. Sai, ri-leggendo quelle ultime due frasi ho realizzato, con un certo ritardo, che questa è probabilmente una delle più risibili tattiche della mia strategicamente imperscrutabile vita, ma d'altra parte sembra stia dando dei risultati. Il Capitolo 29 è un’opera teatrale di due ore nello stile di Samuel Beckett in cui lo stesso Beckett è uno dei personaggi; il capitolo 30 è una sorta di omaggio alla New Wave della fantascienza inglese degli anni Sessanta e Settanta; mentre il capitolo che sto scrivendo è una performance resa come un flusso di coscienza da uno dei personaggi, in cui cerco di esplorare il nuovo atteggiamento di cui avremo bisogno verso questioni come il vizio, la virtù, il bene e il male, se, per caso, quello in cui viviamo si rivelasse essere un continuum spazio-temporale in cui qualsiasi possibilità di “libero arbitrio” - per come noi lo concepiamo - fosse escluso dalle leggi della fisica (e personalmente io credo sia così). Credo che potrei completarlo entro l'inizio del prossimo anno, e poi avrò bisogno di almeno un paio di mesi per revisioni o modifiche di altro tipo che andranno fatte, e dopo passerò a completare il disegno per la copertina. Quindi suppongo che la risposta breve alla tua domanda è che una tua previsione sarebbe buona quanto una fatta da me.

Ci sono delle connessioni col tuo precedente romanzo La Voce del Fuoco?
È ambientato a Northampton, come La Voce del Fuoco ma tratta di una zona molto più piccola della città. Detto questo, ci sono un sacco di capitoli del libro precedente ambientati entro i limiti della zona in cui vivo, Boroughs, e questa è la stessa ambientazione di Jerusalem, quindi suppongo che la gente possa ragionevolmente aspettarsi qualche sovrapposizione. Ma per come è andata, sono in numero minore rispetto a quanto si potesse aspettare. Quando ho iniziato a scrivere Jerusalem credo intendessi fare più di un riferimento a spettrali cani neri e parlanti teste su picche, ma, come il romanzo ha trovato la sua “voce” c’è stato via via sempre meno spazio per loro. Ci sono alcuni luoghi che ritornano, ed è ovviamente inevitabile, e ci sono un paio di soprannaturali scene di massa in cui un personaggio de La Voce del Fuoco potrebbe, nel caso, muoversi sullo sfondo ma, in generale, sto tenendo i due libri separati, in modo che non ci sia bisogno di leggerne uno per apprezzare l'altro. L’unico elemento per cui Jerusalem è un sequel de La Voce del Fuoco è il fatto che questo secondo romanzo utilizza la stessa materia di base del primo… vale a dire, i luoghi in cui sono cresciuto, la loro Storia e i miei legami personali con loro.. ma tratta questo materiale con una serie completamente diversa di tecniche narrative in modo da plasmarlo in una struttura molto più enciclopedica. Oh sì, e John Clare è presente sia nel capitolo 26, che è il capitolo su Lucia Joyce, e nel già citato pezzo in stile Beckett del capitolo 30. E naturalmente, in entrambi i romanzi anche io sono tra i personaggi ma in Jerusalem sono travestito e fingo d’essere una donna così a nessuno potrà venire in mente che possa essere io. 
Prima edizione di Finnegans Wake pubblicata nel 1939
Quali sono le differenze tra quello che stai facendo e quello che ha fatto Joyce nell’Ulisse, che è anch’esso ambientato in un singolo luogo?
Credo che la più grande differenza è che Joyce (per qualche ragione) non ha ritenuto di rendere la parte centrale dell’Ulisse un allucinogeno e impropriamente terrificante racconto per ragazzi. Oltre a questo, sto arrivando alla conclusione che in quella che, credo, viene chiamata la "Letteratura dei luoghi”, i posti sono forse più responsabili della scrittura di un libro dello stesso autore. È forse un’idea eccentrica ma credo che in qualche modo l’Ulisse facesse “parte” di Dublino e fosse solo in attesa che Joyce lo portasse alla luce. Lo stesso si potrebbe dire per gran parte delle storie di H.P. Lovecraft che erano “parte” del paesaggio del New England, oppure de La casa sull’abisso che era, in qualche modo, legata alle coste occidentali dell'Irlanda che Hodgson aveva visitato. (In realtà, l'ultimo esempio rappresenta la prova migliore per la mia teoria, onestamente, un po’ debole: Iain Sinclair mi diceva che, apparentemente, Iris Murdoch aveva visitato lo stesso tratto della costa irlandese e, senza aver mai letto né mai sentito parlare de La casa sull’abisso scrisse un romanzo che era stranamente simile a molti di quei temi e a molti dettagli della trama.) Curiosamente, al primo capitolo di Jerusalem, un prologo intitolato Work in progress, ho dato quel nome e l’ho scritto prima di rendermi conto che quello era il titolo di lavorazione che Joyce usò per Finnegans Wake.
Una volta fatto, in ritardo, il collegamento, l’ho rafforzato rendendo la luminosa figlia di Joyce, Lucia (che ha trascorso più di trenta anni nel manicomio accanto al liceo che ho brevemente frequentato negli anni Sessanta), la protagonista del capitolo 26, che avevo già provvisoriamente intitolato Round the Bend [espressione inglese che significa “pazzo”, N.d.T.]. Oltre a questo, non so quanto più chiaramente possa indicare delle differenze profonde con l’Ulisse se non affermando un’ovvietà e rimarcando che Joyce è stato uno scrittore di gran lunga migliore di me.

Pensi che qualsiasi evento storico documentato possa essere visto come un palinsesto?
Certamente potrebbe essere visto come un palinsesto, anche se, considerando che una parte consistente di Jerusalem è una disquisizione contro il concetto che esistano dei momenti “discreti” nel tempo… o persino che il tempo stesso esista realmente… allora, al momento, direi che tendo più a vedere il processo storico non tanto come un palinsesto ma più come una forma o una struttura d’accumulo come risulterebbe, ad esempio, dall’uso dell’attuale tecnica di stampa 3D. D’altra parte, personalmente mi piace molto la parola “palinsesto” perciò non avrei comunque molto da lamentarmi. Di sicuro non inizierei una lite per questo.

Il concetto di “tempo” inteso come qualcosa di diverso rispetto a come lo percepiamo (o come siamo stati condizionati a percepirlo) nelle nostre vite di tutti i giorni, è un concetto prevalente in molte delle tue opere. A parte i tuoi romanzi, ci sono La Lega degli Straordinari Gentlemen, Promethea, From Hell e non dimentichiamo il Dr. Manhattan. Come sei arrivato a questa tua percezione del “tempo”?
In realtà, se la mia visione del tempo - come un solido eterno composto da almeno quattro dimensioni in cui il movimento e il cambiamento sono solo una illusione prospettica originata esclusivamente dalla limitata consapevolezza dell’uomo - è vera, allora diventa problematico parlare di come sia arrivato a questa percezione, visto che un arrivo implica un tragitto lineare e di conseguenza, una concezione lineare del tempo. Nella mia personalissima visione delle cose, sebbene fossi già incappato in idee che prendevano in considerazione concezioni diverse del tempo e del suo passare ed aver persino usato quelle idee nei miei primi fumetti, direi di non aver mai “posseduto” un concetto “profondo” fino alla mia prima esperienza magica il 7 Gennaio 1994, come brevemente descritto nel racconto Unearthing che scrissi per City of Disappearences, l’ottima antologia curata da Iain Sinclair e che poi è stato sviluppato nell’album e nel box-set pubblicato da Lex Records.
In pratica, durante quell’esperienza mi sono reso conto di quello che implicasse il concetto di spazio-tempo visto come un solido a quattro dimensioni, e ho realizzato tutto questo in un modo molto potente e personalmente pieno di significato. Ho capito, a quel punto, che i modi in cui avevo in precedenza trattato l’argomento - in Watchmen, From Hell e in vari episodi di Futuri Incredibili - potevano essere visti, forse romanticamente o forse letteralmente, come una sorta di pre-memoria che viaggiava come un onda attraverso il tempo in entrambe le direzioni a partire da quel momento di “realizzazione”. In sostanza, l’uso di quell’idea prima di quel momento dovrebbe essere vista come degli intuitivi “spari nel buio”, mentre quanto fatto in Promethea o dopo è il risultato di una esplorazione più consapevole e diretta di quel concetto.

William Blake è, senza dubbio, una figura importante per te. Lo stesso titolo Jerusalem è un ovvio riferimento. Quanto dei contenuti del romanzo sono legati alla visione e alla filosofia di Blake?
Sebbene William Blake sia, certamente, in cima alla lista, ci sono in realtà diverse ragioni per cui il romanzo si intitola Jerusalem. Almeno un paio delle prime crociate partirono dal castello di Re Giovanni che si trova all’angolo della strada in cui sono nato, inclusa la famosa spedizione di Riccardo Cuor di Leone. Il Barone reggente di Northampton, Simon de Senlis, costruì l’ancora esistente Chiesa del Santo Sepolcro in Sheep Street sul controverso modello del tempio di Salomone a Gerusalemme. Da un punto di vista metaforico, l’idea di Gerusalemme come uno stato spirituale dell’essere che un giorno si sarebbe realizzato sulla Terra era preminente nella visione di John Bunyan di Bedford che combatté al seguito del New Model Army di Cromwell e passò spesso per Northampton durante le campagne di predicazione. La moltitudine di dissidenti credi religiosi che trovò casa nella Northampton del XVII secolo e supportò Cromwell nella battaglia decisiva di Naseby credeva fermamente che una Gerusalemme materiale sarebbe stata fondata nel corso della loro vita, e i rifugiati che salparono alla volta del Nuovo Mondo scappando dall’orribile Northampton del periodo, come le famiglie Washington e Franklin, speravano tutti che lo stesso potesse avvenire nella loro nuova Patria. Jerusalem come inno è un altro dei temi ricorrenti del romanzo, visto che esamina come gli inni Inglesi furono inizialmente cantati nelle cappelle ribelli (con probabili infiltrazioni Lollarde) di Northampton durante il regno di Elisabetta I e prende in considerazione altri inni, rilevanti a livello locale, come Hark, the Glad Sound di Phillip Doddrige e Amazing Grace del Pastore John Newton.
Comunque, come ho detto, William Blake è di gran lunga il principale riferimento. Una delle idee principali del romanzo è l’implicazione dell’inno di Blake e Parry che “fra questi oscuri mulini satanici” sia forse l’unico posto possibile in cui Gerusalemme possa essere fondata: in strade e spazi piacevoli non hanno davvero bisogno di Gerusalemme e non la stanno cercando. Considerando il concetto di tempo a cui ho accennato in risposta alla domanda precedente, potrebbe implicare che tutto e tutti contenuti in un eterno spazio-tempo solido sono anche loro eterni, e questo comporterebbe che i nostri più miseri e indigenti distretti sono potenzialmente delle città eterne popolate da ignari immortali. Ci sono inoltre degli altri temi che legano Jerusalem a Blake, tra questi il fatto che alcuni antenati dei miei genitori arrivarono nel Boroughs a Northampton dopo aver vissuto a Lambeth, che è anche il luogo natale di un altro dei personaggi del romanzo, ossia Charles Chaplin. Tutti questi differenti fili siano stati messi insieme in Jerusalem ma, se siano stati messi insieme come un cangiante arazzo oppure come uno sgraziato gomitolo di filato ingarbugliato, spetterà al lettore deciderlo. 
Iain Sinclair (sx) e Norton (dx), nella versione apparsa su La Lega.
Quanto sei stato influenzato da Iain Sinclair? Ha fatto anche un’apparizione (come Norton) nel fumetto de La Lega.
Direi che la scrittura di Iain Sinclair è probabilmente tra i maggiori incantesimi in cui sia caduto durante la mia carriera. Essere in grado di scrivere in maniera così splendida e originale con un incredibile livello di densità intellettuale è stato per molti anni tutto quello che ambivo di poter fare. Credo che si possa vedere l’influenza di Iain in From Hell e nell’ultimo capitolo de La Voce del Fuoco, e anche nelle performance-reading legate alle produzioni Moon & Serpent, fino ad Unearthing. Nel caso di Jerusalem, credo di star facendo uno sforzo concertato per scrivere in modi diversi e espandere il racconto in altre aree, anche se questo non deve essere certamente considerato come un rifiuto di tutte le cose incredibili che ho imparato dalla scrittura di Iain, piuttosto è un tentativo di esplorare da solo, in modo più approfondito, qualche altro territorio usando ancora il lavoro di Iain come standard di riferimento riguardo al livello di intensità, intelligenza e di concentrazione che uno scrittore dovrebbe mettere nel suo lavoro. Riguardo l’apparizione di Iain come Norton nella recente continuity de La Lega, penso che gli sia piaciuta anche se ha avuto da ridire sul fatto che gli abbiamo dato l’aspetto di uno scheletrico dentista nazista. In effetti, ho utilizzato quella sua lamentela nei dialoghi di Norton nel capitolo ambientato nel 2009, dal momento che credo fermamente che si debba garantire alle persone il diritto di replica.

Al momento sembra stiamo vivendo “tempi interessanti” su scala globale. Hai la sensazione che sia un periodo migliore o peggiore se rapportato a precedenti epoche storiche?
Davvero non so come qualcuno potrebbe valutare se il nostro attuale momento storico sia migliore o peggiore di quelli che l’hanno preceduto, ma credo che sarebbe corretto dire che è, ovviamente, un periodo molto differente. Il principale elemento di differenza è la quantità di informazione, di gran lunga superiore, a cui la nostra specie ha accesso, e la conseguente maggiore complessità che ha accompagnato questo ininterrotto accumulo. Ovviamente, da un certo punto di vista tutto questo potrebbe essere considerato come una cosa positiva in quanto, tra tutta questa massa di informazioni, ci potrebbero essere, molto probabilmente, le soluzioni a tutte le varie, attuali crisi globali. Dall’altro canto, con gli individui e il loro senso d’identità sul punto di crollare e di collassare sotto il peso di una complessità per la cui gestione non hanno mai acquisito gli strumenti psicologici, potrebbe essere una cosa davvero brutta. Da un lato abbiamo i fondamentalisti religiosi e i nazionalisti d’estrema destra che reagiscono all’inarrestabile onda del cambiamento puntando aggressivamente i piedi nel tentativo di difendere le loro visioni del mondo che collassano, a volte in maniera violenta. Dall’altro lato ci stiamo sempre più avvicinando a una compressione migliore e più sofisticata del nostro mondo e del nostro universo e siamo, a denti stretti, spinti a tirar fuori nuovi e ingegnosi modi per gestire sia l’aumento della popolazione che la diminuzione delle risorse.  Direi che la crescita esponenziale della complessità non è né una buona cosa né una brutta cosa: è semplicemente… una cosa; una condizione dello scenario in evoluzione dell’umanità, e spetta solo a noi rapportarci e confrontarci con esso se vogliamo sopravvivere alle prossime decadi con le nostre vite e personalità intatte.  
Copertina della prima edizione di 1984.
Pensi che l’Arte, la Letteratura, etc. abbiano ancora una voce capace di fare la differenza? Può essere udita anche al giorno d’oggi?
Naturalmente l’Arte e la Letteratura fanno la differenza. Sempre di più, in un mondo dominato da un crescente aumento di dichiarazioni da parte di governi e di corporation, le voce dei singoli sono la sola cosa che possa fare la differenza. Solo per fare un esempio che è a portata di mano, qualsiasi sia il motivo per cui movimenti come Occupy o Anonymous abbiano deciso di adattare la maschera di V for Vendetta e la sua etica di base, si può comunque evincere che abbiano preso un po’ d’ispirazione dall’opera originale. E naturalmente, l’Arte e la Letteratura hanno fatto la differenza in aspetti che sono evidenti solamente in quello che non possiamo vedere: quanto sarebbe stato più semplice architettare un regime totalitario in questo Paese se Orwell e Huxley non avessero scritto 1984 e Il Nuovo Mondo?
Penso che il punto cruciale della tua domanda sia se l’Arte e la Letteratura possano ancora essere udite nel clamore della società contemporanea o, per lo meno, se possano essere udite chiaramente e senza distorsione. Il problema, per come lo vedo io, sta nell’idea contemporanea dell’Arte come semplice categoria dell’intrattenimento. Con questa classificazione, è inevitabile che quasi tutta l’arte che è commercialmente di successo (e di questi tempi, se si parla di successo, è da intendersi nel senso di successo commerciale) verrà gestita da un’industria dell’intrattenimento. L’indizio qui è nella parola “industria”, nel senso che un’impresa metterà sempre al primo posto le considerazioni commerciali e, col tempo, condizionerà le persone interessate a lavorare in quel campo a fare lo stesso. Che gusto ci sarebbe, dopo tutto, nel creare qualcosa di eccellente e che riflette perfettamente i sentimenti più intimi di una persona se non ci fosse un modo di mostrare la propria creazione ad un pubblico, qualunque esso sia? Penso che questo sia un approccio profondamente deleterio e ne deploro la sua evidente, facile accettazione da parte di quella che si suppone essere oggi la comunità degli autori. Stante i miei studi su Blake, Bunyan e John Clare, se sei stato così fortunato da aver ricevuto delle doti artistiche allora, esprimerle in modo lucido e chiaro senza alcun compromesso, non è la tua carriera ma è il tuo compito e la tua responsabilità. Se sei un artista, in qualsiasi campo operi, ti dico che è più probabile che tu possa trovare soddisfazione e significato nella tua vita rimanendo fedele a te stesso e all’integrità del tuo processo creativo piuttosto che far prostituire la tua musa col primo cliente all’apparenza benestante che passa per strada. L’Arte e la Letteratura possono fare un’enorme differenza in opposizione alle fanfare supportate dalle corporation che non fanno altro che aggiungere al già assordante livello del rumore culturale.

Tornando a parlare del concetto di “storicità”. In che modo pensi che i cambiamenti epocali possono influire su un’opera d’Arte? Pensi che un’opera d’Arte possegga qualcosa di “essenziale” che è immodificabile e che possa essere apprezzato a prescindere dalla situazione politica oppure è soggetta a cambiare se vista da un vantaggioso punto d’osservazione sia esso in senso spaziale o temporale?
Così come un valido scultore creerà un’opera che potrà essere ammirata, girandoci intorno, da diverse angolazioni nello spazio, allo stesso modo, credo, un autore autentico crea dei lavori intorno ai quali si può girare e guardarli da angolazioni diverse… nel tempo. Se pensi al caso di Shakespeare… che credo sia una persona singola di origine modeste, semplicemente interessata a molti e differenti argomenti, e non un aristocratico o un gruppo di aristocratici e credo bisognerebbe finirla con questa storia… allora, un’opera come La Tempesta, per esempio, sarà percepita come un lavoro completamente diverso a seconda del periodo storico a cui apparterrà il pubblico che la vedrà. Il pubblico le attribuirà dei significati e delle sfumature in relazione al periodo storico, sfumature che non potevano essere incluse tra gli intenti dell’autore ma che, in larga parte, sono generate dal pubblico stesso. Come per qualsiasi opera d’arte, il momento dell’Arte si realizza solo nella connessione tra l’artista e il suo pubblico, con entrambe le parti che contribuiscono ad almeno metà dell’esperienza. Se un’opera riesce a toccare in profondità un’emozione o una verità fondamentale per l’essere umano allora, probabilmente, manterrà la sua importanza a prescindere da quanti anni o secoli saranno trascorsi dalla sua creazione. L’opera d’Arte come oggetto fisico in sé non cambia, naturalmente. Invece è la prospettiva di chi ne fruirà a cambiare e, di conseguenza, cambierà la percezione dell’Arte. Una valida opera d’arte, così come una scultura di valore, presenterà aspetti interessanti da qualsiasi angolo o periodo storico la si guarderà.

Evitando l’argomento del valore o meno degli adattamenti cinematografici dei tuoi fumetti, quello che trovo più irritante è che un’intera generazione di giovani probabilmente entrerà per la prima volta in contatto con le tue idee attraverso cose come il film su Watchmen. Questo come ti fa sentire?
Ad essere onesto, non posso dire d’essere troppo preoccupato. Se uno di quei film… che non hanno davvero nulla a che fare con i miei fumetti… dovesse portarli a dare un’occhiata all’opera originale, allora, se tutto andasse bene, potrebbero trovarla un’esperienza abbastanza soddisfacente da voler provare, forse, qualche altro dei miei lavori. Se preferiscono gli adattamenti cinematografici alle opere originali, allora questo è affar loro. Allo stesso modo, se per alcuni la visione, ad esempio, del film di Watchmen fosse l’unico momento di contatto con le mie idee, allora probabilmente non si sarebbero comunque trovati bene col mio tipo di pubblico. Se una persona è davvero in cerca del tipo di idee che di solito si trovano nei miei fumetti, allora probabilmente finirà con l’imbattersi nei miei lavori, in un modo o nell’altro, ma quello che ne conseguirà dipenderà tutto da lui.

C’è un fenomeno simile che sta avvenendo in ambito socio-economico, ossia i ragazzi che stanno raggiungendo la maggiore età sono cresciuti in un clima tale da accettare acriticamente come perfettamente normali delle cose che trovo politicamente e eticamente ripugnati. Che ne pensi?
Concordo sul fatto che ci siano state parecchie sgradevoli “agende” che sono state seguite e imposte alla gente in queste ultime decadi, ma c’erano delle sgradevoli “agende” che circolavano anche nel dopo guerra, il periodo in cui io sono cresciuto, in cui l’Inghilterra era ancora sotto shock per la perdita dell’Impero. Considerando che sono stato coinvolto in una forma o in un’altra di Radicalismo sin dai tardi anni ’60, devo dire che gli attuali movimenti di protesta sono molto più estesi, molto più consapevoli e molto più socialmente eterogenei di qualsiasi altro movimento che io abbia conosciuto nel XX secolo.
Certo, gli idioti o le vittime di ipnotismo saranno sempre pronti ad accettare acriticamente qualsiasi cosa verrà propinata loro dai loro leader ma, da quello che vedo, la realtà dei fatti sembra indicare che, al giorno d’oggi, si sono sempre meno persone tra i ranghi degli stupidi e degli ipnotizzati rispetto a quanti ce ne fossero durante i miei anni di formazione, o se per quello, durante i tuoi. Inoltre, gli individui singoli sono molto più resistenti di quanto appaiano. Senza eccezioni, le persone più radicali che ho conosciuto hanno avuto, in larga maggioranza, un’educazione ordinaria e sono stati soggetti alla stesse trafila di oppressioni e agli stessi tentativi di lavaggio del cervello di chiunque altro, ma sembra che, su di loro, non abbiano avuto alcun effetto. Al contrario, un simile trattamento sembra aver solo acuito la loro determinazione rendendoli più creativi e intraprendenti… se possibile, più creativi e intraprendenti a quanto lo sarebbero stati se fossero stati allevati in modo più idilliaco e progressista. Sebbene non sono d’accordo con Karl Marx su moltissime questioni, bisogna dargli ragione quando dice che, a volte, “peggio è meglio”. 
Mitch Jenkins e Alan Moore sul set di Jimmy's End.
Prima di abbandonare il tema “film”, che cosa ci puoi dire su Jimmy’s End?
In questo preciso momento è ancora un po’ campato in aria, soprattutto per via dell’approccio che io e Mitch Jenkins abbiamo deciso d’avere sul finanziamento del progetto. Poiché stiamo evitando  i canali tradizionali dell’industria cinematografica e vogliamo restare in possesso dei diritti sull’opera, abbiamo parlato con diverse società del mondo high-tech che avevano mostrato un grande interesse ma circostanze esterne hanno impedito il loro coinvolgimento, come nel caso di un’importante azienda di computer che ha scoperto all’ultimo momento dei problemi nel suo hardware, ossia è saltato fuori che il loro tablet non era in grado di fare molte delle cose che avrebbe dovuto. Al momento c’è un’altra grossa società del settore che sembrerebbe davvero ansiosa di raggiungere un accordo, ma non stiamo certo trattenendo il fiato. Nel frattempo, piuttosto che stare a girarci i pollici, Mitch ed io abbiamo realizzato un corto di 15 minuti, intitolato Act of Faith, che pur essendo una storia auto-conclusiva, funge anche da trailer per Jimmy’s End, che pensiamo sarà lungo sui 40 minuti. Jimmy’s End è pronto a partire, in termini di cast, location, costumi e troupe, non appena qualcuno ci darà quella somma, relativamente minima, di cui abbiamo bisogno. Una volta completato Jimmy’s End, il progetto potrebbe andare avanti in diversi modi ma tutti quanti dovrebbero puntare verso una produzione molto più grande, intitolata The Show, da cui potrebbero derivare, si spera e sarebbe logico accadesse, altri progetti in media diversi. Guardando quello che Mitch ha fatto con Act of Faith, un piccolo esempio di cinema davvero coinvolgente e disturbante, non riesco ad immaginare qualcuno che non voglia vedere Jimmy’s End per sapere come la storia andrà avanti. Ma, come sempre, vedremo quel che succederà.
[Act of Faith e Jimmy’s End sono stati diffusi nel Novembre 2012 sul sito dedicato al progetto (qui), N.dT]

Che cosa sta succedendo alla splendida Dodgem Logic?
Per il momento Dodgem Logic è sospesa, soprattutto perché la politica di non avere pubblicità, di ospitare materiali di qualità e pagare le persone coinvolte si stava rivelando in perdita nonostante i numeri della rivista, in termini di vendite, fossero discreti. Inoltre alla fine della prima stagione, col numero otto, sono sopraggiunti altri impegni. Idealmente, se e quando riuscirò a tirarmi fuori da questi impegni, ci piacerebbe ri-lanciare Dodgem Logic rivedendone la struttura in modo da mantenere la stessa qualità della rivista originale e, al contempo, facendo in modo che sia davvero economicamente sostenibile. Ho ancora tutto il gruppo di Dodgem Logic pronto al minimo cenno e Joe Brown ha fatto un ottimo lavoro nel ripensare la rivista nell’eventualità che le cose girino nel modo giusto e che si torni a pubblicarla. Più guardo a dove mi sembra sia diretta la cultura contemporanea e più penso che Dodgem Logic sia una proposta non solo opportuna ma, sopratutto, necessaria e so che tutte le persone incredibili che hanno contribuito alla rivista la pensano nello stesso modo. La volontà di tornare a pubblicarla è di certo presente, ci rimane solo da pianificare le giuste circostanze. “Spera che tutto finisca bene ma non trattenere il respiro”… credo sia questo il messaggio che sto cercando di dare.

Quando ti ho intervistato per Rapid Eye N.3 (e sembra sia stato una vita fa) avevi appena dichiarato pubblicamente d’essere diventato “un mago”. [1993, in occasione del suo quarantesimo compleanno, N.d.T.] In questi anni come sono cambiate le cose al riguardo? Quando credi sia importante la magia ai giorni nostri?
Per chiunque sotto i vent’anni, l'intervista su Rapid Eye era davvero “una vita fa”, ma so cosa vuoi dire. Il mio uso della magia ha acquisto sempre maggiore significato nel corso degli anni successivi, fino a che - come per l’uso linguaggio, ad esempio - ha pervaso tutta la mia personalità e esistenza al punto che, a volte, ne sono a malapena consapevole. Riguardo quanto la Magia sia importante per me, dato che attualmente sento che la Magia è  una condizione fondamentale della coscienza umana quanto il linguaggio, mi spingerei a dire che la Magia, che comprende in sé la totalità dell'essere e della coscienza, è l'unica cosa importante. La Magia, in sostanza, è ciò che conferisce all'universo il suo significato e ci risparmia da un cosmo inflessibilmente razionalista, in cui abbiamo capito quasi tutti i meccanismi fisici del nostro continuum solo per affermare che l’intero spazio-tempo non ha significato alcuno. L'esistenza, credo, ha il senso e il significato che noi, come coscienti e senzienti prodotti dell’esistenza stessa, scegliamo di attribuirle.
Di sicuro, c’è il mondo concreto e inamovibile, con i sui processi logici ma c’è anche il mutevole e fluido fenomeno delle nostre percezioni individuali e attraverso esse noi animiamo mentalmente l’inerte “argilla” dell’ambiente che ci circonda. Per me la Magia è semplicemente la più ricca, la più utile e gratificante visione del mondo in cui mi sia imbattuto e mi appare oggi più vera e più importante di quanto non fosse diciotto anni fa. Se sei alla ricerca di una visione del mondo che non sia restrittiva, che è intellettualmente soddisfacente e contribuisce alla felicità e all'equilibrio, se non all'estasi vera e propria, a mio parere la Magia è ancora l’unica scelta.
Le interviste precedenti:

domenica 18 novembre 2012

il Mago dice... 59!!!

Foto © Mitch Jenkins
Per cui.... TANTI TANTI AUGURI AL BARDO BARBUTO! :)

E mi sovviene che... sono passati oltre dieci anni da quando iniziai a pensare a quello che, nel 2003, sarebbe poi diventato il libro Alan Moore: Ritratto di uno straordinario gentleman. 
Tempus fugit!