venerdì 18 novembre 2016

Onofrio Catacchio e... Alan Moore Scorpio Boy

Illustrazione di Onofrio Catacchio.
Sopra, uno spettacolare ritratto di Moore realizzato da ONOFRIO CATACCHIO appositamente per festeggiare il 63esimo compleanno dell'autore britannico.
Tanti auguri allo Scrittore di Northampton! "Lui è uno Scorpio boy!"

Il sito di Onofrio Catacchio è visitabile QUI
(Grazie, Onofrio!)

Alan Moore 63!

Foto © pietdesnapp
In realtà, se la mia visione del tempo - come un solido eterno composto da almeno quattro dimensioni in cui il movimento e il cambiamento sono solo una illusione prospettica originata esclusivamente dalla limitata consapevolezza dell’uomo - è vera, allora diventa problematico parlare di come sia arrivato a questa percezione, visto che un arrivo implica un tragitto lineare e di conseguenza, una concezione lineare del tempo.
Foto © pietdesnapp
Oggi il Magus compie 63 anni... e allora, tenendo fede alla sua visione "eterna" del tempo perché non recuperare un bel ricordo del 2002 (e non solo) pubblicato anni fa su Ultrazine.org?

In questo post così potete ammirare alcune foto scattate dall'amico fotografo Piet Corr con Moore e... la maschera sarda (!), da me inviata come regalo allo scrittore di Northampton nel 2002 per il suo 49esimo compleanno. Un presente gradito e apprezzato, per quello che ricordo.:)
Foto © pietdesnapp
Anni dopo, quella stessa maschera ha fatto poi capolino in un'illustrazione apparsa tra le pagine della rivista Dodgem Logic.
Dodgem Logic N.6, pagina 37. Illustrazione di Hoax.
Il tempo non è lineare, babe!

Tanti auguri Bearded One!

giovedì 17 novembre 2016

I Moore babies di Kresimir Biuk

Illustrazione di Kresimir Biuk.
Sopra, un'illustrazione realizzata dal disegnatore croato Kresimir Biuk inclusa nel libro Alan Moore: Ritratto di uno Straordinario Gentleman (2003, Black Velvet Editrice, pag. 56) ma non nell'edizione inglese.
L'illustrazione contiene diversi personaggi di Moore in versione "baby".

Il blog di Kresimir Biuk è visitabile QUI.

mercoledì 16 novembre 2016

1983: Alan Moore sulla Marvel e Chris Claremont

Hellfire N.1.
Nel seguito, estratto da un'intervista a Moore e Garry Leach condotta da David Roach, Andrew Jones, Simon Jowett e Greg Hill nel 1983 e pubblicata nel 1984 sul N.1 della fanzine Hellfire. L'intervista è stata ristampata nel 2012 nel volume Alan Moore: Conversations.

Hellfire: Che ne pensi della caratterizzazione in stile Marvel?

Alan: Il fatto è che la caratterizzazione è importante ma spesso è fatta male. Quando ho iniziato a leggere fumetti con Superman e Batman, non avevano alcuna caratterizzazione. Erano personaggi completamente "vuoti" ma proprio poiché erano completamente vuoti c'era un po' di spazio per proiettare su di loro diverse cose. Anche se Batman non era affatto, anche facendo uno sforzo d'immaginazione, una creatura della notte (era più un babbeo che se ne andava in giro in calzamaglia), potevi immaginare che fosse una creatura della notte. Sono sicuro che è così che è nata l'immagine di Batman come "creatura della notte". Tutti hanno proiettato su di lui quest'aspetto, non c'era nulla nelle storie che lo facesse credere.
Ora quello che è successo negli anni Sessanta con la Marvel è che hanno pensato "Facciamo i realistici e diamo ai personaggi dei caratteri "umani". Lasciamo abbiano UN elemento caratterizzante." E hanno ideato Spider-Man come un nevrotico, per cui se Superman era incredibilmente forte e pestava i cattivi, Spider-Man invece era incredibilmente forte e pestava i cattivi ma poi si sentiva in colpa.
Questa era la caratterizzazione secondo la Marvel. Sono tutti nevrotici. Si preoccupano un sacco. Se non c'è qualcosa di mentalmente sbagliato in loro, allora c'è qualche problema fisico, magari una gamba malandata, i reni che non funzionano bene o qualcosa di analogo. Per la Marvel questa è la caratterizzazione dei personaggi.
Torniamo di nuovo a Chris Claremont, per un attimo. Il suo approccio alla caratterizzazione è stato aver reso gli X-Men tutti degli stranieri. Un russo. Un tedesco. Un russo! Sono incredibilmente russi. Come se avessero voluto farti capire quanto fossero russi pensando cose così:
"Quanto mi manca la madre patria Ucraina. Mi manca il mio povero fratello scomparso, Thiodore."
E ancora:
"Quanto mi mancano il cameratismo delle file per il pane e le epurazioni a sorpresa."

Garry: "E i trattori e la vodka."
[risate]

Alan: Sì, sono sicuro che nessun russo parli o pensi cose simili. Succede perché gli scrittori non sanno molto dei Russi o dei Tedeschi e allora fanno dire, di tanto in tanto, ai personaggi "Da" al posto di "Sì" e allora tutti penseranno... "Russi!!!"

lunedì 14 novembre 2016

Alan Moore parla di Marvelman

Nel seguito un breve estratto dall’intervista ad Alan Moore apparsa sul volume Kimota! – The Miracleman Companion curato da George Khoury, pubblicato nel 2001 da TwoMorrows Publishing  e mai ristampato, probabilmente a seguito della successiva acquisizione dei diritti sul personaggio da parte della Marvel Comics. 
Il testo è stato originariamente tradotto e pubblicata su Ultrazine.org nel novembre 2001.

George Khoury: Ricordi il tuo primo incontro con Marvelman?

Alan Moore:
La prima volta che ho visto un fumetto di Marvelman deve essere stato… vediamo, sono nato nel 1953. Non ricordo quando il primo albo di Marvelman sia stato pubblicato ma probabilmente era il 1954 o qualcosa del genere. All’età di quattro anni ho iniziato a leggere fumetti inglesi, gli albi per ragazzi di quel periodo, spesso di qualità eccellente, come Beano, Dan Dare e quelli della D.C. Thomson. Verso i sette anni credo, il che significa nel 1960, ho visto il mio primo fumetto americano, il primo albo di Flash e gli albi di Superman/Batman che di solito prendevo.

Deve essere stato in quel periodo che ho visto Marvelman. Ma mi è sembrato una debole imitazione. […] Al tempo non conoscevo Capitan Marvel, non sapevo che Marvelman fosse una re-invenzione di Capitan Marvel per questioni di copyright.

Penso d’aver percepito un senso di inferiorità in quel tipo di prodotto. Mi piaceva l’idea di un supereroe inglese, solo non pensavo che quello fosse ben fatto. […]

Devo aver avuto circa undici anni, ed ero andato in vacanza a Yarmouth, una stazione balneare inglese, e cercavo dei fumetti da comprare. Capitava che cambiando città si trovassero fumetti differenti, per via della distribuzione che era molto più imprecisa di adesso. Ricordo che c’erano diversi Marvelman Annual e non c’era nient’altro di meglio da comprare, così li presi e li trovai molto più attraenti di quanto ricordavo. C’era in quegli albi un qualcosa che mi piaceva davvero.

Nello stesso periodo presi una delle ristampe della Ballantine di Mad di Harvey Kurtzman che conteneva la storia "Superduperman" e iniziai subito a pensare - tieni a mente che avevo 11 anni, perciò sarebbe stato un fumetto solo per il mio divertimento – che avrei potuto fare una parodia di Marvelman. […]

Volevo fare una parodia che fosse divertente come "Superduperman" ma pensavo che sarebbe stata meglio se l’avessi fatta su un supereroe inglese. Pensai che sarebbe stato divertente se Marvelman avesse dimenticato la sua parola magica. Penso d’aver fatto qualche disegno, o imitazione delle parodie di Wally Wood, su Marvelman.

E poi dimenticai completamente il progetto; fu solo 10 o 12 anni dopo che iniziai a lavorare nel mondo dei fumetti, e l’idea ritornò a galla di nuovo. Si, sarebbe stato divertente se si fosse potuto ottenere, in qualche modo, i diritti di Marvelman, non per usare quell’idea per scopi comici, ma incominciavo a vedere che l’avrei potuta usare con un effetto drammatico - un qualcosa di sorprendente e intenso … prendere un eroe anni ’50 molto innocente e semplicistico e calarlo in un’ambientazione anni ’80 molto più complessa e oscura. […]

Consideri Miracleman un lavoro revisionista o sperimentale?

Entrambi, non credi? È il tipo di cosa che solitamente preferisco fare. Un esperimento revisionista, insomma. [ride] Stiamo parlando di un personaggio che, al tempo, non era certo una leggenda nel mondo dei fumetti. Sono sicuro che c’era qualche nostalgico entusiasta ma se non avessimo recuperato Marvelman per Warrior nessuno ora lo ricorderebbe, come per molti altri personaggi inglesi dello stesso periodo.

Si, c’era una certa dose di revisionismo nel progetto. Pensavo, si potrebbe prendere questo vecchio personaggio e rivoltarlo in modo da farlo funzionare come un personaggio sperimentale - un personaggio attraverso il quale spingere i supereroi in aree sperimentali se vuoi, dal punto di vista del modo di raccontare le storie. Non dico però che in Marvelman abbiamo usato la stessa varietà di meccanismi narrativi per esempio di V for Vendetta. […]

Gran parte del mio lavoro si basa sul prendere elementi dal passato e cercare di adattarli al futuro. Cercare d’usarli in un’ottica futuristica. Se preferisci, fondere elementi del passato e del futuro, ma ruotandoli di 90 gradi per inserirli in un contesto differente; e in questo modo raccontare storie che guardino in avanti piuttosto che indietro.

Come la serie arrivò in America? Sei stato coinvolto in qualche modo? E come Marvelman divenne Miracleman?

Penso che originariamente stavamo prendendo accordi - o Dez Skinn stava prendendo accordi - con la Eclipse Comics per fare l’edizione americana. A quel punto, credo, venimmo a sapere che gli avvocati della Marvel dicevano che non avrebbero tollerato una rivista chiamata Marvelman. Non ricordo se scrissi loro o se mi misi solo in contatto con la Marvel U.K. Eravamo abbastanza contenti di prendere la direzione DC/Shazam! e chiamare l’albo semplicemente Kimota! o qualcosa del genere, senza mai usare la parola Marvel in copertina. Abbastanza felici di quella scelta che avrei potuto continuare su quella via. Ma mi sentivo sicuro dal momento che la Marvel Comics nacque circa nel 1961. Marvelman è sotto copyright dal 1954. Scrissi loro una lettera, che credo si potrebbe considerare sarcastica, non so. Ma facevo presente che almeno nella versione del calendario che noi seguivamo, il 1954 veniva qualche anno prima del 1961. C’è solo un tipo di pretesa che la Marvel poteva avere sul nome, non una pretesa morale ma dovuta alla sua potenza. Semplicemente la Marvel aveva avvocati, la Marvel aveva risorse finanziarie immense. La Marvel sapeva bene che prescindendo dalla ragione o dal torto del caso, avrebbero fatto quello che volevano. Per cui a quel punto scrissi una lettera, mi misi in contatto con loro dicendo più o meno: "Sapete d’essere grandi e grossi. Potete di sicuro metterci a terra legalmente, perciò non possiamo chiamare il personaggio Marvelman. State pur certi che in nessun caso nel futuro prenderò in considerazione di lavorare per la Marvel Comics o con la Marvel Comics in nessun modo."

Come accadde che Miracleman #15 divenne uno dei fumetti più violenti mai realizzati?

È come se applichi un po’ della logica ordinaria del mondo reale ad un supereroe e vedi che succede. Voglio dire, mi colpisce il fatto che un super-cattivo, una persona malvagia con poteri che ti aspetti da un personaggio del genere di Superman, farebbe molto più che cercare di schiavizzare la Terra con un qualche raggio o roba del genere. Avevo l’idea, di un … inferno. Inoltre uno scontro tra due supereroi che avveniva ogni mese in un albo Marvel, che cosa era davvero? Sarebbe successo – lo so avendolo visto in sacco di albi di Kirby, che Hulk e Thor si sarebbero pestati in una zona industriale in disuso, così che la totale distruzione di una vasta area della città sarebbe stata senza vittime. Ma è ovviamente una cosa dovuta al Comics Code. Un approccio realistico ad uno scontro di quel tipo avrebbe probabilmente implicato una significativa perdita di vite umane, specialmente se uno dei contendenti avesse l’intenzione di causare, per pura malvagità, quanto più danni alle persone e distruzione fosse possibile. E perciò se le cose stavano così, ho pensato, okay, facciamo un numero in cui mostriamo uno scontro tra supereroi come sarebbe per davvero. Mostriamo come sarebbe disastroso se davvero avessimo Bizarro e Superman che si battono nel centro di Metropolis; che cosa possiamo immaginare che accada, e sviluppiamo la cosa partendo da qui. Lascia solo la tua immaginazione libera e Miracleman #15 è quello che ne uscì.

Non c’era nessuna intenzione di fare il più violento fumetto di tutti i tempi. Non credo che stessimo pensandoci. È solo che avevamo stabilito sin dalla sua prima apparizione che Kid Miracleman sarebbe stato un personaggio di una malvagità furiosa, fisica, violenta. Sapevo che avrebbe fatto ritorno e sentivo che sarebbe stato molto, molto peggio quando fosse tornato. Ecco come la storia si sviluppò, non c’era alcun intento di renderla più violenta di molti altri fumetti. La storia doveva svilupparsi come uno scontro tra Kid Miracleman e Miracleman in pubblico, a Londra, molto più protratto della precedente e molto più devastante, e questo permise al talento di John [Totleben, il disegnatore della storia, N.d.T.] di renderla una visione ancora più apocalittica di quanto avrebbe potuto essere.

Hai mai pensato che gli autori inglesi che sono venuti dopo di te avessero un sacco di pressione? Che la gente si aspettasse da loro d’essere Alan Moore, come nel caso di Grant Morrison e di altri?

Prendendo in esame gli scrittori inglesi, di cui leggo e apprezzo i lavori, come per esempio Neil [Gaiman], penso che lui direbbe di sé stesso che quando iniziò è stato molto influenzato da me. Abbastanza influenzato. Le prime due storie che fece … probabilmente aveva un paio di spazzi di Alan Moore nella sua testa e probabilmente era più sicuro della mia voce nella sua testa di quanto fosse di iniziare con la sua. Ma questo non è durato a lungo. Neil non fece un paio di storie che erano rubate da me, ma che avevano una specie di vernice del mio stile o qualcosa del genere. Ma poi Neil trovò molto velocemente la sua voce personale e iniziò a scrivere cose incredibili, cose che io non averi mai potuto fare. Penso che Sandman sia un eccellente lavoro di fantasy moderno, non solo di fumetto moderno. Garth Ennis è un altro per il quale penso che occorrano molti sforzi, se si vuole trovare una mia influenza nel suo lavoro. Ha una propria, meravigliosa e distinta voce personale. Warren Ellis, ancora … quando leggo i suoi lavori non vedo nessun riflesso del mio lavoro nel suo. Naturalmente Warren è venuto un po’ dopo ma credo l’abbia fatto come se stesso. Non vedo una grande influenza, non so se sono stato in grado di dare alla gente ispirazione, di far pensare, "Posso scrivere fumetti".

Se sono stato in grado di far pensare questo a qualcuno in modo che si sia divertito a scrivere fumetti, allora è molto simile a quello che è successo a me leggendo i lavori di John Wagner, Pat Mills e Alan Grant su 2000 A.D. Quando lessi quelle storie, pensai: "Queste sono persone intelligenti con un senso dell’umorismo che scrivono fumetti. Forse c’è un posto per me nel Fumetto". Ecco cosa John, Pat e Alan fecero per me con le loro storie. Aver fatto lo stesso per altre persone mi renderebbe felice. C’è gente che ha preso un sacco di elementi dal mio stile e forse - non so, è solo una supposizione - si sente un po’ nervosa o preoccupata da questo, visto che forse non si è mai evoluta come avrebbe sperato di fare o qualcosa di simile. Sono di più le persone che mi aspetterei di trovare lamentarsi per aver imposto degli standard troppo elevati o di aver steso un’ombra sull’industria fumettistica.

Le persone che ho nominato - Neil, Garth, Warren e ce ne sono un altro paio - non mi hanno mai mostrato alcun segno d’aver avuto il loro lavoro reso più difficile dalla mia presenza. Perciò non penso ci sia un vero problema. La gente che ha talento arriverà in cima. Se sono stato capace di dar loro un lampo d’ispirazione al momento giusto, allora è una gran cosa. Non è certo molto più di quello che ho avuto io da altri. Sarebbe bello pensare che ho dato un po’ di più, ma no … non penso d’aver costituito un problema per gli autori inglesi che sono venuti dopo di me, almeno non per quelli che avevano un talento genuino.

Ripensandoci, quanto importante è stato Miracleman per te?

Moltissimo. Sotto una certa ottica si possono vedere delle idee che iniziano in Miracleman e che raggiungono la piena maturazione in Watchmen, dove Watchmen ha la stessa idea di base di Miracleman ossia applicare la logica del mondo reale ai supereroi fino a portarla alle estreme conseguenze. […] Miracleman è stato un importante passo avanti. È stato uno dei primi momenti in cui ho capito che le storie che volevo raccontare potevano davvero funzionare, che si potevano fare e che erano storie forti capaci d’intrattenere, e che potevano perfino essere più piacevoli di quelle che leggevo al tempo. Riguardo il trovare la mia voce, Miracleman è stato un primo grande passo in avanti, perciò non sottovaluterò mai la sua importanza nella mia opera.

domenica 13 novembre 2016

Trina Robbins e... l'armadio di Alan Moore

Illustrazione di Trina Robbins.
Sopra, illustrazione di TRINA ROBBINS: l'omaggio dell'autrice e fumettista statunitense incluso nel volume Alan Moore: Ritratto di Uno Straordinario Gentleman (pag. 179).
Trina Robbins è nota per l'impegno a sostegno delle autrici e del loro contributo nella Storia dei comics.

sabato 12 novembre 2016

Steve Bissette: Mr. Moore & Io

The Saga of the Swamp Thing N. 24, pag. 23: matite di Stephen Bissette, chine di John Totleben.
Nel seguito, estratto (pag. 183-184) da Alan Moore: Ritratto di Uno Straordinario Gentleman edito da  Black Velvet Editrice nel 2003 (e da tempo esaurito). 
Si tratta di un breve stralcio dal lungo e toccante testo scritto da STEVE BISSETTE, intitolato Mr. Moore & Io (nel volume occupa le pagine dalla 182 alla 197). Bissette, per quei pochi che non lo sapessero, è stato tra i disegnatori e principali artefici del rilancio e del successo di Swamp Thing scritto da Moore negli anni '80.

Steve Bissette: [...] Nell’universo di John [Totleben], seppie bulbose e veloci si accoppiavano con stupende e devastanti donne per generare esseri lovecraftiani e le sue poesie d’amore cantavano di gabbiani con le orbite vuote gettati a riva dal mare. E sotto sotto, quello che John voleva era la possibilità di disegnare il suo personaggio dei fumetti preferito, Swamp Thing. Aveva già sviluppato una sua versione del mostro concimato, in cui un'emozionante interpretazione a colpi di pennello e china delineava uno Swampy dagli occhi tristi che guardava in su dalla melma. La spiegava in dettaglio, ubriaco, nel corso di lunghe conversazioni durante le fantastiche feste organizzate dai suoi compagni di corso Tim e Beth Truman nel loro appartamento sul lago Hopatcong. Fu lì che John illustrò il concetto secondo cui Swamp Thing poteva far crescere tuberi commestibili dal proprio corpo e fu lì che Rick Veitch, se la memoria non m’inganna, suggerì argutamente che potessero essere allucinogeni. Sì, delle feste davvero fantastiche.
Naturalmente la DC Comics non avrebbe mai lasciato pubblicare simili deliri, ma John comunque poteva sempre sognare e dare corpo ad alcune delle sue idee quando la musa lo ispirava.
Qualche anno più tardi, dopo esserci diplomati alla Kubert School, aver diviso una casa alla periferia di Dover con gli amici e colleghi Rick Veitch e Tom Yeates ed essere tornato nel Vermont, il mio stato di origine, John ed io potemmo finalmente misurarci con Swamp Thing, subentrando alle matite (io) e alle chine (John) quando il nostro amigo Tom Yeats se ne andò da Saga of the Swamp Thing. Dirò solo che iniziammo con il sedicesimo numero di una serie già molto in ritardo con le uscite e in costante calo di vendite. Nonostante il titolo stesse scivolando verso il lago come la casa degli Usher, quella fu la nostra grande opportunità e ci impegnammo al massimo.
Una sera all’inizio del 1983, nel corso di una conversazione telefonica in cui ci lamentavamo della piega sbagliata che il nostro lavoro su Saga of the Swamp Thing sembrava avere preso, John ed io immaginammo come sarebbe stato interessante se avessimo potuto lavorare con quel nuovo scrittore britannico di nome Alan Moore. Sia lui che io avevamo letto fino a consumarlo ogni numero di Warrior che sgattaiolava attraverso l’Atlantico a un ritmo sempre più irregolare; io avevo persino
iniziato a cercare le rarissime (almeno in America) copie di 2000AD nella speranza di trovare altro materiale di Moore. Immaginammo di avere molto in comune con lui e subito dopo ridemmo della nostra presunzione.
Un paio di mesi dopo ricevemmo entrambi una telefonata dal nostro agitatissimo supervisore Len Wein, colui che aveva co-creato Swamp Thing quando John e io eravamo ancora alle superiori a scarabocchiare mostri con la biro sui nostri libri di algebra. 
Sebbene John vivesse a Erie, in Pennsylvania, ben lontano dalla mia casa sulle montagne del Vermont, sentimmo la stessa onda sismica di gioia: Alan era diventato il nuovo sceneggiatore di Swamp Thing e c’era un grande cambiamento nell’aria.
La nostra meraviglia crebbe ulteriormente quando i primi esitanti contatti rivelarono che Alan aveva effettivamente molto in comune con noi e sotto molti più aspetti di quanto avremmo anche solo osato immaginare.
[...]

venerdì 11 novembre 2016

Alan Moore e Big numbers

Copertina di Big Numbers N. 1 illustrata da Bill Sienkiewicz.
Nel seguito, estratto da Le Straordinarie Opere di Alan Moore (pag. 173-174; traduzione di Leonardo Rizzi), edizione italiana edita nel 2011 da Black Velvet Editrice de The Extraordinary Works of Alan Moore - Indispensable Edition (Twomorrow Publishing, 2008), volume ideato da George Khoury.

Inutile aggiungere che Big numbers è il grande capolavoro incompiuto di Moore! QUI trovate qualche altra informazione in merito, se servisse.

Alan Moore: [...] E così, visto che per pubblicare AARGH! avevamo messo su una casa editrice, mi è sembrato naturale che la mossa successiva fosse sfruttare questa possibilità. Realizzare un fumetto commerciale, un grande fumetto successivo a Watchmen. Il progetto doveva diventare la naturale prosecuzione di Watchmen, nella nuova direzione che avevo preso, ed è così che abbiamo avuto l’idea di Big numbers.
Volevo portare i fumetti a un livello superiore rispetto a Watchmen, così come Watchmen li aveva portati a un livello superiore rispetto a quanto si poteva immaginare prima.
Per Big numbers abbiamo provato a ideare un fumetto da zero, senza alcun preconcetto di sorta.
Volevamo che i singoli albi avessero un formato e una foliazione diversa, e che in ogni pagina ci fosse una quantità di vignette sempre diversa; volevamo impiegare tecniche di narrazione sperimentali e in continua evoluzione, che non fossero mai state usate prima e che fossero completamente diverse da quelle in Watchmen; volevo che trattasse il tema più comune possibile: la città in cui vivo, un centro commerciale. Volevo davvero scrivere all’apice delle mie possibilità. Volevo dimostrare ai lettori quello che potevo fare nel momento in cui non mi ritrovavo intralciato dalle tradizioni e dal peso del genere supereroistico. Con queste parole non voglio dire
niente contro il genere supereroistico, ma è materiale molto pesante da portarsi dietro. Non è il vertice più alto a cui aspiro. Anche quando i supereroi sono scritti bene, alla fin fine sono sempre un po’ troppo semplicistici dal punto di vista morale.
Io invece volevo un mondo che non avesse una visione così semplicistica. Volevo esplorare un mondo tanto complesso da diventare caotico ed è questa l’idea centrale di Big numbers, ovvero il concetto della matematica frattale e della matematica del caos, idee che all’epoca erano ancora relativamente nuove. Volevo verificare se all’interno di questa nuova forma di matematica fosse possibile scoprire una nuova visione del mondo. Se fosse possibile scoprire una visione più umana e più accurata del mondo in cui viviamo, considerando il fatto che a tutti sembra di vivere nel caos e la cosa sembrava particolarmente vera alla fine degli anni Ottanta, quando ho cominciato a lavorare a Big numbers. Il mondo stava diventando sempre più caotico. Naturalmente, all’epoca nessuno di noi immaginava che avrebbe continuato a profondare nel caos fino ad arrivare ai livelli di oggi. Ma i segni erano già molto evidenti. Allora ho pensato che forse i lettori avrebbero potuto trovare utile il nostro tentativo di spiegare loro che il caos che li circondava, nella loro comunità, nella loro vita, nel loro mondo, che tutto quel caos dipendeva unicamente dalla loro percezione.
Volevamo spiegare che, se uno riesce ad allontanarsi quanto basta dal tumultuoso ribollire degli eventi, che sembra tanto caotico quando ci si ritrova in mezzo a loro… se si riesce a frapporre un minimo di distanza intellettuale, si può allora comprendere che ciò che da vicino sembra caotico è in realtà una forma di ordine molto, molto complessa.
La teoria del caos ci offre una nuova modalità per comprendere il mondo e questa modalità forse è più utile, più ottimista e non trasmette tutto quel senso di catastrofe imminente: queste erano le riflessioni alla base di Big numbers. [...]

George Khoury: Ho letto da qualche parte che il primo [numero] ha venduto sulle 60.000 copie; il secondo invece sulle 40.000, ma sono numeri altissimi se li consideriamo alla luce del mercato odierno.

Erano numeri ottimi. “Grandi numeri”, no? [risate]
Per un albo senza supereroi, di forma quadrata, pure in bianco e nero e… non si trattava neanche di uno di quei casi in cui non è un fumetto di supereroi, però è un fumetto giallo, oppure un fumetto western o di fantascienza. Big numbers non apparteneva a nessun genere predefinito: parlava solo di shopping e matematica.
Non è che occupi un settore con molti titoli nelle librerie.

giovedì 10 novembre 2016

Alan Moore e il punk!

Estratto dalla seconda parte di una corposa intervista ad Alan Moore condotta da Pádraig Ó Méalóid e pubblicata su The Beat il 5 Aprile 2015. 
L'intervista completa è disponibile QUI.

Pádraig Ó Méalóid: [… ] parlando de La Lega degli Straordinari Gentlemen: Century ho avuto la forte impressione, in quello ambientato nel 1969... alla fine siamo nel 1977, ed è tutto molto Punk Rock, e nel 1977 io ero davvero molto Punk Rock, perché quello era il genere di musica giusto per me al tempo ma ho sempre avuto l'impressione che a te il Punk Rock non sia mai piaciuto. La mia è una impressione corretta?

Alan Moore: No, assolutamente no! 

PÓM: Bene!

AM: Mi è sempre piaciuto il Punk Rock. Dubito che siano tanti quelli con una collezione migliore della mia dei primissimi singoli punk in vinile. Decisi di non tagliarmi i capelli corti perché al tempo forse pensai... credo d'essere rimasto più colpito di quello che avrei dovuto dal fatto che Dee Generate, che era il batterista degli Eater, se ti ricordi aveva quattordici anni... così pensai 'Sì, loro sono di un'altra generazione rispetto a me, non vogliono che mi tagli i capelli e indossi magliette col simbolo dell'anarchia, mi piace la musica ma lascio il resto a loro'. Questo accadde prima che mi rendessi conto che in realtà Johnny Rotten era un ex-fan degli Hawkwind e aveva esattamente, credo, un anno in meno di me e che Jet Black degli Stranglers poteva essere mio babbo. 
Perciò ho sempre amato il Punk Rock, anche se, a voler indicarne un difetto, pensavo che il problema fosse che, dal punto di vista della strategia, non c'era altro da raggiungere se si sceglieva il nichilismo. Questa era la mia unica critica al punk. 
Nell'episodio della Lega è stata più una questione di contrasti, mostrare il concerto ad Hyde Park in quell'atmosfera strafatta, idillica e totalmente irresponsabile degli anni '60 e poi piombare brutalmente nella scena punk in cui... in realtà, così come forse abbiamo enfatizzato l' "hippiness" degli hippie nel 1969 allo stesso modo forse abbiamo enfatizzato l'atmosfera di appuntita violenza da abuso di anfetamine dei primi concerti punk. Ma probabilmente in entrambi i casi non abbiamo esagerato. Mi ricordo una paio di concerti punk in cui la gente veniva aggredita a colpi di bottiglie spaccate o simili. Non era una cosa frequente ma mi ricordo anche di scontri terribili durante dei festival hippie. Ma nella nostra storia è stato solo per avere un netto contrasto d'atmosfera. 

PÓM: Beh, mi scuso per averti accusando essendo io in torto... 

AM: Oh ma no, macché, ma no. Sono felice d'aver chiarito. Non avrei voluto che qualcuno pensasse che fossi contro il punk. Ho iniziato nel 1978 usando lo pseudonimo di Curt Vile…

PÓM: Sì, ovvio!


AM: … perché pensavo fosse un buon nome punk! Sono stato un grande fan della musica psichedelica, sono stato un grande fan del glam e sono stato un grande fan del punk.

PÓM: Prima di passare ad altro, quali gruppi punk rock ti piacevano?

AM: Punk rock, fammici pensare. I Sex Pistols avevano un'energia immensa e avevano un qualcosa di così grezzo e incredibile. Gli Stranglers anche se... li ho visti suonare ma non mi sembravano davvero punk. Avevano un suono che ricordava un sacco i giri di tastiera di Ray Manzanek dei Doors e dei testi che richiamavano un po' quelli dell'heavy metal mainstream. 
C'erano diverse band minori davvero valide... Gli Adverts erano bravi. Mi piacevano gli Only Ones, erano bravi. Hanno fatto Another Girl, Another Planet, and Lovers of Today. I Clash erano grandi... ho anche pensato che Sandinista! fosse un gran album, anche se... sì, vero, aveva quatto facciate [Moore qui si confonde, si trattava di un triplo album, N.d.T.] e tutti pensavano fosse una specie di ritorno ai concept album, roba da hippie... ma perché no? C'erano dei pezzi ottimi. 
Gli X-Ray Spex erano ottimi, Elvis Costello, anche se – tutto quello pubblicato dalla Stiff Records era eccezionale. [...]

L'intervista completa è disponibile QUI.

mercoledì 9 novembre 2016

Barry Windsor-Smith e Alan Moore

Il Marvelman di Barry Windsor-Smith.
Estratto dalla terza puntata dello speciale Moore pubblicato su Ultrazine.org nel Maggio 2001: un breve contributo del leggendario BARRY WINDSOR-SMITH, uno degli artisti più importanti dei comics (ricordiamo, tra gli altri, il suo Conan il Barbaro, Weapon X, il contributo al cosmo Valiant, Rune).

Il Marvelman di Alan Moore, con la sua intelligenza e perspicacia, fu il responsabile del mio ritorno nel mondo dei Fumetti. Per questo, sono diviso tra amore e odio nei suoi confronti. 
Ho provato ammirazione per tutti i lavori di Alan dagli anni '70 fino al presente con la linea ABC.  
[Barry Windsor-Smith, maggio 2001]