mercoledì 30 novembre 2016

L'Alan Moore di Piallo

Illustrazione di Piallo.
Sopra, un vibrante ritratto di Moore "catturato" dall'amico fumettista e illustratore PIALLO (aka Gianluigi Concas). 

QUI potete ammirare un'altra illustrazione a tema Mooriano realizzata a matita da Piallo.

Per maggiori informazioni su Piallo: Blog - IperPlasticol

martedì 29 novembre 2016

L'Alan Moore di Sudario Brando

Illustrazione di Sudario Brando.
Sopra, Moore - in versione Dr. Manhattan su Marte - ritratto dal "misterioso" artista SUDARIO BRANDO, che ringrazio per il generoso contributo.

Per maggiori informazioni su Sudario Brando: intervista - Blog - Facebook - Twitter

lunedì 28 novembre 2016

L'Alan Moore di Antonio Nonnato

Illustrazione di Antonio Nonnato.
Sopra, uno splendido ritratto dell'Uomo dietro la maschera, opera del fumettista e illustratore ANTONIO NONNATO (che sentitamente ringrazio per il contributo).

Per maggiori informazioni su Antonio Nonnato: breve profilo - Facebook

domenica 27 novembre 2016

Alan Moore e l'LSD

Estratto da un'intervista pubblicata nel 2010 sulla rivista cartacea inglese The Stool Pigeon (qui online)

Per quanto possa sembrare un cliché oppure una ovvietà, fino a che punto credi che assumere LSD da giovane abbia agito da catalizzatore o da elemento chiave?
Alan Moore:
Naturalmente nessuno può dire cosa sarebbe successo che le cose fossero andare diversamente. Posso dire che ha avuto un impatto enorme sulla mia vita. La prima volta che ho preso un acido ho avuto delle allucinazioni di una qualità tale che è durata solo per pochi anni. Erano come illustrazioni di Martin Sharp [della rivista Oz]. Erano molto liquide e cangianti. Ma poi, pochi anni dopo - e sono sicuro che l'acido fosse esattamente lo stesso - le visioni erano cambiate. L'esperienza diventò più cristallina e definita. Un po' più paranoica. Ma, sì, mi ha fatto capire che, in fondo, la realtà è uno stato della mente e che, così come la tua mentre potrebbe cambiare, così potrebbe accadere alla realtà. È un qualcosa che ha poi avuto un grande impatto sul mio modo di pensare, e penso anche che mi sono reso conto che, quando mi trovavo in quello stato mentale, le mie percezioni rispetto all'arte, alla scrittura e alla musica erano fantastiche.
Non voglio dire però che mi piacesse tutto, assolutamente no. Sono diventato piuttosto critico e mi piacerebbe godere di un opera d'Arte, qualsiasi essa sia, a un livello molto più profondo e luminoso. Per cui ho probabilmente risolto la faccenda cercando di scrivere o disegnare o creare per la gente nelle stesse condizioni in cui probabilmente ero quando creavo quei mondi e visioni.  
È un po' come  Jason Spaceman e Sonic Boom dei Spacemen 3 che al tempo scrissero "Taking Drugs To Make Music To Take Drugs To" [Prendere droghe per fare musica per prendere droghe, N.d.T.]. 
E pensai: 'È un modo elegante di dirlo e sono sicuro che un sacco di Arte nella storia del mondo è stata creata in questo modo.' Sono sicuro che è così che creava Wilkie Collins e sono sicuro che così faceva Samuel Taylor Coleridge.

L'intervista completa è disponibile QUI.

sabato 26 novembre 2016

L'Alan Moore di Armando Rossi

Illustrazione di Armando Rossi.
Sopra, un dark e psichedelico Alan Moore ritratto da ARMANDO ROSSI, fumettista, illustratore e pittore.

Dalla sua pagina Facebook: "Per quindici anni ho disegnato fumetti per editori italiani e stranieri e mi considero un narratore. Tutte le mie opere sono storie che desidero raccontare a chi le guarda. Per questo ritraggo persone, i loro umori e i loro atteggiamenti, perché ognuno rappresenta una storia unica. Il mio repertorio comprende illustrazioni a matita e inchiostro, e dipinti a olio o acrilico su pannello o su tela."

Per maggiori informazioni su Armando Rossi: Sito - Pagina Facebook

(Grazie tante Armando!)

venerdì 25 novembre 2016

Karen Berger: Alan è Alan!

Karen Berger e Alan Moore nel 1986.
Nel seguito, un breve estratto dall'intervista a Karen Berger, storico editor della Vertigo, raccolta a Marzo 2012 e pubblicata in appendice all'interessante volume The British Invasion: Alan Moore, Neil Gaiman, Grant Morrison, and the Invention of the Modern Comic Book Writer di Greg Carpenter edito da Sequart Organization. 

Greg Carpenter: Molti di noi, col senno di poi, tendono a mitizzare alcune storie a fumetti come La lezione d'anatomia. Anche se al tempo non eri ancora l'editor di Swamp Thing, quando la sceneggiatura arrivò in DC suscitò un qualche clamore?
Karen Berger: Assolutamente. Bastava leggere la sceneggiatura, leggere l'albo e sapevi che quel tizio stava facendo qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima nei comics. Non sapevamo dove sarebbe arrivato - nessuno lo sapeva - ma sapevamo che era uno scrittore speciale con un talento speciale. Ogni volta che una sceneggiatura di Alan arrivava nella posta in quelle buste inglesi dallo strano formato, ci sedevamo tutti intorno e Len [Wein] leggeva la sceneggiatura perché anche le indicazioni di regia e composizione erano davvero interessanti. Le cose erano più semplici e meno frenetiche allora, c'era tempo per farlo.
E il valore di quell'albo, sinceramente, rimane inalterato tuttora. Lo rileggo ogni paio d'anni. Per diverso tempo Alan ha affermato (era ancora quando lavoravamo insieme su Swamp Thing) di pensare che il N. 21 fosse il suo albo migliore. "Dopo una storia così", diceva, "dove vai?"

[...]

Carpenter: Dal punto di vista dell'editor come funzionava su Swamp Thing? Tu e Moore vi parlavate e sviluppate idee insieme oppure le sceneggiature arrivavano in quelle "strane buste" e tu facevi la semplice revisione del testo [in inglese "line editing", N.d.T. ]? Oppure era una via di mezzo?
Berger: Alan pensa tutto da sé e ha fatto così sin dall'inizio. Non è mai stato uno scrittore che procede numero per numero. Lui pianificava un anno di storie. Quando sono diventa l'editor della serie, mi ha semplicemente inviato i soggetti e le trame da lì ad un anno. Aveva già pensato a tutto ed era tutto splendido. Poi parlavamo delle storie e lui procedeva a scriverle. 
Alan appartiene a quel tipo di scrittori che... non hanno nulla da supervisionare o correggere. Credo che il più grande cambiamento che abbia fatto ad una sua sceneggiatura - non era neppure una vera sceneggiatura - sia stato quello di cambiare l'ordine di una sequenza di storie. Credo volesse fare prima Il carteggio Nukeface e io ho voluto posticiparlo poiché preferivo facessimo prima un'altra storia. Credo che questo sia stato il mio massimo contributo. [risate]
Si sa, Alan è Alan. Voglio dire, con la massima onestà, c'è Alan e poi ci sono tutti gli altri. Lui è davvero in una categoria tutta sua.

giovedì 24 novembre 2016

L'Alan Moore di Dany&Dany

Illustrazione di Dany&Dany.
Sopra, un magnetico Alan Moore splendidamente ritratto da DANY&DANY. 
Dany&Dany (Daniela Orrù e Daniela Serri) sono uno studio di autrici di fumetti, attivo dal 2002. I loro romanzi grafici sono pubblicati in Italia, Stati Uniti e Germania.

Per maggiori informazioni su Dany&Dany: Pagina Facebook - Blog.

(Grazie tante Danys!)

mercoledì 23 novembre 2016

Alan Moore, Fashion Beast e Malcolm McLaren

Copertina del volume Fashion Beast illustrata da Facundo Percio.
Nel seguito un breve estratto dalla lunga introduzione scritta da Alan Moore (datata Northampton, 14 giugno 2013) inclusa nel volume Fashion Beast, di recente pubblicato in Italia da Panini Comics che in precedenza aveva proposto la serie in albi. L'ottima traduzione è dell'amico Antonio Solinas.

Fashion Beast nasce originariamente a metà degli anni '80 come sceneggiatura per il cinema scritta da Moore su commissione e idea di base di Malcolm McLaren.
Il film non fu mai realizzato e lo script rimase inutilizzato fino a che la Avatar Press non ne acquisì i diritti per un adattamento a fumetti affidato ad Antony Johnston (testi) e Facundo Percio (disegni), con la supervisione dello stesso Moore: il primo numero (della maxiserie di dieci albi) uscì nel corso del 2012 per il mercato americano.   
Malcolm McLaren (a sinistra) e i Sex Pistols.
Alan Moore: [...] Sulla base del ragionamento che un creatore di fumetti capace potrebbe forse contribuire con freschezza a una sceneggiatura cinematografica, [Malcolm McLaren] si era insediato in una vivace e affollata fumetteria a Saint Mark’s Place e aveva chiesto al tredicenne dall’aspetto più cool che era riuscito a trovare chi fosse il suo scrittore di fumetti preferito. Secondo Malcolm, questo giovane insolitamente profondo e intelligente aveva risposto, senza esitare, “Alan Moore: la mano sinistra di Dio”.
Nel caso improbabile che io scriva mai un’autobiografia, tipicamente modesto e riservato come sono, questo ne sarà quasi certamente il titolo. Il sovversivo impresario mi invitò a incontrarlo a Londra per discutere alcune sue idee cinematografiche, e chiedermi se mi facesse piacere essere coinvolto nella sceneggiatura di qualcuna di esse. Anche se confesso che non avevo ambizioni o genuino interesse creativo nei confronti del mondo del cinema, mi ero sempre pigramente chiesto come sarebbe stato scrivere per un tale medium. In maniera più persuasiva, ero ansioso di incontrare Malcolm McLaren e, se possibile, lavorarci insieme: a mio avviso, resta uno dei più effervescenti intelletti della cultura pop del XX secolo. Fu così che, circa una settimana dopo, mi capitò di incontrarmi con tale figura consciamente mefistofelica, nella hall dell’hotel di Londra in cui alloggiava. Arrivato con qualche minuto d’anticipo, per caso potei assistere agli ultimi scatti di un servizio fotografico per il quotidiano (dichiaratamente) sensazionalistico Sun. [...] Quando il fotografo se ne andò parlammo, e fui in grado di vederlo lontano dai riflettori, tra le performance pubbliche come Malcolm McLaren, l’amabile cattivo da cartone animato, consapevolmente dickensiano, che lui stesso aveva progettato per il consumo popolare. Alto almeno quanto me e notevolmente meglio vestito, aveva una qualità da uccello... probabilmente rapace, come accennato in precedenza, ma certamente un tipo di corvide ingegnoso... e quando stava in piedi non assomigliava ad altro che a una candela antropomorfa, con una fiamma arancione di combustione cerebrale che si originava dalla cera umana. [...]

recensioni in 4 parole [46]

Un bicchiere mezzo vuoto.
Martin agitato, non mescolato.
La disfunzionale famiglia sintezoide.
Palla
L'amore senza limiti.
*********
Abbiamo detto 4 parole su:
di Tiziano Sclavi (testi) e Giampiero Casertano (disegni)
Editore: Sergio Bonelli
Formato: brossurato, 98 pagine, bianco e nero
Prezzo: €3,20
Anno di pubblicazione: 2016
Per qualche parola in più: QUI 
di  "I Mysteriani" (testi), Fabio Piacentini (disegni), Daniele Rudoni (colori)
Editore: Sergio Bonelli
Formato: brossurato, 98 pagine, colore
Prezzo: €2 (il primo numero, in offerta lancio)
Anno di pubblicazione: 2016
Per qualche parola in più: QUI 
 
La Visione Vol. 1
di Tom King (testi), Gabriel Hernandez Walta (disegni)
Editore: Panini Comics
Formato: cartonato, 136 pagine, colore
Prezzo: €14
Anno di pubblicazione: 2016
Per qualche parola in più: QUI

Palla
di Paolo Bacilieri
Editore: Hollow Press
Formato: cartonato, 56 pagine, bianco e nero + rosa
Prezzo:  € 12
Anno di pubblicazione: 2016
Per qualche parola in più: QUI

martedì 22 novembre 2016

L'Alan Moore di Massimo Perissinotto

Illustrazione di Massimo Perissinotto.
Sopra, un potente e irato Alan Moore firmato MASSIMO PERISSINOTTO, fumettista, scrittore, saggista, esperto di cinema horror e molto altro ancora, sempre col cuore rivolto alle produzioni underground... da oltre due decenni abbondanti.

Per maggiori informazioni su Massimo Perissinotto: Pagina Facebook.

lunedì 21 novembre 2016

Un genio inglese

Nel seguito un breve estratto dal documentario The Mindscape of Alan Moore curato e diretto da DeZ Vylenz, girato nel corso del 2002 e presentato per la prima volta nel corso del 2003.

Alan Moore: Ho imparato il mestiere facendo storie molto brevi, di 3 o 4 pagine ciascuna, che è un ottimo modo per imparare a scrivere, a prescindere. Ho continuato facendo un paio di serie dove ho guadagnato maggior controllo sulle tematiche e dove ho potuto spingermi oltre ed essere un po' più sperimentale. Questi lavori hanno iniziato a vincere premi in Gran Bretagna e questo ha colpito gli Americani.

Gli Americani tendono a pensare che ogni premio sia un Oscar e non si resero conto che i premi nel campo del fumetto sono tutti votati da 30 persone che vestono in parka
[in Inglese Moore usa il termine "anorak", utilizzato anche per definire i nerd; si veda qui] e hanno una terribile vita sociale.

E così, per quanto li riguardava, se avevo vinto un premio allora ero un genio inglese. E così mi ingaggiarono e la DC mi mise a lavorare su Swamp Thing, che fece un bel po' di rumore e mi diede credito sufficiente per ottenere altri progetti, permettendomi di scrivere più o meno qualunque cosa volessi. Tutto ciò portò a Watchmen a metà degli anni '80 e quello fu uno dei lavori responsabili per la ridicola bufera di pubblicità che portò i fumetti o graphic novel, come qualcuno nel reparto marketing da allora ha deciso che devono essere chiamati, a diventare popolari.

domenica 20 novembre 2016

L'Alan Moore di Manuelle Z. Mureddu

Illustrazione di Manuelle Z. Mureddu.
Sopra, un intenso e ieratico Alan Moore nell'interpretazione di MANUELLE Z. MUREDDU. La versione a colori, sempre realizzata dall'artista, è disponibile qui.

Manuelle Z. Mureddu è un essere umano maschio nato nel 1980. È autore di fumetti, illustra e scrive libri. È stato il primo professionista a pubblicare con continuità storie scritte e disegnate in sardo. Ha sviscerato nella forma, ricreando e modellando nella sostanza, i miti nuragici, giudicali e contemporanei della Sardegna. [estratto dalle note biografiche in terza di copertina de La Danza dei corvi, libero adattamento a fumetti realizzato da Mureddu de Il Giorno del Giudizio di Salvatore Satta]

Per maggiori informazioni su Manuelle Z. Mureddu: Pagina Facebook Ufficiale.

sabato 19 novembre 2016

Alan Moore 2001: Passato & Futuro

Warrion N. 11.
Quest'intervista - condotta da Brad Stone con la collaborazione di Jennifer Granick - è originariamente apparsa su Comicbook Resources a fine ottobre 2001, ed è stata condotta poco prima dell'uscita del film su From Hell nei cinema americani. 
Pubblicata su Ultrazine.org a gennaio 2002 (traduzione di Daniele Tomasi & smoky man)
Da sin.: Jennifer Granick, Alan Moore e Brad Stone.
Perché hai scelto di entrare nel mondo dei comics e di diventare uno scrittore di fumetti?
Alan Moore: Stavo morendo di fame.
I fumetti mi sono sempre piaciuti. Sin da quando avevo 6 o 7 anni. Ho scoperto i fumetti americani all'età di 7 anni. Più tardi sono arrivato ad apprezzare il fumetto come forma artistica, e mi sono reso conto che sebbene con gloriose eccezioni come Will Eisner e Harvey Kurtzman, era un campo ancora largamente inesplorato. Le opere migliori erano ancora di là da venire.
E stavo lavorando per un subappaltatore della compagnia del gas. Un meschino lavoro d'ufficio. Era la fine degli anni '70. Sono passato per un serie di lavori veramente miserabili dopo il mio precipitoso allontanamento dal ginnasio in cui stavo.

Perché sei stato espulso?
Spacciavo acido. Erano gli anni '60. Avevo 17 anni. Spacciarlo a scuola era molto meglio del piano A, che era gettarlo nel serbatoio dell'acqua. Avrebbero dovuto tenerlo in considerazione. Invece il direttore non condivise per nulla il mio divertimento per l'accaduto. E non solo mi espulse da scuola, ma contattò tutti gli altri licei, università e scuole d'arte, e scrisse loro che ero stato un orrendo cancro per la morale di tutti i suoi allievi, e che non mi avrebbero dovuto ammettere.
E poi, naturalmente, quando ho iniziato a cercare lavoro, mi chiedevano le referenze scolastiche. Lui voleva essere sicuro, sin da quando avevo 17 anni, che non avrei mai fatto nulla per il resto della mia vita. Un po' troppo duro per un diciassettenne.
Okay, quindi ero un diciassettenne sociopatico.

Il direttore dov'è ora? E' riuscito a vedere il tuo successo?
Si è impiccato. Qualche mese dopo. Non ho nulla a che fare con questo.
Ma sì, quello fu il punto di non ritorno, la fine della mia carriera scolastica che non mi lasciò con molte possibilità di scelta. I soli lavori che potessi ottenere erano lavori che chiunque avrebbe potuto avere, anche con una fedina penale sporca. Sai, chiamate di lavoro nei cantieri o addetto alle pulizie negli hotel. E poi una posizione precaria in lavori d'ufficio, che erano pagati poco ma almeno erano al coperto.
E poi verso i 24 anni mi sono sposato. E pensavo... beh, nella vita ho sempre voluto fare qualcosa di creativo, come scrivere. E se non lo faccio ora, mi ritroverò semplicemente a fare questi lavori miserabili a 50 anni, con un sacco di rimpianti. E questo mi ha terrorizzato. Perciò ho deciso che avrei lasciato il lavoro e cercato di fare un vero tentativo come artista.
Appena lascio il lavoro, mia moglie mi annuncia che il risultato del test di gravidanza è positivo e che aspettiamo un bambino. A quel punto avevo una decisione da prendere: mollare un lavoro sicuro e mettermi in una terribile situazione d'instabilità con un bambino in arrivo. D'altra parte sapevo che una volta che il bimbo fosse arrivato e mi avesse guardato con i suoi occhioni affamati non avrei mai avuto il coraggio di lasciare il lavoro. Così mi offrirono di riprendermi a lavoro, ma dissi no e me ne andai.
Passai circa un anno all'amorevole mercé del sistema d'assistenza sociale britannico. E poi finalmente riuscii ad ottenere un lavoro facendo una striscia settimanale a mezza pagina su un giornale inglese. Stavo lavorando come disegnatore e avevo dei dubbi sulla mia adeguatezza come artista. Stavo facendo una piccola striscia umoristica su uno dei giornali locali a Northampton. Questo mi faceva guadagnare 2 sterline in più alla settimana rispetto a quanto prendevo dall'assistenza sociale. Era una buona scusa per fare di me stesso un uomo onesto.
E lentamente capii che non ero un granché come disegnatore e che non avrei potuto disegnare abbastanza in fretta da viverci. Ma avevo raggiunto un certa padronanza nel raccontare una storia per immagini. Perciò mi misi in contatto con un amico, Steve Moore, nessun legame di parentela tra noi, che era scrittore di fumetti dall'età di 16 o 17 anni. Gli chiesi di spiegarmi come redigere un soggetto base, come sistemarlo. E mandai un paio di scritti alla Marvel inglese, alla rivista 2000 A.D. magazine. Tutto iniziò da lì e più o meno va ancora avanti.

Che cosa pensi oggi dei tuoi primi lavori: V for Vendetta, Swamp Thing, Watchmen? Ti piace rileggerli di tanto in tanto?
Sono molto orgoglioso di quei lavori. Ero molto più giovane. Almeno ho detto cose in cui credevo. Perciò ne sono orgoglioso.
V for Vendetta è uno dei primi lavori con David Lloyd, è dove ho iniziato a capire parecchio su come raccontare una storia. Era molto essenziale. David insistette per non usare alcun baloon di pensiero né effetti sonori. La cosa sul momento mi sembrò un'imposizione, ma una volta che iniziammo a fare in quel modo, pensai che rendesse la storia più naturalistica, più credibile.
In Swamp Thing ci sono dei numeri che sono migliori di altri. Ma ce ne sono alcuni che sono davvero buoni.

Dopo Watchmen e Miracleman dicesti di aver portato il genere supereroistico ai suoi limiti.
Ho detto un sacco di cose strane. Dopo Watchmen penso di aver detto che non sentivo più il genere supereroistico come il modo migliore per raccontare storie di un certo spessore. Che se avessi voluto fare una storia sull'ambiente sarebbe stata migliore senza la presenza di un mostro della palude, se avessi voluto fare una storia sulla politica sarebbe stato meglio non avere a che fare con un gruppo di supereroi.
Credo che l'icona del supereroe abbia ancora una considerevole forza. Ha trasformato la mia giovinezza. E' un talismano dell'immaginazione. [I supereroi] sono stati un modo potente di aprire stanze nella mia immaginazione quando ero bambino. Sono stati molto, molto importanti per me. E il fatto che tu possa usarli per raccontare storie allegoriche o di qualunque tipo non significa che tu debba farlo.
Batman: The Killing Joke, che ancora vende e che, per opinione comune, fu la principale fonte di ispirazione per il primo film di Batman, per quello che può valere, è un albo terribile. Voglio dire... non significa nulla! Parla di Batman e del Joker, e dice che si, psicologicamente Batman e il Joker sono due facce delle stessa medaglia. E allora? Lo sai già. Ma non incontrerai mai qualcuno anche solo lontanamente simile ad uno dei due. Non incontrerai mai qualcuno che è uscito di testa in quel modo.

Quali erano i supereroi che ti interessavano durante l'adolescenza?
Quasi tutti. Devi tenere a mente che a Northampton, Middle England, vivevo in una zona chiamata Boroughs. Era la zona più povera della città. Davvero degradata. Mi piaceva, ma era una sorta di squallido quartiere vittoriano. Non avevamo una stanza da bagno. Non avevamo un gabinetto interno. Avevamo l'elettricità, ed era più di quello che aveva mia nonna. Lei aveva il gas. Parlandone ora suona un po' dickensiano, è un mondo così diverso.
In quel contesto io leggevo i fumetti inglesi. Ma i fumetti inglesi parlavano di scolari discoli, parlavano di cose per me familiari. Per questo non mi interessavano molto. Ripensandoci adesso, capisco che gran mole di fantastici lavori contenessero. Ma avevo 7 anni, ed ero affascinato da Flash, Action Comics, Detective Comics. E non perché c'era un tizio che correva a super velocità. Non era questa la cosa importante. Erano a colori. Ed erano ambientati in America. E non era semplicemente l'America, ma l'America dei fumetti. Che pensavo fosse simile a quella reale.
Ricordi quelle panoramiche di città che Carmine Infantino disegnava su Flash negli anni '60? Ora so che non c'era nulla in America al tempo che assomigliasse a tutto quello. Era una specie di mondo fantascientifico, con quegli edifici altissimi... ed era a colori. Al contrario i fumetti inglesi al massimo avevano dei toni di rosso e rosa. Questo era il meglio che si potesse avere.
Tom Strong N. 1.
E questo ti ha portato a creare il mondo fantastico di Tom Strong, Promethea e Top Ten (tutti pubblicati da America's Best Comics, una sezione della D.C. Comics).
Fu mentre parlavo di Carmine Infantino che capii all'improvviso che nei primi fumetti di Flash, le meravigliose, grandiose piazze asettiche, quei palazzi altissimi che sembravano bicchieri da cocktail... quella non era la realtà. Era una visione di come l'America poteva o avrebbe potuto essere. Perciò ho deciso, quando stavo per iniziare la linea ABC, che avrei ambientato tutto in America ma visualizzata a modo mio, delineando un'America inesistente. Ma che fosse evocativa e intensa, tanto che la gente avrebbe voluto che fosse così. Perciò ecco Tom Strong e Millennium City, con tutte quelle funivie e quei ponti.

Che cosa ti ha ispirato nella realizzazione de La Lega degli Straordinari Gentiluomini (che fa incontrare personaggi letterari vittoriani come Allan Quaiterman, il Capitano Nemo e Mina Harker di Dracula)?
Penso sia divertente non poter citare personaggi che non facciano parte della letteratura vittoriana. Questo ha ridefinito il lavoro, quando l'ho capito è diventato un punto di partenza molto più gradevole. Ho immaginato "Dunque, quando Nina... e Mr. Hyde, nella Rue Morgue..." ed ho pensato "però, è divertente... puoi fare delle situazioni come questa, mischiare tutte queste cose...". Nel secondo numero ho inserito tutti i personaggi della letteratura pornografica del periodo. Si ritrovano nella stessa storia dei personaggi che non dovrebbero stare assieme. Non so perché ciò mi piaccia cosi tanto. E' come attraversare follemente questo quartiere letterario ed abbattere le staccionate che separano le storie dei diversi personaggi. E quindi puoi trovare il mostro di Frankenstein che si aggira nel mezzo di Piccole Donne. Se questo è quel che sogni.
La maggior parte dei personaggi è molto fedele all'originale. Di Allan Quatermain ho le storie originali. Lui è un vigliacco, uno sbruffone e con la tendenza all'abuso di droghe. Nemo è una sorta di fanatico Sikh. Questo tendi a dimenticarlo quando lo vedi interpretato da James Mason. O qualcuno simile. E ti dici "oh, certo, era un tizio occidentale". La verità su Nemo è che si tratta di un fanatico indiano Sikh, un genio scientifico che, comprensibilmente, odia gli inglesi. Si trattava di mettere insieme tutti questi personaggi, e pensai "sarebbe divertente metterli assieme come un gruppo di super-eroi. E poi ci serve una donna, ci dovrebbe essere qualche donna geniale nella vita di Sherlock Holmes. L'unica donna per cui abbia tempo." Ma era un po' in ombra. Allora pensai a Mina Harker. La ritroviamo cambiata dall'avventura con Dracula, ha divorziato da Jonathan ed è diventata una suffragetta. Ed inoltre indossa quella sciarpa...

Nella prima serie della LdSG ci sono alcune allusioni alla possibilità che lei sia un vampiro.
No, no, le cose stanno cosi. Lei e Quatermain si stanno chiaramente innamorando. Io voglio mostrare questa scena in cui lei per la prima volta si toglie la sciarpa. E non ha piccoli, netti segni di puntura. Sono come il morso di un vero pipistrello vampiro. I denti sono lame seghettate, non lame di rasoio. Segano... e sfregiano [A.M. simula con un gesto]. E' come se impugnassi due lame dritte. Loro aprono delle vaste ferite da cui possono cibarsi. Ed io o pensato che quando Mina si toglie la sciarpa, l'intera gola è di tessuto cicatrizzato. E' orribile. E lei si vergogna. E lei dice, all'incirca "non proprio le due piccole punture della mitologia popolare". Credo possa essere una scena molto potente. Ed erotica, in un modo particolare. Lei ha vissuto tutto questo, ecco perché ha lasciato Jonathan [Harker]. Perché Jonathan è cosi insipido, e voglio che lei dica, quando scopriremo perché è cosi traumatizzata: "A causa di ciò che quel demonio ti ha fatto?" [dirà Quatermain] e lei risponde "no, l'ho amato, e li ho aiutati ad ucciderlo". E questo è tutto ciò che lei dice a riguardo. 

Vedi LdSG come una serie che prevede un seguito?
Si, la seconda serie è tutto "Mars Attack". Il primo numero Kevin [O'Neill] l'ha già finito.
Tutto avviene su Marte. L'intero primo numero si svolge su Marte. Inizia con una inquadratura ravvicinata di un tappeto, e poi ci si muove indietro. Quindi ti accorgi che c'è qualcuno in piedi sul tappeto. Poi capisci che il tappeto non si trova sul pavimento, ma è sospeso in aria. Quindi realizzi che sta svolazzando sopra un canyon, dove vi sono bufere di sabbia. E c'è questa figura sopra un tappeto volante che percorre un canyon con due lune [sullo sfondo]. Questo è Gulliver Jones, guerriero di Marte, che nelle storie originali è arrivato sul pianeta con un tappeto volante. E quindi lo vedi incontrare... beh, sarebbe John Carter, ma questo personaggio è ancora sotto copyright, quindi non useranno molto i loro rispettivi nomi.
Conosco parecchie storie marziane. Penso vedrete John Carter di Marte, vedrete Gulliver Jones, vedrete le storie marziane scritte da Michael Moorcock. Ne ho eliminato una ambientata su Marte dopo il 1898. Perché quella è ancora nel futuro. Vi ho inserito la razza di CS Lewis, i Thorns. Dovrebbero essersi trovati su Marte in quel momento, se li si considera reali. Quindi ho [usato] CS Lewis, Wells, Gulliver Jones e Michael Moorcock.

Marte è proprio la Parigi di quel periodo. Chiunque fosse "qualcuno" si trova lì.
Giusto. Ho ipotizzato che tutte queste razze possano essere esistite. I marziani di H. G. Wells, quelli non sono di Marte. Sono originari di qualche altra galassia. E tentarono di conquistare Marte ma furono respinti dall'unione dei gruppi della resistenza marziana. E fu allora che vennero sulla Terra. E' spiegato nella sezione finale, dove ci sono le storie di solo testo. Io non volevo fare un'altra storia "pulp" di solo testo. L'idea mi ha stancato. Quel che ho deciso è che, nell'intera parte finale del fascicolo, almeno nel primo numero, si spiega il mondo, continente per continente, e diciamo estensivamente, attraverso gli "archivi" di questa porzione dei servizi segreti britannici che è la Lega dei Straordinari Gentiluomini. Risale sino al XVII secolo. Quando parla del XVII secolo, c'è (cita) un gruppo di agenti conosciuti solo come "gli uomini di Prospero". Erano condotti da questo Duca di Omnium, che apparentemente era uno stregone benevolo, e tra le persone del gruppo è presente Christian da "A Pilgrim's Progress" ["il Pellegrinaggio del Cristiano" o "Il viaggio del pellegrino" (1678), di John Bunyam]. Abbiamo raccolto testi dalle annotazioni di tutte queste persone, da tutti i loro rapporti sui posti ove sono stati. Abbiamo compilato un almanacco, il mondo fittizio, quello che non esiste, ed è piuttosto esaustivo. E' una Inghilterra dove esiste una Vacaville Hall, ci sono numerose rovine del periodo di re Artù, che era un periodo storico reale. E ho scritto questa descrizione piuttosto commovente dello stato di degrado della tomba di Sir Lancillotto. Poi attraversiamo la Francia e l'Europa. E l'America, l'Africa, l'Asia. E le regioni polari. E sto cercando di trovare in tutti questi libri di riferimento ulteriori regioni immaginarie, cercando di decidere dove si trovano alcune di loro. Voglio inserire anche un riferimento a Conan.

Sembra che tu ti sia divertito parecchio con questo lavoro.
 
Da matti, sì.

A che punto sei arrivato con le sceneggiature?
Sto scrivendo molte testate, e quindi non sono molto avanti con nessuna. Sto lavorando al secondo episodio. Ho appena finito il primo numero ... siamo entrambi circa al metà del secondo. [Il disegnatore] Kevin [O'Neill] si è preso una meritata vacanza al momento, e probabilmente appena sarà tornato gli darò delle altre pagine.

Parlaci della ideazione di "Top Ten" [una storia stile NYPD, nota serie televisiva crudamente realistica, riguardante una stazione di poliziotti supereroi in un mondo ove chiunque possiede poteri sovrannaturali].
Ricordo quando ero ragazzino, nei primi anni '60. E Batman aveva un computer. Inseriva informazioni e riceveva delle schede perforate. Mr. Fantastic, "l'Agente dell'Uncle" [serie televisiva di spionaggio], tutti questi supereroi avevano dei computer. Facevano parte delle loro supercapacità. Adesso chiunque ha un computer. E presto tutti voleremo, se dobbiamo credere alle previsioni. In confronto alle condizioni del 1960, ora siamo tutti dei supereroi, e tuttora non possiamo risolvere i nostri problemi. Abbiamo ancora delle catastrofi, anche se possiamo generare più energia di calcolo di quanta persino Isaac Asimov abbia mai immaginato. Questo è il fascino di Top 10. E' una fantastica città piena di gente incredibile, con l'atmosfera di una moderna metropoli. Ero un appassionato di "Homicide" [altra serie televisiva poliziesca, N.d.T.] e di NYPD. E ragionavo riguardo ai [fumetti sui] gruppi di supereroi, sul perché non funzionano. Mentre Steven Bocho [l'autore di NYPD, N.d.T.] sembra capace di gestire molto bene gruppi numerosi di personaggi. E così ci ragionavo sopra. Perché non funzionano i gruppi? "Hill Street" [altra serie tv poliziesca, sempre di Bocho, N.d.T.] funziona. Come sarebbe se potessi avere una serie su dei poliziotti supereroi? - a quel punto si accese la lampadina. Potrebbe essere davvero divertente e potresti parlare di roba di cui non puoi parlare negli albi di supereroi. Come i pregiudizi sui robot. Joe Pi [un robot poliziotto] - sono molto contento di lui. E divertente giocare sulle tipologie. Nella serie successiva, se ci sarà, si sposteranno a Tin Town. Tutti i robot hanno delle ruote dentate attorno al collo. E c'è Malcolm Ten, un robot che ha le proprie idee su come vengono trattate le macchine, e che dice a Joe Pie: "Non stai tradendo i tuoi fratelli?".

Quali sono gli ostacoli alla produzione ulteriore di Top Ten?
Ecco, la Wildstorm di Jim Lee è stata comprata dalla DC. E' sempre precaria. Io non lavoro con le briglie, ovviamente io sono un articolo di valore nel mondo del fumetto. Se inizio a sentirmi schiacciato, io mi sollevo sputando sangue nero e con serpenti che mi escono dalla bocca. Io sono potenzialmente esplosivo. Non mi fido di loro. In qualunque momento qualcosa può accadere e ferirmi abbastanza da farmi mollare tutto. Io non voglio farlo all'infinito. Ma altri 12 numeri di Top 10? Non puoi impedire ai pensieri ed alle idee di formarsi. Voglio trovare un modo di farli uscire dalla mia testa.

E riguardo all'altro tuo fumetto supereroistico, Tom Strong?
Volevo fare qualcosa di delicato. E' una scrittura rilassata. Qualcosa riguardante la semplicità, che sembra essere ciò che la gente gradisce. Sorprendentemente continuo a ricevere lettere che chiedono di inserire un matrimonio interrazziale. Non ci sono molte coppie miste nel fumetto. Sin dal 1939, tranne negli X-Men, ma li c'era dell'ambiguità, non si è mai verificato. Che vergogna. Quanto è arretrato questo mezzo espressivo.

Quindi l'altro titolo che sembra essere molto vicino al tuo cuore è Promethea [che esplora il fascino che su Moore stesso ha la magia ed il territorio dove le idee ed i miti prendono forma].
Sì, è una declamazione magica finemente celata che è finita con l'assomigliare un po' ad un albo a fumetti. Mi diverte davvero molto.
1963 N. 1.
Perché sei tornato ai supereroi?
Sono stato lontano dal fumetto delle maggiori case editrici per un po' di tempo. Senza aver idea di come fossero i lettori. E le persone alla Image Comics erano molto entusiaste che io lavorassi per loro. E poiché avevo già detto che non avrei lavorato per la DC e la Marvel... Ci sono delle persone molto in gamba, come Jim Valentino [Shadowlink Inc.], Jim Lee [ImageComics]... Sostanzialmente quel che dissero [fu]: "Vorresti fare qualche fumetto per noi?". Io dissi sì, giusto per vedere se ne ero capace. Detti uno sguardo ad alcuni di quei fumetti. Pensai "non c'è una storia. Non c'è un personaggio. Sono stato lontano per cinque anni, ed i fumetti si sono mutati in qualche bizzarro ibrido mutante supersteroideo con cui non ho alcuna familiarità". E sembra che tutti i disegnatori richiedano sempre grandi vignette a piena pagina ogni due o tre pagine così da poter esibire la loro abilità. Ecco... quindi trascorsi un lungo periodo cercando di tirare fuori quello che i lettori volevano, quello che quel nuovo pubblico voleva, ciò che gli sarebbe piaciuto. Il che era totalmente stupido. Voglio dire, in qualche modo devo aver riversato la mia arroganza nel luogo sbagliato. Perché in effetti il mio lavoro non è capire quel che loro vogliono. Il mio lavoro è dir loro cosa vogliono. E quando me ne sono ricordato, l'ho percepito capisci, ho creato 1963, con cui mi sono divertito molto. Ma non era molto serio, rivoluzionario. Poi mi sono spostato sul materiale di Supreme. Era divertente.

Io ho sempre definito la magia come una arte oscura, che manipola la realtà. E tu hai introdotto il concetto della magia come una sorta di un regno delle idee, dove le idee sono vive e gli dei sono reali.
Nella magia c'è una parte oscura, ma c'è molta più radiazione, più luce. E riguarda semplicemente il mondo delle idee.

Cosa ha acceso il tuo interesse nella magia?
Quel che mi ha fatto interessare alla magia è stato una vignetta da From Hell in cui William Gull stava dicendo qualcosa riguardante il fatto che la mente umana è un luogo dove tutti gli dei ed i mostri della mitologia umana sono indiscutibilmente reali, in tutta la loro epicità e mostruosità. E dopo averlo scritto ho pensato "oh merda, è vero. In base a questo ora dovrò rielaborare la mia intera esistenza". Non c'è modo di smentirlo. Ho pensato di stare scrivendo uno stupendo dialogo per un cattivo della letteratura gotica. Gli dei ed i mostri esistono senza ombra di dubbio e sono reali. Perché se non esistono, come mai tante persone sono morte per loro, e tante cose che hanno cambiato la storia sono state fatte in nome di questi dei che non esistono? Se non esistono come hanno ucciso così tanti di noi in loro nome? In quel momento stavo per compiere 40 anni. Ho pensato, "beh, potrei avere una crisi di mezza età, ed annoierei a morte tutti continuando a pensarci, a cosa è dovuto, cosa significa? Oppure potrei andare fuori di testa in modo spettacolare, il che almeno sarebbe molto più divertente per chi mi sta attorno. E più preoccupante. E mi andava bene. Perché stavo terminando i modi di far preoccupare le persone. Avresti dovuto vedere le loro facce quando dissi "diventerò un mago". Metà di loro erano spaventati, pensavano fossi impazzito, e l'altra metà era spaventata pensando che non lo fossi.
Mi sembra che in prevalenza la scienza non accetti che ci sia qualcosa che effettivamente succede nelle nostre menti e voglia basare tutto su elaborate prove di laboratorio. Ma la mente è l'unica cosa di cui abbiamo una esperienza diretta. Non percepiamo il mondo in via diretta. Percepiamo le nostre percezioni. Elaboriamo questi puzzle fatti di luce sulla nostra retina, di onde sonore nei nostri timpani, le superfici sui nostri polpastrelli. Ed istante dopo istante componiamo tutto questo su un grande schermo che è la realtà. Questo è ciò che vediamo. Se abbiamo un difetto in uno qualunque dei nostri sistemi percettivi ciò diventerà parte della nostra realtà. Penso che la magia fosse un tentativo di capire se il mio rapporto con la realtà potesse evolvere verso territori differenti.

venerdì 18 novembre 2016

Onofrio Catacchio e... Alan Moore Scorpio Boy

Illustrazione di Onofrio Catacchio.
Sopra, uno spettacolare ritratto di Moore realizzato da ONOFRIO CATACCHIO appositamente per festeggiare il 63esimo compleanno dell'autore britannico.
Tanti auguri allo Scrittore di Northampton! "Lui è uno Scorpio boy!"

Il sito di Onofrio Catacchio è visitabile QUI
(Grazie, Onofrio!)

Alan Moore 63!

Foto © pietdesnapp
In realtà, se la mia visione del tempo - come un solido eterno composto da almeno quattro dimensioni in cui il movimento e il cambiamento sono solo una illusione prospettica originata esclusivamente dalla limitata consapevolezza dell’uomo - è vera, allora diventa problematico parlare di come sia arrivato a questa percezione, visto che un arrivo implica un tragitto lineare e di conseguenza, una concezione lineare del tempo.
Foto © pietdesnapp
Oggi il Magus compie 63 anni... e allora, tenendo fede alla sua visione "eterna" del tempo perché non recuperare un bel ricordo del 2002 (e non solo) pubblicato anni fa su Ultrazine.org?

In questo post così potete ammirare alcune foto scattate dall'amico fotografo Piet Corr con Moore e... la maschera sarda (!), da me inviata come regalo allo scrittore di Northampton nel 2002 per il suo 49esimo compleanno. Un presente gradito e apprezzato, per quello che ricordo.:)
Foto © pietdesnapp
Anni dopo, quella stessa maschera ha fatto poi capolino in un'illustrazione apparsa tra le pagine della rivista Dodgem Logic.
Dodgem Logic N.6, pagina 37. Illustrazione di Hoax.
Il tempo non è lineare, babe!

Tanti auguri Bearded One!

giovedì 17 novembre 2016

I Moore babies di Kresimir Biuk

Illustrazione di Kresimir Biuk.
Sopra, un'illustrazione realizzata dal disegnatore croato Kresimir Biuk inclusa nel libro Alan Moore: Ritratto di uno Straordinario Gentleman (2003, Black Velvet Editrice, pag. 56) ma non nell'edizione inglese.
L'illustrazione contiene diversi personaggi di Moore in versione "baby".

Il blog di Kresimir Biuk è visitabile QUI.

mercoledì 16 novembre 2016

1983: Alan Moore sulla Marvel e Chris Claremont

Hellfire N.1.
Nel seguito, estratto da un'intervista a Moore e Garry Leach condotta da David Roach, Andrew Jones, Simon Jowett e Greg Hill nel 1983 e pubblicata nel 1984 sul N.1 della fanzine Hellfire. L'intervista è stata ristampata nel 2012 nel volume Alan Moore: Conversations.

Hellfire: Che ne pensi della caratterizzazione in stile Marvel?

Alan: Il fatto è che la caratterizzazione è importante ma spesso è fatta male. Quando ho iniziato a leggere fumetti con Superman e Batman, non avevano alcuna caratterizzazione. Erano personaggi completamente "vuoti" ma proprio poiché erano completamente vuoti c'era un po' di spazio per proiettare su di loro diverse cose. Anche se Batman non era affatto, anche facendo uno sforzo d'immaginazione, una creatura della notte (era più un babbeo che se ne andava in giro in calzamaglia), potevi immaginare che fosse una creatura della notte. Sono sicuro che è così che è nata l'immagine di Batman come "creatura della notte". Tutti hanno proiettato su di lui quest'aspetto, non c'era nulla nelle storie che lo facesse credere.
Ora quello che è successo negli anni Sessanta con la Marvel è che hanno pensato "Facciamo i realistici e diamo ai personaggi dei caratteri "umani". Lasciamo abbiano UN elemento caratterizzante." E hanno ideato Spider-Man come un nevrotico, per cui se Superman era incredibilmente forte e pestava i cattivi, Spider-Man invece era incredibilmente forte e pestava i cattivi ma poi si sentiva in colpa.
Questa era la caratterizzazione secondo la Marvel. Sono tutti nevrotici. Si preoccupano un sacco. Se non c'è qualcosa di mentalmente sbagliato in loro, allora c'è qualche problema fisico, magari una gamba malandata, i reni che non funzionano bene o qualcosa di analogo. Per la Marvel questa è la caratterizzazione dei personaggi.
Torniamo di nuovo a Chris Claremont, per un attimo. Il suo approccio alla caratterizzazione è stato aver reso gli X-Men tutti degli stranieri. Un russo. Un tedesco. Un russo! Sono incredibilmente russi. Come se avessero voluto farti capire quanto fossero russi pensando cose così:
"Quanto mi manca la madre patria Ucraina. Mi manca il mio povero fratello scomparso, Thiodore."
E ancora:
"Quanto mi mancano il cameratismo delle file per il pane e le epurazioni a sorpresa."

Garry: "E i trattori e la vodka."
[risate]

Alan: Sì, sono sicuro che nessun russo parli o pensi cose simili. Succede perché gli scrittori non sanno molto dei Russi o dei Tedeschi e allora fanno dire, di tanto in tanto, ai personaggi "Da" al posto di "Sì" e allora tutti penseranno... "Russi!!!"

lunedì 14 novembre 2016

Alan Moore parla di Marvelman

Nel seguito un breve estratto dall’intervista ad Alan Moore apparsa sul volume Kimota! – The Miracleman Companion curato da George Khoury, pubblicato nel 2001 da TwoMorrows Publishing  e mai ristampato, probabilmente a seguito della successiva acquisizione dei diritti sul personaggio da parte della Marvel Comics. 
Il testo è stato originariamente tradotto e pubblicata su Ultrazine.org nel novembre 2001.

George Khoury: Ricordi il tuo primo incontro con Marvelman?

Alan Moore:
La prima volta che ho visto un fumetto di Marvelman deve essere stato… vediamo, sono nato nel 1953. Non ricordo quando il primo albo di Marvelman sia stato pubblicato ma probabilmente era il 1954 o qualcosa del genere. All’età di quattro anni ho iniziato a leggere fumetti inglesi, gli albi per ragazzi di quel periodo, spesso di qualità eccellente, come Beano, Dan Dare e quelli della D.C. Thomson. Verso i sette anni credo, il che significa nel 1960, ho visto il mio primo fumetto americano, il primo albo di Flash e gli albi di Superman/Batman che di solito prendevo.

Deve essere stato in quel periodo che ho visto Marvelman. Ma mi è sembrato una debole imitazione. […] Al tempo non conoscevo Capitan Marvel, non sapevo che Marvelman fosse una re-invenzione di Capitan Marvel per questioni di copyright.

Penso d’aver percepito un senso di inferiorità in quel tipo di prodotto. Mi piaceva l’idea di un supereroe inglese, solo non pensavo che quello fosse ben fatto. […]

Devo aver avuto circa undici anni, ed ero andato in vacanza a Yarmouth, una stazione balneare inglese, e cercavo dei fumetti da comprare. Capitava che cambiando città si trovassero fumetti differenti, per via della distribuzione che era molto più imprecisa di adesso. Ricordo che c’erano diversi Marvelman Annual e non c’era nient’altro di meglio da comprare, così li presi e li trovai molto più attraenti di quanto ricordavo. C’era in quegli albi un qualcosa che mi piaceva davvero.

Nello stesso periodo presi una delle ristampe della Ballantine di Mad di Harvey Kurtzman che conteneva la storia "Superduperman" e iniziai subito a pensare - tieni a mente che avevo 11 anni, perciò sarebbe stato un fumetto solo per il mio divertimento – che avrei potuto fare una parodia di Marvelman. […]

Volevo fare una parodia che fosse divertente come "Superduperman" ma pensavo che sarebbe stata meglio se l’avessi fatta su un supereroe inglese. Pensai che sarebbe stato divertente se Marvelman avesse dimenticato la sua parola magica. Penso d’aver fatto qualche disegno, o imitazione delle parodie di Wally Wood, su Marvelman.

E poi dimenticai completamente il progetto; fu solo 10 o 12 anni dopo che iniziai a lavorare nel mondo dei fumetti, e l’idea ritornò a galla di nuovo. Si, sarebbe stato divertente se si fosse potuto ottenere, in qualche modo, i diritti di Marvelman, non per usare quell’idea per scopi comici, ma incominciavo a vedere che l’avrei potuta usare con un effetto drammatico - un qualcosa di sorprendente e intenso … prendere un eroe anni ’50 molto innocente e semplicistico e calarlo in un’ambientazione anni ’80 molto più complessa e oscura. […]

Consideri Miracleman un lavoro revisionista o sperimentale?

Entrambi, non credi? È il tipo di cosa che solitamente preferisco fare. Un esperimento revisionista, insomma. [ride] Stiamo parlando di un personaggio che, al tempo, non era certo una leggenda nel mondo dei fumetti. Sono sicuro che c’era qualche nostalgico entusiasta ma se non avessimo recuperato Marvelman per Warrior nessuno ora lo ricorderebbe, come per molti altri personaggi inglesi dello stesso periodo.

Si, c’era una certa dose di revisionismo nel progetto. Pensavo, si potrebbe prendere questo vecchio personaggio e rivoltarlo in modo da farlo funzionare come un personaggio sperimentale - un personaggio attraverso il quale spingere i supereroi in aree sperimentali se vuoi, dal punto di vista del modo di raccontare le storie. Non dico però che in Marvelman abbiamo usato la stessa varietà di meccanismi narrativi per esempio di V for Vendetta. […]

Gran parte del mio lavoro si basa sul prendere elementi dal passato e cercare di adattarli al futuro. Cercare d’usarli in un’ottica futuristica. Se preferisci, fondere elementi del passato e del futuro, ma ruotandoli di 90 gradi per inserirli in un contesto differente; e in questo modo raccontare storie che guardino in avanti piuttosto che indietro.

Come la serie arrivò in America? Sei stato coinvolto in qualche modo? E come Marvelman divenne Miracleman?

Penso che originariamente stavamo prendendo accordi - o Dez Skinn stava prendendo accordi - con la Eclipse Comics per fare l’edizione americana. A quel punto, credo, venimmo a sapere che gli avvocati della Marvel dicevano che non avrebbero tollerato una rivista chiamata Marvelman. Non ricordo se scrissi loro o se mi misi solo in contatto con la Marvel U.K. Eravamo abbastanza contenti di prendere la direzione DC/Shazam! e chiamare l’albo semplicemente Kimota! o qualcosa del genere, senza mai usare la parola Marvel in copertina. Abbastanza felici di quella scelta che avrei potuto continuare su quella via. Ma mi sentivo sicuro dal momento che la Marvel Comics nacque circa nel 1961. Marvelman è sotto copyright dal 1954. Scrissi loro una lettera, che credo si potrebbe considerare sarcastica, non so. Ma facevo presente che almeno nella versione del calendario che noi seguivamo, il 1954 veniva qualche anno prima del 1961. C’è solo un tipo di pretesa che la Marvel poteva avere sul nome, non una pretesa morale ma dovuta alla sua potenza. Semplicemente la Marvel aveva avvocati, la Marvel aveva risorse finanziarie immense. La Marvel sapeva bene che prescindendo dalla ragione o dal torto del caso, avrebbero fatto quello che volevano. Per cui a quel punto scrissi una lettera, mi misi in contatto con loro dicendo più o meno: "Sapete d’essere grandi e grossi. Potete di sicuro metterci a terra legalmente, perciò non possiamo chiamare il personaggio Marvelman. State pur certi che in nessun caso nel futuro prenderò in considerazione di lavorare per la Marvel Comics o con la Marvel Comics in nessun modo."

Come accadde che Miracleman #15 divenne uno dei fumetti più violenti mai realizzati?

È come se applichi un po’ della logica ordinaria del mondo reale ad un supereroe e vedi che succede. Voglio dire, mi colpisce il fatto che un super-cattivo, una persona malvagia con poteri che ti aspetti da un personaggio del genere di Superman, farebbe molto più che cercare di schiavizzare la Terra con un qualche raggio o roba del genere. Avevo l’idea, di un … inferno. Inoltre uno scontro tra due supereroi che avveniva ogni mese in un albo Marvel, che cosa era davvero? Sarebbe successo – lo so avendolo visto in sacco di albi di Kirby, che Hulk e Thor si sarebbero pestati in una zona industriale in disuso, così che la totale distruzione di una vasta area della città sarebbe stata senza vittime. Ma è ovviamente una cosa dovuta al Comics Code. Un approccio realistico ad uno scontro di quel tipo avrebbe probabilmente implicato una significativa perdita di vite umane, specialmente se uno dei contendenti avesse l’intenzione di causare, per pura malvagità, quanto più danni alle persone e distruzione fosse possibile. E perciò se le cose stavano così, ho pensato, okay, facciamo un numero in cui mostriamo uno scontro tra supereroi come sarebbe per davvero. Mostriamo come sarebbe disastroso se davvero avessimo Bizarro e Superman che si battono nel centro di Metropolis; che cosa possiamo immaginare che accada, e sviluppiamo la cosa partendo da qui. Lascia solo la tua immaginazione libera e Miracleman #15 è quello che ne uscì.

Non c’era nessuna intenzione di fare il più violento fumetto di tutti i tempi. Non credo che stessimo pensandoci. È solo che avevamo stabilito sin dalla sua prima apparizione che Kid Miracleman sarebbe stato un personaggio di una malvagità furiosa, fisica, violenta. Sapevo che avrebbe fatto ritorno e sentivo che sarebbe stato molto, molto peggio quando fosse tornato. Ecco come la storia si sviluppò, non c’era alcun intento di renderla più violenta di molti altri fumetti. La storia doveva svilupparsi come uno scontro tra Kid Miracleman e Miracleman in pubblico, a Londra, molto più protratto della precedente e molto più devastante, e questo permise al talento di John [Totleben, il disegnatore della storia, N.d.T.] di renderla una visione ancora più apocalittica di quanto avrebbe potuto essere.

Hai mai pensato che gli autori inglesi che sono venuti dopo di te avessero un sacco di pressione? Che la gente si aspettasse da loro d’essere Alan Moore, come nel caso di Grant Morrison e di altri?

Prendendo in esame gli scrittori inglesi, di cui leggo e apprezzo i lavori, come per esempio Neil [Gaiman], penso che lui direbbe di sé stesso che quando iniziò è stato molto influenzato da me. Abbastanza influenzato. Le prime due storie che fece … probabilmente aveva un paio di spazzi di Alan Moore nella sua testa e probabilmente era più sicuro della mia voce nella sua testa di quanto fosse di iniziare con la sua. Ma questo non è durato a lungo. Neil non fece un paio di storie che erano rubate da me, ma che avevano una specie di vernice del mio stile o qualcosa del genere. Ma poi Neil trovò molto velocemente la sua voce personale e iniziò a scrivere cose incredibili, cose che io non averi mai potuto fare. Penso che Sandman sia un eccellente lavoro di fantasy moderno, non solo di fumetto moderno. Garth Ennis è un altro per il quale penso che occorrano molti sforzi, se si vuole trovare una mia influenza nel suo lavoro. Ha una propria, meravigliosa e distinta voce personale. Warren Ellis, ancora … quando leggo i suoi lavori non vedo nessun riflesso del mio lavoro nel suo. Naturalmente Warren è venuto un po’ dopo ma credo l’abbia fatto come se stesso. Non vedo una grande influenza, non so se sono stato in grado di dare alla gente ispirazione, di far pensare, "Posso scrivere fumetti".

Se sono stato in grado di far pensare questo a qualcuno in modo che si sia divertito a scrivere fumetti, allora è molto simile a quello che è successo a me leggendo i lavori di John Wagner, Pat Mills e Alan Grant su 2000 A.D. Quando lessi quelle storie, pensai: "Queste sono persone intelligenti con un senso dell’umorismo che scrivono fumetti. Forse c’è un posto per me nel Fumetto". Ecco cosa John, Pat e Alan fecero per me con le loro storie. Aver fatto lo stesso per altre persone mi renderebbe felice. C’è gente che ha preso un sacco di elementi dal mio stile e forse - non so, è solo una supposizione - si sente un po’ nervosa o preoccupata da questo, visto che forse non si è mai evoluta come avrebbe sperato di fare o qualcosa di simile. Sono di più le persone che mi aspetterei di trovare lamentarsi per aver imposto degli standard troppo elevati o di aver steso un’ombra sull’industria fumettistica.

Le persone che ho nominato - Neil, Garth, Warren e ce ne sono un altro paio - non mi hanno mai mostrato alcun segno d’aver avuto il loro lavoro reso più difficile dalla mia presenza. Perciò non penso ci sia un vero problema. La gente che ha talento arriverà in cima. Se sono stato capace di dar loro un lampo d’ispirazione al momento giusto, allora è una gran cosa. Non è certo molto più di quello che ho avuto io da altri. Sarebbe bello pensare che ho dato un po’ di più, ma no … non penso d’aver costituito un problema per gli autori inglesi che sono venuti dopo di me, almeno non per quelli che avevano un talento genuino.

Ripensandoci, quanto importante è stato Miracleman per te?

Moltissimo. Sotto una certa ottica si possono vedere delle idee che iniziano in Miracleman e che raggiungono la piena maturazione in Watchmen, dove Watchmen ha la stessa idea di base di Miracleman ossia applicare la logica del mondo reale ai supereroi fino a portarla alle estreme conseguenze. […] Miracleman è stato un importante passo avanti. È stato uno dei primi momenti in cui ho capito che le storie che volevo raccontare potevano davvero funzionare, che si potevano fare e che erano storie forti capaci d’intrattenere, e che potevano perfino essere più piacevoli di quelle che leggevo al tempo. Riguardo il trovare la mia voce, Miracleman è stato un primo grande passo in avanti, perciò non sottovaluterò mai la sua importanza nella mia opera.

domenica 13 novembre 2016

Trina Robbins e... l'armadio di Alan Moore

Illustrazione di Trina Robbins.
Sopra, illustrazione di TRINA ROBBINS: l'omaggio dell'autrice e fumettista statunitense incluso nel volume Alan Moore: Ritratto di Uno Straordinario Gentleman (pag. 179).
Trina Robbins è nota per l'impegno a sostegno delle autrici e del loro contributo nella Storia dei comics.

sabato 12 novembre 2016

Steve Bissette: Mr. Moore & Io

The Saga of the Swamp Thing N. 24, pag. 23: matite di Stephen Bissette, chine di John Totleben.
Nel seguito, estratto (pag. 183-184) da Alan Moore: Ritratto di Uno Straordinario Gentleman edito da  Black Velvet Editrice nel 2003 (e da tempo esaurito). 
Si tratta di un breve stralcio dal lungo e toccante testo scritto da STEVE BISSETTE, intitolato Mr. Moore & Io (nel volume occupa le pagine dalla 182 alla 197). Bissette, per quei pochi che non lo sapessero, è stato tra i disegnatori e principali artefici del rilancio e del successo di Swamp Thing scritto da Moore negli anni '80.

Steve Bissette: [...] Nell’universo di John [Totleben], seppie bulbose e veloci si accoppiavano con stupende e devastanti donne per generare esseri lovecraftiani e le sue poesie d’amore cantavano di gabbiani con le orbite vuote gettati a riva dal mare. E sotto sotto, quello che John voleva era la possibilità di disegnare il suo personaggio dei fumetti preferito, Swamp Thing. Aveva già sviluppato una sua versione del mostro concimato, in cui un'emozionante interpretazione a colpi di pennello e china delineava uno Swampy dagli occhi tristi che guardava in su dalla melma. La spiegava in dettaglio, ubriaco, nel corso di lunghe conversazioni durante le fantastiche feste organizzate dai suoi compagni di corso Tim e Beth Truman nel loro appartamento sul lago Hopatcong. Fu lì che John illustrò il concetto secondo cui Swamp Thing poteva far crescere tuberi commestibili dal proprio corpo e fu lì che Rick Veitch, se la memoria non m’inganna, suggerì argutamente che potessero essere allucinogeni. Sì, delle feste davvero fantastiche.
Naturalmente la DC Comics non avrebbe mai lasciato pubblicare simili deliri, ma John comunque poteva sempre sognare e dare corpo ad alcune delle sue idee quando la musa lo ispirava.
Qualche anno più tardi, dopo esserci diplomati alla Kubert School, aver diviso una casa alla periferia di Dover con gli amici e colleghi Rick Veitch e Tom Yeates ed essere tornato nel Vermont, il mio stato di origine, John ed io potemmo finalmente misurarci con Swamp Thing, subentrando alle matite (io) e alle chine (John) quando il nostro amigo Tom Yeats se ne andò da Saga of the Swamp Thing. Dirò solo che iniziammo con il sedicesimo numero di una serie già molto in ritardo con le uscite e in costante calo di vendite. Nonostante il titolo stesse scivolando verso il lago come la casa degli Usher, quella fu la nostra grande opportunità e ci impegnammo al massimo.
Una sera all’inizio del 1983, nel corso di una conversazione telefonica in cui ci lamentavamo della piega sbagliata che il nostro lavoro su Saga of the Swamp Thing sembrava avere preso, John ed io immaginammo come sarebbe stato interessante se avessimo potuto lavorare con quel nuovo scrittore britannico di nome Alan Moore. Sia lui che io avevamo letto fino a consumarlo ogni numero di Warrior che sgattaiolava attraverso l’Atlantico a un ritmo sempre più irregolare; io avevo persino
iniziato a cercare le rarissime (almeno in America) copie di 2000AD nella speranza di trovare altro materiale di Moore. Immaginammo di avere molto in comune con lui e subito dopo ridemmo della nostra presunzione.
Un paio di mesi dopo ricevemmo entrambi una telefonata dal nostro agitatissimo supervisore Len Wein, colui che aveva co-creato Swamp Thing quando John e io eravamo ancora alle superiori a scarabocchiare mostri con la biro sui nostri libri di algebra. 
Sebbene John vivesse a Erie, in Pennsylvania, ben lontano dalla mia casa sulle montagne del Vermont, sentimmo la stessa onda sismica di gioia: Alan era diventato il nuovo sceneggiatore di Swamp Thing e c’era un grande cambiamento nell’aria.
La nostra meraviglia crebbe ulteriormente quando i primi esitanti contatti rivelarono che Alan aveva effettivamente molto in comune con noi e sotto molti più aspetti di quanto avremmo anche solo osato immaginare.
[...]

venerdì 11 novembre 2016

Alan Moore e Big numbers

Copertina di Big Numbers N. 1 illustrata da Bill Sienkiewicz.
Nel seguito, estratto da Le Straordinarie Opere di Alan Moore (pag. 173-174; traduzione di Leonardo Rizzi), edizione italiana edita nel 2011 da Black Velvet Editrice de The Extraordinary Works of Alan Moore - Indispensable Edition (Twomorrow Publishing, 2008), volume ideato da George Khoury.

Inutile aggiungere che Big numbers è il grande capolavoro incompiuto di Moore! QUI trovate qualche altra informazione in merito, se servisse.

Alan Moore: [...] E così, visto che per pubblicare AARGH! avevamo messo su una casa editrice, mi è sembrato naturale che la mossa successiva fosse sfruttare questa possibilità. Realizzare un fumetto commerciale, un grande fumetto successivo a Watchmen. Il progetto doveva diventare la naturale prosecuzione di Watchmen, nella nuova direzione che avevo preso, ed è così che abbiamo avuto l’idea di Big numbers.
Volevo portare i fumetti a un livello superiore rispetto a Watchmen, così come Watchmen li aveva portati a un livello superiore rispetto a quanto si poteva immaginare prima.
Per Big numbers abbiamo provato a ideare un fumetto da zero, senza alcun preconcetto di sorta.
Volevamo che i singoli albi avessero un formato e una foliazione diversa, e che in ogni pagina ci fosse una quantità di vignette sempre diversa; volevamo impiegare tecniche di narrazione sperimentali e in continua evoluzione, che non fossero mai state usate prima e che fossero completamente diverse da quelle in Watchmen; volevo che trattasse il tema più comune possibile: la città in cui vivo, un centro commerciale. Volevo davvero scrivere all’apice delle mie possibilità. Volevo dimostrare ai lettori quello che potevo fare nel momento in cui non mi ritrovavo intralciato dalle tradizioni e dal peso del genere supereroistico. Con queste parole non voglio dire
niente contro il genere supereroistico, ma è materiale molto pesante da portarsi dietro. Non è il vertice più alto a cui aspiro. Anche quando i supereroi sono scritti bene, alla fin fine sono sempre un po’ troppo semplicistici dal punto di vista morale.
Io invece volevo un mondo che non avesse una visione così semplicistica. Volevo esplorare un mondo tanto complesso da diventare caotico ed è questa l’idea centrale di Big numbers, ovvero il concetto della matematica frattale e della matematica del caos, idee che all’epoca erano ancora relativamente nuove. Volevo verificare se all’interno di questa nuova forma di matematica fosse possibile scoprire una nuova visione del mondo. Se fosse possibile scoprire una visione più umana e più accurata del mondo in cui viviamo, considerando il fatto che a tutti sembra di vivere nel caos e la cosa sembrava particolarmente vera alla fine degli anni Ottanta, quando ho cominciato a lavorare a Big numbers. Il mondo stava diventando sempre più caotico. Naturalmente, all’epoca nessuno di noi immaginava che avrebbe continuato a profondare nel caos fino ad arrivare ai livelli di oggi. Ma i segni erano già molto evidenti. Allora ho pensato che forse i lettori avrebbero potuto trovare utile il nostro tentativo di spiegare loro che il caos che li circondava, nella loro comunità, nella loro vita, nel loro mondo, che tutto quel caos dipendeva unicamente dalla loro percezione.
Volevamo spiegare che, se uno riesce ad allontanarsi quanto basta dal tumultuoso ribollire degli eventi, che sembra tanto caotico quando ci si ritrova in mezzo a loro… se si riesce a frapporre un minimo di distanza intellettuale, si può allora comprendere che ciò che da vicino sembra caotico è in realtà una forma di ordine molto, molto complessa.
La teoria del caos ci offre una nuova modalità per comprendere il mondo e questa modalità forse è più utile, più ottimista e non trasmette tutto quel senso di catastrofe imminente: queste erano le riflessioni alla base di Big numbers. [...]

George Khoury: Ho letto da qualche parte che il primo [numero] ha venduto sulle 60.000 copie; il secondo invece sulle 40.000, ma sono numeri altissimi se li consideriamo alla luce del mercato odierno.

Erano numeri ottimi. “Grandi numeri”, no? [risate]
Per un albo senza supereroi, di forma quadrata, pure in bianco e nero e… non si trattava neanche di uno di quei casi in cui non è un fumetto di supereroi, però è un fumetto giallo, oppure un fumetto western o di fantascienza. Big numbers non apparteneva a nessun genere predefinito: parlava solo di shopping e matematica.
Non è che occupi un settore con molti titoli nelle librerie.